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Questioni di genere, in genere

I recenti scandali di Cosby e Weinstein, con la campagna “quellavoltache” e l’esternazione di storie terribili di molestie riversate sui social, mi spingono a rispolverare alcune considerazioni su temi di genere che mi sono ronzate in testa negli ultimi anni. Con una piccola premessa – quando un uomo prova a parlare di questioni di genere, campo spinoso per ovvi motivi, rischia spesso di passare per maschilista o addirittura reazionario. Io davvero non vorrei essere frainteso, perciò se quel che scriverò di seguito darà l’impressione di essere in qualche modo sessista… beh, pazienza, non era mia intenzione. Sono solo considerazioni buttate un po’ lì, prendetele dunque alla leggera.

Femminicidio: preambolo non tanto sul concetto, quanto sulla parola

Io non ho intenzione di usarla, perché la trovo una parola orrenda. C’è chi la ritiene un’invenzione delle femministe, ma è inesatto. Non è nemmeno un neologismo, se le prime origini sono state rintracciate nell’inglese femicide, in uso dal XIX secolo. Il concetto indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo, con motivazione basilarmente sessista: uccisa in quanto donna. In questo senso, pur non rappresentando una fattispecie giuridica (ossia, è un omicidio, come gli altri), si tratta di un tipo di delitto specifico come l’uxoricidio, il matricidio o l’infanticidio; la differenza è che questi ultimi sono riconosciuti come aggravanti nel nostro diritto penale, dovute alla particolare ripugnanza sociale suscitata da queste forme di morte violenta. La proposta di inserire nel codice penale il reato di femminicidio prende le mosse anche da questo punto. Perché l’uccisione di una donna in quanto tale debba configurarsi come ulteriore aggravante è oggetto di discussione, un punto fondamentale del “dibattito” (se così si può definire il mare di ciance in merito) degli ultimi anni, quindi è una questione culturale. Utile sarebbe provare a cominciare dalle origini effettive del dominio maschile nelle società lungo il corso della storia, per esempio con l’interessante libricino di Pierre Bordieu Il dominio maschile, edito da Feltrinelli. Restando però sull’uso di tale parola, ribadisco che per me è un termine cacofonico, brutto da pronunciare, da sentire e da scrivere. Non la ho mai usata, né la userò mai in questo blog. Come sarà più chiaro in seguito, oltretutto, io preferisco parlare sempre e comunque di omicidio, un termine generico più che sufficiente a esprimere la violenza della soppressione della vita di una persona.

Quote rosa. Umilianti o necessarie?

Viste le ultime novità in merito, la cosa ha vari aspetti da considerare.

Da un lato c’è l’ideale degradazione della donna a “specie protetta”, che non può farcela da sola nella conquista dei suoi spazi e deve essere aiutata dall’uomo. Cioè, finisce con l’essere una sottile discriminazione che, assicurando un posto alle donne nella vita politica, ne ammette implicitamente le minori capacità di lavoro. Ma questo è un aspetto in fondo secondario e forse moralistico.

Da un altro, così come possono essere umilianti, sono altrettanto utili laddove una naturale propensione alla mobilità sociale e politica non favorisce mai le donne quanto gli uomini. In questo senso sono davvero una garanzia e un obbligo a non premiare solo ed unicamente gli uomini. In Italia, nonostante una lunga presenza femminista e una situazione certo migliore rispetto a paesi molto più severamente sessisti (cioè adottanti leggi sessiste), il dominio maschile è comunque presente in altre forme, talvolta squallide, talvolta sottili ma pressanti. E’ meglio avere le quote rosa per pararsi il culo o far finta che le discriminazioni non ci siano?

Da un altro lato ancora, la questione riguarda il senso di questa operazione: se negare alcune possibilità di lavoro ad una donna solo perché di sesso femminile è un’odiosa e stupida discriminazione, non sarebbe altrettanto sciocco obbligare un partito o un’azienda o una qualsiasi organizzazione a promuovere una donna solo in virtù del suo sesso? Se una persona è valida nel suo lavoro e si dimostra competente, deve avere le sue possibilità al di là di ogni distinzione, giusto? E allora, perché imporre una percentuale di donne in ogni organizzazione, a rischio di dover promuovere per forza una donna incompetente solo perché è donna? Cosa cambierebbe tutto ciò dalla situazione attuale, per cui tante volte viene promosso un uomo anche terribilmente idiota, solo perché è uomo, mentre una donna che sa fare il suo lavoro viene tenuta in basso?

