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Populismo e rivoluzione in Russia nel secolo XIX

La rivoluzione in Russia non è scoppiata all’improvviso, nel 1917, con le sue straordinarie conseguenze sul mondo moderno. Piuttosto, è stata una costante degli ultimi duecento anni, come del resto in tutta Europa. Il populismo è stato il motore della rivoluzione russa nell’Ottocento, ben prima che il marxismo acquisisse una qualche importanza; gli intellettuali cominciano a interpretare la realtà dell’Impero degli Zar e, dalle più diverse posizioni, giungono all’idea di dover cambiare lo stato di cose. In linea generale, si tratta di un movimento che fa appello allo spirito del popolo per creare una comunità coesa, giusta, “socialista” nel senso che si dava a questa parola prima del materialismo storico. Di seguito, appunti per un excursus.

L’Impero russo, rispetto agli Stati europei all’inizio del XIX secolo, si basa ancora sul sistema feudale, conservando l’istituto della servitù della gleba. Nel Settecento vi erano stati significativi sforzi di modernizzazione della cultura e delle istituzioni grazie a regnanti quali Pietro il Grande e Caterina II, con il “trapianto” di idee dall’Europa occidentale: la nascita del pensiero filosofico in Russia si attesta con l’arrivo dall’estero di discepoli del razionalismo tedesco e dell’illuminismo francese, che influenzano profondamente la formazione della futura intelligencija. Temi quali la condizione contadina, la natura dell’autocrazia zarista e la definizione della spiritualità del popolo russo si sviluppano in correnti di pensiero che, nel corso dell’Ottocento, arricchendosi dell’idealismo di Schelling e Hegel, caratterizzeranno la fondamentale tensione riformatrice del populismo.

Tuttavia la società soffre ancora di arretratezza, la cultura è ancora appannaggio delle élite, e la solidità politica dello zarismo rende inutile qualsiasi discorso concreto di riforma. L’organizzazione sociale si può schematizzare, semplificando, nella piramide aristocrazia-funzionari-contadini, dove la prima è composta da grandi proprietari terrieri, da intellettuali di varia estrazione e da ufficiali dell’esercito, la seconda dalla vasta rete di burocrati che costituiscono l’ossatura dell’apparato statale zarista, e la terza è l’immensa classe lavoratrice, largamente analfabeta, spesso in condizioni di estrema povertà e, naturalmente, del tutto priva di rappresentanza. L’influenza delle idee occidentali è perciò ristretta alla cerchia delle persone istruite e, tra queste, gli ufficiali dell’esercito si rendono presto conto che la modernizzazione del Paese è un problema di estrema urgenza.

Nascono così alcune società segrete in varie parti dell’Impero, i cui membri convergono sull’obiettivo comune di realizzare una liberalizzazione della politica e dell’economia russe, con l’abolizione della servitù della gleba e l’indipendenza da influenze straniere sia esterne (gli europei alleati dello Zar) che interne (gli stranieri occupanti alte cariche dello Stato); divergono però su modi e dinamiche: una parte intende trasformare l’autocrazia zarista in monarchia costituzionale con decentralizzazione del potere, l’altra propone la svolta verso una repubblica parlamentare in cui, al contrario, i poteri si accentrino. Queste divergenze non cambiano però il piano di fondo, detronizzare lo Zar e attuare il cambiamento radicale attraverso la rivolta violenta, considerata l’unica via possibile per la trasformazione.

L’esito di questa prima presa di coscienza della realtà socio-politica di Russia è il moto decabrista del dicembre 1825. In occasione dell’incoronazione di Nicola I a Pietroburgo, alcune truppe della Guardia imperiale nella piazza del Senato fanno scattare la rivolta, mentre nel sud del Paese altri reparti provocano una sommossa. Entrambe le sollevazioni sono immediatamente schiacciate, la conseguente repressione si conclude con l’impiccagione dei cinque principali congiurati e la deportazione di molte altre persone ai lavori forzati. Sebbene fallimentare, la rivolta dei decabristi è oggi considerata all’origine di importanti correnti di pensiero come il patriottismo slavofilo, al pari delle teorie filosofiche e politiche, nonché ispiratrice di riforme che saranno attuate nella seconda metà dell’Ottocento. I decabristi possono essere considerati come la scintilla che accende il moderno fuoco rivoluzionario nel paese che, sotto il regno di Nicola I, si attesta come il più reazionario d’Europa (non a caso lo Zar crea una sezione speciale della polizia politica il cui compito è il controllo e la repressione delle espressioni culturali liberali e socialiste).

