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Ricerca e costruzione del senso

Da Magritte a Duchamp: presto a Pisa la carica dei Surrealisti ...

Parlo del senso delle cose. La ricerca del senso occupa i nostri pensieri, quando pensiamo alla vita, dando come presupposto che un senso ci sia. Non conoscendolo, né riconoscendolo palesemente in qualcosa, lo ricerchiamo nelle esperienze che ci vengono offerte e che andiamo trovando. Se lo troviamo, su di esso costruiamo i nostro “castelli”; se non lo troviamo, costruiamo i nostri “abissi” (la differenza non è netta). Il punto è che cerchiamo un senso a priori. Spesso lo troviamo a posteriori e gli conferiamo lo status di “senso oggettivo”.

La prospettiva del senso oggettivo delle cose (e della nostra vita), in genere, tende a giustificare l’etica e la morale diffuse nelle culture date, segnando la differenza tra bene e male (quali che ne siano le sfumature e le gradazioni). Ma se il senso oggettivo viene perso di vista, o ritenuto inesistente, la tendenza è verso il nichilismo, l’assenza di senso e perciò la conseguente giustificazione di ogni comportamento, oramai ingiudicabile. Viene cioè meno la legittimità della morale e dell’etica.

Il problema del nichilismo è che risulta quasi solo distruttivo e passivo. Quella famosa pagina di Dostoevskij in cui il personaggio afferma «se Dio non esiste, tutto è concesso», è certo interpretabile in vari modi, ma sembra innanzitutto segnare questa idea di nichilismo autodistruttivo (infatti il personaggio pensa al suicidio come atto di libertà assoluta e “obbligatoria”). L’accusa di nichilismo (passivo) viene mossa contro la modernità, per aver distrutto le basi del riconoscimento del senso oggettivo delle cose, attraverso la scienza e la tecnica, che avrebbero portato al materialismo e all’ateismo, ossia alla negazione di valori e significati universali, oggettivi e assoluti.

L’assenza di valori oggettivi, di una loro giustificazione sovrumana, non è però una sostenibile affermazione di libertà anarchica individuale. Se infatti ogni causa sovrumana è falsa, il contenuto delle religioni e delle filosofie etiche e morali ha comunque avuto una origine, e questa origine è umana. I valori considerabili come universali sono pur sorti da qualche fonte: se tale fonte non esiste al di fuori della natura o dell’essere umano, deve per forza essere umana in sé. Ciò vuol dire che ogni valore è stato tratto dalla nostra percezione e dalla nostra elaborazione intellettuale, alienato e oggettivato (come sosteneva Feuerbach), ossia reso esterno e indipendente attraverso le costruzioni culturali. Dunque, se Dio non esiste, ciò che gli è stato attribuito è in realtà umano e terreno.

Da qui, la costruzione del senso, che sostituisce (o integra e implementa) la ricerca. Se un senso oggettivo non c’è, possiamo attribuirlo noi, dandogli la stessa validità universale quanto più il senso è condiviso. Si costruisce così un’etica non dogmatica né imposta, ma comprensibile e adattabile, in cui i valori siano socialmente accettati in quanto “giusti”; tale “giustezza” si basa appunto sulla comune percezione e rielaborazione di ciò che è bene e ciò che è male, secondo lo scambio dialogico di idee. [Vi rientrano parte della morale kantiana, parte dell’etica di Habermas, parte del “nichilismo attivo” di Nietzsche, oltre al materialismo feuerbachiano]

Nella nostra vita individuale, la costruzione del senso è sullo stesso piano della costruzione del Sé, ossia della nostra consapevole trasformazione verso ciò che desideriamo essere. All’inizio possiamo cercare di scoprire chi siamo, come ci comportiamo nelle situazioni reali (al di là delle affermazioni che facciamo), se siamo o non siamo in un certo modo (coraggiosi o vigliacchi, intraprendenti o indolenti, attivi o passivi, ecc.). In seguito, trovando – o meno – ciò che avremmo a priori, possiamo passare in ogni caso alla costruzione di noi stessi, trasformandoci secondo percorsi voluti e agendo a posteriori. La costruzione del senso e del Sé è il passaggio alla trasformazione cosciente della propria realtà, individuale e sociale.


