La caduta rovinosa dei Robot

Rise
 
I robot! Assieme a pirati, ninja e dinosauri, sono i figaccioni delle fantasie e dell’escapismo, infantile e adulto. E lo sono anche perché c’è un intero genere letterario in cui hanno ruoli preponderanti: la fantascienza. Asimov ne è il gran maestro, e il fatto che io stia leggendo la trilogia dei Robot non deve farvi pensare che ne stia parlando apposta in questo articolo; anche se è vero. Cosa è un robot? La parola deriva dal ceco robota che significa “lavoro”; i robot sono i lavoratori del futuro, le macchine lavoratrici anzi, che si occuperanno (o si sarebbero occupati, se la tecnologia non stesse rendendo obsoleta, oramai, parecchia fantascienza di base) dei lavori più pesanti e ingrati, tipo estrarre minerali dagli asteroidi, gestire la trasmissione di energia attraverso gli spazi siderali, o giocare coi bambini.
 
Hanno di solito una forma antropomorfa e, a seconda del livello tecnologico, possono essere programmati per svolgere solo un compito o per comportarsi in maniera versatile, fino a sviluppare una sorta di autocoscienza. Di norma sono molto più forti, veloci, agili e capaci dei loro creatori umani, per questo c’è sempre il rischio che si ribellino, o almeno che si diano delle arie. Possono essere impiegati là dove nessun uomo è mai sopravvissuto prima, possono anche sostituire i soldati in combattimento (o le donnine allegre nei postriboli), fino a mimetizzarsi e a non essere più distinguibili a occhio nudo da un essere umano (talvolta un androide, talvolta un cyborg). Oppure possono essere dei grossi pupazzoni ingombranti che necessitano di un operatore umano, o di un software minimo che non faccia cilecca troppe volte. Insomma, ce ne sono di tutti i tipi e il loro fascino deriva certamente dal modo in cui, come è naturale, noi ci rispecchiamo in loro, e attraverso le loro gesta e i loro comportamenti, cerchiamo di capire come funziona il nostro, di software.
 
Per questo le cose con i robot attirano l’attenzione e di solito piacciono e hanno successo. Tanto da spingere un povero ragazzino, illuso e sognatore, cattivissimo e viziato, a desiderare ardentemente un gioco per SNES che, dalle foto, prometteva grafica pazzesca, esperienza di gioco oltre Street Fighter II e Mortal Kombat, personaggi fantascientifici da urlo e musiche da volo mistico: RISE OF THE ROBOTS, un titolo da sturbo. Purtroppo, non nel senso positivo. Al primo combattimento, solo e semplicemente lacrime, di delusione, di dolore, di disperazione, per l’orrore, lo spreco, l’impossibilità di capire, concepire, elaborare, metadatare lo schifo assoluto di questo gioco demmerda. Avrebbe meritato una class action per pubblicità truffaldina, in un mondo giusto. Ma questo non è un mondo giusto. Se lo fosse, l’ascesa dei robot avrebbe portato un robot a programmare questo gioco, il quale, con la sua intelligenza superiore dovuta al cervello positronico, avrebbe saputo realizzare un capolavoro, o almeno un gioco decente che fosse valsa la spesa, al contrario del cervello organico bacato e malfunzionante dei programmatori umani, che hanno riversato la loro inferiorità nei robot del gioco. Poi dicono che uno tifa Skynet… Non dovete credermi sulla fiducia, eh. Guardate qua.
 
Altra questione è quella delle versioni del gioco: RotB uscì anche per 3DO, dove faceva schifo allo stesso modo, ma almeno aveva delle cutscenes più interessanti, specie quelle in cui il protagonista sconfitto viene smembrato dai suoi avversari. Le versioni migliori (o le meno peggiori) sembrano comunque essere quella per PC e l’arcade. Solo a un primo sguardo, comunque.
 