Nonostante l’oppressivo regime zarista, verso la metà dell’Ottocento si sviluppa nelle università quel vasto movimento intellettuale chiamato narodničestvo, ossia “populismo”, che porta avanti la critica delle condizioni socio-politiche dell’Impero, predicando l’emancipazione dei contadini e una profonda riforma sociale. Tale populismo si caratterizza sul piano teorico per due correnti di pensiero principali: gli slavofili e gli occidentalisti. I primi hanno una prospettiva filosofica che fonde misticismo ed etica, rivalutando la religiosità e il carattere spirituale della cultura russa in favore delle riforme interne, ma contro l’esotismo delle idee liberali europee; lo sviluppo della Russia deve essere autonomo, rintracciare al suo stesso interno gli elementi per il cambiamento, seguendo linee conformi alla propria storia. La riforma sociale si basa quindi sul ritorno alle forme antiche di organizzazione collettivistica dei contadini, estranee al concetto di proprietà privata in quanto basate sulla comunità nomade, e considerate al tempo stesso un freno alle pulsioni rivoluzionarie di ispirazione socialista moderna. Non lo Stato, bensì il popolo è la vera forza organica della nazione; l’ordine sociale deve pertanto recuperare il rapporto deteriorato tra l’autocrazia e il popolo contadino, eliminando la servitù della gleba, basata sullo sfruttamento del lavoro stanziale, e riformando la relazione tra i padroni della terra e i lavoratori nel senso di una comunità patriarcale, tenuta insieme dallo spirito religioso cristiano: una nuova obščina (1) che possa fondere tradizione e riforma, recuperare l’idea di comunità cristiana, eliminando al tempo stesso i soprusi del sistema feudale e i pericoli dell’influenza culturale straniera.

È insomma una corrente populista patriottica e nazionalista, conservatrice dell’ordine a patto di riformarlo per salvarne le fondamenta. Questo tipo di conservatorismo, i cui principali esponenti sono Aksakov e Samarin, è simile alle correnti del romanticismo tedesco e i suoi elementi idealistici, seppur di “destra”, sono in ogni caso incompatibili con l’assolutismo rigidamente gerarchico dello zarismo: la critica principale è rivolta a Pietro il Grande per la sua modernizzazione che ha fiaccato l’originaria comunità popolare russa inserendola in un contesto di produzione crescente, ma questa modernizzazione è alla base del potere attuale dello Zar e dei grandi proprietari terrieri, dunque esiste una differenza profonda tra la conservazione reazionaria del potere politico e la conservazione idealistica e morale degli slavofili.

Gli occidentalisti, invece, possono essere considerati riformatori democratici radicali. Influenzati dall’idealismo hegeliano e in particolare dalle sue interpretazioni di Bauer, Ruge e Feuerbach, ritengono inevitabile lo sviluppo moderno della Russia e anzi propugnano una crescente occidentalizzazione della cultura e della società. L’idea alla base della loro filosofia della storia è che ogni nazione vive due grandi epoche, una in cui è immediatamente naturale e quindi è soprattutto “popolo”, e un’altra in cui si realizza come Spirito cosciente e diventa “nazione” in senso proprio, passando da una concezione comunitaria omogenea e statica a una concezione dinamica e progressiva, democratica e borghese come proposta dalla Rivoluzione francese. La crescita umana del popolo ha bisogno di quegli elementi di libertà individuale che dispiegano le potenzialità socializzanti di un nuovo ceto medio progressista, la cui azione trasformatrice porta la nazione a costruire una civiltà universalistica e partecipativa, eliminando le differenze sociali più stridenti. Il liberalismo degli occidentalisti è perciò da intendersi più come un mezzo per il progresso dell’intera società attraverso l’autonomia della sfera individuale, che non un individualismo economico come quello europeo di matrice anglosassone.

