Un uomo, un esercito

Fanteria dello spazio, di Robert A. Heinlein, è un romanzo di fantascienza e fantapolitica insieme, in cui lo scrittore libertario tratta alcuni dei suoi temi più cari: l’importanza dell’individuo nella lotta quotidiana per la vita, la libertà personale che diventa responsabilità collettiva, e l’esaltazione di una forma sociale militarista, per il valore della disciplina responsabile anziché per l’autoritarismo al comando (inutile dire che a me pare una contraddizione troppo forte, ma ne parliamo tra poco). Scritto nel 1959, è divenuto soggetto di un film diretto da Paul Verhoeven nel 1997, che ne differisce per un “dettaglio” il quale, da solo, riesce a cambiare interamente il significato dell’opera, almeno a mio parere.

Andiamo con ordine. Stavolta non starò a spoilerare troppo, anche perché il romanzo lo ho letto quasi due anni fa, comunque occhio che qualcosa la dirò. Intanto, è scritto in prima persona, per cui il protagonista cala il lettore direttamente negli eventi e nelle sue esperienze; gli altri personaggi sono comunque ben delineati, come lo è il contesto, pur senza troppe spiegazioni. La storia è quella di un soldato spaziale che racconta la sua vita, attraverso molti flashback dopo un inizio sfolgorante sul campo di battaglia; dagli anni della scuola al campo di addestramento, fino alle prime missioni, con qualche accenno familiare e diversi aneddoti di vita militare quotidiana. Sullo sfondo c’è una guerra interplanetaria contro i Ragni, forme di vita aliene dal pianeta Klendatu, che sciamano sottoterra e distruggono ogni cosa, suddivise in categorie come le formiche (dagli innocui operai ai tremendi soldati, dotati anche di armi) e unite da una sorta di mente collettiva. Si accenna qua e là anche ad altre civiltà aliene, ma nulla di specifico.

Le scene d’azione sono scritte molto bene e altrettanto lo sono gli aneddoti della vita militare, tra allenamenti tipo Full Metal Jacket e risse che sfociano in amicizie (a volte). Quel che risalta, soprattutto, sono le idee e le visioni sociali dei personaggi, che naturalmente riflettono quelle di Heinlein; primo fra tutti il professore DuBois, probabilmente incarnazione diretta dello scrittore, che in almeno due occasioni tiene vere e proprie lezioni di storia e filosofia politica, con cui si delinea il mondo futuristico del romanzo. Non ho sottomano il libro, ma in sostanza tutte le nazioni si sono unite in un governo federale mondiale, dove la democrazia per come la conosciamo oggi (liberale rappresentativa) non esiste più, come non esiste più il comunismo (ricordate che il romanzo fu scritto in piena guerra fredda), sostituiti entrambi da una specie di organizzazione socio-militare in cui la cittadinanza si ottiene solo dopo aver affrontato il servizio militare. In pratica, per far parte della vita politica attiva, c’è bisogno di diventare dei soldati pronti a combattere, altrimenti si fa parte dei civili, che non prendono parte ad altro che la vita economica. DuBois tra l’altro non lesina critiche né al liberalismo, né al marxismo, presi nei loro concetti fondamentali – nulla di approfondito, ma è chiaro che non gli piaccia nessuno dei due per le ipocrisie, le bugie e i problemi (corruzione, imbrogli, parassitismi e via dicendo) che genererebbero in seno alla società.

Qui è evidente come Heinlein esprima una posizione scomoda, almeno dal mio punto di vista. Il militarismo che configura non è inteso palesemente come autoritarismo oppressivo, ma, da un punto di vista squisitamente europeo (Heinlein è americano), questa idea di una terza posizione è fin troppo vicina al fascismo, tant’è che Verhoeven, nel film del ’97, ha ricalcato le divise degli ufficiali sulle uniformi naziste, perché l’impressione che si ha, è quella lì. Una intera società come un grande esercito, tutti uniti per raggiungere scopi comuni, oppure relegati fuori dalla politica attiva, fuori dalla partecipazione, vivendo le proprie vite in una dimensione ristretta alla sfera privata: non sembra così distante da una società corporativa, in cui siamo tutti sulla stessa barca, ma ognuno sta al suo posto nella gerarchia. Ma Heinlein è un libertario, un anticomunista che nella mostruosità dei ragni riversa la sua visione del collettivismo sovietico, perciò perché non vede il collettivismo simile insito nella forma organizzativa militare?

D’altro canto, nella cultura americana l’esercito è davvero molto importante, lo sappiamo bene: un politico che non abbia servito nell’esercito, non è ben visto perché non è considerato patriottico a sufficienza. Per di più, la visione di Heinlein richiama indirettamente il modo di vivere dell’antica Roma, in cui la leva militare era obbligatoria per tutti gli uomini e, se si sopravviveva, si poteva ottenere la cittadinanza. In effetti anche in URSS l’esercito era il pilastro fondamentale della società. Quindi, come fa una istituzione così legata a concezioni sovraindividuali, che per loro stessa natura sono collettiviste e spesso autoritarie, diventare una forma accettabile di vita per un libertario? Come si concilia con le “sacre” libertà individuali?

Può darsi, comunque, che la visione di Heinlein vada presa da un altro lato. Non l’esercito, non il militarismo come lo intendiamo noi ancora oggi, bensì il tipo di relazione interpersonale che sembra derivarne: il cameratismo degli individui associati, una solida “amicizia” attraverso l’assunzione di responsabilità e la collaborazione, senza che iò implichi una sottomissione forzata, un impegno totale che non sia anche volontario; non ho ancora letto La luna è una severa maestra, ma lì l’idea di cellule rivoluzionarie contro il governo centrale è a metà strada tra i ribelli del Tea Party e i bolscevichi. Altra questione importante, nel romanzo in esame i soldati sono di ogni provenienza, di ogni origine e di ogni sesso: un egualitarismo di fatto che allontana il militarismo futuribile da qualunque oppressione discriminante tra gruppi (cosa ben lontana dal fascismo). Diciamo che nel caso di Heinlein, non essere “né di destra, né di sinistra” sembra risolversi nell’essere di entrambe le parti.

Comunque, ho detto all’inizio che la mancanza di un “dettaglio” nel film di Verhoeven cambia il senso della storia. Questo “dettaglio” è il motivo per cui il romanzo si intitola Fanteria dello spazio (Starship Troopers): i soldati di fanteria sono dotati di una armatura ipertecnologica che li trasforma in veri e propri one-man-army, eserciti di un solo uomo, per la quantità di attrezzature, armi e gadget azionabili con rapidi e specifici movimenti dei muscoli facciali, oltre all’incremento di forza, resistenza e velocità a un livello sovrumano. In pratica, uno solo di questi fanti è in grado di mettere a ferro e fuoco un’intera città, specie quando non è possibile usare mezzi pesanti. Ciò rende la figura dei soldati spaziali molto importante e “appetibile”, per chi ha il fegato di lanciarsi nella mischia; un ruolo pericoloso e probabilmente mortale, ma molto rispettato e, senza troppa retorica, “eroico”. Per questo sia la vita militare che le azioni di guerra assumono un aspetto molto positivo, nel romanzo.

