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Sui monumenti (della discordia)

Colombo a Valladolid

Monumento a Cristoforo Colombo, Valladolid, Spagna

Ultimamente, le discussioni che sto avendo sui social network mi risultano più interessanti di quanto potrei scrivere sul blog io stesso. Ne ho riportate diverse in questo periodo [tag “dibattito“, articoli “della discordia”], perché restituiscono con vivacità lo scambio di idee realizzato sul momento, senza troppe riflessioni successive. Questa elaborazione in corso d’opera, proprio per il fatto di non essere definitiva, mi dà la possibilità di fissare le idee e le argomentazioni sul momento, permettendomi poi di ritornarci senza perdere la freschezza del punto di vista.

Perciò riporto un’altra discussione, avuta con una compagna, sulla questione dei monumenti, a partire da quello a Montanelli, tornato alla ribalta in quanto simbolo dell’indulgenza verso il nostro passato colonialista. Ora, sul primo atto di protesta contro il monumento avevo già scritto un anno fa Anacronismo nei giudizi (un abbozzo), in cui avevo un punto di vista leggermente diverso da oggi; ma appunto perché era un abbozzo, non poteva rimanere identico adesso, con un contesto ancora in evoluzione che impedisce di fissare nuovamente il punto della situazione.

Quanto riporto, in realtà, non si riferisce tanto al caso Montanelli, perché come si vedrà ho appianato certi dubbi che avevo (e comunque concordo in pieno con l’obiezione di partenza); mi riferisco invece alla questione più in generale dei monumenti come memoria collettiva, e al significato della loro rimozione, delle possibilità di modificare la costruzione collettiva della memoria storica come parte dell’identità nazionale. Io ritengo che, al netto dei giudizi odierni, che hanno una loro ragione ben giustificata, la questione sia comunque molto complessa, più di quanto si riesca ad esprimere in una normale discussione.

Segnalo intanto alcuni articoli che secondo me forniscono spunti interessanti:

  • “Cosa fare con le tracce scomode del passato”, di Igiaba Scego, uno degli articoli migliori che abbia letto, tra i molti sbraitanti e isterici di entrambe le parti. Io la penso sostanzialmente come l’autrice: il passato va ri-contestualizzato in maniera critica, aggiungendo narrazioni e memorie anziché eliminarle.
  • “La disputa delle statue”, di Enrico Gullo, una bella disamina storica tra storia dell’arte, damnatio memorie e rivolte.
  • Una video risposta di Alessandro Barbero su Leopoldo II del Belgio, il re che riservò per sé, come sua proprietà privata, l’intero Stato libero del Congo, in cui le atrocità contro la popolazione locale ispirarono, superandola però di gran lunga in mostruosità, la fantasia di scrittori come Joseph Conrad, con il suo Cuore di tenebra.

E ora il dibattito:

montanelli

lei [rivolta alla generalità] – È interessante notare come gli strenui difensori del monumento a Montanelli siano quasi sempre uomini, che entrano a gamba tesa nel dibattito sullo stupro decidendo che va contestualizzato. Impostare il dibattito sulle statue sul “sono tutti figli del proprio tempo” è estremamente miope o pretestuoso. Mio nonno pure era figlio del tempo di Montanelli, ma non è rimasto un sostenitore del regime dopo la caduta, non ha depistato le indagini su Piazza Fontana, non ha mai rivendicato il passato colonialista dell’Italia e lo stupro di una minore perchè inferiore come razza, non ha mai sostenuto la destra più estrema. Siccome parliamo di un contemporaneo di cui viene millantato un contributo fondamentale all’Italia che omette questi aspetti, e non di un colonizzatore del XV secolo, ha senso ammettere che alle figure controverse si fa fatica a dedicare statue. Un dibattito ci deve essere. La coerenza non deve essere nostra nel voler abbattere tutte le statue, ma vostra nell’avere il coraggio di scrivere che gli orrori del colonialismo italiano, il fascismo e la violenza sui minori sono meno importanti di una mente brillante. Peraltro, pure le statue dei colonizzatori del XV secolo, in alcuni contesti, sono legittimamente non gratae: provate a piazzare in Irlanda un busto di Guglielmo III d’Inghilterra e vedete se non vi fanno il culo.

