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Il simbolo della discordia

falcemartello a palate

Partecipa anche tu al concorso “Fonda un Partito Comunista”! Scegli almeno due termini che richiamino la passione rivoluzionaria e disegna una falcemartello originale, potrai vincere una delle centinaia di migliaia di schegge di elettorato esasperato in palio!

Ho ritrovato un vecchio dibattito politico, un confronto breve ma abbastanza serrato sul comunismo, che ebbi qualche anno fa con un interlocutore il quale, a fronte di un simbolo politico contenuto nell’immagine qui riportata (da me realizzata per questioni d’autoironia), espresse tutto il suo disappunto scandalizzato. Poteva essere un semplice litigio e, per poco, non lo è diventato; invece è rimasto un dibattito interessante e allora ho deciso di riportarlo qui, come già avevo fatto ne Il cartello della discordia. Può essere interessante, se non altro, dato il recente ennesimo tentativo, in sede europea, di equiparare nazismo e comunismo. Un argomento su cui consiglierei questo video.

Purtroppo qualcosa è andato perso, perché era un dibattito su una rete sociale e un paio di altri interlocutori hanno poi cancellato i loro profili, eliminando così i loro commenti (è rimasto solo l’ultimo, che chiude il resoconto). Lo stesso problema lo ho avuto con un altro paio di “litigate” con un fanatico religioso su evoluzionismo e creazionismo, che stavo pensando di riportare qui. Peccato. Continua a leggere


Due citazioni ad hoc

citazione levi 2

citazione trotsky 4


Considerazioni attuali, 4

Sommario

  1. Su Cesare Battisti
  2. Sui “rossobruni”
  3. Sulle armi
  4. Su Darwin in Turchia
  5. Sull’antisemitismo per bambini
  6. Su Bolsonaro
  7. Sui bot, cioè i falsi profili social
  8. Sulle fake news così assurde che vengono prese sul serio
  9. Su South Park: una apologia

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Aforismi a buon mercato, vol. 7

Aforismi 51 – 61

Sommario

  • L’originale imitato da tutti
  • Complimenti per la coerenza
  • Nun te reggae più
  • Quattro punti consequenziali
  • La questione della metafisica
  • Gentilianamente
  • Filosofi oggi?
  • Caducità della conoscenza e della tecnologia
  • Attualità e inattualità di un’opera
  • Stimolato da Furio Jesi
  • Sì però a sinistra?

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Neomarxismi postmoderni e dove trovarli

Our mission is to clean!

Forse non ne avete ancora sentito parlare, ma tra poco tempo sarà famoso anche da noi il prof. Jordan Peterson, psicologo dell’Università di Toronto, il cui più recente libro uscirà il mese prossimo anche in Italia. Perché sarà famoso? Per lo stesso motivo che lo ha reso famoso in America: è un trita-comunisti. Nel giro di un paio d’anni è diventato il guru della destra americana, in particolare della “alt-right“, ma in generale dei conservatori di tutto il continente, grazie ad alcuni video in cui contesta, molto abilmente, le argomentazioni a favore del politicamente corretto e delle politiche di genere. Se date un’occhiata su YouTube, oltre alle sue lezioni universitarie, troverete una caterva di video con titoli tipo “Jordan Peterson destroys left maniac”, “Transgender schooled by Peterson” e via dicendo, messi evidentemente da suoi fan che adorano vedere come lui riesce dove loro falliscono.

 

Da Toronto con furore

Ma procediamo con ordine. Lo ho conosciuto tramite questo video, in cui viene analizzato in dettaglio come lui riesca a tener testa a una giornalista che lo aggredisce usando trucchi degni del libretto di Schopenhauer sull’arte di ottenere ragione:

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Un amico di destra

Quello che segue è un vecchio articolo rimasto a livello di bozza per qualche anno. Ho deciso di completarlo pur avendo cambiato, nel frattempo, alcune prospettive. In questi ultimi tempi, il degrado della politica e della società civile nel nostro Paese ha raggiunto un limite che non era stato toccato da decenni. Non potrei, in tutta sincerità, accettare tra i miei amici un sostenitore dei delinquenti che stanno stravolgendo l’integrità delle nostre istituzioni, della nostra etica civile e della nostra cultura. Purtroppo è un periodo di forte polarizzazione e, anche rifiutando la logica tribale oggi così diffusa, ci costringe comunque a prendere posizione e tracciare una linea. Ma quello che segue vuole essere un’esortazione a vedere il lato positivo di discutere con persone che la pensano all’opposto, e lo propongo proprio in reazione alla logica tribale.