Nel film, invece, i soldati non hanno alcuna protezione adeguata; vengono mandati in massa contro gli insetti giganti, che li massacrano senza difficoltà, mentre la propaganda terrestre non fa altro che esaltare istericamente la necessità della guerra senza quartiere. Per questo cambia il senso della storia: Verhoeven ne fa un film sostanzialmente antimilitarista, che ridicolizza la visione fascistoide (presunta) del libro anche con momenti significativi, come il soldato che dice “ottima scelta! La Fanteria mi ha reso l’uomo che sono oggi!”, mentre si vedono la protesi bionica a una mano e la mancanza di gambe. Nel romanzo c’è una scena simile, ma è presentata come spesso succede nella cultura americana: una situazione degna di rispetto e gratitudine. Ora, Verhoeven ha fatto una scelta interessante, che mi piace, ma ha anche ammesso di non aver finito di leggere il libro, cosa piuttosto grave, perché in questo modo non ha avuto la visione completa della storia.

Io, che il libro lo ho finito, non posso dire di concordare con la strana logica militaristico-libertaria espressa nel romanzo, ma di sicuro ho apprezzato molto il modo di presentarla. Heinlein, almeno qui, ha fatto un lavoro meticoloso nel presentare in salsa fantascientifica un racconto che potrebbe essere vero, di qualcuno che ha combattuto nel secondo conflitto mondiale, o in Corea. Non conosco la sua vita, ma è probabile che ci siano parecchi riferimenti autobiografici, almeno per l’esperienza militare. Si tratta in ogni caso di un romanzo coinvolgente, che trascina pagina dopo pagina in una vita che pochi vivrebbero volontariamente, secondo idee, logiche e rappresentazioni molto lontane dalla, beh, dalla mia esperienza esistenziale. E non è forse questo il bello delle storie? Perché dovrei sempre e solo leggere cose che confermano la mia visione e concezione del mondo? Perché non posso assumere un altro punto di vista, per uscire dalla mia zona di conforto? E perché non dovrei provare a interpretare in altro modo ciò che leggo?

Grazie, Heinlein, per avermi fatto viaggiare lontano. Leggerò anche gli altri tuoi romanzi che ho comprato.


Una giornata all’inferno

First Blood, romanzo d’azione del 1972 scritto da David Morell, da noi pubblicato come Primo sangue nella prima edizione, poi come Rambo (e in seguito persino Rambo 1) dopo l’uscita del film, è una storia dura e a tratti scioccante, molto coinvolgente e ben scritta, che va dritta al punto senza rinunciare a una certa profondità dei personaggi. Se non lo ho finito prima, rispetto a quando ho pubblicato l’articolo sul Pianeta delle scimmie, è solo per concomitanti impegni di lavoro; perché scorre che è una bellezza, tanto di cappello a Morrell, il quale scrive come suggerì a suo tempo Charles Bukowski, dicendo le cose invece di perdersi in descrizioni e divagazioni (qualcosa tipo “just say the thing, beem-beem-beem, turn the page, beem-beem-beem, don’t fuck around”). Uno dei migliori romanzi d’azione che abbia letto, al pari di Fanteria dello spazio di Heinlein, pur nella diversità di intenti (anzi, ora che ci penso dovrei scrivere anche di quest’ultimo). Anche in questo caso segnalerò i numerosi spoiler, perciò occhio.

In ogni caso, se avete intenzione di leggerlo, fermatevi qui e andate a cercarlo.

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Le scimmie dominano

Ho finito Il pianeta delle scimmie, di Pierre Boulle, 1963, da cui è stato tratto l’omonimo classico del cinema di fantascienza nel 1968, con Charlton Heston come protagonista. Le questioni principali ci sono un po’ tutte, ma sono importanti anche le differenze. Quindi, occhio che farò spoiler.

Intanto posso dire che è un romanzo scritto abbastanza bene, ma si basa sull’espediente del “messaggio trovato in una bottiglia”, che per me pone una sorta di aggravante sullo stile: come per Dracula (Stoker), il racconto è principalmente un resoconto, o si pone come tale, per ricostruire una vicenda che si vuol tramandare. Ottimo, lo trovo affascinante, però mi è sempre sembrato fuori posto lo stile prettamente letterario di questo genere di storie; intendo dire che, per quanto si possa credere a una velleità da romanziere di chi scrive (cioè del personaggio che scrive il resoconto), mi pare assai improbabile che questi si metta sul serio a riportare per filo e per segno dialoghi e pensieri propri e altrui, espressioni facciali e atteggiamento corporali. Mi pare un po’ fuori posto, nonostante sia molto più coinvolgente in senso metaletterario (si può dire così? boh) rispetto a un asettico rapporto tipo quelli della polizia.

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Grandi film da libri sconosciuti

Rambo è un romanzo scritto da David Morrell; Il pianeta delle scimmie è un romanzo scritto da Pierre Boulle, che ha scritto anche Il ponte sul fiume Kwai; e Dove osano le aquile è un romanzo scritto da Alistair MacLean, famoso anche per I cannoni di Navarone. Probabilmente lo sapevate, o magari no; perché i film tratti da questi romanzi hanno superato di gran lunga la loro fonte quanto a fama e successo, soprattutto dopo decenni in cui nessuno ne parlava più, se non sul fronte cinematografico.

Non è la stessa cosa per adattamenti come La Storia Infinita (famosa è la polemica contro il film lanciata da un avvelenato Michael Ende), né Conan il barbaro (peraltro un mix di varie storie del personaggio di R. E. Howard), o magari Moby Dick (a parte che è un classico, ma c’è davvero qualcuno che non conosca il nome di Herman Melville?). Beh, nemmeno è il caso di Radici, che ormai non ricorda né cita più nessuno, sia che si intenda il libro di Alex Haley (autore anche della famosa Autobiografia di Malcolm X), sia che si intenda la serie, pur di grande successo, degli anni Settanta.

Voglio dire che ho preso la decisione di leggere alcuni libri di cui tutti conoscono i film, e quasi solo quelli, soprattutto oggi. L’idea mi è venuta avendo letto e terminato di recente un romanzo di Arturo Pérez-Reverte, Il Club Dumas, o l’Ombra di Richelieu, da cui Roman Polanski trasse nel 1999 il famoso La Nona Porta. Un film che capitalizzava, forse, sulla scia della millenaristica inquietudine di fine secolo/millennio, così come altri prodotti dell’epoca (dall’interessante spin-off di X-Files, Millennium, a orride porcate tipo Giorni contati – End of Days); e che, oltre tutto, sembrava ricollegarsi a un altro grande film dello stesso Polanski, Rosemary’s Baby. Va bene, il Diavolo rende sempre al botteghino, sempre… ma se è vero che non fa i coperchi per le sue pentole, può capitare che le cose vadano male: La Nona Porta risulta bello fino a tre quarti, grazie a un’atmosfera creata con grande sapienza, innanzitutto attraverso la colonna sonora assolutamente magnifica di Wojciech Kilar, poi con ambientazioni, luci e colori mescolati per generare quel senso sottile di pericolo maligno che promette, seduce, inquieta e poi strappa via.