Aforismi a buon mercato, vol. 9

Aforismi 72 – 89

  • Origine e senso delle parole
  • Pasolini non mi piace
  • In difesa di Pasolini
  • 1968/2018
  • Come eravamo (illusi)
  • Cinema antisovietico offensivo
  • Due articoli su sinistra e Islam
  • Capitalismo verde
  • Champagne!
  • Sovietskoje Sciampanskoje
  • Comunella Molotov-Ribbentrop?
  • Slide to the Left
  • Digito ergo sum
  • Convergenze parallele
  • Prima, conta fino a 1000
  • Gilles Deleuze, Lo strutturalismo
  • La fragilità dell’acciaio temprato

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Sulla ‘mascolinità tossica’

kothoga statua 3

Ieri ho visto un episodio di Law and Order – Special Victims Unit, in cui un ragazzo quindicenne viene violentato dal padre come “punizione” per non essere riuscito a sparare a un coniglio, durante una battuta di caccia organizzata come rito di passaggio. L’episodio, in due parti, cerca ci sottolineare la differenza tra un’educazione volta a rafforzare il carattere, e la forzatura per costringere ad assumere atteggiamenti da “vero uomo”, che si riassumono in modi di comportamento prevaricatori, aggressivi e spietati. Il fulcro è l’idea di mascolinità propagandato da una concezione dell’uomo come guerriero, pistolero, spadaccino, cacciatore, che beve whisky al bar con gli altri uomini, vantandosi delle sue conquiste sessuali e di come ha vinto in una rissa. Perché se si stende un altro uomo per una parola storta, si hanno “le palle”; se si importuna una donna con fischi o pacche sul culo, si è macho. Tutto ruota su questa idea distorta, per cui essere un “vero uomo” vuol dire prevaricare, primeggiare sconfiggendo tutti gli altri; e se qualcuno non ci riesce qualunque ne sia il motivo, se non spara al coniglio/alce/orso, se non si porta a letto tutte le donne che conosce o che gli capitano a tiro, se non distrugge chiunque gli sbarri la strada – allora è una femminuccia, un fallito senza coglioni, un frocetto (da qui, nell’episodio citato, lo stupro punitivo del figlio non conforme, fottuto come una femmina, ridotta a simbolo di inferiorità e debolezza). Continua a leggere


Slavoj Žižek and Jordan Peterson!

A dream comes true: Žižek and Peterson have finally debated. The two intellectuals are, respectively, the “gurus” of left-wing and right-wing movements around the world. Many people, since Peterson fame has rised, hoped for this debate (includin myself), asking in many occasions to Žižek to express some thoughts about the canadian psychologist’s points of view. I think they’re both very intelligent and witty persons, with a creative mind, and the debate should not be just a “counter attack” on each other, but a real intellectual confrontation from radically different visions and backgrounds, as many similarities too. I am much more on the Žižek side, but I like some of Peterson’s critics; they both make a clear point on the critical thinking, against ideologies and power systems, as also go in deep analisys of the human nature and culture. And they’re always deeply sincere in expressing themselves.

Enough, let’s go down to businness and enjoy this fulfilled dream.


L’educazione atea nel Rapporto Ilitchev

rapporto ilitchev

Tempo fa, l’UAAR aveva pubblicato un articolo sul blog di MicroMega intitolato “Il Fatto separato dai fatti”, in cui si lamentava per le dabbenaggini scritte da uno dei collaboratori sul loro festival laico e umanistico, organizzato per la settimana successiva; in entrambi gli articoli si faceva riferimento a un certo “rapporto Ilitchev”, uscito in Unione Sovietica per dare un programma coerente alla diffusione dell’ateismo in seno al popolo. Io avevo già trovato, per puro caso e senza saperne nulla, il testo in una vecchia edizione su eBay, inserendolo nella lista dei desideri; dopo averlo visto citato negli articoli della discordia, mi sono deciso a comprarlo per capire cos’è esattamente.

