
Fanteria dello spazio, di Robert A. Heinlein, è un romanzo di fantascienza e fantapolitica insieme, in cui lo scrittore libertario tratta alcuni dei suoi temi più cari: l’importanza dell’individuo nella lotta quotidiana per la vita, la libertà personale che diventa responsabilità collettiva, e l’esaltazione di una forma sociale militarista, per il valore della disciplina responsabile anziché per l’autoritarismo al comando (inutile dire che a me pare una contraddizione troppo forte, ma ne parliamo tra poco). Scritto nel 1959, è divenuto soggetto di un film diretto da Paul Verhoeven nel 1997, che ne differisce per un “dettaglio” il quale, da solo, riesce a cambiare interamente il significato dell’opera, almeno a mio parere.
Andiamo con ordine. Stavolta non starò a spoilerare troppo, anche perché il romanzo lo ho letto quasi due anni fa, comunque occhio che qualcosa la dirò. Intanto, è scritto in prima persona, per cui il protagonista cala il lettore direttamente negli eventi e nelle sue esperienze; gli altri personaggi sono comunque ben delineati, come lo è il contesto, pur senza troppe spiegazioni. La storia è quella di un soldato spaziale che racconta la sua vita, attraverso molti flashback dopo un inizio sfolgorante sul campo di battaglia; dagli anni della scuola al campo di addestramento, fino alle prime missioni, con qualche accenno familiare e diversi aneddoti di vita militare quotidiana. Sullo sfondo c’è una guerra interplanetaria contro i Ragni, forme di vita aliene dal pianeta Klendatu, che sciamano sottoterra e distruggono ogni cosa, suddivise in categorie come le formiche (dagli innocui operai ai tremendi soldati, dotati anche di armi) e unite da una sorta di mente collettiva. Si accenna qua e là anche ad altre civiltà aliene, ma nulla di specifico.
Le scene d’azione sono scritte molto bene e altrettanto lo sono gli aneddoti della vita militare, tra allenamenti tipo Full Metal Jacket e risse che sfociano in amicizie (a volte). Quel che risalta, soprattutto, sono le idee e le visioni sociali dei personaggi, che naturalmente riflettono quelle di Heinlein; primo fra tutti il professore DuBois, probabilmente incarnazione diretta dello scrittore, che in almeno due occasioni tiene vere e proprie lezioni di storia e filosofia politica, con cui si delinea il mondo futuristico del romanzo. Non ho sottomano il libro, ma in sostanza tutte le nazioni si sono unite in un governo federale mondiale, dove la democrazia per come la conosciamo oggi (liberale rappresentativa) non esiste più, come non esiste più il comunismo (ricordate che il romanzo fu scritto in piena guerra fredda), sostituiti entrambi da una specie di organizzazione socio-militare in cui la cittadinanza si ottiene solo dopo aver affrontato il servizio militare. In pratica, per far parte della vita politica attiva, c’è bisogno di diventare dei soldati pronti a combattere, altrimenti si fa parte dei civili, che non prendono parte ad altro che la vita economica. DuBois tra l’altro non lesina critiche né al liberalismo, né al marxismo, presi nei loro concetti fondamentali – nulla di approfondito, ma è chiaro che non gli piaccia nessuno dei due per le ipocrisie, le bugie e i problemi (corruzione, imbrogli, parassitismi e via dicendo) che genererebbero in seno alla società.
Qui è evidente come Heinlein esprima una posizione scomoda, almeno dal mio punto di vista. Il militarismo che configura non è inteso palesemente come autoritarismo oppressivo, ma, da un punto di vista squisitamente europeo (Heinlein è americano), questa idea di una terza posizione è fin troppo vicina al fascismo, tant’è che Verhoeven, nel film del ’97, ha ricalcato le divise degli ufficiali sulle uniformi naziste, perché l’impressione che si ha, è quella lì. Una intera società come un grande esercito, tutti uniti per raggiungere scopi comuni, oppure relegati fuori dalla politica attiva, fuori dalla partecipazione, vivendo le proprie vite in una dimensione ristretta alla sfera privata: non sembra così distante da una società corporativa, in cui siamo tutti sulla stessa barca, ma ognuno sta al suo posto nella gerarchia. Ma Heinlein è un libertario, un anticomunista che nella mostruosità dei ragni riversa la sua visione del collettivismo sovietico, perciò perché non vede il collettivismo simile insito nella forma organizzativa militare?