Solo che in questo caso strappa via la cosa sbagliata, ossia il finale: lì, il film crolla completamente, perde ogni senso e, almeno a me, dà la sensazione che durante la produzione qualcuno sia arrivato sul set e abbia detto “beh, ci stiamo dilungando troppo, finite in fretta che dobbiamo sbaraccare, forza, forza”, dando colpetti sull’orologio e guardando in cagnesco. La prima volta che vidi il film non ci feci troppo caso, ma sentivo che mancava qualcosa per arrivare all’ultima scena, cosa poi riconfermata e moltiplicata dalle successive visioni (io ero di quelli che rivedono un film anche dieci volte): la motivazione. Non sto a farvi spoiler, anche perché non è necessario. Se vedrete il film e non avrete la mia stessa sensazione, per favore venite qui e spiegatemi la vostra improbabile spiegazione del senso di quella cretinata di finale.

Avendo scoperto solo di recente, qualche mese fa, che il film era tratto dal romanzo di Pérez-Reverte, mi sono detto “eh no, non è possibile che un romanzo suggerisca un finale così scemo a un film. Voglio vedere, capire, se c’è uno sbocco migliore per una storia rovinata in modo così brutale”, così ho trovato all’usato (io sono un gran cliente di bancarelle reali e virtuali) Il Club Dumas e me lo sono letto con calma, spinto dalla curiosità per il finale originario.

Questa molla mi ha fatto immergere piacevolmente in un romanzo complesso, a volte un po’ ridondante in dettagli e talune descrizioni, ma con pagine molto suggestive e piene di rimandi a innumerevoli altri ambiti letterari, storici, spirituali e, direi, antropologici. Per esempio, una cosa di cui non avrei mai sospettato, pur sapendo che alla perversione non c’è mai fine (e in ogni caso rispecchiandomi in alcuni atteggiamenti di certi personaggi), è la bibliofilia patologica che sembra dominare l’intreccio. Non so quanto accurate siano le minuziose notizie di antichi tomi per cui qualche collezionista commetterebbe crimini, ma tra gente periocolosa e maniaci ossessionati ce n’è da pensare, anche rispetto all’autore stesso… Poi, la figura del Diavolo, molto romantica e ottocentesca (tipo l’inno A Satana di Carducci, o di poeti maledetti di varia provenienza) del Caduto per la libertà, e i suo possibile ruolo nelle umane vicende; e le famose illustrazioni del libro demoniaco, sviscerate nei loro contenuti esoterici come fossero Tarocchi.

Ora non dirò nulla sul finale del romanzo, ci mancherebbe. Posso dire che è molto più sensato, in diversi sensi, rispetto alla faciloneria della versione cinematografica. Ma è anche più complicato, perché la storia è diversa e “doppia” rispetto al film, che ne riprende solo una parte, com’è di consuetudine. Il paragone con Il nome della rosa viene naturale, e non è un caso, né sul fronte letterario, né su quello filmico. Forse il finale del romanzo può lasciare a sua volta un vago pizzico di amaro in bocca, dipendendo da quello che ci si aspetta, ma non è sciatto. Lo consiglio a prescindere. Se un giorno vorrò parlarne con tanto di spoiler, vi avvertirò.

Comunque, ora voglio leggere anche gli altri romanzi “dimenticati”. Sto già per finire Il pianeta delle scimmie e presto aggredirò Rambo, che, come il film, si intitola in realtà First Blood (“primo sangue”). Perciò si può dire che questo post sia il primo di una breve serie.


Matteotti. 1924-2024


Un anno da vivere pericolosamente

Nel 2024 ricorrono il centenario dell’omicidio di Giacomo Matteotti e gli ottant’anni di quello di Giovanni Gentile: il primo, deputato socialista strenuo avversario dell’autoritarismo fascista, rapito e ucciso dagli squadristi e divenuto vittima “sacrificale” per la nascita della dittatura (Mussolini, assumendosi la responsabilità morale dell’omicidio, riuscì a superare lo scandalo ed ebbe carta bianca per soggiogare il paese); il secondo, filosofo e pedagogista strenuo difensore del fascismo come compimento storico del Risorgimento, ucciso in un agguato da alcuni partigiani, e oggi assurto a “martire” per chi vuole seppellire la Resistenza.

Tutto ciò mentre al governo ci sono gli eredi della dottrina antidemocratica per eccellenza. Dei miseri reazionarietti rompipalle, certo, a confronto dei criminali che strangolarono la libertà a forza di manganellate e internamenti. Ciò nonostante, è la battaglia culturale che si sta perpetrando a doverci preoccupare: possono anche essere degli incompetenti per molti aspetti, o incredibilmente realisti e pragmatici per altri (specie l’adesione alle decisioni europee in tema economico, che altrimenti porterebbero guai molto fastidiosi in termini di multe); ma che siano, in larga parte, gli stessi adolescenti che negli anni Novanta-Duemila scrivevano DUX MEA LUX in ogni dove, cresciuti con Meloni – pardon, il Signor Presidente Giorgia – in quello stesso milieu a dir poco “anti-antifascista”, fa ben capire come la spinta verso una sorta di riabilitazione di idee e figure del Ventennio sia un obiettivo normalizzante alquanto pericoloso.

Non per una nuova dittatura, è ovvio che il fascismo-regime è morto e non può tornare in alcun modo. Bensì per una svolta conservatrice che metta definitivamente all’angolo l’antifascismo come posizione critica da cui far derivare la concezione di patria moderna. Perché una patria antifascista è, tra alti e bassi, una patria aperta, accogliente, integrante, tollerante; una patria dove si accettano stili di vita diversi, si criticano i modi di organizzare il lavoro e la distribuzione della ricchezza, si allarga l’idea di famiglia, si prova a trovare soluzioni alternative al carcere e all’espulsione. Perciò, con quel tipico cortocircuito di idee e salti logici dei reazionari di ogni sorta, la “donna, madre, cristiana” sente che gli Altri, con il loro stile di vita diverso, le “vogliono togliere” la sua essenza (che sarebbe per lei quella naturale e giusta) e, dunque, deve difendere ciò che ha togliendolo agli Altri. Senza percepire che nessuno vuole toglierle nulla, che può farsi i cavoli suoi e vivere come le pare, al massimo accettando che la sua visione possa non essere condivisa.