Riferimento bibliografico: L’educazione atea. Rapporto Ilitchev alla Commissione Ideologica del P.C.U.S. Testo e commento, Edizione «Orientamenti sociali» ICAS, con premessa di M. Puccinelli e commento di V. Rovigatti, collana “Studi e documenti”, Roma 1964. [l’immagine qui sopra è un particolare della copertina]

 

Che cos’è il Rapporto Ilitchev

IlicioffTrovare notizie in merito è stato davvero poco semplice, per la scarsità di fonti (e di interesse) sul tema; alcune cose lo ho tradotte con Google Translator da pagine russe. Il Rapporto Ilitchev alla Commissione ideologica del PCUS, presentato come «Attività per rafforzare l’educazione ateistica della popolazione» nella riunione a Mosca del 25 novembre 1963, fu pubblicato nel gennaio seguente e ripreso dalla stampa internazionale con un certo clamore, soprattutto dalle associazioni cattoliche. Fu redatto da Leonid Fëdorovič Il’ičëv (pron. “ilicioff“), giornalista, ideologo e scrittore, che tra il 1961 e il 1965 fu Presidente della Commissione ideologica e Segretario del Comitato centrale (una carica assunta assieme ad altri membri nel periodo di gestione collegiale del potere).

Questo scritto apparve al culmine di una vasta campagna antireligiosa promossa da Krusciov tra il 1958 e il 1964; tratta fondamentalmente dell’estensione di un’educazione ateistica a ogni livello della società sovietica, non solo a scuola, partendo dalla premessa dell’insufficienza della propaganda contro i culti e le sette religiose adottata in URSS fino a quel momento. In Italia, la prima edizione fu curata da una rivista cattolica che accompagnò la traduzione dal francese del testo con un commento fortemente polemico sui pericoli dell’azione comunista attraverso il PCI, considerato mera estensione del PCUS. La paura di fondo era di una inedita campagna per l’ateismo in Italia, condotta attraverso l’insegnamento scolastico improntato al materialismo scientifico e alla propaganda ideologica su tutti i fronti.

Il Rapporto è un testo piuttosto interessante, sia come un documento storico sulla politica culturale e la cultura politicizzata sovietiche, sia in merito alla relazione tra educazione e principi religiosi o ideologici. Dal punto di vista storico, questo Rapporto segna il momento culminante della repressione dei credenti in Unione Sovietica, dopo alcuni anni di relativa libertà, nel dopoguerra, che avevano spinto a un graduale ritorno della Chiesa sulla scena sociale. La necessità di mantenere alto l’impegno ideologico dei cittadini, soprattutto grazie ai successi del regime in campo scientifico, giustificava il rafforzamento dell’educazione nei termini di una profonda estensione del concetto scientifico del mondo nella cultura del popolo. Ciò si accompagnava, naturalmente, a forme di repressione e propaganda tipiche del regime, sempre più dure e persino violente. Continua a leggere


La morte e l’Asia

Io penso che la coscienza della propria morte sia uno dei tratti più profondi e distintivi dell’essere umano, ciò che, forse più ancora del linguaggio, lo distingue dalle altre specie animali. È dal pensiero della morte che derivano le metafisiche consolatorie sullo spirito, sull’aldilà, sulla vita oltre di essa; la morte è l’ignoto supremo, il dolore per la perdita dei propri cari è la sofferenza suprema. Sembra così difficile concepire la fine dell’esistenza, immaginare di non essere più coscienti, di non sentire più nemmeno noi stessi. E da tutto ciò derivano la paura e un grande bisogno di esorcizzarla.

Ma in Asia c’è qualcosa che in Europa (e di conseguenza e a maggior ragione in America) manca del tutto: l’accettazione. Qui siamo sempre convinti di poterci salvare in qualche modo. Cerchiamo l’antidoto a quella che consideriamo una malattia, un male in sé, ossia la mortalità. Non accettiamo la sofferenza, tanto meno la morte e le cose a essa legate. Tanto da scannarci per le questioni di testamento biologico e diritto di morire.

Accettare, da noi, significa rinunciare. In Asia, non solo questo: la rinuncia c’è, ma è di tutto ciò che è futile, superfluo, non necessario. Oltre a ciò, l’accettazione è il primo passo verso la liberazione, la possibilità di vivere la propria vita accettando il fatto che un giorno essa finirà. Eppure non finirà la vita in sé, perché in fondo noi non siamo “di passaggio”, noi siamo una particolare combinazione di cose che fanno e sempre faranno parte di tutto ciò che esiste. Scompare la coscienza individuale, ma non scompare la vita che ha prodotto quella coscienza e ne produrrà altre dopo di essa.