Ma un punto positivo c’è: la colonna sonora è stata realizzata da Brian May! Proprio lui, il capellone riccio dei Queen! Che, chissà per quale motivo, ha voluto abbassarsi a questo livello; forse hanno imbrogliato pure lui dicendogli che stavano programmando un gioco di realtà virtuale da far impallidire Il Tagliaerbe. Comunque siano andate le cose, credo che la lezione gli sia bastata, visto che finora non ha ripetuto l’esperienza. Quel che ci è rimasto è, in ogni caso, interessante: la musica con cui si apre il gioco, quando ancora non si è sperimentato l’abisso di morbosa bruttura che lo caratterizza, è certo la mia favorita, ma anche qui vanno fatte precisazioni doverose. Da ricerche approfondite (fatte scrivendo “brian may rise of the robots” e cliccando sul primo risultato), è stato confermato il sospetto che mi ha assillato in tutti questi decenni, togliendomi molte notti di sonno. L’unico brano di May in tutto il gioco è appunto quello di apertura, The Dark, tratto peraltro dal suo album solista del 1992 Back to the Light. Sospetto venutomi per il fatto che questo era il solo brano con una chitarra elettrica e ad avere uno stile consono al musicista dei Queen. Il resto della colonna sonora è fatto dalla Mirage, la casa di produzione del gioco. Se vi interessa la versione originale di The Dark, la trovate in fondo all’articolo.
 
Andando a ripescare questo titolo traumatico, ho deciso di approfondire ulteriormente e sono uscite altre cose interessanti: Brian May avrebbe effettivamente fatto una colonna sonora intera per il gioco, ma a causa dei ritardi nelle concessioni della sua casa discografica, la Mirage ne fece una propria e uscì con quella, includendo solo The Dark e, nella versione CDi, anche una versione semi-strumentale di Resurrection (l’originale è in fondo). Un altro brano, Cyborg, fu poi incluso da May nel suo album Another World e ripreso per la colonna sonora di Rise 2: Resurrection, il seguito del famigerato RotB; nel gioco però intitola Mayhem per lo stage in cui risuona, oltre a essere presente in un paio di ulteriori versioni. Credevo, come ho detto, che non ci fosse ricascato più, invece il chitarrista dei Queen deve aver preso in simpatia quei quattro cialtroni della Mirage e ha concesso loro un’altra sua perla (anche questa la metto in fondo).
 
C’è da dire che stavolta i cazzoni hanno optato per un gioco più convenzionale, che rimedia a suo modo ad alcune delle infinite pecche del primo capitolo. Io manco sapevo che un seguito esistesse e nel caso ne sarei comunque rimasto alla larga, ma potendo osservarlo nei longplay su internet, ho notato che sembra essere più giocabile, specie a partire dal fatto che si può scegliere il personaggio con cui giocare. Nel primo RotB, allo schifo generale del gioco si aggiungeva l’assurdità inconcepibile di non poter usare nessuno a parte il cyborg, persino nella modalità a due: uno dei due giocatori era costretto a essere per forza il manichino blu. Dico io, un gioco tutto di robottoni assurdi e non se ne può usare nessuno? Ma che tipo di cocaina radioattiva si erano sniffati? Mah.
 
In R2:R le cose vanno meglio, o così pare, sia come controlli che – udite udite – mosse speciali. La versione di cui ho osservato le partite è quella per PlayStation 1 e mi ha dato la netta sensazione di essere un clone di Killer Instinct per SNES. Dicevo di un gioco convenzionale: tra le lezioni imparate ci sono VS screen, pose di vittoria, voci fuori campo, mosse a carica e a proiettile, persino le fatality. Molti più personaggi, sebbene non tutti interessanti, per un gioco che… beh, peggio di RotB non si poteva fare, quando si tocca il fondo si può solo risalire ecc. ecc.
 
Quello che invece non emerge, anzi mi pare peggiorata, è la colonna sonora: rispetto al primo gioco (nella versione SNES), le musiche tecnologiche nei vari livello (quindi al di là di Brian May) sono piuttosto scialbe. Nel primo avevano ritmo, se ci fosse stata una giocabilità appena decente avrebbero incalzato l’azione; qui invece fanno addormentare quasi tutte. Ma a noi che ce ne frega, giusto? Pure sulla copertina di R2:R pubblicizzano il ruolo di May, dunque celebriamo solo quello.
 