Per questo modello di intolleranza conservatrice, è necessario minare alla base lo spirito aperto della Costituzione e dei valori che costituiscono il grande ombrello dell’antifascismo, dal socialismo al cristianesimo al liberalismo vero (che in Italia non c’è più, scomparso con gli ultimi esponenti di Giustizia e Libertà). E questo minare alla base, lo abbiamo visto sin dalla “discesa in campo” di Berlusconi, si esplica attraverso sdoganamenti, riabilitazioni e denunce di fatti gravi, ma spesso decontestualizzati e travisati, della storia repubblicana. Se a Berlusconi va il (dubbio) merito di aver riportato in auge la destra italiana, che per decenni è stata relegata all’insignificanza parlamentare (e non per caso, visto che oltre le correnti cattoliche conservatrici della DC c’erano il MSI e persino i monarchici), il sostrato culturale su cui questa ribalta è stata garantita poggia sul revisionismo storico non solo rispetto al fascismo degli anni Trenta, ma anche rispetto allo stato-fantoccio della RSI, perché è lì, nelle pieghe della guerra interna, che si trova tutta la storia della Resistenza e la legittimazione antifascista della Costituzione.

Così, eventi oggettivamente orrendi come i cadaveri appesi a Piazzale Loreto, la strage di Porzus, l’attentato di Via Rasella, le rappresaglie contro chiunque avesse appoggiato il nazifascismo in qualunque modo ecc., diventando episodi a sé stanti, decontestualizzati e appiattiti sulla propaganda politica contingente, danno adito a parallelismi scorretti ed equiparazioni indebite, dove il “sangue dei vinti” serve a lavare quello dei colpevoli, e le memorie familiari sui treni in orario e le paludi bonificate contribuiscono a scaricare tutta la responsabilità degli eccidi e delle torture sui soli nazisti. Da qui, basta poco per andare a ritroso nel tempo e continuare a negare o a nascondere i crimini nelle colonie, il razzismo diffuso ben prima delle famigerate leggi, persino la repressione del dissenso e la gravità del confino; per non parlare poi di tutta la vicenda successiva alla guerra, ormai argomento spinosissimo, dell’esodo istriano-dalmata e delle foibe.

Qui si inserisce, per quanto passato in sordina (è ricorso il 15 aprile ma non ci si sono soffermati granché, se non sulle pagine culturali dei giornali di area), l’anniversario dell’omicidio di Giovanni Gentile, che anche a parer mio non doveva essere ucciso, ma viene presentato come la riprova che i partigiani erano uguali ai nazifascisti e perciò non hanno alcuna morale superiore; dal che consegue che l’antifascismo non ha alcun potere legittimante e che gli odierni nazionalisti conservatori, se hanno simpatie per il Ventennio, hanno diritto non solo costituzionale, ma addirittura etico, di rivendicare un’opinione sul passato. Opinione che, guarda caso, tende a legittimare l’esclusione, la censura, la chiusura, il rifiuto delle diversità.

Marco Travaglio, evidenziando come questa gente al governo sia ridicola rispetto ai veri fascisti, critica anche un certo atteggiamento antifascista piuttosto facilone, a suo dire, che non avrebbe senso perché non c’è un reale pericolo, scomodando partigiani e altri oppositori per fare post su facebook contro il pagliaccio reazionario di turno. Posso anche capire la sua visione, specie di fronte a certe esagerazioni stucchevoli, ma non la condivido, nel momento in cui non si rende conto che non è affatto necessario un regime, un governo che ti irregimenta con divisa e marce forzate, per ritrovarsi in una società autoritaria e intollerante dal punto di vista culturale. Per “cultura” intendo proprio l’insieme di mentalità, valori, opinione pubblica, gestione delle informazioni ed elaborazione collettiva delle stesse, che in ultima analisi si esprime in una percezione di sé come di una società tendente all’esclusione.

O abbiamo dimenticato come la Repubblica “democratica” attuava la censura preventiva e condannava, anche per vie traverse, ogni differenza reputata minacciosa per un corpo sociale da mantenere omogeneo? Negli anni Cinquanta e Sessanta eravamo ben lontani da un progresso che non fosse meramente economico. Oggi non abbiamo nemmeno quello, mentre la cultura conservatrice porta in TV gentaglia gretta e meschina, in quanto rescinde contratti con intellettuali di valore. Spesso, in nome di una “equità” assolutamente squilibrata.


Sulla carità interpretativa

Dicesi “carità interpretativa” (se ho ben compreso l’oggetto) quell’atteggiamento di calma indulgenza nello scegliere il senso delle parole pronunciate da altri, lasciando aperta la possibilità che non siano per forza negative, aggressive o offensive, bensì un’espressione non immediata di significati possibilmente validi, positivi, differenti. Detto in altri termini – perché a volte le mie definizioni sono farraginose e inutilmente complesse – è la concessione del beneficio del dubbio a chi dice qualcosa che sul momento ci fa incazzare e per cui vorremmo dargli un calcio in bocca; forse l’altro non vuole dire proprio quello che abbiamo capito noi, forse sta solo dicendo qualcosa che a noi pare brutta, ma prima di saltargli al collo proviamo a pensare a un’altra versione, a un’altra interpretazione più positiva delle sue parole. Così, se effettivamente intende una cosa diversa, avremo evitato uno scontro inutile. Se invece abbiamo capito bene, salterà fuori lo stesso.

Negli ultimi tempi, ho esercitato parecchio questa carità interpretativa. Pur non avendo un carattere fumantino, anch’io posso essere “triggerato” da alcune cose, come un po’ tutti, e partire all’attacco senza guardare in faccia nessuno. Questo, in certi casi, mi ha portato guai e scocciature che mi sarei evitato se solo mi fossi fermato a pensare un attimo su ciò che avevo sentito o letto (va da sé che i fautori e le fautrici della carità interpretativa si riferiscano soprattutto al mondo senza freni né filtri dei social network, però vale anche nella vita reale). Una delle prime volte in cui mi sono trattenuto è stata con una vicina di casa; non ricordo il discorso che stavamo facendo, ma a un certo punto se n’era uscita con una considerazione che mi era sembrata molto irrispettosa nei confronti miei e della mia compagna. Ho avuto un moto istintivo di rabbia che stava per uscire sottoforma di battuta passivo-aggressiva, parecchio sarcastica, su di lei e la sua famiglia, ma mentre sentivo la morsa allo stomaco e la ascoltavo con un malcelato sguardo torvo, ho rapidamente riconsiderato le sue parole, reinterpretandole in un altro senso, senza fare capriole linguistiche, solo provando a darle appunto il beneficio del dubbio. Considerato che non c’erano motivi perché lei mi dicesse una cattiveria gratuita in una chiacchierata sul pianerottolo, e che a modo suo era anche proveniente da una cultura diversa (italiana, ma cresciuta all’estero per buona parte dell’infanzia), l’equivoco era più che probabile. E infatti non c’è mai stato alcuno strascico in altri incontri, perciò posso dire di aver fatto bene a essere “caritatevole” con le sue parole.