D’altro canto, nella cultura americana l’esercito è davvero molto importante, lo sappiamo bene: un politico che non abbia servito nell’esercito, non è ben visto perché non è considerato patriottico a sufficienza. Per di più, la visione di Heinlein richiama indirettamente il modo di vivere dell’antica Roma, in cui la leva militare era obbligatoria per tutti gli uomini e, se si sopravviveva, si poteva ottenere la cittadinanza. In effetti anche in URSS l’esercito era il pilastro fondamentale della società. Quindi, come fa una istituzione così legata a concezioni sovraindividuali, che per loro stessa natura sono collettiviste e spesso autoritarie, diventare una forma accettabile di vita per un libertario? Come si concilia con le “sacre” libertà individuali?
Può darsi, comunque, che la visione di Heinlein vada presa da un altro lato. Non l’esercito, non il militarismo come lo intendiamo noi ancora oggi, bensì il tipo di relazione interpersonale che sembra derivarne: il cameratismo degli individui associati, una solida “amicizia” attraverso l’assunzione di responsabilità e la collaborazione, senza che iò implichi una sottomissione forzata, un impegno totale che non sia anche volontario; non ho ancora letto La luna è una severa maestra, ma lì l’idea di cellule rivoluzionarie contro il governo centrale è a metà strada tra i ribelli del Tea Party e i bolscevichi. Altra questione importante, nel romanzo in esame i soldati sono di ogni provenienza, di ogni origine e di ogni sesso: un egualitarismo di fatto che allontana il militarismo futuribile da qualunque oppressione discriminante tra gruppi (cosa ben lontana dal fascismo). Diciamo che nel caso di Heinlein, non essere “né di destra, né di sinistra” sembra risolversi nell’essere di entrambe le parti.
Comunque, ho detto all’inizio che la mancanza di un “dettaglio” nel film di Verhoeven cambia il senso della storia. Questo “dettaglio” è il motivo per cui il romanzo si intitola Fanteria dello spazio (Starship Troopers): i soldati di fanteria sono dotati di una armatura ipertecnologica che li trasforma in veri e propri one-man-army, eserciti di un solo uomo, per la quantità di attrezzature, armi e gadget azionabili con rapidi e specifici movimenti dei muscoli facciali, oltre all’incremento di forza, resistenza e velocità a un livello sovrumano. In pratica, uno solo di questi fanti è in grado di mettere a ferro e fuoco un’intera città, specie quando non è possibile usare mezzi pesanti. Ciò rende la figura dei soldati spaziali molto importante e “appetibile”, per chi ha il fegato di lanciarsi nella mischia; un ruolo pericoloso e probabilmente mortale, ma molto rispettato e, senza troppa retorica, “eroico”. Per questo sia la vita militare che le azioni di guerra assumono un aspetto molto positivo, nel romanzo.
Nel film, invece, i soldati non hanno alcuna protezione adeguata; vengono mandati in massa contro gli insetti giganti, che li massacrano senza difficoltà, mentre la propaganda terrestre non fa altro che esaltare istericamente la necessità della guerra senza quartiere. Per questo cambia il senso della storia: Verhoeven ne fa un film sostanzialmente antimilitarista, che ridicolizza la visione fascistoide (presunta) del libro anche con momenti significativi, come il soldato che dice “ottima scelta! La Fanteria mi ha reso l’uomo che sono oggi!”, mentre si vedono la protesi bionica a una mano e la mancanza di gambe. Nel romanzo c’è una scena simile, ma è presentata come spesso succede nella cultura americana: una situazione degna di rispetto e gratitudine. Ora, Verhoeven ha fatto una scelta interessante, che mi piace, ma ha anche ammesso di non aver finito di leggere il libro, cosa piuttosto grave, perché in questo modo non ha avuto la visione completa della storia.
Io, che il libro lo ho finito, non posso dire di concordare con la strana logica militaristico-libertaria espressa nel romanzo, ma di sicuro ho apprezzato molto il modo di presentarla. Heinlein, almeno qui, ha fatto un lavoro meticoloso nel presentare in salsa fantascientifica un racconto che potrebbe essere vero, di qualcuno che ha combattuto nel secondo conflitto mondiale, o in Corea. Non conosco la sua vita, ma è probabile che ci siano parecchi riferimenti autobiografici, almeno per l’esperienza militare. Si tratta in ogni caso di un romanzo coinvolgente, che trascina pagina dopo pagina in una vita che pochi vivrebbero volontariamente, secondo idee, logiche e rappresentazioni molto lontane dalla, beh, dalla mia esperienza esistenziale. E non è forse questo il bello delle storie? Perché dovrei sempre e solo leggere cose che confermano la mia visione e concezione del mondo? Perché non posso assumere un altro punto di vista, per uscire dalla mia zona di conforto? E perché non dovrei provare a interpretare in altro modo ciò che leggo?
Grazie, Heinlein, per avermi fatto viaggiare lontano. Leggerò anche gli altri tuoi romanzi che ho comprato.