E con questo avrei finito, anche perché l’unico motivo per trattare ancora di questi giochi è appunto d’avermi fatto conoscere tre canzoni di Brian che non conoscevo (anzi, diciamo pure – a cascata – tutto il suo repertorio da solita).
 
 

Sam Kinison

Negli ultimi tempi ho iniziato a trovare coincidenze di ogni tipo, dal nome che ti ronza in testa e lo ritrovi scritto su qualcosa che cercavi, ai numeri disposti in modi “significativi”, ad altre strane cose, che probabilmente in se stesse non significano nulla, ma che ai propri occhi sono coincidenze davvero troppo strane. Oggi me ne è capitata una, in effetti proprio ora: mi è tornato in mente il film A scuola con papà, spassosa commedia con Rodney Dangerfield, di cui ognuno che l’abbia vista ricorderà, senza alcun dubbio, il personaggio del prof. Turgeson, insegnante di storia molto “impegnato”. Avrò visto e rivisto non solo il film, ma quella particolare scena, grazie a youtube, migliaia di volte; giusto oggi, mi sono incuriosito e sono andato a cercare chi fosse l’attore che lo interpretava, di cui sapevo solo che fosse a sua volta uno stand-up comedian, proprio come Dangerfield. Ho scoperto che si chiamava Sam Kinison, aveva debuttato appunto nello show tv di Dangerfield e, alla metà degli anni Ottanta, stava scalando le vette del cabaret, ricavandosi un buon successo con l’originalità e la follia aggressiva del suo stile satirico. Era stato, anni prima, un predicatore, quindi la sua carriera di umorista era una sorta di rivoluzione. Ho anche scoperto che purtroppo è morto nel 1992 in un incidente stradale, aggiungendosi a una lista abbastanza lunga di talenti morti giovani e subito osannati prima di poter declinare.

E ho anche scoperto che è morto il 10 aprile.


Dantedì


Emergenza e disciplina

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La situazione pandemica globale ha mostrato diversi aspetti del comportamento collettivo di fronte alle emergenze sanitarie. Aspetti assolutamente problematici. L’impreparazione alle risposte collettive non deriva, certo, soltanto da questioni di educazione diretta: se l’educazione coinvolge in via generale l’intera società, allora la mancanza di una società educante (cioè oltre la scuola) è un freno anche per le istituzioni formali e l’azione pedagogica. Oggi è evidente come il fenomeno delle notizie false, manipolate o distorte, diffuse tramite le reti sociali senza alcun filtro, con cui si contribuisce a creare disinformazione, reazioni emotive e opposizioni prive di argomentazioni razionali, sia il sintomo del trionfo dell’ignoranza fuori controllo che genera follie e disastri. Ma non si tratta di un fenomeno del tutto nuovo, naturalmente: in ogni emergenza nella storia sono rinvenibili gli stessi meccanismi, dagli “untori” de I promessi sposi a casi di veri e propri linciaggi nei confronti del personale medico, accusato di diffondere scientemente le malattie.

La Russia imperiale offre diversi esempi della deriva irrazionale che dicerie incontrollate possono provocare; il primo è l’epidemia di peste che colpì l’Impero russo verso la fine del nel XVIII secolo. Ebbe inizio col ritorno a Mosca dei soldati dalla guerra contro l’Impero ottomano; la diffusione del virus fu velocissima e in breve tempo iniziarono a morire migliaia di persone. Le autorità cittadine furono incapaci di contenere il contagio e il governatore arrivò ad abbandonare Mosca, lasciandola nel caos: i cadaveri si ammassavano per le strade, chi se ne occupava rimaneva contagiato e presto si aggiungeva ai morti, mentre il panico si impadroniva della popolazione. Alle porte della città fu allora affissa una icona religiosa, che si diceva avesse la capacità di proteggere dal contagio; quando la notizia si diffuse, migliaia di persone si accalcarono per pregare e baciare l’immagine sacra, facendo così esplodere il numero di ammalati. Di fronte a ciò, l’arcivescovo Ambrogio decise di rimuovere l’icona, ma la risposta fu ancora peggiore: la folla, costituita in larga parte da contadini impoveriti e disperati, insorse, assaltò il Cremlino e, catturato l’arcivescovo, lo linciò. A quel punto, la zarina Caterina la Grande decise di far sedare le rivolte dall’esercito, che entrò in forze nella città e attuò una dura repressione. Continua a leggere