Penso sia una buona soluzione.


Neomarxismi postmoderni e dove trovarli

Our mission is to clean!

Forse non ne avete ancora sentito parlare, ma tra poco tempo sarà famoso anche da noi il prof. Jordan Peterson, psicologo dell’Università di Toronto, il cui più recente libro uscirà il mese prossimo anche in Italia. Perché sarà famoso? Per lo stesso motivo che lo ha reso famoso in America: è un trita-comunisti. Nel giro di un paio d’anni è diventato il guru della destra americana, in particolare della “alt-right“, ma in generale dei conservatori di tutto il continente, grazie ad alcuni video in cui contesta, molto abilmente, le argomentazioni a favore del politicamente corretto e delle politiche di genere. Se date un’occhiata su YouTube, oltre alle sue lezioni universitarie, troverete una caterva di video con titoli tipo “Jordan Peterson destroys left maniac”, “Transgender schooled by Peterson” e via dicendo, messi evidentemente da suoi fan che adorano vedere come lui riesce dove loro falliscono.

 

Da Toronto con furore

Ma procediamo con ordine. Lo ho conosciuto tramite questo video, in cui viene analizzato in dettaglio come lui riesca a tener testa a una giornalista che lo aggredisce usando trucchi degni del libretto di Schopenhauer sull’arte di ottenere ragione:

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La concezione marx-engelsiana dello Stato

Marx Engels

In occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx, ho ritrovato miei vecchi appunti di studente di filosofia su un corso risalente al 2009 del prof. Guido Liguori, uno dei maggiori studiosi italiani del pensiero comunista. Li ripropongo così come sono, senza apportare modifiche.

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Storia del pensiero politico contemporaneo – Prof. Liguori
Appunti sul corso “La concezione marx-engelsiana dello Stato. Marx e Engels vs Bakunin”, II semestre 2008/2009

 – 17/03/2009

Marx, oggi, è spesso ritenuto uno scienziato sociale, un sociologo che ha descritto i rapporti tra struttura sovrastruttura, che ha reso scientifico il socialismo, mentre la politica sembra avere un ruolo secondario; non è così, il rapporto tra struttura e sovrastruttura (o, a seconda dei punti di vista, infrastruttura) non è rigido e univoco come viene spesso inteso parlando della sua scientificità, mentre l’impegno politico è una costante della vita di Marx ed Engels, basti pensare alla partecipazione all’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), di cui scrivono i programmi come il “Manifesto del Partito comunista” del 1848.

BIOGRAFIA INTELLETTUALE DI MARX – Negli anni dell’università si forma nell’area della Sinistra Hegeliana, cioè i discepoli di Hegel che interpretano la filosofia del maestro in una prospettiva progressista radicale, e si laurea in filosofia a Jena e si trasferisce a Colonia per scrivere da giornalista sulla Rheinische Zeitung (Gazzetta Renana), dove già in un articolo sulla legge contro i furti di legna evidenzia il passaggio storico dal feudalesimo al capitalismo: attraverso la mercificazione di ogni cosa, dando al denaro il ruolo più importante nei rapporti tra individui. Continua a leggere


‘God of the Gaps’, by George Doutsiopoulos

The Illustrations of George Doutsipoulos


Lo sviluppo del marxismo in Russia tra XIX e XX secolo

Riprendiamo il percorso storico e teorico iniziato con gli appunti su “Populismo e rivoluzione in Russia“, ricostruendo per quanto possibile la diffusione del marxismo nella Russia zarista, il suo sviluppo e le battaglie ideologiche dei gruppi che a esso si sono ispirati. Il periodo preso in considerazione va grossomodo dal 1872 al 1909.