Il problema vero è evitare approcci sessisti: nessuno potrà mai convincermi che una donna è più brava e capace di un uomo, o lo è di meno, unicamente in virtù del suo esser femmina. Le capacità sono sempre individuali, quindi dovrebbe essere preso in considerazione l’individuo in sé. Solo quando le gerarchizzazioni delle differenze di genere saranno messe da parte e si guarderà alla persona, ci sarà davvero parità tra uomini e donne. Dunque, in merito alle quote per le donne, sono ancora confuso e in dubbio, essendoci aspetti positivi e negativi da valutare approfonditamente; propendo però per il no, e per l’educazione al rispetto di genere.

Problemi della retorica “femminista”

Le virgolette sono d’obbligo, perché il femminismo è un fenomeno complesso, irriducibile a un unico modello, perciò la retorica cui faccio riferimento può essere condivisa da alcuni gruppi e rifiutata da altri. Per chiarezza, qui intendo come “femministi” tutti quei tentativi, delle donne impegnate sulle questioni di genere, di comunicare al pubblico maschile le istanze a favore della parità e del rispetto sessuali. La retorica su cui spesso tale tipo di comunicazione si appoggia, nonostante la chiara direzione concettuale, provoca quasi sempre reazioni aggressive da parte degli uomini e la tendenza alla chiusura è molto forte. Varie discussioni cui ho partecipato personalmente sono scadute in sterili contrapposizioni e una sostanziale sordità alle argomentazioni dell’altro; credo che sia difficile soprattutto l’impostazione del problema e la conduzione di un dialogo tra mentalità molto diverse tra loro. Qui di seguito sono raccolti e rielaborati vari commenti che ho lasciato in giro, perdonatemi se sembrano confusi, ripetitivi e slegati.

C’è sempre una sorta di incomunicabilità tra le istanze del femminismo e le posizioni culturali maschili, perché si usa il linguaggio sbagliato e si toccano le corde sbagliate. Quel che traspare dai commenti spesso aggressivi degli uomini, nelle discussioni sul web come sui media tradizionali, è proprio questo: sentirsi in qualche modo attaccati e messi sotto accusa, facendo leva su una “presa di coscienza” di comportamenti negativi di cui, però, è sbagliato far pesare la colpa su un intero genere, sul maschio in quanto tale.

A me sembra che i concetti su cui batte la retorica femminista attuale debbano essere, almeno in parte, rivisti. Si parla di modelli comportamentali maschili da cui distaccarsi (anche se non pensiamo di farne parte) e di partecipare attivamente alle lotte per l’emancipazione femminile: questo mi pare errato, perché si reitera l’idea che noi uomini siamo per natura potenziali stupratori e assassini misogini, e dovremmo esserne coscienti anche se non stupriamo e uccidiamo le donne.

Una volta un sostenitore di un gruppo femminista ha detto: “dobbiamo dire noi per primi che siamo stanchi di essere: schiavisti, assassini, stupratori, guerrafondai” – ecco, io dovrei stancarmi di essere qualcosa che non sono? O forse lo sono in quanto maschio, in maniera latente? Forse voleva dire che dobbiamo stancarci di essere definiti tali pur non essendolo necessariamente; ma anche in questo caso è fuori luogo, perché è ovvio che io mi stanchi di essere definito stupratore in quanto uomo, come una donna di esser definita puttana in quanto donna. Aggiungeva che non ci si può tirare fuori dal problema solo perché non se ne fa parte, e questo non è sbagliato; egualmente, non si può partecipare alla soluzione dello stesso dovendo “prendere coscienza” del male inflitto dagli uomini alle donne, se non lo si è commesso. Sarebbe come fare una sorta di mea culpa per i peccati degli altri.

Ho la sensazione che parte della retorica femminista tenti di far assumere ai maschi una mentalità femminile, ma questo è quasi impossibile. La maggior parte degli uomini non può mettersi a pensare come una donna, perché qui entrano in gioco proprio le differenze di genere su cui il femminismo stesso si concentra. Allora bisogna cambiare il modo di comunicare, perché io personalmente non ho mai alzato le mani su una donna, non ne ho mai violentato né sottomesso in altri modi alcuna, eppure, seguendo certi ragionamenti, dovrei scontare le colpe di qualcun altro per il solo fatto di essere maschio. Così non si va lontano. Io non devo dimostrare di essere una persona migliore a nessuno, né ottenere il plauso e il rispetto di una presunta parte migliore della società, specie per distinguermi da bestie che seguono solo la direzione in cui punta il loro pene.