Aforismi a buon mercato, vol. 10

Aforismi 90 – 98

Sommario

  • Ancora su Pasolini
  • Gli psicologi sul comodino
  • La parola alla Sex worker
  • Torna al tuo posto!
  • Un bugiardo patologico
  • Sostiene Vespa che quando c’era LVI…
  • Scrivono tutti allo stesso modo
  • Cosa ci importa dell’Oriente?
  • Dibattito con la condizionale

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Christopher Plummer, 1929-2021


Centenario del comunismo italiano

Immagini originali, ritrovate negli archivi, del Congresso di Livorno 1921, quando nacque il Partito Comunista d’Italia. ✊


La lettera della discordia

lettera antica

Ecco un altro dibattito che mi ha coinvolto sulla rete. Qualche mese fa, 150 intellettuali americani hanno firmato una lettera in cui denunciano il clima di intolleranza derivante dalla ricerca di una comunicazione politicamente corretta. Tra di loro, Noam Chomsky, Salman Rushdie, Margaret Atwood, la controversa J. K. Rowling. Ne ho avuto notizia attraverso MicroMega, rivista da sempre critica nei confronti di tale comunicazione, giudicata di stampo (cripto)reazionario:

Finalmente! 150 intellettuali americani contro il reazionario “politically correct”

Cosa c’è che non va nel “politicamente corretto”? Dipende da come lo si intende. In sé nulla, se preso per quel che è; ma molto, se diventa un parossismo ideologico che alimenta ossessioni identitarie. Perché l’idea di insegnare il rispetto dell’altro attraverso l’adozione di un linguaggio adeguato può essere al tempo stesso progressista e reazionaria, può cioè educare a non utilizzare un insulto come definizione “normale” di intere categorie umane, ma può anche portare all’autocensura nel timore di offendere, che è una questione fin troppo soggettiva, i cui rischi, ad una analisi un po’ più schietta, mi paiono abbastanza evidenti. Dal rispetto egualitario al moralismo reazionario, i passi da compiere non sono poi molti; lo spazio conquistato dall’affermazione positiva delle identità (lato progressista) è vulnerabile a una interpretazione negativa di chiusura in recinti tribali e condanne di ciò che non vi si adegua (lato reazionario).

Il guaio è che a fare una critica, per quanto possibile complessa, a tale parossismo (che, ripeto, non è per forza la cosa in sé, ma un effetto collaterale concreto), ci si ritrova in pessima compagnia: la destra parla già da tempo di una fantomatica “ideologia gender”, che privilegierebbe non solo l’identità sulla competenza (nei luoghi di lavoro, per esempio), ma soprattutto una correttezza di linguaggio che si risolverebbe in una dittatura comunicativa, per cui si procederebbe alla censura, attiva o preventiva, di parole, concetti e forme linguistiche considerate offensive. Un giro di parole per dire che oggi non si può più insultare liberamente chi si vuole. In questo contesto, sempre più polarizzato, anche a sinistra ci si ritrova a difendere con i denti e con le unghie un modello comunicativo preso nella sua parte migliore (il rispetto dell’altro), eppure ritenuto esente da analisi su rischi e problemi a questo legato. Il rischio, per chi si interroga dal lato progressista sul problema della comunicazione rispettosa, è appunto quello di essere accomunato ai reazionari, di essere un fautore di elementi criptofascisti, di danneggiare la causa legittimando la retorica del nemico ecc..