La crisi del populismo, tanto sul piano pratico quanto su quello teorico, lascia un vuoto politico negli ambienti intellettuali della società russa. Tuttavia si creano nuove possibilità di elaborazione ideale; il dibattito politico-filosofico si arricchisce della ricerca di categorie concettuali più adatte all’interpretazione della realtà del Paese, alle prese con la nascita di forme di produzione capitalistiche, che favoriscono l’interesse per i frutti più “estremi” della critica hegeliana, ovvero le teorie economiche e filosofiche di Karl Marx e Friedrich Engels. La diffusione del marxismo in Russia viene spinta dalla traduzione del primo libro de Il Capitale nel 1872, a opera di alcuni ex-populisti che nel corso degli anni Ottanta costituiscono a Ginevra la prima associazione russa dichiaratamente marxista, “Emancipazione del lavoro”, di cui fanno parte Vera Zasulič e Georgij Plechanov. Questi è il primo ad accettare l’idea di una fase di sviluppo capitalistico come fase di transizione verso il socialismo, avversata invece da gran parte dei populisti, scrivendo una serie di opere che contribuiranno alla base teorica della socialdemocrazia russa.(1)

L’associazione, critica nei confronti del populismo e interessata a diffondere il socialismo scientifico, fonda una collana editoriale dedicata alla pubblicazione e alla diffusione in Russia delle traduzioni di tutte le opere di Engels e Marx allora disponibili; questa iniziativa riesce in effetti a emarginare le idee populiste e a porre le basi per la fondazione di un partito socialdemocratico vero e proprio.

Il successo del marxismo si innesta sul fallimento del populismo come teoria sociale, fornendo dal canto suo le ragioni scientifiche per continuare a credere, idealisticamente, nella possibilità del cambiamento. La stretta correlazione tra teoria e prassi è uno degli elementi che avvicinano l’analisi marxista al pensiero filosofico russo: la palingenesi dell’umanità passa per la riforma profonda delle condizioni sociali, ovvero la natura ideale dell’autorealizzazione è dominata dai problemi reali della materialità quotidiana; dunque, comprendere le leggi oggettive delle dinamiche sociali, che provocano storture e ingiustizie, apre la strada alla soluzione dei problemi tanto materiali quanto morali dell’umanità.

La stessa nascente borghesia trova nelle tesi di Marx sullo sviluppo storico-economico delle società la propria vocazione palingenetica, ritenendosi la forza trainante che fa uscire l’Impero dal feudalesimo per portarlo, attraverso lo sviluppo di se stessa, verso il socialismo. In un certo senso, il populismo ha propugnato una fede nella trasformazione, mentre il marxismo ne offre la “certezza” scientifica. Inoltre, il populismo rivoluzionario aveva visto minate alla base alcune concezioni ideali di fondamentale importanza: il popolo contadino si era rivelato molto più vicino allo zarismo e al suo sistema arcaico, anziché alle istanze progressiste dell’intelligencija; di conseguenza, realizzare il socialismo senza passare per la fase capitalistico-borghese, intesa come fase di maturazione sociale preparatoria, diventava impensabile.

Questo sviluppo capitalistico di fine secolo, conseguente all’abolizione del sistema feudale, non è comparabile con quello europeo e americano, ma dal punto di vista russo è impressionante. Quanto più ci si avvicina al Novecento e alla Grande guerra, tanto più i ritmi di sviluppo dell’industria, del capitale di base e del prodotto interno lordo crescono vertiginosamente; il mercato interno inizia ad espandersi sia per i mezzi di produzione che per i beni di consumo, mentre aumentano anche i depositi nelle Casse di risparmio; la Siberia diventa la nuova frontiera, popolandosi di agricoltori e lavoratori che accrescono ulteriormente la produzione e l’esportazione di prodotti e materie prime. Anche i trasporti, in particolare le ferrovie, aumentano il chilometraggio nell’ordine di decine di migliaia. La Russia, insomma, affronta un periodo tutt’altro che sonnolento per entrare nella modernità. Proprio per questo, la solidità dell’autocrazia continua a frustrare ogni tentativo di riforma, aumentando la pressione di antagonismi sociali sempre più acuti, «e l’esperienza della storia insegna che, quando le trasformazioni sono mature e il potere non risulta in grado di realizzarle, o la società comincia a marcire, o comincia la rivoluzione» (Gorbaciov). Continua a leggere