E’ indubbiamente faticoso e difficile, ma è possibile, tanto da procurarmi anche una certa aura di garbo tra colleghi e conoscenti. E’ bene allenare anche una buona dose di assertività, in modo da bilanciare lo sforzo di mordersi la lingua per non aggredire inutilmente l’altro, e al contempo non passare per remissivi (se non altro di fronte a se stessi). Il rischio di reprimersi va eliminato dal quadro, la carità interpretativa non implica l’autocensura, bensì la naturale calma nel capire cosa sia stato detto o scritto. Specie nell’ultimo caso, sul web, un dialogo difficoltoso può diventare impossibile, se si salta dalla sedia per ogni cosa.

Poi ci sono i casi in cui lo sforzo è davvero enorme. Mi è capitato di recente con un tecnico che doveva fare un lavoro in casa, uno che avevo già contrattato un annetto fa. Lo chiamo per un preventivo, lui viene, spara un prezzo assurdo dicendomi che è pure poco e che lo fa a me e non ad altri, se ne va convinto di tornare la settimana successiva, e quando vede che non lo richiamo mi contatta e, tra un catastrofismo e l’altro (“guarda che è urgente farlo, c’è rischio, eh, rischio” e altre menate), quando gli dico che devo rimandare perché il suo prezzo non rientra nel mio budget mi dice qualcosa come “ok, ma risentiamoci, mi darebbe fastidio che lo facessi fare a qualcun altro”. Stessa morsa allo stomaco, con annessa voglia di mandare a fare in culo e attaccare il telefono in faccia, magari urlando che non me ne frega un cazzo se gli dà fastidio, cosa crede, di avere l’esclusiva sulla manutenzione di casa mia? Che gli dovrei pure delle spiegazioni se poi lo facessi fare a qualcun altro? Solo a scriverne mi pulsano le tempie, dal tanto di fastidio che lui ha dato a me con quella frase.

Ma forse era solo un modo di dire. Un rafforzativo (sbagliato) da manuale di marketing per far leva su qualche vena emozionale, pietistica, nei suoi confronti. Poteva voler dire “mi dispiacerebbe non essere io a risolverti il problema”, o in positivo “mi farebbe piacere poterti venire incontro” (sempre per lo stesso prezzo però); forse ha solo usato una infelice combinazione. Infatti ho abbozzato, gli ho detto che al momento non potrei farlo fare a nessuno in ogni caso, e che magari ci saremmo risentiti più avanti, stando in condizioni migliori.

Però resta il fatto che lo ho trovato davvero insolente, arrogante, e che di sicuro adesso farò fare il lavoro a qualcun altro, anche solo per non averlo di nuovo tra i piedi. Più di altre volte, ho la sensazione di aver fatto il “gentiluomo” quando non ce n’era necessità, mentre fare un po’ il “barbaro”, sempre senza aggredire a prescindere, poteva mettere in chiaro le cose anche per il futuro. Non so, il dubbio questa volta è più forte e scriverne qui mi aiuta più che altro a esternarlo invece di rimuginarci su nel chiuso della mia testa.

E tutto per una frase buttata là.


Cacacatsi ‘esoterici’

Un altro “problema”

Come spesso mi accade, quando prendo parte su un argomento mi arriva, non richiesta né sollecitata, una “stoccata” dall’altra parte, che mi costringe a fare un’ulteriore commento. In questo caso, dopo aver sfogato la mia frustrazione sui cacacatsi “scientifici”, senza peraltro aver dato chissà quale credito a chi crede in varie altre idee spirituali e metafisiche, ecco che mi ritrovo a leggere un articolo semplicemente assurdo, scritto da una specie di mago, ex-poliziotto, in cui si parla di alcune beghe interne a una non meglio specificata organizzazione di credenti, che avrebbe eletto (con elezioni interne) un leader, solo per spodestarlo con dei brogli e rimettere al suo posto il leader uscente, ovviamente inviso all’autore.

Ora, l’assurdità non risiede certo in un ordinario meccanismo di potere interno a qualsivoglia organizzazione; risiede nelle considerazioni portate avanti dal mago-poliziotto, per il quale la colpa del risultato delle elezioni è dei meridionali presenti nell’organizzazione, i quali, congenitamente mafiosi, stanno ribaltando un cambio al vertice contro il progresso e la superiore umanità del candidato trombato. Queste qualità negative dei meridionali sarebbero per lui evidenti, in quanto è in grado di riconoscerle grazie ai “segni spirituali nel corpo”, ossia, se ho inteso, determinate caratteristiche morfologiche derivanti da una diversa natura umana, inferiore moralmente, che traspare attraverso le fattezze fisiche. Lui le riconosce perché ha studiato per anni dottrine spirituali, magico-alchemiche, da cui deriva la possibilità di separare le nature umane in vari gruppi e ordini (lui, come risulta ovvio dalle sue capacità, dalla sua rettitudine morale e dal fatto di risiedere a settentrione, appartiene a un gruppo diverso e migliore di quello dei mafiosi meridionali). Voglio dire, siamo ben oltre teorie di stampo lombrosiano: siamo al razzismo spirituale vero e proprio.

Quindi, non starò a fare qui uno sproloquio come l’altra volta, perché non ne vale la pena; ma uno sfogo su questa gentaglia che usa l’esoterismo per giudicare, incasellare e degradare gli altri, me lo concedo eccome. Gentaglia di tal fatta mi fa riscoprire tutta la nera fanghiglia delle credenze irrazionali, che pongono un freno al progresso e sono pericolosissime quando prese sul serio. Ma anche senza prenderle sul serio: una vecchia conoscente, che credeva alla qualunque, era anche fissata con l’astrologia; fin quando una persona le stava simpatica, ne esaltava le qualità dovute al segno, ma quando – e non era creto infrequente – la stessa persona le diventava antipatica, ecco che quel segno zodiacale diventava il peggiore di tutto l’oroscopo. Ridicolo, no?

E di nuovo m’incatso

Ora, mettetevi nei miei panni: a fronte di una vita da illuminista/materialista, decido di ritrovare i miei interessi adolescenziali nella più aperta e spassionata forma di ricerca spirituale, mediata dalla prospettiva antropologica per conoscere l’animo umano attraverso il simbolismo esoterico, occulto, magico-religioso, sempre senza crederci, ma con mente aperta… magari ritrovando nell’occultismo ottocentesco, nei simboli massonici e nella storia della stregoneria una diversa forma di spiritualità, priva di dogmi e precetti, a suo modo antica e moderna al tempo stesso, e cosa accade? Che trovo l’ambiente infestato di credenti pazzi, irrazionali e in certi frangenti persino peggiori di preti e sacerdoti, infarciti di idee folli e pregiudizi razzisti, sessisti, classisti e xenofobi.