Bisogna comprendere che è molto difficile fare breccia con argomenti e linguaggi “interni” alle discussioni tra donne. E’ giusto e buono che molti gruppi invitino gli uomini a parlare, a esprimersi su ciò che sentono; però è importante rendersi conto che con le donne posso forse parlare io, disposto a conoscere le istanze di genere, ma certo non i violenti e i misogini. Loro non si fermeranno mai a parlare con le donne, perché non le considerano nemmeno in grado di pensare. A che serve parlare di autocoscienza e sensi di colpa con gente del genere? Alla fine il discorso si fa tra persone che la pensano in maniera simile, senza uscire da un ambito di consenso.

Mi pare evidente come sia difficile per un sesso comprendere l’altro. Ed è qui che il discorso va impostato diversamente, perché è necessario stimolare l’empatia; questa deve però andare nei due sensi. Per comunicare meglio è necessario che si parta da presupposti comuni, oltre le differenze di genere, per poi arrivare ai problemi della condizione femminile (e maschile). Si tratta di un tema politico: il femminismo è anche difesa di una posizione, perché il sistema politico-economico attuale sfrutta e schiavizza tutti, al di là del sesso. Poi, di seguito, c’è la discriminazione nei confronti di generi, gruppi, fasce, individui ecc. L’obiettivo del coinvolgimento degli uomini nel cambiamento dei rapporti di genere dal punto di vista femminile, deve partire da più lontano e vedere la discriminazione sessuale come un effetto, più che come una causa.

Il problema è che la condizione femminile si inserisce, secondo me, in un discorso più ampio. Una cosa è certa, non si possono fare parti uguali tra chi è diseguale: una lavoratrice che ha bisogno del congedo di maternità ha uno svantaggio rispetto a un lavoratore e lì indubbiamente c’è da portare avanti una battaglia di diritti sul lavoro. Anche lo sfruttamento del corpo femminile è una questione importante, che si inserisce nella mercificazione del sesso e nell’immagine del ruolo della donna (su questo basta vedere quante pubblicità sessiste si producono).

Allora, in che modo una visione sessuata della realtà può cambiare le cose? Sessuata in quale senso?
“Di genere”, cosa significa? Mi sembra che ci siano degli equivoci di fondo anche in questa prospettiva. Un conto è comprendere come un certo modello culturale continui imperterrito a dividere maschi e femmine svalutando a vicenda i generi, così abbiamo uomini che reputano le donne esserini semplici dediti al piacere proprio e altrui senza ulteriori qualità, e donne che reputano gli uomini degli stupidi immaturi buoni solo per dare soldi e qualche “bottarella” ogni tanto. Un altro è, magari, superare il binomio maschio-femmina cercando di trattenere il valore delle differenze tra i sessi. Il problema reale, come ho detto, è una mancanza pressoché totale di comunicazione e comprensione tra le persone di sesso diverso, di empatia, oltre che di educazione. Se a questo non si trova una risposta, dubito che si potrà ottenere molto altro rispetto a difese di interessi di genere.

In sostanza penso che, al di là di problemi gravi e specifici del genere femminile, sul lavoro come in famiglia, dovremmo smettere di contrapporre uomini e donne, maschi e femmine, e iniziare a parlare di persone.

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Considerazioni attuali, 2

1 – Su Trump. Il problema non è tanto che sia diventato Presidente. Il problema è che sia stato scelto come candidato repubblicano, che sia arrivato a quel punto. Una volta scelto, le possibilità erano del 50% e anche di più, non solo per l’antipatia che Hilary può suscitare, ma soprattutto perché è normale che dopo otto anni di presidenza democratica, gli americani vogliano cambiare rotta. Ma Trump? Proprio Trump? Emblema dell’antipolitica, è l’espressione dell’America più chiusa e ignorante, più “caciarona” ed egoista. I dubbi sul sistema elettorale, secondo me, sono più pregnanti di quelli sugli hacker russi; in ogni caso Trump è stato votato in massa ed è un segnale drammaticamente forte per la politica occidentale. Questi primi mesi sono forse stati più scandalosi di quanto si potesse immaginare, ma in fin dei conti non dovrebbero sorprendere più di tanto. Un incompetente, smargiasso e menefreghista, che sta pagando le cambiali firmate in campagna elettorale e che, come di consueto, sta anche cambiando idea ogni cinque minuti. Però è stato anche l’unico a scagliarsi contro i magnati (suoi colleghi) per difendere i disoccupati dell’entroterra, come ha detto Michael Moore.

