Di cosa parliamo quando parliamo di qualcosa

marat particolare

Particolare di La morte di Marat, J. L. David, 1793

Tempo fa scrivevo, come presentazione di un mio profilo: “non ho un’opinione su tutto, ma se l’avessi non la direi”. Un’affermazione di principio cui non sono certo rimasto sempre fedele. Anche io ho sputato sentenze, sparato cazzate senza sapere, preso sottogamba la serietà di molti discorsi e questioni, “salottizzato” argomenti di una certa complessità, facendo saltare i nervi a qualcuno. D’altro canto, è la necessità di dover dare un’opinione su tutto che ormai fa saltare i nervi anche a me, perché sembra quasi un dovere, ormai, esprimersi su ogni singola notizia. Senza comunque sperare che qualcuno te s’enculi, dispersi come siamo in un oceano di chiacchiere e distintivi informazioni.

Prendiamo l’Afghanistan. E’ l’argomento del mese o no? Tra le posizioni dei talebani di vent’anni fa e quelle di oggi, tra le similitudini tra la fine della guerra in Vietnam e questa (con tanto di foto), tra le recriminazioni storico-politiche e geopolitiche, ma soprattutto tra quel che si è fatto, non si è fatto, si farà o non si farà, da scrivere ce n’è anche troppo. Cosa dovrei fare? Scriverne e dire cosa ne penso, almeno come testimonianza personale, oppure tacere, essere quello che, a costo di passare per disinteressato, tiene le dita a freno? In effetti è una tensione che avverto, lo devo ammettere. Perché non so se quel che ho da dire, che mi viene da dire, abbia valore, aggiunga qualcosa, oppure no; perché non so se ne vale la pena, specie pensando che molte idee sono rimasticature di informazioni già elaborate da altri. Potrei, forse, dire la mia sull’invasione sovietica, alla luce del risultato attuale; sarebbe più consono a questa sorta di auto-formazione storica che, credo, emerge da molti articoli qui. Ma a che serve?

Non voglio fare l’utilitarista, è che se riuscissi davvero a trarne qualcosa fuori, tanto varrebbe lavorarci su e magari proporla a un giornale, anziché buttarla così, come viene viene (o alla ca**o di cane, per citare René Ferretti). Ultimamente è così con tutto. Per questo sto postando a intervalli sempre più lunghi, sento nuovamente l’inutilità di tutto ciò, come un sintomo vagamente depressivo. Eppure, qualche mese fa leggiucchiavo un libro postumo di Terzani, Un’idea di destino, di cui avevo accennato nell’articolo introduttivo a un altro libro, invece letto interamente e appassionatamente (sia in positivo che in negativo); è una raccolta di materiale dai suoi appunti personali, dai suoi diari, dall’archivio di lavoro ecc., da cui si evince una sorta di ansia nel non lasciar scappare via i pensieri che ogni giorno nascono e poi si perdono nella nostra mente. Proprio quel che cerco di fare io, soprattutto col mio diario intimo, cartaceo, dove pure passano talvolta mesi senza che vi scriva alcunché. Questo blog è già una specie di “bella copia” di certi pensieri. Mi porto quasi sempre appresso un taccuino dove annotare sia informazioni varie, sia pensieri estemporanei da riversare e rielaborare. Ma quel che mi manca è la forza di portare fino in fondo questa attitudine.

La mia mente si stanca fin troppo facilmente. La mia voglia di scrivere, che è forse l’unica cosa che si avvicini a un barlume di passione, scema fin troppo velocemente. Ho espresso in passato ammirazione per i grafomani come Umberto Eco, intendendo per “grafomania” non la patologia reale, bensì la capacità di essere estremamente prolifici mantenendo peraltro una certa qualità. Ora, non voglio peggiorare ulteriormente la cosa, ma pure come qualità non riesco a essere al livello che vorrei. Sono vittima di una mistura micidiale, assolutamente micidiale, di perfezionismo e pigrizia, di ricerca di standard sempre più alti e incapacità costante di raggiungerli, o meglio, di fare i giusti sforzi per…

Voglio dire, persino scrivere questo articoletto senza capo né coda mi sta stancando. Apposta ho usato una parafrasi nel titolo, perché di che cosa parliamo, quando parliamo di qualcosa? Di qualunque cosa… Che vogliamo dire? Cosa voglio dire io? A che serve? A chi? A me? E perché? Cosa devo dirmi che non abbia già pensato integralmente in un millisecondo nei meandri del mio cervello? Perché sento il bisogno di scriverlo, di esternarlo su di una pagina, di alienarlo da me? Per osservarlo meglio e capirlo nella sua complessità/semplicità? Quali sono quei pensieri imperfetti di cui tento quella produzione strutturale? Qua la struttura crolla mentre la tiro su!