Ora, io sono uno di questi critici da sinistra; conservo parecchi dubbi su ciò che viene definito politicamente corretto (la penso grossomodo come Slavoj Žižek, il quale, nonostante certi termini esagerati, non si limita a parlare di “totalitarismo”, facendone invece una disamina psicologica interessante), ma la difficoltà di affrontare il problema risiede nell’impossibilità di marcare la differenza, agli occhi dei militanti, tra la mia preoccupazione e le paranoie destrorse. Tale preoccupazione deriva dalla constatazione che, dal punto di vista concettuale, ci sono elementi reazionari pesanti proprio nel cuore della political correctness, che fanno rientrare da sinistra tipi particolari di autocensura moralistica di stampo conservatore-religioso, da cui speravamo di esserci liberati. In questo, non sono il solo: MicroMega, come si vede nel link riportato sopra, in particolare Paolo Flores D’Arcais, esprime la stessa preoccupazione; il fatto che diversi intellettuali americani di sinistra abbiano firmato la controversa lettera riportata appunto dalla rivista, dovrebbe fra comprendere come certe questioni siano avvertite in maniera trasversale.

Chiaro che le mie opinioni in merito cambino continuamente, ma il dibattito che riporto qui è stato abbastanza veemente e mi ha costretto a ripensare a ciò che sostengo. Un punto che dovrò affrontare presto o tardi, per esempio, è la reale origine della political correctness: è sorta effettivamente negli ambienti liberal, o è un’invenzione dei conservatori, una loro etichetta usata per distorcere questioni più complesse?

In appendice riporto un secondo scambio di idee, rapidissimo, con un’altra persona più vicina alle mie posizioni; intanto lascio anche questo articolo, che ricostruisce la questione generale anche rispetto alla cosiddetta cancel culture: Wired – Che cos’è davvero la cancel culture di cui avete letto in questi giorni e un articolo non direttamente correlato, su un professore americano liberal che riporta una questione simile. Nonché la notizia di una lettera in favore del diritto delle persone transessuali ad autodeterminarsi, anche linguisticamente, contro le posizioni di JK Rowling: The Guardian – Stephen King, Margaret Atwood and Roxane Gay champion trans rights in open letter

E ora la lunga discussione… Continua a leggere


L’ultimo samurai

Il 25 novembre 1970, Yukio Mishima, scrittore, artista marziale ed esteta giapponese, compì un gesto che per noi occidentali moderni è pressocché incomprensibile: il seppuku, altrimenti detto harakiri, ossia il suicidio rituale dei samurai. Lo fece dopo aver occupato il Ministero della difesa con alcuni membri della sua Tate no Kai (“associazione degli scudi”), un gruppo dalla forma paramilitare, per protesta contro ciò che lui riteneva essere l’umiliazione costante del Giappone dal dopoguerra. Le sue idee, espresse in numerosi romanzi e saggi, sono sostanzialmente quelle di un tradizionalista che vede nel mondo moderno una decadenza inaccettabile, cui contrapporre il culto degli antenati (fondamentale in Giappone) e la rivalutazione dell’etica guerriera, della figura spirituale dell’Imperatore e del nazionalismo. Idolo delle destre di ogni parte, fu comunque una figura complessa e affascinante, non così facile da incasellare, seppure chiaramente antimoderna. Essendo io attratto da diversi aspetti della cultura giapponese, da tempo ne ho acquistato diverse opere, anche se purtroppo ne ho letta finora solo una. Non posso definirmi un suo ammiratore, ma nei cinquant’anni dal suo seppuku, voglio comunque ricordarlo con il proclama che fece poco prima di suicidarsi. Una pagina di moderno romanticismo, oserei dire, magari non eccelsa, ma in piena sintonia con la sua opera d’arte definitiva, il suicidio dell’esteta.

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“La nostra Associazione degli Scudi è cresciuta grazie all’Esercito di difesa nazionale: l’Esercito di difesa nazionale è, per così dire, nostro padre e nostro fratello maggiore. Perché dunque lo ricompensiamo dei favori che ci ha elargito agendo con tanta ingratitudine? Negli anni trascorsi – quattro per me e tre per gli altri membri – siamo stati accolti nell’esercito e considerati quasi alla stregua di membri effettivi, siamo stati addestrati senza che ci fosse chiesta alcuna contropartita, e abbiamo appreso ad amare sinceramente l’esercito, a sognare «l’autentico Giappone» che ormai esiste solo nelle caserme, a conoscere lacrime virili, uno spettacolo insolito nel dopoguerra. Abbiamo versato insieme a voi il nostro sudore, correndo al vostro fianco per le pianure del Fuji e condividendo il vostro amore per la patria. Di questo non abbiamo il benché minimo dubbio. L’Esercito di difesa nazionale è stato il nostro paese natale, l’unico luogo di questo snervato Giappone moderno in cui si possa respirare un’atmosfera di ardimento. Incommensurabile è l’affetto di cui ci hanno onorato gli istruttori e tutti coloro che ci hanno addestrato. Perché dunque abbiamo osato intraprendere una simile impresa? Anche se potrà sembrare un’apologia, io dichiaro che l’amore per l’Esercito di difesa nazionale è il nostro movente.