2 – Sulla Corea del Nord. Il fatto che uno Stato praticamente in ginocchio, che vive della carità estorta con le minacce, sia ora al centro dei problemi internazionali recenti, è segnale di un’intenzione latente che in realtà non lo riguarda: destabilizzare la Cina. Direi che è l’unica ragione per andare a stuzzicare la bellicosità di un cane addormentato. Il guaio è che questo cane potrà anche prendere un sacco di bastonate, ma se decide di mordere lascerà una cicatrice profonda. Dubito, sinceramente, che i paesi vicini vogliano davvero una nuova guerra alle porte di casa. O meglio, la ripresa della guerra. Comunque, in generale, Kim Jong Un mi ha deluso, speravo che un giovane che ha pure studiato all’estero avesse la capacità e il coraggio di cambiare qualcosa rispetto agli antenati, invece, come spesso accade, il frutto non cade lontano dall’albero.

3 – Sul Mein Kampf. L’associazione Free Ebrei ha curato una edizione critica del libro di Hitler, presentata come la prima “edizione critica anti fake news“. Un’edizione fondamentale, data la recente ripubblicazione incontrollata del testo, ormai di pubblico dominio. Non ho ancora avuto modo di visionare questa nuova edizione, però mi permetto di recuperare una mia vecchissima recensione, o meglio un consiglio bibliografico di un’altra edizione critica, meno nota, ma secondo me di pregio: Giorgio Galli, Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, Kaos Edizioni 2002.

[riadatto comunque il testo come se lo scrivessi oggi]

Mi ricordo che, [moltissimo] tempo fa su un forum, qualcuno chiese informazioni su quest’opera e quando io raccomandai questa edizione ci furono alcuni commenti piuttosto discutibili in proposito; ad esempio che “questa è l’unica edizione che puoi comprare senza chiederla a bassa voce”, per dire che nell’egemonia culturale di non si sa bene chi, solo adeguandosi ai padroni (quelli veri, che il berlusca vede[va] ovunque) puoi scegliere cosa leggere. O ancora, che “dovrebbero farlo leggere nelle scuole insieme al Manifesto del P.C., perché sono testi alla base dei guai dello scorso secolo”, equiparando così due testi totalmente diversi, confondendo le cause con gli effetti e demonizzando i libri come facevano i naz… oh. Ma guarda un po’.

Va bene, comunque sia, questa edizione a cura di Giorgio Galli non è l’unica di cui è possibile non vergognarsi, ma piuttosto l’unica edizione decente [fino a quest’anno], intendendo con questo aggettivo che il testo originale ed integrale dettato da Hitler è corredato da un’ampia sezione di approfondimento, che contestualizza sia storicamente, sia culturalmente un’opera che non può essere “bevuta” in modo acritico. Nessuno più dello stesso curatore esprime meglio il concetto:

«Questa riedizione del Mein Kampf ha un triplice significato. Il rifiuto etico-intellettuale di ogni tabù e di qualunque forma di censura. La storicizzazione di un testo la cui lettura deve rappresentare un imperituro monito. La denuncia di rimozioni e mistificazioni all’ombra delle quali si vorrebbero legittimare disinvolti quanto pericolosi revisionismi storiografici. È opinione diffusa che il Mein Kampf hitleriano sia un libro dell’orrore, un compendio di farneticazioni. Si può continuare a ritenerlo tale, ma solo dopo averlo letto (e quasi nessuno, oggi, all’inizio del Terzo millennio, lo ha davvero letto), debitamente contestualizzato, e ben compreso nella sua autentica dimensione non già di causa bensì di effetto degenerativo della cultura occidentale»

Giorgio Galli è un affermato storico dalla produzione vasta, sia per numero di libri e articoli, sia per orizzonti di ricerca; alla storiografia “classica” aggiunge lo studio delle culture esoteriche e i rapporti che queste hanno con gli eventi storici. Interessantissimo è il suo Hitler e il nazismo magico: le componenti esoteriche del Reich millenario, edito da BUR, che pure vi consiglio.