Non riesco nemmeno a essere davvero creativo, per questa spossatezza intellettuale. Come tanti, ho anch’io racconti e romanzi nel cassetto, ma non riesco a portarli oltre certi limiti, non trovo quella energia creatrice di tanti scrittori che leggo e ammiro. E’ come se avessi di fronte a me un cammino, un sentiero abbastanza chiaro da percorrere, ma non sapessi come affrontarlo. Anzi, se ripenso all’infanzia (non c’entra granché, ma a posteriori mi sembra significativo), ai giochi che facevo, a quando mi chiedevano (per esempio a scuola) di inventare storie, o ancora nell’adolescenza quando provavo a far fumetti, alla fin fine tutto girava intorno alla riproposizione quasi pedissequa di ciò che vedevo e sentivo in giro, senza alcun guizzo interpretativo. Chiaro che in seguito le cose siano migliorate, ma come inizio sembrava profetico, eh, suino genitale maschile: per uno scrittore, non avere abbastanza immaginazione è un guaio. Un grosso guaio. A Chinatown.

Sto divagando. Sto andando alla deriva, più che altro. Mi vergogno persino di aver usato quel particolare di un quadro così bello e importante, come immagine di anteprima, però rende l’idea della morte, della stanchezza, eppure con ancora la voglia, il desiderio di continuare a scrivere, perché Marat mica ha lsciato cadere la penna, è morto lui, ma non le sue idee (ecco, un po’ di interpretazione). Non che mi stia paragonando a lui, o a David, autore del quadro. O forse sì, ma nel senso stretto di stringere la piuma senza aver la forza di sollevarla. Forse è solo stress, ma se lo è, persiste da tempo.


Centenario del PCC (1921-1991)

Oggi ricorre il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Un partito che è cambiato molto dalle sue origini, senza mai rinnegarle. Interessante scoprire che sia nato nello stesso anno del PCI, sebbene questo non sia arrivato alla stessa età per ben note questioni storiche. Il cambiamento del PCC è, a conti fatti, ciò che lo ha salvato, e che sta salvando l’intero sistema da esso costruito e governato: la capacità di lasciarsi alle spalle l’ideologismo volontarista di Mao e abbracciare il pragmatismo di Deng, per superare i problemi economici senza però perdere il controllo politico. Ingabbiare l’economia lasciandole lo spazio sufficiente a generare ricchezza, mantenendone la direzione macroeconomica per controllarne lo sviluppo in favore della collettività: questo è il modello del «socialismo con caratteristiche cinesi», una sorta di NEP radicalizzata e rafforzata. Certo, non è possibile chiudere un occhio sulla repressione politica solo perché tale modello funziona nel particolare contesto della Cina; ma di fronte allo schifo in cui viviamo, almeno su questo mi pare opportuno esprimere i miei complimenti al PCC, perché questo modello sembra incarnare il mio ideale.


La caduta rovinosa dei Robot

Rise
 
I robot! Assieme a pirati, ninja e dinosauri, sono i figaccioni delle fantasie e dell’escapismo, infantile e adulto. E lo sono anche perché c’è un intero genere letterario in cui hanno ruoli preponderanti: la fantascienza. Asimov ne è il gran maestro, e il fatto che io stia leggendo la trilogia dei Robot non deve farvi pensare che ne stia parlando apposta in questo articolo; anche se è vero. Cosa è un robot? La parola deriva dal ceco robota che significa “lavoro”; i robot sono i lavoratori del futuro, le macchine lavoratrici anzi, che si occuperanno (o si sarebbero occupati, se la tecnologia non stesse rendendo obsoleta, oramai, parecchia fantascienza di base) dei lavori più pesanti e ingrati, tipo estrarre minerali dagli asteroidi, gestire la trasmissione di energia attraverso gli spazi siderali, o giocare coi bambini.