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Congetture in libertà

Philosoraptor

Osservazioni e pensieri sorti in maniera spontanea, sotto la doccia, spolverando, al volante, fumando senza avere il cellulare in mano… tipo, su presunte origini storico-materialiste di alcuni usi e costumi, sulla natura dell’essere umano e dell’universo, sulle implicazioni etiche della prima colazione, sullo schifo che è diventato l’editor di WordPress con questa merda dei blocchi, ecc…. tutto sotto l’effige tutelare del Philosoraptor, meme patrono delle congetture più strambe su internet. NB – una nuova rubrica, insomma, da non prendere granché sul serio.

I / Il sangue nella magia religiosa. Dal sacrificio animale e umano, al mito del sangue nel paganesimo e nel cristianesimo, il sangue è considerato fonte di vita e di legame, con la terra e la comunità, portatore di tutte le caratteristiche individuali. Osservazioni basilari: se un essere perde sangue, muore; se il sangue impregna la terra, la concima. Il sangue è vita e la porta ovunque vada – è dunque prezioso e va preservato. Da questi dati osservabili  senza particolari conoscenze derivano il culto e il mito. Il sacrificio, in tutte le religioni che lo propongono, ha come scopo l’offrire il sangue alla divinità, perché porti in cambio la vita. Spargere il sangue sull’altare è la versione simbolica della carogna che perde sangue sulla terra e, in suo luogo, crescono piante rigogliose.

II / Sessualità e repressione. Questione di ordine pubblico: assecondare il desiderio porta ad avere figli; se non sono concepiti all’interno di relazioni codificate, sorgono conflitti e problemi. Necessità di controllo = imposizione di regole contro il sesso libero. Regole contro comportamenti destabilizzanti (religione in generale). Il peso si scarica innanzitutto sulla donna, “scrigno di vita e di lussuria” (cit.), in quanto considerata: 1) inferiore per natura, meno intelligente, meno attiva, meno importante; 2) detentrice della funzione riproduttiva, che la distingue e la caratterizza in toto; 3) debole, bisognosa di protezione, quindi di guida; 4) seducente, quindi pericolosa, inducendo l’uomo all’adulterio. L’uomo adultero è “vittima” della seduzione, ma al contempo causa dei problemi (scontri violenti con altri uomini) che destabilizzano la società codificata, cercando lui stesso di sedurre per ottenere i piacere sessuale. Soluzione: reprimere la sessualità. Per reprimerla bisogna condannarla come peccato, attribuendole “il male” come essenza, se non finalizzata alla riproduzione in situazioni codificate. Il potere, identificato nelle regole divine (avulse dall’imperfezione e dalla transitorietà umane), estende un controllo universale attraverso la soluzione del problema della sessualità.

III / La via della mano sinistra. In ambito magico e alchemico, esistono due “vie”, ispirate al dualismo solve et coagula, la via della mano destra e la via della mano sinistra (o anche la via umida e la via secca, a seconda dell’ambito specifico in cui si applicano). La prima è quella più lunga, difficile e impegnativa, ma sicura, che si basa sulla pratica spirituale, sulla conduzione di una vita moralmente retta (retto, diritto, dritto, destro), che può durare anni per arrivare al risultato. La seconda è quella rapida e facile, ma pericolosa, che tenta di arrivare al risultato attraverso arti e pratiche rischiose, come l’assunzione di sostanze e altre forzature spirituali e fisiche. Facendo un parallelo indebito e superficiale, considerando l’insieme delle pratiche di cura apparse nei secoli e nelle culture, ho pensato: e se le cosiddette “medicine alternative”, con olii essenziali, acque profumate, energie universali catalizzate ecc., fossero la via della mano destra, mentre la medicina vera e la scienza, con i farmaci e la chirurgia, fossero la via della mano sinistra?