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Premesso che nelle amicizie non faccio grandi discriminazioni politiche, perché trovo sciocco basare i rapporti interpersonali su giudizi “ideologici”, mi pare piuttosto normale che ognuno di noi tenda a circondarsi di persone in qualche modo simili a sé. Di conseguenza, gran parte delle persone che posso considerare amiche hanno una visione del mondo relativamente simile alla mia; però tra la scuola, l’università e gli ambienti di lavoro e di piacere, ne ho conosciute di persone che la pensano diversamente e magari all’opposto. D’altra parte ho anche evitato di coltivare rapporti con gente che, pur avendo idee vicine alle mie, era per altri versi poco interessante o gradevole. Ci sono poi alcune conoscenze che si fanno per forza di cose, come parenti o amici stretti di amici, con cui si deve avere a che fare senza poter davvero operare una normale selezione.

Di amici di destra ne ho quindi diversi. Alcuni lo sono da sempre (di destra, intendo), altri lo sono diventati in seguito a delusioni più o meno cocenti a sinistra (questi sono i più “cattivi”). Averli, quando si è marxisti impenitenti e, loro, di tendenze reazionarie, può essere fonte di stress, ma anche di sforzi intellettuali. Uno in particolare mi stimola molto a interrogarmi su ciò che penso, perché spesso e volentieri dice cose talmente assurde da mandarmi fuori dai gangheri, eppure è così convincente e sicuro di sé che non di rado mi trovo in difficoltà a fargli capire dove sbaglia su cosa non concordo e come mai. Continua a leggere


I quaderni nazisti di Heidegger

L’uscita di questo articolo sta suscitando, tra gli studiosi di Heidegger, non poche perplessità. A me invece sta solo confermando quello di cui ero già convinto: che il caro Martin, per quanto a modo suo, avesse aderito in maniera del tutto convinta al regime nazista.

Heidegger è un pensatore ormai molto influente negli àmbiti accademici, tanto che non si può fare a meno di citarlo o di vederselo citare in risposta a interventi, articoli, saggi ecc.; quanto meno, non è possibile evitare di confrontarsi con il suo pensiero, o parte di esso, poiché le sue critiche esistenzialiste all’era moderna trovano vasta eco nei problemi peculiari della globalizzazione: dall’annullamento dell’individuo nei numeri statistici, alla soverchiante potenza della tecnica non solo in ambito pratico, ma soprattutto in ambito culturale ed etico. Io, a causa dell’antipatia che questo filosofo mi suscita, non ho mai approfondito granché il suo pensiero, e devo dire che spesso sento di dover colmare questa lacuna, per poter affrontare al meglio certi temi. Le critiche da lui portate alla modernità, certo valide e profonde, ma di stampo regressivo, vengono ormai preferite a quelle dei principali esponenti della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse ecc.), indebitamente ritenute “sorpassate” perché legate alla cultura marxista e all’epoca in cui furono sviluppate. Il problema è che l’epoca fu grosso modo la stessa di Heidegger, dagli anni Trenta ai Sessanta, con la visione di grandi contrapposizioni tra regimi totalitari e democrazie capitalistiche, la nascita e lo sviluppo sempre più veloce della società di massa e dei suoi elementi massificanti. La differenza, per quanto mi è dato comprendere al momento, sta nella diversa prospettiva intellettuale: esistenzialista nel caso di Heidegger, quindi concentrata sulla vita dell’uomo, sul suo esserci e sull’essere in generale; marxiana nel caso della Scuola, cioé non prettamente politica (ossia marxista), ma incentrata sull’analisi materialistica dei rapporti sociali, politici e culturali che condizionano gli individui, anche sul piano psicologico. Se la Scuola di Francoforte è perciò legata all’analisi di una configurazione sociale che oggi, per molti versi, è mutata, la critica heideggeriana assume una connotazione atemporale, valida al di là delle epoche contingenti, perché fa riferimento alla natura umana in modo “diretto”.

Cosa vuol dire tutto ciò? Che Heidegger, dapprima relegato ai margini del mondo accademico in quanto compromesso con il regime nazista, è diventato di fatto l’autore più studiato della filosofia contemporanea. Continua a leggere


Adolf e Iosif

Hitler e Stalin 1

Adolfo e Giuseppe. Come a dire Gianni e Pinotto. O Stanlio e Ollio. Una coppia molto popolare, insomma. Li tirano sempre in mezzo, qualunque sia l’argomento. Come insulto, certo, ma anche come termine di paragone per qualsiasi cosa, come metafora adatta a qualsiasi discorso in qualunque ambito.

