Archivi tag: maschi e femmine

Anacronismo nei giudizi (un abbozzo)

Il monumento a Indro Montanelli è stato imbrattato, qualche giorno fa, da alcune attiviste che non accettano l’omaggio a un uomo il quale, da giovane fascista colonialista (24 anni aveva), andò in Etiopia e lì si comprò una moglie dodicenne. Sul momento ho pensato a un giudizio anacronistico, perché per quanto riprovevole sia l’episodio, lo si sta giudicando con gli occhi di oggi, con la mentalità e la cultura di oggi, che si è affermata e rafforzata dopo la fine del fascismo e del colonialismo, grazie a una guerra spaventosa (lasciamo da parte i rigurgiti neofascisti/leghisti degli ultimi tempi e prendiamo il meglio della nostra civiltà).

Certo, quando mi capitò anni fa di sentir parlare Montanelli da Bisiach [qui un video parziale dell’intervista, non ne ho trovato uno integrale] di questa sua sposa bambina, Destà, mi fece ribrezzo, senza alcuna giustificazione. Eppure qualcosa mi pareva “corretta” nella posizione di Montanelli, perché nel dire che le ragazzine africane “a quell’età sono già donne”, stava sottolineando una diversità culturale, per me inaccettabile, ma pur sempre reale (che poi lui ne abbia approfittato venendo da un’altra cultura, razzista sì, ma che già distingueva tra adolescenza ed età adulta, è altra storia).

Poi ho letto questo articolo: “Teniamola, la statua di Montanelli, ma con la vernice rosa”, di G. Marchetta, e mi sono sorte spontanee alcune considerazioni. Continua a leggere

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Questioni di genere, in genere

220px-womanpower_logoI recenti scandali di Cosby e Weinstein, con la campagna “quellavoltache” e l’esternazione di storie terribili di molestie riversate sui social, mi spingono a rispolverare alcune considerazioni su temi di genere che mi sono ronzate in testa negli ultimi anni. Con una piccola premessa – quando un uomo prova a parlare di questioni di genere, campo spinoso per ovvi motivi, rischia spesso di passare per maschilista o addirittura reazionario. Io davvero non vorrei essere frainteso, ma se quel che scriverò di seguito darà l’impressione di essere in qualche modo sessista… beh, pazienza, non era mia intenzione. Sono solo considerazioni buttate un po’ lì, prendetele dunque alla leggera.

 

Femminicidio: preambolo non tanto sul concetto, quanto sulla parola

Io non ho intenzione di usarla, perché la trovo una parola orrenda. C’è chi la ritiene un’invenzione delle femministe, ma è inesatto. Non è nemmeno un neologismo, se le prime origini sono state rintracciate nell’inglese femicide, in uso dal XIX secolo. Il concetto indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo, con motivazione basilarmente sessista: uccisa in quanto donna. In questo senso, pur non rappresentando una fattispecie giuridica (ossia, è un omicidio, come gli altri), si tratta di un tipo di delitto specifico come l’uxoricidio, il matricidio o l’infanticidio; la differenza è che questi ultimi sono riconosciuti come aggravanti nel nostro diritto penale, dovute alla particolare ripugnanza sociale suscitata da queste forme di morte violenta. La proposta di inserire nel codice penale il reato di femminicidio prende le mosse anche da questo punto. Perché l’uccisione di una donna in quanto tale debba configurarsi come ulteriore aggravante è oggetto di discussione, un punto fondamentale del “dibattito” (se così si può definire il mare di ciance in merito) degli ultimi anni, quindi è una questione culturale. Utile sarebbe provare a cominciare dalle origini effettive del dominio maschile nelle società lungo il corso della storia, per esempio con l’interessante libricino di Pierre Bordieu Il dominio maschile. Restando però sull’uso di tale parola, ribadisco che per me è un termine cacofonico, brutto da pronunciare, da sentire e da scrivere. Non la ho mai usata, né la userò mai in questo blog. Come sarà più chiaro in seguito, oltretutto, io preferisco parlare sempre e comunque di omicidio, un termine generico più che sufficiente a esprimere la violenza della soppressione della vita di una persona.

 

Quote rosa. Umilianti o necessarie?

La cosa ha vari aspetti da considerare.

Da un lato c’è l’ideale degradazione della donna a “specie protetta”, che non può farcela da sola nella conquista dei suoi spazi e deve essere aiutata dall’uomo. Cioè, finisce con l’essere una sottile discriminazione che, assicurando un posto alle donne nella vita politica, ne ammette implicitamente le minori capacità di lavoro. Ma questo è un aspetto in fondo secondario e forse moralistico. Continua a leggere


Il filo e la rete

Non scrivo nulla di nuovo se affermo che la differenza tra il ragionamento maschile e il ragionamento femminile risiede nel binomio razionalità-intuizione. Lo si sente dire da alcune decadi, gli uomini sono più razionali e le donne più intuitive, senza connotazioni sessiste (sessista è affermare che gli uomini sono intelligenti e le donne stupide o viceversa) e senza scadere nell’idea per cui gli uomini sono razionali e le donne irrazionali, cosa non vera perché l’intuizione  non è irrazionale, bensì un diverso tipo di razionalità. Per usare termini diversi, possiamo prendere a prestito il linguaggio filosofico e dire così: gli uomini sono più analitici, le donne sono più sintetiche; essendo analisi e sintesi due momenti complementari della conoscenza, è evidente che ognuno dei due soggetti in questione ha in sé tanto gli atteggiamenti analitici quanto quelli sintetici, quindi la differenza sta nella più generale tendenza a procedere del ragionamento a seconda del sesso. Per me, comunque, c’è un modo più simpatico di intendere la cosa. Come si suol dire, un’immagine vale più di mille parole; proviamo allora a immaginare come si possa visualizzare il ragionamento negli uomini e nelle donne. Continua a leggere