IV / L’umanità non va mai contro natura. La tendenza alla consapevolezza delle nostre azioni, dal punto di vista della specie, ossia l’intenzionalità più o meno costante delle scelte, ci distingue dagli altri animali in quanto non seguiamo un istinto innato, bensì costruiamo ogni comportamento in base all’educazione, alle relazioni, al contesto, ai linguaggi, ai parametri culturali e via dicendo. La scienza è nata dalla razionalizzazione in modelli delle esperienze di trasformazione dell’ambiente in cui viviamo; la vita che portiamo avanti, sempre come specie, è inscindibile da questa operatività e persino la pretesa di viviere in armonia con la natura (intesa mitologicamente come Madre) è una scelta, non uno status. Fatto salvo il contesto in cui la vita è per forza di cose “naturale” (impossibilità di industrializzazione, agricoltura limitata ecc.), e dunque dove la scelta non c’è, ogni segno di civiltà si basa sulla trasformazione fisica e culturale. Il dibattito sulla contrapposizione tra vita naturale e scelte contro natura, da questioni di stili di vita (scelte artistiche, consumatorie, sessuali) a questioni mediche e interventive, per non dire economiche, si basa sulla equiparazione natura=norma, per cui tutto ciò che non è considerato naturale è contro natura, quindi necessariamente anormale. Ma perché l’essere umano è portato ad agire così spesso contro questa presunta normalità naturale? Per via della sua vera natura: la trasformazione dell’ambiente e di se stesso è la sua propria natura fondamentale, la conseguenza dell’evoluzione della sua struttura psico-fisica. La scelta è per noi una “possibilità obbligatoria”, dovuta al nostro cervello. Noi, pertanto, non possiamo agira mai, in alcun modo, contro natura, perché l’azione intenzionale è la nostra natura, anche quando ci reca un danno, o lo reca all’ambiente in cui viviamo e moriamo.

V / Esperienze paranormali. Vivere esperienze fuori dalla norma: vedere persone o cose che non ci sono, avvertire sensazioni strane, sperimentare l’assurdo. Può capitare a chiunque. Al di là della razionalizzazione, si tratta pur sempre di esperienze, avvenimenti il cui valore si può apprezzare nelle conseguenze che questi hanno su di noi. Si tratta, però, sempre e comunque di esperienze soggettive: riguardano la persona che le fa, non tutti; non hanno valenza oggettiva, in quanto non misurabili e analizzabili nella realtà. Se qualcuno mi dice “ho incontrato una persona morta, ho sentito la voce di Dio, ho visto un’altra dimensione”, io non potrei giudicare falsa l’esperienza di quella persona, semmai potrei giudicarla falsa in senso oggettivo, ossia non reale in se stessa e certamente non per me. Ma per quella persona, nella sua sfera esperienziale, se ha delle conseguenze e la spinge ad attribuire un valore e un significato a quanto vissuto, è “reale” in senso soggettivo. A me sono capitate poche, rare esperienze assurde; mi sono sembrate reali, ma essendo io scettico (se non erro, dal greco skeptizomai, ossia “monto di guardia, faccio la sentinella”) non posso fare a meno di chiedermi: era vero – e quindi assurdo – o era solo nella mia testa? Così anche l’esperienza altrui: la persona che mi parla di fantasmi ha davvero un contatto con esseri sovrannaturali, o piuttosto è tutto un sogno a occhi aperti? Questo dubbio è impossibile da dirimere, la convinzione è personale e quindi si rientra nella fede (credere senza prove concrete), o nella sua mancanza. Tutto è più facile per chi ha molte esperienze paranormali: la sua fede riposa comunque su una realtà soggettiva.