Che ne è dell’esoterismo come ricerca di se stessi? Come specchio delle nostre anime, percorso spirituale, auto-interrogazione sul senso delle nostre esistenze? Tutta fanghiglia che soffoca il cervello, se si seguono questi babbei creduloni che fondano i loro grezzi preconcetti su fantasie costruite a tavolino. Ecco allora i cacacatsi “esoterici”, anch’essi tra virgolette, perché per me, sul mio tavolino, nel mio orto, l’esoterismo e l’occultismo sono altro. Un cacacatsi “scientifico” una volta ha detto che riteneva l’astrologia offensiva, perché spingeva la gente a giudicare gli altri sulla base di un segno zodiacale inesistente; lo avevo trovato quanto meno sgarbato, perché il segno non esiste, ma il diritto a una visione differente (astrologica o religiosa che sia) andrebbe rispettato anche quando farebbe ridere. Ora mi spunta un cacacatsi “esoterico” che è un leghista-razzista spirituale; oppure tempo fa, un gruppo su un forum, in cui tutti si dicevano l’un l’altro “non vedranno mai quel che vediamo Noi” mentre perculavano un poveraccio secondo il quale scrivere sul manifesto funebre “si è spento serenamente” non era corretto, in quanto ognuno di noi si attacca alla vita fino all’ultimo (cosa assurda per loro, che speravano di lasciare “questo piano di realtà” al più presto possibile e “ascendere” dove appartenevano). embé? Come dovrei prenderla?

Sul “mio” occultismo

Ne parlerò un giorno approfonditamente, comunque, per completare: in questi ultimi tempi sto leggendo senza sistematicità due testi esoterici: uno è Dogma e Rituale dell’Alta Magia di Eliphas Levi, l’opera maggiore del più importante occultista francese dell’Ottocento; l’altro è Il Libro Infernale. Tesoro delle scienze occulte, pubblicato da Edizioni Mediterranee, una raccolta di grimori più o meno antichi, con incantesimi di magia nera e rossa, accompagnati da vari capitoli sull’occulto, dalla chiromanzia allo spiritismo. Non è la prima volta che mi imbatto in libri del genere: hanno un certo fascino, e credo che abbiano almeno il potere di rivelare la natura delle persone, far capire di cosa certa gente ha paura, o da cosa è attratta. Ricordo che al ginnasio ebbi l’infelice idea di portare un libricino simile, un manualetto di stregoneria spicciola, in classe. Volevo parlarne, discuterne, ma ovviamente ne rimasero inorriditi tutti e mi dissero di bruciarlo. Quel volumetto mi rivelò un mondo di superstizione religiosa che non mi sarei mai aspettato (certo ingenuamente) e mi fece capire quanto sopravvalutata sia la razionalità moderna rispetto all’abisso di ignoranza atavica che occhieggia anche dalle persone teoricamente più colte. Dunque sì, almeno un incantesimo involontario può essere realizzato…

Per chi ci crede, possono forse essere uno strumento per provare la magia pratica – cosa che sconsiglio, dato che specie quella nera prevede quasi sempre di torturare e uccidere degli animali, in particolare poveri gatti neri; parlo soprattutto del Libro Infernale, perché quello di Levi, finora, si concentra molto più su simboli e rituali non violenti. Per chi invece non ci crede, come me, può invece essere un interessante oggetto di studio antropologico e culturale, uno specchio delle credenze metafisiche alternative con cui, a mio parere, l’umanità ha sempre cercato di capire (e talvolta curare) se stessa sul piano che oggi può essere definito psicologico. Non è un caso, dopotutto, che la psicoanalisi affondi le radici proprio negli studi antropologici sulla mitologia e il misticismo, con Freud come padre razionale e Jung come ricercatore credente. Quindi la mia tensione spirituale non va nel senso di una nuova fede, bensì nel recupero di una dimensione simbolica che per molto, forse troppo tempo, ho lasciato da parte e di cui ho vagamente sentito la mancanza da un po’. E per ora mi fermo qui.


Ancora sulla mascolinità tossica

Qualche tempo fa avevo scritto un post sulla mascolinità tossica. Tra gli interessanti commenti, ne ho però ricevuto uno del tutto contrario, che non ho approvato sul momento perché non avevo intenzione di rispondere in maniera impulsiva e negativa. Alla fine sono passati oltre due anni, finché, rileggendolo, ho pensato di scriverci questo nuovo post, per provare a riflettere ancora un po’ sul tema, certo senza complicazioni. Questo il commento:

“La mascolinità appartiene a tutti i maschi della terra, così come la femminilità appartiene a tutte le femmine della terra.
La mascolinità è l’anima del maschio.
Affermare che esiste una mascolinità tossica è come dare una pugnalata all’anima di tutti imaschi della terra, a prescindere.
Il risultato sarà solo quello di offendere tutti gli uomini e allontanarli da Voi.
Esistono solamente brave e cattive persone, uomini e donne.
La mascolinità tossica è una invenzione delle femministe misandriche, quelle si che sono tossiche.”

Risposta:

Ho pensato molto a lungo se risponderti o no. Questo tuo commento è un esempio calzante di una certa mentalità maschilista chiusa e lontana dalla complessità del mondo. Io non condivido una sola parola, ma poiché non dimentico come la pensavo prima di capire il senso di certi discorsi, proverò a darti qualche elemento di riflessione, senza fronzoli eccessivi.

“La mascolinità appartiene a tutti i maschi della terra, così come la femminilità appartiene a tutte le femmine della terra. La mascolinità è l’anima del maschio.”

Tu dai per scontato che esistano due forme di essenza, appartenenti alla natura dei sessi. Ed è in base a questo che si decide, in società, cosa è da maschi e cosa è da femmine, con una differenza basata sulla “natura” sessuale. Ma se così fosse davvero, come si spiegano le differenze tra un maschio e un altro? Come si spiegano le diverse attitudini e i diversi modi di comportarsi? Le diverse tendenze nei gusti e negli atteggiamenti? Non siamo tutti omologati, fatti con lo stampino. Non abbiamo tutti voglia di fare il soldato, il calciatore, il politico o la guardia giurata; o di andare a caccia, o ancora di arrivare alla dirigenza di una grande impresa. Così come non tutte le femmine vogliono badare alla casa, occuparsi di fiori e decorazioni, cucinare, fare la segretaria, essere madre. Anzi, quanto più si parla e si discute di questi ruoli, tanto meno questi sembrano avere senso a causa di presunte “anime” legate al sesso biologico. Ci sono uomini effeminati e donne mascoline: questo come si concilia con l’idea di un’anima legata ai genitali?

“Affermare che esiste una mascolinità tossica è come dare una pugnalata all’anima di tutti imaschi della terra, a prescindere.”