Su questo punto però si crea una spaccatura nel movimento, tra l’idea di uno sviluppo borghese inevitabile e la possibilità di un’evoluzione socialista; Herzen è il sostenitore più agguerrito di questa seconda prospettiva, il quale critica la cupidigia della borghesia europea con la sua costante ricerca di profitti e volge in positivo lo storico isolamento del popolo russo, “salvatosi” dallo spirito borghese occidentale e quindi pronto a uno sviluppo differente, che realizzi le idee primigenie del liberalismo. Riprendendo la questione dell’obščina dagli slavofili, Herzen crede che il contadino sia molto più propenso al socialismo e che l’uomo del futuro sia possibile in Russia quanto e più che nella Francia rivoluzionaria o nel resto d’Europa. In tal senso, le sue conclusioni sono viste come anti-occidentali dagli altri esponenti del movimento; a maggior ragione, non si tratta ancora di un socialismo marxista, perché non pone particolare attenzione al momento economico. È in sostanza una posizione teorica che riesce a conciliare l’occidentalismo e lo slavofilismo, con la proposta di un socialismo prettamente “russo” che prospetta il futuro dell’Impero in un’evoluzione progressiva separata dalle dinamiche europee, un progresso alternativo la cui visione ha grande influenza sul populismo maturo, propriamente rivoluzionario, che si sviluppa tra gli anni Sessanta e i Settanta.

Nel 1855 sale al trono Alessandro II, sovrano di ampie vedute e decisamente meno autoritario del padre. La comprensione della realtà russa, della necessità di modernizzazione per stare al passo con le altre potenze europee, nonché la consapevolezza del rischio di rivolte popolari, portano il nuovo Zar a decretare l’abolizione della servitù della gleba nel 1861: tale evento, preparato da alcuni anni di discussioni con i grandi latifondisti e gli intellettuali delle riviste autorizzate (in particolare la rivista Sovremennik), è la chiave di volta nella storia della rivoluzione russa. In un certo senso è esso stesso una “rivoluzione” dall’alto, un cambiamento realizzato al fine di far progredire il paese, senza per questo lasciare spazio all’iniziativa degli strati popolari, assicurando così una riforma sociale controllata e controllabile. L’abolizione della servitù introduce elementi di proprietà privata e redistribuzione delle terre tra le comunità di contadini che le lavorano, ma allo stesso tempo mantiene molti dei privilegi dei proprietari terrieri, come la corresponsione di tasse e il controllo della circolazione delle persone tramite passaporti interni. I contadini, ora proprietari della casa in cui vivono, restano inoltre legati alla comunità rurale per via della terra in comune, di cui possono acquistare appezzamenti dalla comunità stessa, ma che spesso non sono in grado di mantenere; perciò rivendono ad altri contadini più ricchi i loro appezzamenti, migrando poi verso le città per diventare operai nelle nascenti fabbriche.

In questa situazione, che segue un andamento simile alla modernizzazione europea, si crea un malcontento dovuto alla sensazione, che oggi potremmo definire “gattopardesca”, per cui il grande cambiamento abbia in realtà assicurato la sopravvivenza dello status quo. Alcune rivolte scoppiano nelle campagne, prontamente represse dall’esercito. Il populismo si sviluppa allora in varie correnti, accomunate dalla tensione concreta verso la rivoluzione. Negli anni Sessanta e Settanta si arriva alla formazione di vari circoli rivoluzionari, tra le cui figure principali vanno ricordate quelle di Černyševskij, Lavrov, Bakunin, Tkačëv.