VI / Autocoscienza di Gaia. L’evoluzione umana potrebbe immaginarsi come raggiungimento dell’autocoscienza di “Gaia”, l’ipotetico organismo vivente costituito dal mondo con tutte le sue forme di vita e i suoi ecosistemi, secondo l’idea di James Lovelock. In quanto unica specie ad aver raggiunto un grado di razionalità produttiva di coscienza del sé, l’umanità ha compreso il funzionamento del pianeta e dei suoi abitanti, l’influenza della propria presenza sull’ambiente, ha formulato leggi sulla fisica e sulla chimica, arrivando a comprendere almeno una piccola parte dei misteri dell’universo. Tutta la conoscenza prodotta nella storia del mondo è ridotta alla nostra storia, il nostro periodo di esistenza fino a oggi; e gli unici che possono usufruirne siamo noi, gli stessi che la producono. Se scomparissimo, tutta la conoscenza andrebbe perduta, ma chi altro mai potrebbe usufruirne? Al momento e per quanto ne sappiamo, tralasciando fantasiose teorie alla X-Files, siamo soli nell’universo conosciuto. Senza l’opera di ricerca e catalogazione, di intepretazione e teorizzazione, si azione e trasformazione, nessun essere vivente saprebbe alcunché di cosa sia il mondo in cui vive. Allora, se non è accettabile la visione alla Matrix dell’umanità come virus (mica siamo gli unici esseri che modificano l’ambiente attorno a loro per delle esigenze di vita! Stupido agente Smith), è però olisticamente plausibile che il nostro ruolo e la nostra influenza sui sistemi bio/geo/ecc. sia quello di prendere coscienza di questi sistemi stessi e delle loro relazioni e interazioni. Cosa farne di tutta questa coscienza (che appunto diventa auto-coscienza del pianeta vivente di cui facciamo parte), riguarda più che altro il senso della nostra vita, sia che esista in sé o che vada costruito. In ogni caso, so di non essere l’unico a immaginare una cosa del genere: Douglas Adams ha addirittura immaginato la Terra come una sorta di “computer” costruito per porre la domanda fondamentale alla vita, l’universo e tutto quanto. Forse allora “Gaia” sta prendendo coscienza di se stessa attraverso di noi, suoi neuroni. Hegel, Hegel, dove sei?

VII / Uguaglianza cerebrale. Ci comportiamo tutti allo stesso modo, in ogni angolo del globo. Non nel senso che condividiamo la stessa cultura, mentalità o stile di vita – queste sono le cose che ci differenziano. Io parlo della quotidianità, delle relazioni interpersonali. Le liti di coppia, con la moglie che si lamenta del marito e viceversa; il giovane che si ribella al genitore, che disprezza i vecchi, solo per ritrovarsi a pensarla come loro una volta genitore e anziano; il sottoposto che vede nel capo un idiota e uno sfruttatore, e il capo che vede nel sottoposto un inferiore da usare; il corrotto e l’idealista che si contendono la scena; l’organizzazione prevalentemente patriarcale delle varie società e comunità; le forme di ritualità, di somministrazione della giustizia, di sacralità; e l’ingiustizia, che alla fine regna sovrana. Pochi esempi generali di situazioni che si ritrovano espresse in tutte le culture e le storie, di oggi come di cinque secoli fa, in Italia come in Giappone, in Canada come in India. Leggere certi passi dei testi sacri, delle opere poetiche, mitologiche e letterarie, più di recente vedere filme ascoltare canzoni, dà l’idea che su certe cose ci ritroviamo tutti nella stessa situazione, di paura, di gioia, di dubbio, ecc. Perché? Forse perché, nonostante tutti i cambiamenti e le differenziazioni, anche abissali, siamo tutti fatti allo stesso modo, per evoluzione: il nostro cervello ha una certa configurazione per motivi evolutivi, quindi è fatto per funzionare in un certo modo, dunque certe cose passano per la testa di tutti gli esseri dotati dello stesso tipo di cervello, per quanto possano essersi differenziate le forme superiori di civilizzazione (educazione, cultura, forme politiche, convenzioni sociali). Siamo tutti uguali, alla base, per configurazione cerebrale e psicofisica, che ci piaccia o no.