io [rispondendo tra gli altri] – Su Montanelli concordo. Sebbene in Etiopia la vendita delle bambine alla stregua del bestiame fosse “normale”, non lo era certo in Italia. Lui ne ha approfittato da colonialista invasore, che sapeva benissimo quanto nella sua stessa cultura di origine fosse riprovevole sposare una bambina, dando sfogo a quelle pulsioni altrimenti (giustamente) represse. Sui conquistatori del XV secolo invece no, o almeno non del tutto. Cristoforo Colombo fu un “genocida”? Forse lo è per noi e il nostro metro di valutazione odierno, ma non si può valutare la storia con occhi anacronistici, si rischia seriamente di perdere profondità di campo e appiattire tutto sull’opinione corrente, come se fosse sempre stata valida, mentre non lo è affatto. So che questa posizione è impopolare adesso, anche perché quando si parla di “contestualizzare” ci sono sempre quelli che partono per la tangente della giustificazione e del revisionismo (politico), ma la questione è complessa, difficile e contorta, in quanto ogni giudizio e ogni presa di posizione etica, morale e civile è frutto appunto della storia, dei suoi processi e delle sue vicissitudini, che ci hanno portato dopo secoli a vedere con occhi diversi il passato, a condannarlo e quindi a superarlo. Superamento che non equivale a giustificazione, ripeto, ma per essere valido deve comunque ri-contestualizzare il passato e tenerlo presente per ciò che è stato. Altrimenti si rischia di perdere la base su cui la condanna e la riprovazione odierne affondano la loro radice.

lei – Sui personaggi storici faccio più fatica ad avere un’opinione, onestamente, e secondo me è anche, molto, una questione di contesto geografico. L’altro giorno ad esempio leggevo di una statua di uno dei conquistadores spagnoli abbattuta in Messico. Vuoi dar loro torto? Il monumento è simbolo universale della celebrazione dei meriti e glorificazione della persona. A meno che non si tratti di una testimonianza storico-artistica (e non è quasi mai il caso di queste statue pubbliche), trovo fuori luogo che una piazza ospiti la figura di un personaggio che ha influito barbaramente sulla storia di quella nazione. Facevo l’esempio dell’Irlanda perché una celebrazione dell’occupazione inglese sarebbe impensabile, forse perché si tratta di storia recente. Non lo è in Regno Unito, perché si tratta di un personaggio chiave della loro storia. Secondo me la differenza sta qui: un monumento celebrativo non è un monito, è una esaltazione, e in alcuni casi è veramente fuori luogo. Per ricordare l’Olocausto non erigi una statua ad Hitler, fai un monumento sulla strage. Questo non significa che il pensiero di Montanelli vada censurato, anzi, semplicemente la sua figura non va celebrata in una piazza. Sempre sulla colonizzazione, lessi in passato articoli rispetto al fatto che non ci si dovrebbe riferire alla “scoperta” dell’America, bensì alla sua “conquista”: è una sfumatura, ma già solo nel lessico si implica una concezione della Storia eurocentrica, che per alcune culture è semplicemente offensiva.

io – Il monumento ha in effetti una doppia valenza, che dipende dall’intenzione con cui è fatto – appunto, monito o esaltazione – ma inevitabilmente anche da come è percepito e contestualizzato, in quanto l’esposizione pubblica crea l’esperienza politica di condivisione di un messaggio. Il contesto geografico e la distanza storica sono elementi importanti, che concorrono in varia misura alla valutazione (un processo discorsivo e dialettico, su cui gravano anche le posizioni ideologiche e il diverso grado di cultura dei soggetti). Per questo dico che la faccenda è complessa: personaggi come il Marchese di Pombal, o Leopoldo II del Belgio, spesso sono celebrati nella madrepatria e odiati nelle ex-colonie; ma, pur non potendo dare torto a chi se ne vuole disfare, è possibile negare o rimuovere il peso che essi hanno avuto sulla storia dei paesi colonizzati? Altro e diverso esempio: a Odessa, in Ucraina, nonostante la guerra con la Russia, nessuno si sogna di eliminare il monumento a Caterina II, per la quale la città è sorta. Il problema, dal mio punto di vista in evoluzione (che non è comunque di conservazione a tutti i costi), è di approfondire e arricchire la memoria e, per quanto possibile, modificare la percezione del messaggio monumentale. Se è vero infatti che la parola “monumento” deriva dal latino “monère” che significa “ricordare”, allora più che distruggere e abbattere dovremmo rimodulare la funzione del ricordo, specie se un’esaltazione ormai indebita può lasciare spazio a una nuova memoria condivisa.