Černyševskij elabora una sua interpretazione del materialismo tedesco e dell’utilitarismo inglese, per cui la materia è la base della realtà, ogni funzione della mente è spiegabile su tale base e l’unica conoscenza valida è quella condotta attraverso l’analisi empirica. È di conseguenza logico che le azioni umane seguano quelle “leggi della natura” che in realtà sono i meccanismi di funzionamento delle forze e delle proprietà della materia: per questo Černyševskij propone un comportamento morale improntato all’egoismo razionale, che spinge l’individuo a ricercare il maggior vantaggio e il maggior piacere per se stesso; accettando che anche gli altri individui siano egoisti, si rende conto che attraverso la cooperazione (e non la competizione di tutti contro tutti, come ci si aspetterebbe da una società egoistica irrazionale) sarà possibile perseguire il maggior bene per il maggior numero, rendendo possibile il futuro socialista in opposizione al capitalismo della borghesia europea. È evidente come la radicalità di queste idee, a maggior ragione nella Russia zarista, comporti anche una radicalità politica che esplode a seguito della delusione per l’ambiguità dell’abolizione del sistema feudale. Černyševskij cura una rubrica nuova, intitolata “Politica”, in cui attacca ripetutamente le scelte politiche dello Zar e dei grandi proprietari terrieri, in difesa di una riforma dell’obščina per creare un nuovo sistema di cooperative, in cui i contadini avrebbero avuto il reale possesso delle terre e i mezzi per sviluppare un’agricoltura moderna. Ciò avrebbe consentito lo sviluppo di un’economia forte come quella capitalistica, saltando però le fasi intermedie ed evitando i lati negativi del capitalismo (riconducibili all’irrazionalità della competizione spietata).Queste idee filosofiche sono espresse in articoli pubblicati su Sovremennik, in lettere ad amici e familiari, e nel romanzo Che fare? (2) del 1863.

Lavrov è un seguace del positivismo e ritiene che il progresso, contrariamente a quanto propugnato da un materialismo percepito come ingenuo, non consiste solo nell’accumulazione di beni e conoscenze, ma che esso fa parte di uno sviluppo umano a più dimensioni, non da ultima quella morale: è impossibile separare l’azione progressiva da un valore morale che ne consenta la valutazione, pertanto le classi privilegiate, le quali godono appieno dello sviluppo della civiltà, hanno anche il dovere morale di rendersi conto del debito che hanno nei confronti delle classi subalterne, del lavoro con cui esse hanno costruito il benessere delle élite, senza peraltro parteciparvi. Il valore morale è definito “soggettivo” in quanto risiede nella coscienza del soggetto umano operante nella storia e quindi artefice del proprio destino; la conseguente critica allo sviluppo borghese, sviluppata insieme a Michajlovskij, riguarda la riduzione dell’uomo a ingranaggio passivo del processo di produzione attraverso la sistematica divisione del lavoro, per cui il progresso reale è riservato ad alcuni membri della società e precluso ad altri. Una minima divisione e una massima differenziazione individuale devono invece essere alla base dell’organizzazione sociale per lo sviluppo della solidarietà e della giustizia, con cui promuovere l’elevazione umana generalizzata. Lavrov concepisce dunque il progresso come una categoria morale e su ciò basa l’appello all’intelligencija di retribuire il popolo per la loro condizione agiata: “andare al popolo” diventa la parola d’ordine per studenti e giovani intellettuali, i quali non possono permettersi di restare indifferenti di fronte all’incedere della sperequazione sociale. Saldare il debito morale con i contadini consiste perciò nell’andare di persona nelle campagne, incontrare il popolo, conoscerne la realtà quotidiana e far conoscere il socialismo, unico ideale in grado di contribuire al bene di tutti: la rivoluzione, secondo Lavrov, diventa possibile solo attraverso l’educazione morale del popolo.

Bakunin ha invece una posizione molto più radicale: il popolo russo è già socialista e rivoluzionario, per istinto. Proprio grazie all’obščina, esso concepisce la terra come proprietà comune e ha esperienza nell’autoamministrazione, contro la gerarchia burocratica dello Stato che è visto solo come apparato oppressivo. La liberazione popolare può realizzarsi solo con l’immediata distruzione dello Stato, condotta dalla classe contadina; contro le tesi marxiste, Bakunin ritiene che questa classe sia l’unica a poter attuare la rivoluzione, in quanto il proletariato industriale seguirebbe la logica del capitalismo impadronendosi dello Stato e perpetuando i suoi meccanismi repressivi. La miseria in cui versa la popolazione delle campagne, inoltre, è tale da rendere spontanea la sollevazione, senza alcuna necessità di educazione politica da parte degli intellettuali. Altrettanto, l’organizzazione rivoluzionaria spetta a cellule anarchiche clandestine, completamente dedite alla causa, il cui compito non è però di dirigere le masse, bensì di operare come fomentatori dei sentimenti di rivolta già presenti in esse. Il futuro anarchico della Russia si sarebbe poi concretizzato per naturale evoluzione in una federazione di libere comunità rurali.