4 – Su femministe e body shaming. Non mi tornano i conti: oggi le femministe si battono tanto (e giustamente) contro il predominio delle discriminazioni, dei pregiudizi e delle “classificazioni” della bellezza femminile fatte dagli uomini, però non le sento parlare mai, e dico MAI, di ciò che le stesse donne fanno alle loro simili – per esempio del body shaming assurdo che le donne magre fanno contro le donne grasse. In paesi come gli Stati Uniti escono spesso e volentieri notizie di ragazze grasse prese in giro o insultate per aver scelto vestiti che non nascondo il loro corpo, e fin troppi commenti del genere vengono da altre ragazze. Ho letto oggi di una ragazza in sovrappeso su Twitter che postava selfie con abiti corti e bikini, insultata da altre ragazze (magre); qualche giorno fa, di una impiegata in un negozio di vestiti che si è licenziata dopo che il responsabile del franchising – una donna – le aveva intimato di non pubblicizzare i vestiti in vendita indossandoli, perché non era una modella e non dava una buona immagine (indovinate un po’? Era grassa). Ora, queste due ragazze hanno saputo rispondere a tono e sono state pure incisive, ma quando mai c’è stata una levata di scudi femminista per loro? Forse tra donne non bisogna “combattersi”? O meglio, non bisogna educarsi al rispetto reciproco? Non è una forma di violenza anche il body shaming tra femmine?


Breve storia della Festa della Donna

Per commemorare questa festa storica e politica, riporto un articolo tratto dal sito della CGIL.

L’8 marzo ha radici lontane. Nasce dal movimento internazionale socialista delle donne. Era il 1907: Clara Zetkin (che nella prima guerra mondiale fondò la Lega di Spartaco) dirigente del movimento operaio tedesco organizza con Rosa Luxemburg (teorica della rivoluzione marxista che fondò il partito socialista polacco e il partito comunista tedesco) la prima conferenza internazionale della donna.

Ma la data simbolo è legata all’incendio divampato in un opificio (Cottons) di Chicago nel 1908, occupato nel corso di uno sciopero da 129 operaie tessili che morirono bruciate vive.

Nel 1910 a Copenaghen, in occasione di un nuovo incontro internazionale della donna si propone l’istituzione di una GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA, anche in ricordo dei fatti di Chicago.

Successivamente la giornata comincia ad essere celebrata in varie parti del mondo e anche in Italia durante e dopo la prima guerra mondiale (1914-18). La tradizione, nel nostro Paese, viene interrotta, nel 1943, dal fascismo. La celebrazione riprende durante la lotta di liberazione nazionale come giornata di mobilitazione delle donne contro la guerra, l’occupazione tedesca e per le rivendicazioni di diritti femminili. Nascono i gruppi di difesa della donna collegati al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) che daranno origine all’UDI (Unione Donne Italiane).

Nel 1946 l’UDI prepara il primo 8 marzo nell’Italia libera, proponendo di farne una giornata per il riconoscimento dei diritti sociali e politici delle donne. Sceglie la mimosa come simbolo della giornata.

La vera “esplosione” in termini di popolarità e di partecipazione, l’8 marzo l’avrà negli anni ’70. Anni che segnano la collaborazione dei movimenti femminili e femministi che, tra l’altro, operano attivamente per la legge di parità, per il diritto al divorzio e all’aborto. La prima manifestazione femminista, risale infatti al 1972 e si svolse a Roma. Ma il top, la celebrazione dell’8 marzo, lo raggiunge nel 1980, con una grande manifestazione unitaria in cui confluiscono per la prima volta tutti i movimenti femminili e femministi.

In conclusione possiamo dire che il percorso dell’8 marzo si snoda in quasi un secolo di storia che ha visto nascere movimenti politici, guerre, ideologie, ricostruzioni. Un cammino lungo e complesso per le donne di tanti paesi, con tanti sistemi di governo, più volte interrotto, ma che con grande tenacia hanno sempre ripreso con l’obiettivo dell’emancipazione e della liberazione delle donne.

Ne approfitto per citare un’altra grande donna, oltre a Luxemburg e Zetkin: Aleksandra Kollontaj, rivoluzionaria russa che elaborò, tra le altre cose, un vero e proprio programma di rivoluzione sessuale e nuovo saper vivere amoroso; per tutta la vita si dimostrerà assolutamente libera nelle sue scelte. Su queste donne vi invito a svolgere qualche ricerca e vi segnalo un interessante volumetto divulgativo (sempre che sia ancora in commercio): Le donne entrano in scena – dalle suffragette alle femministe, di Annie Goldmann, edito da Giunti nella collana “XX secolo”. Ripercorre la storia del movimento femminista e le vicende politiche e sociali sia dei vari gruppi, sia delle figure di spicco. Auguri!