lei – Sii onesto, il monumento inteso come statua, e non la stele con una scritta, ha indiscutibilmente valore celebrativo. Tanto più che la maggioranza di questi sono in posa eroica o rappresentati con gli strumenti del mestiere. È poi semplicistico dissezionare l’argomento Montanelli e mettere invece nello stesso calderone i personaggi storici di qualunque nazione ed epoca. I conquistadores hanno contribuito grandemente alla cultura e al benessere delle popolazioni europee, ma hanno causato gravissimi danni a quelle autoctone. Il senso di entitlement di decidere cosa è celebrabile e cosa no, in questo caso non lo sento, bisognerebbe ascoltare dei portavoce di quelle culture. I Turchi hanno gettato la Grecia in un Medioevo culturale per secoli, i Britannici hanno quasi causato l’estinzione degli Irlandesi, vietando l’espressione della loro cultura, della lingua, depredando i raccolti i tempi di carestia. Insomma, per dire, questa è la fine che ha fatto l’ultimo monumento dedicato ad un conquistatore inglese.

io – Non sto dicendo che la statua non sia celebrativa, sto però dicendo che oltre a vandalizzare e abbattere – che se permetti è anch’esso un modo semplicistico di risolvere le questioni – si dovrebbe pensare a costruire un diverso significato per la statua. È egualmente facile dire “sono tutti razzisti/genocidi/fascisti/assassini” e dar di piglio al martello; ma un conto è eliminare gli eccessi, come alla fine di una dittatura (e qui abbiamo l’intera Europa orientale a fare a gara di rimozioni); un altro è appiattire tutto sul discorso dell’interpretazione corrente e su determinati aspetti della memoria senza tenerne in conto altri, che poi è lo stesso problema di quando le statue furono posizionate (celebrare le vittorie e dimenticare i soprusi). Posso fare ancora un paio di esempi: visto che ho citato l’Est, a Budapest ho visitato il Memento Park, un parco fuori città dove sono state riposizionate le statue e i monumenti del regime comunista, in un primo tempo destinate alla demolizione o a qualche capannone chiuso a chiave. L’idea di farci un parco non è piaciuta a tutti, perché si temeva di ridare valore esaltante ai simboli della dittatura; però alla fine ha prevalso l’idea di farne appunto un monito storico (oltre che una attrazione turistica, ovvio), e infatti la celebrazione per le strade cittadine non c’è più, mentre il parco ha un’aria tutto sommato “precaria” e con una sala tutta dedicata a dire peste e corna del regime abbattuto. Altro esempio, diverso per tempo e luogo: Napoli, centro storico. L’ultima volta che ci sono stato ho fatto caso ai nomi delle vie, tutte dedicate ai fautori dell’Unità d’Italia. Beh, pur essendo storicamente a favore dell’idea risorgimentale, quella consapevolezza di non avere alcuna memoria del Regno di Napoli, come se oltre 500 anni di storia fossero stati semplicemente spazzati via, mi ha dato parecchio fastidio (e io i Borbone li disprezzo tanto quanto i Savoia, eh). Se non fosse per quei rimbecilliti dei neoborbonici, un pensierino per la rivendicazione della storia pre-unitaria del Sud lo farei anch’io. Infine, che ne diciamo di questo?

lei – Esatto, il Memento Park secondo me è un ottimo esempio perché non le hanno buttate lì a caso, ma hanno creato un contesto di riflessione. Per come la penso io, si potrebbe lasciare la statua e aggiungere una didascalia, per dire. Infatti la statua di Montanelli con la vernice rosa di Non Una di Meno l’avrei assolutamente lasciata così, è uno dei più begli esempi di arte performativa visti in questi anni. Allo stesso tempo però sono in favore di quei movimenti storici che per mettere in discussione lo status quo ricorrono anche alla distruzione di simboli, chiaramente se non si tratta di manufatti dal valore storico-artistico. Queste statue non lo sono, sono manufatti artigiani. Per esempio il paragone con Palmira mi sembra talmente fuori luogo da essere incommentabile. Il caso di Lenin è un altro ancora: se gli si rimprovera l’azione cruenta nella rivoluzione civile, è un conto (lui stesso si e’ scusato con i popoli russi); se lo si considera un’estensione di Stalin attribuendogli gulag e genocidi no, non è onesto. Non so se dalle ceneri di queste proteste nascerà qualcosa, spero di sì altrimenti sarà solo rabbia civile senza sbocco. Quel che mi disturba della faccenda Montanelli sai cos’è? La difficoltà dell’instaurare un dibattito intellettualmente onesto senza buttare in mezzo altre figure per confondere le acque.