Ultimamente sono spuntati fuori durante le danze della campagna elettorale per le europee; presto qualcun altro li nominerà di nuovo, seguendo i passi di innumerevoli predecessori. C’è un esercizio retorico, la reductio ad hitlerum, che spiega bene i meccanismi in base ai quali Adolf, Iosif e qualsiasi altro mattacchione un po’ troppo zelante nell’obliterare chi e cosa non gli piaceva, vengono usati come simbolo di tutto ciò che serve a screditare l’avversario.

Provate anche voi, con qualsiasi cosa, in qualsiasi senso: sei un fumatore? Sei un mostro come Hitler, perché uccidi chi ti sta intorno. Non sei un fumatore? Neanche Hitler fumava, e guarda quanti ne ha ammazzati. Bevi alcolici? Anche Stalin era un ubriacone. Non bevi alcolici? Il proibizionismo di Stalin ha fatto finire nel Gulag un mucchio di gente. E così via. Funziona sempre. Continua a leggere


Totalitarismi. Risposta a un liberale

Michail Chmel'ko - Il trionfo del popolo vittorioso (1949)

Michail Chmel’ko – Il trionfo del popolo vittorioso (1949)

Per festeggiare il cinquantesimo articolo, ho deciso di andarci giù pesante 😀

Qualche anno fa mi ritrovai impegnato in un interessante dibattito con un ragazzo di idee liberali, intelligente, ma con una tendenza neocon ad accomunare le altre ideologie nel calderone del totalitarismo (una categoria inventata proprio dai liberali, a fronte di una esaltazione del modello democratico innestato sull’economia capitalista). Una sua affermazione, in particolare, mi fece prodigare in una lunga risposta. Nazismo e comunismo sono forse la stessa cosa? Hitler e Stalin erano le due facce di una stessa medaglia? Io, naturalmente, non lo credo. Penso sia una comparazione superficiale e ideologica, che non tiene conto delle differenze tra gli ideali, bensì solo delle similitudini tra le esperienze storiche. Un parallelismo si può fare tra forme di governo, controllo, repressione ed organizzazione sociale, nonché culto delle personalità, ma non sul piano delle idee, totalmente opposte le une alle altre. Accostare comunismo e nazismo, considerarli uguali nei contenuti per i risultati storici delle loro applicazioni, è la tendenza omologatrice del pensiero attuale, che io rifiuto. Siccome credo possa essere ancora interessante, anche visto il successo (statistico) dell’altro articolo sullo stalinismo, ho scelto di riproporre quella risposta. Oggi risponderei quasi le stesse cose, specificando meglio alcuni punti su cui penso di essere stato impreciso – ad esempio sulla figura del proletario nel “mondo migliore”: se si tralascia la propaganda, è evidente che in una compiuta società comunista essa non esisterebbe più, scomparendo assieme alla distinzione tra classi sociali. O sulla natura dell’ideologia: per Marx era sì falsa coscienza, ma oggi bisogna tenere in conto anche Gramsci, per il quale l’ideologia è una costruzione di classe, cioè un complesso di idee e di valori che giustificano e indirizzano l’azione delle classi, alimentandone l’egemonia o la lotta per la sua conquista.

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Definire lo stalinismo

Stalin

Ero a Budapest, bellissima capitale dell’Ungheria, e in un caffè vicino al Palazzo Reale ho sentito un giovane turista italiano registrare sull’i-Phone le proprie impressioni; snocciolava telegraficamente, come appunti vocali, i nomi dei luoghi che aveva visitato, seguiti da un breve commento. A un certo punto fa “vista la Casa del Terrore, museo dedicato ai crimini perpetrati dai nazisti e dagli stalinisti”: non ha detto “comunisti”, ha specificato una particolare fazione e definito quindi un’esperienza che, a meno di non essere superficiali, non può estendersi alla totalità del concetto storico-teorico di comunismo. Gli stalinisti, nel caso specifico, erano i comunisti ungheresi e sovietici che dal ’45 in poi, specie con la repressione della Rivolta del ’56, hanno dominato quel paese con mezzi dittatoriali, continuando l’uso della polizia politica come i nazisti prima di loro.

Ma che cosa è effettivamente lo stalinismo? In cosa si differenzia da altri “ismi”? Quando è corretto usare questo termine? Qui entriamo in un terreno accidentato. Non tanto quanto altri, ma comunque un po’ difficile.

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