Tkačëv, infine, è fautore di una linea giacobina. Accetta l’idea delle cellule rivoluzionarie clandestine, ma rifiuta lo spontaneismo delle masse. Ritiene che la presa di coscienza delle masse attraverso l’educazione sia insufficiente, così come l’azione puramente sobillatrice; le cellule rivoluzionarie devono invece agire secondo un’organizzazione ben congegnata e fornire una direzione razionale alla rabbia e alla frustrazione accumulate dal popolo, incanalandole verso obiettivi concreti. La rivoluzione non può essere attuata, per Tkačëv, dalla maggioranza scatenata e volubile, bensì da una minoranza di rivoluzionari di professione con un programma delineato e le capacità di portare a compimento la trasformazione. In ciò è ravvisabile una chiarezza organizzativa che sarà più tardi presente nel bolscevismo come “avanguardia del proletariato”.

Il portato teorico di questi come di numerosi altri esponenti del populismo, trova il suo sbocco nell’associazione rivoluzionaria Zemlja i volja (“Terra e libertà”) che nell’ultimo quarto del secolo diventa l’organizzazione più attiva nell’Impero russo. L’associazione si riunisce su un programma generale per la costruzione del socialismo russo che riprende tutte le questioni sulla proprietà comune della terra, dell’autodeterminazione e dell’autogoverno delle comunità agricole, cui affianca la costituzione di cellule impegnate in attività cospirative di lotta contro lo Stato. La scelta di passare ad azioni concretamente insurrezionali deriva soprattutto dalla constatazione del fallimento dei tentativi lavroviani di educazione morale e politica del popolo: gli studenti che hanno risposto all’appello di “andare al popolo” si sono presto resi conto dell’arretratezza e dell’impreparazione dei contadini sui problemi politici e sociali, rivelando quasi impossibile una presa di coscienza della propria condizione. Nessun moto rivoluzionario, dunque, ma la reazione delle autorità con numerosissimi arresti per sobillazione. Da qui, la necessità di affiancare alla propaganda pacifica un’organizzazione armata per la difesa contro i funzionari statali; obiettivo comune è l’abbattimento dell’autocrazia e la rivalutazione della comunità rurale contro ogni possibile sviluppo capitalistico aperto dall’abolizione della servitù della gleba. (3)

L’uso della lotta armata però si estende tramite l’azione del terrorismo individuale, attuato da singoli rivoluzionari che tentano di dare l’esempio al popolo con attentati, non sempre mortali, alle cariche dello Stato più in vista. In questo modo, l’uso della violenza passa dall’autodifesa all’attacco, con il chiaro intento di scardinare con la forza l’apparato statale. Si crea allora una grave spaccatura tra chi ritiene sufficiente costringere il potere a concedere le libertà civili, attraverso la promulgazione di una moderna Costituzione, e chi, sospettando che un processo costituente possa indebolire il cambiamento rivoluzionario, giudica necessaria la lotta armata sistematica per dare al popolo il coraggio di sollevarsi. Non riuscendo a risanare questa rottura, Zemlja i volja si scioglie alla fine degli anni Settanta e la sua fazione radicale si riorganizza in Narodnaja volja (“Volontà del popolo”), un gruppo terrorista disciplinato, centralizzato e totalmente dedito alla lotta frontale contro lo Stato. Il culmine della sua attività terroristica è l’uccisione di Alessandro II nel marzo del 1881, che nelle intenzioni doveva essere il simbolo definitivo della fragilità dell’autocrazia e la scintilla che avrebbe spinto finalmente il popolo a insorgere. Ma il popolo non insorge e il nuovo Zar Alessandro III, come è prevedibile, attua una repressione spietata, che porta alla condanna a morte di tutti i responsabili e alla scomparsa del gruppo poco tempo dopo. (4)