io – Come accennavo, nemmeno io sono acriticamente a favore della conservazione a ogni costo, perché la storia è fatta di eventi e movimenti anche violenti. Oggi hanno un senso diverso da prima e domani ne avranno un altro. Il fatto è che si tende a ragionare per vie generali e a evitare le distinzioni, per cui se sei contro la violenza e la distruzione, devi esserlo sempre e in ogni caso. Ma anche nel momento più polemico si può pensare a modi diversi di costruire una memoria diversa: in opposizione a quella di Montanelli, se ne potrebbe piazzare una simboleggiante Destà dall’altra parte, con una bella targa che spieghi tutto. Io credo che chi ha deciso per la statua a Montanelli debba trovare altri argomenti per celebrarlo, anziché giustificare tutta la sua vita, come se non avesse nulla di cui vergognarsi; ammettere che il giovane fascista fece una porcata e concentrarsi sul resto della sua vita, contribuirebbe forse a togliere legna dal fuoco e a spostare il punto su una memoria dell’uomo che non si risolva solo ed unicamente su quella storia. Insomma, la statua gliela hanno fatta perché? Era loro amico perché? Era loro maestro perché? Poi possiamo continuare a discordare, ma non staremmo a opinare l’inopinabile. Sono d’accordo, poi, che la tragedia di Palmira (col barbaro assassinio di Khaled al-Asaad, che invece meriterebbe in pieno un monumento) sia un paragone insensato e volgare.

[Una nota in conclusione, che c’entra poco ma voglio riportarla: l’importanza dei colonizzatori nella storia dei paesi coinvolti, cui accenno in una delle prime risposte, la intendo, per così dire, al di là del bene e del male; su Colombo, anche prima che si cominciasse a vandalizzarne i monumenti, c’è un’opinione per cui non dovrebbe essere ricordato lui quale “scopritore” delle americhe, bensì vari altri personaggi tra vichinghi e altri nordeuropei, o di altri paesi di cui si hanno comunque prove. Ma qui sta il punto: chi ha cambiato la storia? Chi, con i suoi viaggi, ha reso possibile la scoperta/conquista? Chi ha cambiato per sempre la visione del mondo e le vite di milioni di persone? Ecco perché, secondo me, non si tratta solo di giudicare la storia col metro odierno, seppur condannando cose orribili. Ecco perché, ricontestualizzando e avviando nuove costruzioni memoriali, è importante mantenere i monumenti.]


Il cartello della discordia

Un piccolo dibattito con alcune femministe

cartello femministaMi è capitato, poco tempo fa, di imbattermi in un cartello esposto durante una manifestazione femminista (che potete vedere qui accanto), recante la scritta “Come mai ogni donna conosce un’altra donna che è stata stuprata, ma nessun uomo conosce uno stupratore?“. Era stato pubblicato su un social network da una attivista mia amica; io ho trovato la provocazione piuttosto sciocca e, dato che anche altri uomini stavano intervenendo – con una certa veemenza – ho pensato di provare a dire la mia opinione contraria con un minimo di ragionamento (minimo minimo). Ne è seguito un piccolo dibattito, che dal cartello in questione si è allargato ad alcuni aspetti del femminismo attuale su cui, lo dico sinceramente, rimango alquanto perplesso.  In parte perché, pur non essendo un maschilista, ancora ritengo che tra uomini e donne intercorrano varie differenze, paritetiche senza dubbio, ma che ci rendono diversi anche a voler scombinare radicalmente ruoli e spazi sociali. In parte perché, come spiegherò, c’è secondo me un problema “epistemologico” negli studi di genere, o almeno nell’atteggiamento a questi correlato del femminismo militante, che inficia alcuni aspetti della lotta politica e rischia di aprire un vulnus piuttosto pericoloso.

La discussione è stata comunque costruttiva e mi ha dato da pensare. Dato che però, in un mio eventuale riassunto, il dibattito perderebbe la sua vivacità e che, in ogni caso, il mio punto di vista sarebbe dominante, come anche l’interpretazione delle parole altrui, ho deciso di recuperare i commenti sul social e di riportarli qui integralmente. Da notare che la discussione si è presto sdoppiata, procedendo in parallelo, a causa del commento di un’altra mia amica, pure femminista; quindi ho riportato le due conversazioni una dopo l’altra, anche se si sono svolte in contemporanea. I nomi, per ovvie ragioni, sono stati occultati.