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Sam Kinison

Negli ultimi tempi ho iniziato a trovare coincidenze di ogni tipo, dal nome che ti ronza in testa e lo ritrovi scritto su qualcosa che cercavi, ai numeri disposti in modi “significativi”, ad altre strane cose, che probabilmente in se stesse non significano nulla, ma che ai propri occhi sono coincidenze davvero troppo strane. Oggi me ne è capitata una, in effetti proprio ora: mi è tornato in mente il film A scuola con papà, spassosa commedia con Rodney Dangerfield, di cui ognuno che l’abbia vista ricorderà, senza alcun dubbio, il personaggio del prof. Turgeson, insegnante di storia molto “impegnato”. Avrò visto e rivisto non solo il film, ma quella particolare scena, grazie a youtube, migliaia di volte; giusto oggi, mi sono incuriosito e sono andato a cercare chi fosse l’attore che lo interpretava, di cui sapevo solo che fosse a sua volta uno stand-up comedian, proprio come Dangerfield. Ho scoperto che si chiamava Sam Kinison, aveva debuttato appunto nello show tv di Dangerfield e, alla metà degli anni Ottanta, stava scalando le vette del cabaret, ricavandosi un buon successo con l’originalità e la follia aggressiva del suo stile satirico. Era stato, anni prima, un predicatore, quindi la sua carriera di umorista era una sorta di rivoluzione. Ho anche scoperto che purtroppo è morto nel 1992 in un incidente stradale, aggiungendosi a una lista abbastanza lunga di talenti morti giovani e subito osannati prima di poter declinare.

E ho anche scoperto che è morto il 10 aprile.


Dantedì


Emergenza e disciplina

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La situazione pandemica globale ha mostrato diversi aspetti del comportamento collettivo di fronte alle emergenze sanitarie. Aspetti assolutamente problematici. L’impreparazione alle risposte collettive non deriva, certo, soltanto da questioni di educazione diretta: se l’educazione coinvolge in via generale l’intera società, allora la mancanza di una società educante (cioè oltre la scuola) è un freno anche per le istituzioni formali e l’azione pedagogica. Oggi è evidente come il fenomeno delle notizie false, manipolate o distorte, diffuse tramite le reti sociali senza alcun filtro, con cui si contribuisce a creare disinformazione, reazioni emotive e opposizioni prive di argomentazioni razionali, sia il sintomo del trionfo dell’ignoranza fuori controllo che genera follie e disastri. Ma non si tratta di un fenomeno del tutto nuovo, naturalmente: in ogni emergenza nella storia sono rinvenibili gli stessi meccanismi, dagli “untori” de I promessi sposi a casi di veri e propri linciaggi nei confronti del personale medico, accusato di diffondere scientemente le malattie.

La Russia imperiale offre diversi esempi della deriva irrazionale che dicerie incontrollate possono provocare; il primo è l’epidemia di peste che colpì l’Impero russo verso la fine del nel XVIII secolo. Ebbe inizio col ritorno a Mosca dei soldati dalla guerra contro l’Impero ottomano; la diffusione del virus fu velocissima e in breve tempo iniziarono a morire migliaia di persone. Le autorità cittadine furono incapaci di contenere il contagio e il governatore arrivò ad abbandonare Mosca, lasciandola nel caos: i cadaveri si ammassavano per le strade, chi se ne occupava rimaneva contagiato e presto si aggiungeva ai morti, mentre il panico si impadroniva della popolazione. Alle porte della città fu allora affissa una icona religiosa, che si diceva avesse la capacità di proteggere dal contagio; quando la notizia si diffuse, migliaia di persone si accalcarono per pregare e baciare l’immagine sacra, facendo così esplodere il numero di ammalati. Di fronte a ciò, l’arcivescovo Ambrogio decise di rimuovere l’icona, ma la risposta fu ancora peggiore: la folla, costituita in larga parte da contadini impoveriti e disperati, insorse, assaltò il Cremlino e, catturato l’arcivescovo, lo linciò. A quel punto, la zarina Caterina la Grande decise di far sedare le rivolte dall’esercito, che entrò in forze nella città e attuò una dura repressione. Continua a leggere


Aforismi a buon mercato, vol. 10

Aforismi 90 – 98

Sommario

  • Ancora su Pasolini
  • Gli psicologi sul comodino
  • La parola alla Sex worker
  • Torna al tuo posto!
  • Un bugiardo patologico
  • Sostiene Vespa che quando c’era LVI…
  • Scrivono tutti allo stesso modo
  • Cosa ci importa dell’Oriente?
  • Dibattito con la condizionale

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Christopher Plummer, 1929-2021


Centenario del comunismo italiano

Immagini originali, ritrovate negli archivi, del Congresso di Livorno 1921, quando nacque il Partito Comunista d’Italia. ✊


La lettera della discordia

lettera antica

Ecco un altro dibattito che mi ha coinvolto sulla rete. Qualche mese fa, 150 intellettuali americani hanno firmato una lettera in cui denunciano il clima di intolleranza derivante dalla ricerca di una comunicazione politicamente corretta. Tra di loro, Noam Chomsky, Salman Rushdie, Margaret Atwood, la controversa J. K. Rowling. Ne ho avuto notizia attraverso MicroMega, rivista da sempre critica nei confronti di tale comunicazione, giudicata di stampo (cripto)reazionario:

Finalmente! 150 intellettuali americani contro il reazionario “politically correct”

Cosa c’è che non va nel “politicamente corretto”? Dipende da come lo si intende. In sé nulla, se preso per quel che è; ma molto, se diventa un parossismo ideologico che alimenta ossessioni identitarie. Perché l’idea di insegnare il rispetto dell’altro attraverso l’adozione di un linguaggio adeguato può essere al tempo stesso progressista e reazionaria, può cioè educare a non utilizzare un insulto come definizione “normale” di intere categorie umane, ma può anche portare all’autocensura nel timore di offendere, che è una questione fin troppo soggettiva, i cui rischi, ad una analisi un po’ più schietta, mi paiono abbastanza evidenti. Dal rispetto egualitario al moralismo reazionario, i passi da compiere non sono poi molti; lo spazio conquistato dall’affermazione positiva delle identità (lato progressista) è vulnerabile a una interpretazione negativa di chiusura in recinti tribali e condanne di ciò che non vi si adegua (lato reazionario).

Il guaio è che a fare una critica, per quanto possibile complessa, a tale parossismo (che, ripeto, non è per forza la cosa in sé, ma un effetto collaterale concreto), ci si ritrova in pessima compagnia: la destra parla già da tempo di una fantomatica “ideologia gender”, che privilegierebbe non solo l’identità sulla competenza (nei luoghi di lavoro, per esempio), ma soprattutto una correttezza di linguaggio che si risolverebbe in una dittatura comunicativa, per cui si procederebbe alla censura, attiva o preventiva, di parole, concetti e forme linguistiche considerate offensive. Un giro di parole per dire che oggi non si può più insultare liberamente chi si vuole. In questo contesto, sempre più polarizzato, anche a sinistra ci si ritrova a difendere con i denti e con le unghie un modello comunicativo preso nella sua parte migliore (il rispetto dell’altro), eppure ritenuto esente da analisi su rischi e problemi a questo legato. Il rischio, per chi si interroga dal lato progressista sul problema della comunicazione rispettosa, è appunto quello di essere accomunato ai reazionari, di essere un fautore di elementi criptofascisti, di danneggiare la causa legittimando la retorica del nemico ecc..

Ora, io sono uno di questi critici da sinistra; conservo parecchi dubbi su ciò che viene definito politicamente corretto (la penso grossomodo come Slavoj Žižek, il quale, nonostante certi termini esagerati, non si limita a parlare di “totalitarismo”, facendone invece una disamina psicologica interessante), ma la difficoltà di affrontare il problema risiede nell’impossibilità di marcare la differenza, agli occhi dei militanti, tra la mia preoccupazione e le paranoie destrorse. Tale preoccupazione deriva dalla constatazione che, dal punto di vista concettuale, ci sono elementi reazionari pesanti proprio nel cuore della political correctness, che fanno rientrare da sinistra tipi particolari di autocensura moralistica di stampo conservatore-religioso, da cui speravamo di esserci liberati. In questo, non sono il solo: MicroMega, come si vede nel link riportato sopra, in particolare Paolo Flores D’Arcais, esprime la stessa preoccupazione; il fatto che diversi intellettuali americani di sinistra abbiano firmato la controversa lettera riportata appunto dalla rivista, dovrebbe fra comprendere come certe questioni siano avvertite in maniera trasversale.

Chiaro che le mie opinioni in merito cambino continuamente, ma il dibattito che riporto qui è stato abbastanza veemente e mi ha costretto a ripensare a ciò che sostengo. Un punto che dovrò affrontare presto o tardi, per esempio, è la reale origine della political correctness: è sorta effettivamente negli ambienti liberal, o è un’invenzione dei conservatori, una loro etichetta usata per distorcere questioni più complesse?

In appendice riporto un secondo scambio di idee, rapidissimo, con un’altra persona più vicina alle mie posizioni; intanto lascio anche questo articolo, che ricostruisce la questione generale anche rispetto alla cosiddetta cancel culture: Wired – Che cos’è davvero la cancel culture di cui avete letto in questi giorni e un articolo non direttamente correlato, su un professore americano liberal che riporta una questione simile. Nonché la notizia di una lettera in favore del diritto delle persone transessuali ad autodeterminarsi, anche linguisticamente, contro le posizioni di JK Rowling: The Guardian – Stephen King, Margaret Atwood and Roxane Gay champion trans rights in open letter

E ora la lunga discussione… Continua a leggere