 

NOTE

(1) La obščina era la comunità rurale in cui vigeva la proprietà collettiva della terra, dove ogni contadino lavorava in comune con gli altri. Le decisioni sulla distribuzione delle terre, la riscossione delle tasse, il reclutamento di soldati per l’esercito imperiale e in alcuni casi l’amministrazione della giustizia, spettavano al mir, l’assemblea comunitaria. Dal lavoro nell’obščina i contadini traevano il loro sostentamento, cui si aggiungeva il lavoro (non pagato) nelle terre di proprietà dei latifondisti. Istituto di origine medievale, sopravvisse in varie forme fino al 1905. La sua idealizzazione, in varie maniere, è la costante delle teorie populiste.

(2) Scritto in carcere e pubblicato a puntate su Sovremennik, il romanzo presenta sotto forma di storia apparentemente romantica una critica fortemente politica, che sarà acquisita come punto di riferimento nella formazione di generazioni di rivoluzionari; da ultimo Lenin, che in omaggio a questo romanzo darà lo stesso titolo al suo famoso scritto del 1903.

(3) Bisogna ricordare che, oltre al trasferimento di molti contadini poveri verso le città e le fabbriche, un altro fenomeno era la nascita di una nuova classe di contadini ricchi, i quali acquistavano le terre da chi si trasferiva, diventando piccoli proprietari terrieri in crescente competizione con i latifondisti. Una sorta di “borghesia agricola” che presto avrebbe fatto sentire la sua voce in merito alla rivendicazione della terra.

(4) Se l’anarchismo bakuniano può essere considerato in effetti alla base del socialismo rivoluzionario nella sua accezione prettamente russa di partito dei contadini e delle campagne, è dall’esperienza di Narodnaja volja che prenderà origine e ispirazione il Partito dei Socialisti Rivoluzionari, fondato nel 1902, spesso schierato su posizioni autonomiste intransigenti, dedito al terrorismo come metodo insurrezionale, presto assurto tra le forze determinanti delle rivoluzioni del 1917.

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Ecatombe 2016

Il quinto anno di questo blog è stato testimone di un’ecatombe. Non credo di aver mai postato tanti “in memoria di” come nell’ultimo anno, tra cantanti, atleti, attori, intellettuali e figure politiche. Come ho detto, il blog è diventato una pagina dei necrologi: Lemmy, David Bowie, Alan Rickman, Prince, Nicolao Merker, Umberto Eco, Mohammed Ali, Bud Spencer, Gene Wilder, Leonard Cohen, Fidel Castro… anzi, negli ultimi due anni: è dal 2014 che ne muore uno dopo l’altro, contando Robin Williams, Richard Kiel, Pino Daniele, B.B. King, Christopher Lee, Roddy Piper, Pietro Ingrao, Phil “Philty Animal” Taylor.

Questo, naturalmente, senza contare i morti negli attentati terroristici in tutta Europa e nel Mediterraneo, che proprio ieri è aumentato ancora. Non mi lascio colpire troppo da tutto ciò, ma se ho dimenticato che l’anniversario della Fabbrica Metropolitana era il 12, beh, forse c’entrano pure un po’ questi pensieri (oltre a trivialità come le cartelle esattoriali, in memoria di Equitalia).

Tuttavia, festeggio questi cinque anni con una sciocca speranza nel futuro, quindi prestiamo orecchio alle melodie della Rivoluzione culturale, che ha illuso una generazione di poter cambiare il mondo. Tutte possono essere ascoltate nel film L’ultimo imperatore (Bertolucci, 1987).

La prima è “Sailing the Seas depends on the Helmsman“, famosa soprattutto all’epoca delle Guardie Rosse. Il richiamo al Grande Timoniere è evidente.

La seconda è più conosciuta da noi, “L’Oriente è rosso“, pura espressione di culto della personalità e per un certo periodo inno non ufficiale della Cina. Dà il titolo anche a un famoso film di propaganda.