In un prossimo articolo vorrei provare a mettere in ordine logico le mie varie considerazioni sorte da questa occasione, ancora in corso di evoluzione, non definitive, a proposito del femminismo e delle sue questioni epistemologiche. Non so quando ne avrò il tempo, ma sento di doverlo fare.

*

Resoconto pseudo-stenografico del dibattito

Sono intervenuti:

  • Me Medesimo (eggrazie);
  • Femminista Militante (che ha pubblicato la foto);
  • Amica Femminista (che ha iniziato la conversazione parallela);
  • Sociologa Impegnata (chiamata in causa per far breccia nella mia testa marmorea);
  • Uomo Veemente (riportato qui perché io ho preso le mosse dalla risposta al suo commento).

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Anacronismo nei giudizi (un abbozzo)

Il monumento a Indro Montanelli è stato imbrattato, qualche giorno fa, da alcune attiviste che non accettano l’omaggio a un uomo il quale, da giovane fascista colonialista (24 anni aveva), andò in Etiopia e lì si comprò una moglie dodicenne. Sul momento ho pensato a un giudizio anacronistico, perché per quanto riprovevole sia l’episodio, lo si sta giudicando con gli occhi di oggi, con la mentalità e la cultura di oggi, che si è affermata e rafforzata dopo la fine del fascismo e del colonialismo, grazie a una guerra spaventosa (lasciamo da parte i rigurgiti neofascisti/leghisti degli ultimi tempi e prendiamo il meglio della nostra civiltà).

Certo, quando mi capitò anni fa di sentir parlare Montanelli da Bisiach [qui un video parziale dell’intervista] di questa sua sposa bambina, Destà, mi fece ribrezzo, senza alcuna giustificazione. Eppure qualcosa mi pareva “corretta” nella posizione di Montanelli, perché nel dire che le ragazzine africane “a quell’età sono già donne”, stava sottolineando una diversità culturale, per me inaccettabile, ma pur sempre reale (che poi lui ne abbia approfittato venendo da un’altra cultura, razzista sì, ma che già distingueva tra adolescenza ed età adulta, è altra storia).

Poi ho letto questo articolo: “Teniamola, la statua di Montanelli, ma con la vernice rosa”, di G. Marchetta, e mi sono sorte spontanee alcune considerazioni. Continua a leggere


Questioni di genere, in genere

220px-womanpower_logoI recenti scandali di Cosby e Weinstein, con la campagna “quellavoltache” e l’esternazione di storie terribili di molestie riversate sui social, mi spingono a rispolverare alcune considerazioni su temi di genere che mi sono ronzate in testa negli ultimi anni. Con una piccola premessa – quando un uomo prova a parlare di questioni di genere, campo spinoso per ovvi motivi, rischia spesso di passare per maschilista o addirittura reazionario. Io davvero non vorrei essere frainteso, ma se quel che scriverò di seguito darà l’impressione di essere in qualche modo sessista… beh, pazienza, non era mia intenzione. Sono solo considerazioni buttate un po’ lì, prendetele dunque alla leggera.

 

Femminicidio: preambolo non tanto sul concetto, quanto sulla parola

Io non ho intenzione di usarla, perché la trovo una parola orrenda. C’è chi la ritiene un’invenzione delle femministe, ma è inesatto. Non è nemmeno un neologismo, se le prime origini sono state rintracciate nell’inglese femicide, in uso dal XIX secolo. Il concetto indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo, con motivazione basilarmente sessista: uccisa in quanto donna. In questo senso, pur non rappresentando una fattispecie giuridica (ossia, è un omicidio, come gli altri), si tratta di un tipo di delitto specifico come l’uxoricidio, il matricidio o l’infanticidio; la differenza è che questi ultimi sono riconosciuti come aggravanti nel nostro diritto penale, dovute alla particolare ripugnanza sociale suscitata da queste forme di morte violenta. La proposta di inserire nel codice penale il reato di femminicidio prende le mosse anche da questo punto. Perché l’uccisione di una donna in quanto tale debba configurarsi come ulteriore aggravante è oggetto di discussione, un punto fondamentale del “dibattito” (se così si può definire il mare di ciance in merito) degli ultimi anni, quindi è una questione culturale. Utile sarebbe provare a cominciare dalle origini effettive del dominio maschile nelle società lungo il corso della storia, per esempio con l’interessante libricino di Pierre Bordieu Il dominio maschile. Restando però sull’uso di tale parola, ribadisco che per me è un termine cacofonico, brutto da pronunciare, da sentire e da scrivere. Non la ho mai usata, né la userò mai in questo blog. Come sarà più chiaro in seguito, oltretutto, io preferisco parlare sempre e comunque di omicidio, un termine generico più che sufficiente a esprimere la violenza della soppressione della vita di una persona.