E perché mai? Se le parole hanno un senso, bisogna riflettere su quel senso: la mascolinità “tossica” è un tipo specifico di mascolinità e se non vuoi sentirti “pugnalato” devi chiederti come mai l’aggettivo ti dà fastidio. Forse senti che alcuni atteggiamenti che hai, sono considerati tossici anziché normali? Cosa si intende per tossico, allora? E cosa c’è, in quel che fai, che potrebbe esserlo? E se tossico lo è sul serio, perché non provi a capire come mai qualcuno lo considera tale, invece di sentirti offeso e dire che stanno insultando l’anima collettiva di cui pensi di far parte?

“Il risultato sarà solo quello di offendere tutti gli uomini e allontanarli da Voi.”

Questa è una scusa bella e buona. Ti barrichi dietro la totalità degli uomini per dire cosa faresti tu. Magari per poi poter dire, sempre e a chiunque, che “è colpa loro”, delle donne che ti dicono che sei tossico. Così non devi assumerti alcuna responsabilità e non metti in discussione nulla di te e della tua vita sociale. Se ti pare una cosa “da uomo” questa… di certo non è da adulto.

“Esistono solamente brave e cattive persone, uomini e donne.”

Come ho detto, ti capisco, almeno in parte. Anch’io sono stato a lungo tra quelli che dicono “ma non tutti gli uomini sono violenti!”, tirandomi fuori dalla categoria (neanche molto tempo fa) e sentendomi in certo modo discriminato solo per il fatto di essere maschio. Però il fatto che io non abbia mai ucciso o stuprato una donna, non significa che non debba interrogarmi su cosa faccia essere così violenti tanti altri “colleghi”. E’ una cosa talmente diffusa e costante, che non può essere solo un impulso animalesco, o una caratteristica di quell’anima che dici tu. Deve essere un problema anche culturale, di come veniamo educati, di quali messaggi passano nelle nostre teste. La mascolinità è una caratteristica che può anche non essere tossica, cioè può assumere tratti positivi, di responsabilità e maturità, di sicurezza anziché paura, esattamente come la femminilità. Ma diventa tossica, cioè malsana e velenosa, quando impone di fare certe cose in un certo modo, a pena di essere insultati, sminuiti o addirittura aggrediti; di vivere la propria vita dovendola adeguare a idee e valori altrui, a stare sempre nei binari prestabiliti da altri, che saranno sempre pronti a fartela pagare se ti permetti di scegliere diversamente. E questo genera una pressione sia psicologica, sia sociale, che può renderti insicuro e pieno di paure, per affrontare le quali hai solo una scelta: la rabbia, l’aggressività e la violenza contro chiunque. Non puoi essere il maschio che decidi di essere, devi sempre essere il modello prestampato di maschio che qualcun’altro ha deciso per te, per tutti, e devi costantemente dimostrarlo. Ti piace questa cosa? A me no.

“La mascolinità tossica è una invenzione delle femministe misandriche, quelle si che sono tossiche.”

La misandria è a sua volta un’invenzione dei maschilisti reazionari e insicuri, che vogliono appiattire tutto sull’odio e farsene vittime. E’ giusto l’ultimo artificio retorico nella lunga serie di tentativi di dare tutte le colpe a quelle femministe che non gliela danno (e zitte). Ma il punto del mio articolo non era neanche questo. Semmai, è il problema che abbiamo noi uomini, tra di noi, prima che con le donne o le altre identità sessuali. La mascolinità tossica, è tossica anzitutto per noi. E’ un veleno che prima rovina noi, poi le donne e l’intera società. Ed è un veleno che ci siamo procurati da soli, per controllarci l’un l’altro, per dominarci gli uni sugli altri, e così controllare e dominare il resto. E se non obbediamo ai dettami, siamo esclusi, aggrediti, vilipesi, fottuti.

Non è sempre così, dirai. Non lo è, infatti. Ma lo è sempre una volta di troppo.


Cacacatsi ‘scientifici’ (sfogo estemporaneo)

[Non ho mai visto Il dottor Mabuse, ma la posa va bene]

Premessa: è fondamentale combattere la ciarlataneria, il pensiero magico e la pseudoscienza, quando queste cose minacciano la salute pubblica o inquinano la comprensione dei fatti. Al netto del diritto di ciascuno nel credere in ciò che vuole, se una credenza diventa pericolosa (p. es. negando la validità della medicina scientifica, o generando teorie del complotto in cui qualcuno ci lascia le penne), essa va contrastata senza scrupoli. Detto questo…

Io ho un “problema” di fondo con gli esponenti di un certo pensiero scientifico, in modo particolare taluni divulgatori e divulgatrici, ma anche esperti vari quando esprimono determinate opinioni su campi diversi dal loro. Questo “problema”, che scrivo tra virgolette (pardon, tra apici doppi) perché non è un problema reale, ma solo una sensazione di fastidio provato di fronte a certi atteggiamenti, riguarda in effetti un modo di porsi comune a un po’ tutti gli esperti di qualcosa, che vedono nel loro campo di studi e interessi l’unica possibilità di comprendere il reale, l’esistenza, l’umanità e l’universo. Si tratta di un atteggiamento riscontrabile in chiunque sia convinto di avere la chiave per la verità, qualunque essa sia e comunque la si intenda: dalla verità rivelata, calata dall’alto e completa, a quella sfaccettata e parziale che si scopre pezzo dopo pezzo, con grande fatica e necessari aggiornamenti. Ed è una cosa che mi dà un fastidio semplicemente enorme.

Arroganti/saccenti

Già quando si tratta di religioni e credenze è terribile; ma quando si ritrova la stessa arroganza in contesti scientifici (sia soft che hard science), la cosa mi diventa insopportabile. Nella mia visione, magari ingenua e priva di filtri, tutto il pensiero moderno si basa o dovrebbe basarsi su un modello critico in cui, con una buona dose di spregiudicatezza, si mette in discussione qualsiasi cosa, anche le proprie posizioni, sospendendo il giudizio quando serve e mantenendo un grado di apertura mentale che renda possibile almeno la tolleranza, se non il rispetto, delle visioni del mondo diverse dalla propria. Dunque, ricercare le verità, esplorare le possibilità e non imporre a suon di insulti la propria idea di mondo, bensì lasciare che la sua parte più valida convinca chi se ne lasci conquistare. Ecco, quel “non imporre a suon di insulti la propria idea di mondo” è ciò che invece vedo fare a un sacco di gente teoricamente contraria alle imposizioni (altrui).

Ribadisco che questo atteggiamento si trova in persone di qualunque ambito: in chi studia letteratura, storia, psicologia, ingegneria, biologia, sociologia, teologia ecc.; in chi lavora dietro una scrivania, in un laboratorio, in una buca nel terreno, in una discarica, in una base militare, in un centro commerciale, ecc.; in chi va in televisione, in chi fa contenuti su internet, in chi pratica sesso orale nei bagni delle stazioni di servizio, insomma in chiunque e ovunque. Ci sarà sempre qualcuno, in qualche ambito, che pensa di avere la sola giusta e reale chiave di lettura dell’intero universo.