La terza e ultima è un’affermazione perentoria, “Without the Communist Party there would be no new China“, che in fin dei conti è vero, seppur con molti però. Qui, cantata dal coro dell’Esercito di Liberazione del Popolo (che un giorno ci conquisterà tutti):

All’anno prossimo! (grazie a dio…)


Lev Trotsky

Anniversario della morte di Trotsky: il 21 agosto 1940, uno dei principali fautori della Rivoluzione russa del ’17, nonché primo organizzatore dell’Armata Rossa, moriva assassinato da un agente di Stalin nel suo esilio a Coyoacan, in Messico. Lo ricordo con un suo breve discorso, risalente agli anni tra il 1937 e il 1940, sulla natura criminale e dispotica del processo di Mosca istituito contro di lui e gran parte della vecchia guardia bolscevica dall’élite stalinista, sulla base di prove false.

Per chi fosse interessato: Leon Trotsky nel Marxist Internet Archive (sezione italiana)


La grande prova

Obama a Cuba, stretta di mano con Castro (la Repubblica)

Cuba sta cercando la pacificazione con gli USA. Dopo la riapertura dell’ambasciata l’anno scorso, Obama fa visita a Castro per dare continuità al percorso diplomatico che porrà fine, così si spera, all’embargo e quindi all’isolamento internazionale di Cuba. Qualche anno fa, forse, e dico forse, avrei pianto. Oggi, penso che il regime castrista abbia finalmente preso la decisione giusta.

Gli USA hanno soffocato abbastanza l’isola dissidente, e i castristi hanno soffocato abbastanza i dissidenti dell’isola. È giunta l’ora di cambiare, di aprirsi nuovamente al mondo e trovare nuove vie per essere dignitosi senza richiedere sacrifici inutili.

È vero che il pericolo per Cuba di tornare a essere un puttanaio americano c’è sempre, ma se può venire qualcosa di buono dagli ultimi vent’anni di testarda resistenza, dovrebbe essere la capacità di non lasciarsi fottere, bensì di ingaggiare relazioni serie, basate sulla parità, tra adulti consenzienti. Solo ora, davvero, si vedrà di che tempra sono i figli e i nipoti della Rivoluzione, che prima di essere socialista fu patriottica.

Dicono su alcuni giornali che Raúl Castro, da sempre filosovietico (e realmente comunista, prima e più di Fidel), oggi guardi alla Cina popolare come modello di sviluppo per Cuba. Da un lato è pericoloso, perché quel modello coniuga la repressione politica con lo sfruttamento economico; ma dall’altro può essere il vero “socialismo del XXI secolo”, non come la stramberia del Venezuela di Chavez (r.i.p.), bensì come modello di amministrazione del capitalismo per il bene e la crescita comuni, meno  ideologico, più pragmatico e di certo molto più vitale dell’attuale sistema cubano, ormai slegato da qualsiasi concreto internazionalismo e perciò sofferente e ripiegato su se stesso.

Senza una solida direzione del cambiamento, la Rivoluzione in primis e poi il “periodo speciale” che ha salvato il regime con sacrifici enormi dopo il 1989, saranno stati inutili. Senza però la disponibilità a cambiare le cose, Cuba sarà destinata a non contare nulla fino alla fine e a continuare nel declino. L’embargo imposto dagli USA è stato una carognata, una mossa strategica per combattere un nemico minore e solleticare le fantasie (e l’appoggio) dei dissidenti fuggiti in Florida, ma in fin dei conti altrettanto inutile per il suo scopo: ha impedito lo sviluppo della Rivoluzione, senza dubbio, ma ha fornito un incredibile motivazione al regime per rafforzare la sua contrapposizione agli USA, in stile Davide e Golia. Forse, senza l’embargo, la Rivoluzione avrebbe dovuto vedersela con un popolo privo di nemici esterni; e forse avrebbe preso già da tempo decisioni diverse, anche radicali.