 

Quote rosa. Umilianti o necessarie?

La cosa ha vari aspetti da considerare.

Da un lato c’è l’ideale degradazione della donna a “specie protetta”, che non può farcela da sola nella conquista dei suoi spazi e deve essere aiutata dall’uomo. Cioè, finisce con l’essere una sottile discriminazione che, assicurando un posto alle donne nella vita politica, ne ammette implicitamente le minori capacità di lavoro. Ma questo è un aspetto in fondo secondario e forse moralistico. Continua a leggere


Considerazioni attuali, 2

Sommario

  1. Su Trump
  2. Sulla Corea del Nord
  3. Sul Mein Kampf
  4. Su femministe e body shaming

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Breve storia della Festa della Donna

Per commemorare questa festa storica e politica, riporto un articolo tratto dal sito della CGIL.

L’8 marzo ha radici lontane. Nasce dal movimento internazionale socialista delle donne. Era il 1907: Clara Zetkin (che nella prima guerra mondiale fondò la Lega di Spartaco) dirigente del movimento operaio tedesco organizza con Rosa Luxemburg (teorica della rivoluzione marxista che fondò il partito socialista polacco e il partito comunista tedesco) la prima conferenza internazionale della donna.

Ma la data simbolo è legata all’incendio divampato in un opificio (Cottons) di Chicago nel 1908, occupato nel corso di uno sciopero da 129 operaie tessili che morirono bruciate vive.

Nel 1910 a Copenaghen, in occasione di un nuovo incontro internazionale della donna si propone l’istituzione di una GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA, anche in ricordo dei fatti di Chicago.

Successivamente la giornata comincia ad essere celebrata in varie parti del mondo e anche in Italia durante e dopo la prima guerra mondiale (1914-18). La tradizione, nel nostro Paese, viene interrotta, nel 1943, dal fascismo. La celebrazione riprende durante la lotta di liberazione nazionale come giornata di mobilitazione delle donne contro la guerra, l’occupazione tedesca e per le rivendicazioni di diritti femminili. Nascono i gruppi di difesa della donna collegati al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) che daranno origine all’UDI (Unione Donne Italiane).

Nel 1946 l’UDI prepara il primo 8 marzo nell’Italia libera, proponendo di farne una giornata per il riconoscimento dei diritti sociali e politici delle donne. Sceglie la mimosa come simbolo della giornata.

La vera “esplosione” in termini di popolarità e di partecipazione, l’8 marzo l’avrà negli anni ’70. Anni che segnano la collaborazione dei movimenti femminili e femministi che, tra l’altro, operano attivamente per la legge di parità, per il diritto al divorzio e all’aborto. La prima manifestazione femminista, risale infatti al 1972 e si svolse a Roma. Ma il top, la celebrazione dell’8 marzo, lo raggiunge nel 1980, con una grande manifestazione unitaria in cui confluiscono per la prima volta tutti i movimenti femminili e femministi.

In conclusione possiamo dire che il percorso dell’8 marzo si snoda in quasi un secolo di storia che ha visto nascere movimenti politici, guerre, ideologie, ricostruzioni. Un cammino lungo e complesso per le donne di tanti paesi, con tanti sistemi di governo, più volte interrotto, ma che con grande tenacia hanno sempre ripreso con l’obiettivo dell’emancipazione e della liberazione delle donne.

Ne approfitto per citare un’altra grande donna, oltre a Luxemburg e Zetkin: Aleksandra Kollontaj, rivoluzionaria russa che elaborò, tra le altre cose, un vero e proprio programma di rivoluzione sessuale e nuovo saper vivere amoroso; per tutta la vita si dimostrerà assolutamente libera nelle sue scelte. Su queste donne vi invito a svolgere qualche ricerca e vi segnalo un interessante volumetto divulgativo (sempre che sia ancora in commercio): Le donne entrano in scena – dalle suffragette alle femministe, di Annie Goldmann, edito da Giunti nella collana “XX secolo”. Ripercorre la storia del movimento femminista e le vicende politiche e sociali sia dei vari gruppi, sia delle figure di spicco. Auguri!