Però quelli che detesto maggiormente sono proprio gli “scienziati”, quelli che convertono il rigore dei loro studi in arroganza e saccenteria, negando qualsiasi valore a ogni altro campo, anche liminare alla scienza stessa, arrivando a perculare e insultare chiunque abbia un’idea non basata sulla loro branca teorico-sperimentale, ritenendoli immagino gente stupida che non ha capito nulla e perde tempo contando cazzate. In quanto loro, rigorosi e con tanti dati alla mano, hanno invece capito tutto, e dall’alto della loro conoscenza svuotano i loro pitali sulle teste degli inferiori.

Non di tutta l’erba un fascio

No, no, non sto facendo il solito rimbrotto populista sulle teste d’uovo che vogliono intortarci coi vaccini, lo sbarco sulla luna e l’11 settembre. Io amo la scienza. Sono felice che il mondo, o almeno una buona parte di esso, sia oggi più incline al pensiero e al metodo scientifici; che ci sia, nonostante tutto, più ricerca, più verifica, più informazione basata su dati, risultati, confronti e rigorosi controlli. Io, da eterno studente di filosofia, sono un materialista convinto, un ateo, un illuminista nel senso kantiano del termine. Senza un metodo critico, materialistico, positivista, razionale, non avremmo nulla di ciò che abbiamo oggi e non andremmo molto più in là di dove siamo ora. Sono convinto, senza facili entusiasmi, delle possibilità di progresso in ogni campo, se solo riusciremo come specie a mantenere un grado accettabile di razionalità nel direzionare i nostri sforzi al miglioramento della condizione umana.

Ma questa fiducia viene meno quando sento gente teoricamente razionale, usare ogni mezzo a disposizione per denigrare chi non sa quel che sanno loro. E’ sgradevole, ingiusto e irritante. Esempio: per alcuni “scienziati”, quale che sia il loro campo (di solito la chimica, la fisica, la biologia e altre materie dure), praticamente ogni altro ambito di ricerca sembra essere equivalente all’astrologia. Ossia è un coacervo di affermazioni infondate, prive di dati sperimentali, o in diretta opposizione a essi; non c’è bisogno di tirare in ballo la filosofia (che non è scientifica manco per il genitale maschile), bensì una materia come la psicologia, che nelle sue linee generali invece apparterrebbe all’ambito scientifico, o come la sociologia, pure rigorosa in molti studi. Ecco, psicologia e sociologia sono, per certa gente, una forma di astrologia applicata a individui e società, infarcita di metodi e termini scientifici corrotti e degradati, usati a genitali di cane, per convalidare idee apodittiche e fantasie sbagliate. Atteggiamento degno del personaggio di Temperance Brennan, protagonista della serie tv Bones.

Ora m’incatso

Voglio dire, che razza di mentalità piccola e ristretta si deve avere, per ridurre tutto lo scibile al proprio campo di specializzazione? Noi, come società, abbiamo un problema culturale nel momento in cui la visione sociologica (che mette al centro il contesto) nega la validità delle spiegazioni psicologiche (che mettono al centro l’individuo) e viceversa, perché i due campi, per molti versi inconciliabili nelle premesse, hanno invece la possibilità di trovare la quadratura del cerchio parlando dell’interazione tra individuo e contesto. Nulla di semplice, certo, perché mai dovrebbe esserlo? Però necessario, per quanto complesso. E su questo problema, certi “scienziati” che fanno? Negano validità a entrambi sperticandosi nell’evidenziarne la presunta non-scientificità. Danno poi un loro contributo, dal loro ambito specialistico? Solitamente no. E allora, che cazzo vogliono? Offendersi se qualcuno dà loro dei rompicoglioni? Sentirsi umiliati e quindi giustificati nel loro astio, se qualcuno non li ascolta? E chissà come mai! Uno passa la vita a studiare filosofia, antropologia culturale, letteratura antica e moderna, filologia (ecco, andassero in una facoltà di lettere a seguirsi un corso di filologia, e poi vediamo chi non ha rigore), arte, per sentirsi dire che ha buttato via anni e risorse in roba inutile che non risolve alcun problema dell’umanità.

Aristotele è un delinquente! Uno dei bersagli preferiti, lo odiano tutti. Immagino sia per le opere sulla natura, che ovviamente oggi non hanno alcuna validità, come in concreto non l’avevano nemmeno all’epoca, con altri filosofi che avevano intuito meglio di lui certi meccanismi. Ma era, appunto, un’altra epoca. Come si può appiattire tutto sull’attualità? Qui sono io a tirare in ballo, ora, l’astrologia: oggi non ha alcuna possibilità di senso, con le osservazioni astronomiche che hanno eliminato tutta la visione su cui si basano i segni e le misurazioni. Ma una volta non c’era la consapevolezza della centralità del Sole nel sistema, della posizione di questo nella Via Lattea, della natura del movimento dei pianeti, delle galassie, dei buchi neri, della rete di ammassi di galassie ai limiti dell’universo (ora) osservabile. C’era solo la limitata disponibilità di mezzi per osservare il cielo da limitati punti di vista, e questa conoscenza veniva commistionata con una cultura assai diversa, spirituale, metafisica, olistica, in cui natura e spirito erano considerati in unità. Sapendo questo, pur deprecando il successo attribuito ancora oggi e sempre di più all’astrologia, possiamo almeno evitare di perculare il passato come se fosse presente, e vedere in essa un retaggio superato di un tentativo di osservazione dell’universo? Non erano stupidi, avevano un’idea basata sul mondo osservabile e sulle loro credenze.

Per finirla qui (con l’aiuto di uno non rientrante nella categoria incriminata)

Semmai, capisco bene e condivido le preoccupazioni sull’uso errato del metodo scientifico per “convalidare” ipotesi fantasiose e potenzialmente pericolose, facendo leva sulla diffusa ignoranza in merito al metodo stesso. Questo non solo mi fa sorridere della facilità con cui si usa – per fare un esempio molto in voga – la teoria dei quanti per giustificare la qualunque, o di come si usi un linguaggio scientifico e “ricerche” non meglio specificate per comprovare, chessò, il potere della preghiera sulla materia e sul corpo (senza contare il principio di autorità, che per esempio vede nei premi Nobel i massimi indiscutibili geni in ogni campo). Mi fa anche temere per quel mondo razionale che dovrebbe farci progredire verso qualcosa di più e meglio; per quel pensiero critico che dovrebbe farci uscire da una visione magica e farci conoscere e accettare la realtà (donandoci quindi consapevolezza nella coltivazione della creatività e della capacità di sognare). Insomma, la comunità scientifica è una cosa, i rompitesticoli saccenti e arroganti per la loro passione scientifica sono un altro, spero questo sia chiaro. Volevo solo sfogarmi un po’.


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