Solo Obama poteva fare ciò che sino a poco tempo fa pareva impensabile. Oggi, Cuba fa un primo passo verso un futuro incerto, gravido di promesse e di difficoltà, tra il regime castrista che sembra ancora saldo, ma ha bisogno di aprirsi, e i cubani americani che non vogliono più soltanto la riconquista dell’isola, ma sperimentare un nuovo mercato. Sessant’anni di Rivoluzione arrivano ora al punto, Cuba affronta la sua grande prova: rimettersi in gioco fino alla vittoria, sempre.


Sulla possibilità della Rivoluzione

Oggi è il novantasettesimo anniversario della Rivoluzione russa. La rivoluzione, come concetto, sta rapidamente tramontando nelle forme insurrezionali che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, lasciando il passo a “microresistenze” diffuse, imperniate sulla contingenza e portate avanti da soggetti temporanei. Tuttavia la rivoluzione ha avuto forme diverse durante tutto il periodo moderno, e i grandi successi sono stati preceduti e seguiti da numerosi, tragici fallimenti. Per commemorare questa ricorrenza, voglio segnalare un testo di Engels, l’Introduzione all’edizione del 1895 de Le lotte di classe in Francia di Marx (scritto nel 1850), in cui l’ormai anziano pensatore esamina non solo il testo dell’amico, ma la possibilità di future rivoluzioni e della continuità della lotta politica per una società nuova, nonostante i fallimenti. Lascio pertanto il link alla pagina del Marxist Internet Archive (in italiano).

Introduzione a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

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Parallelismi storici: la Rivoluzione russa e quella francese

Trotsky Lenin Kamenev

Trotsky, Lenin e Kamenev, tra i maggiori fautori della Rivoluzione d’Ottobre

I bolscevichi, primo fra tutti Trotsky, amavano comparare la propria Rivoluzione con quella francese del 1789. In effetti le similitudini sono molte, a cominciare dalla storia: la Russia di inizio Novecento era retta da una monarchia assoluta, come la Francia di fine Settecento; aveva tentato invano di darsi un assetto parlamentare con la Duma, fallita grazie a quel tipo di potere oppressivo che anche in Francia aveva svilito l’importanza degli Stati Generali; aveva ancora un’economia di tipo feudale, fortemente agricola, nonostante la presenza di poli industriali moderni in alcune grandi città. Era cioé un Paese molto arretrato rispetto al resto d’Europa e vi erano le condizioni per una rivoluzione “vecchio stile”, con scontri di piazza, barricate e assalti, laddove in altre situazioni europee era impensabile (come già constatava nel 1895 Friedrich Engels). Continua a leggere


IL PIU’ CLASSICO DEI CLASSICI!

Oggi parliamo de “La corazzata Potiomkin”, di Sergej M. Ejzenstejn (URSS, 1925).

Chiunque, penso, conosce questo titolo per la celebre scena de Il secondo tragico Fantozzi, quando il ragioniere, esasperato dalle ripetute, infinite visioni del film imposte dal potentissimo e sadico direttore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli, esplode dicendo “Per me La Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!”, seguito da 92 minuti di applausi.

Ma cosa se ne sa del film originale? Intanto sottolineiamo un paio di discrepanze: il film, contrariamente a ciò che si evince dalla commedia di Fantozzi, ha una durata persino inferiore alla media attuale, infatti è di circa 75 minuti; poi, non è solo il titolo ad essere differente (“Potiomkin” – o “Potëmkin”, a seconda del criterio che si preferisce per la traslitterazione dal cirillico, tanto la pronuncia è uguale – anziché “Kotiomkin”) ma anche il nome del regista che da Ejzenstejn diventa Einstein. Le scene che si vedono nel cinema, infine, non sono originali. Suppongo che al fondo di tutto vi fosse una questione di diritti cinematografici sull’uso di nome e immagini e che pertanto quelle mostrate siano state girate apposta per la commedia. Anche la colonna sonora non ha nulla a che vedere con l’originale, tra l’altro oggetto di varie versioni di diversi compositori, Shostakovic tra i più famosi.

Tornando alla Corazzata, per un classico assoluto come questo ci sarebbe tanto da dire, ma eviterò di tentare pericolose acrobazie interpretative; posso solo parlare di ciò che ho sentito io, in particolare la prima volta che vi assistetti. Continua a leggere