Il simbolo della discordia

falcemartello a palate

Partecipa anche tu al concorso “Fonda un Partito Comunista”! Scegli almeno due termini che richiamino la passione rivoluzionaria e disegna una falcemartello originale, potrai vincere una delle centinaia di migliaia di schegge di elettorato esasperato in palio!

Ho ritrovato un vecchio dibattito politico, un confronto breve ma abbastanza serrato sul comunismo, che ebbi qualche anno fa con un interlocutore il quale, a fronte di un simbolo politico contenuto nell’immagine qui riportata (da me realizzata per questioni d’autoironia), espresse tutto il suo disappunto scandalizzato. Poteva essere un semplice litigio e, per poco, non lo è diventato; invece è rimasto un dibattito interessante e allora ho deciso di riportarlo qui, come già avevo fatto ne Il cartello della discordia. Può essere interessante, se non altro, dato il recente ennesimo tentativo, in sede europea, di equiparare nazismo e comunismo.

Purtroppo qualcosa è andato perso, perché era un dibattito su una rete sociale e un paio di altri interlocutori hanno poi cancellato i loro profili, eliminando così i loro commenti (è rimasto solo l’ultimo, che chiude il resoconto). Lo stesso problema lo ho avuto con un altro paio di “litigate” con un fanatico religioso su evoluzionismo e creazionismo, che stavo pensando di riportare qui. Peccato.

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Resoconto pseudo-stenografico del dibattito

Antisovietico – Che orrore. L’esistenza di un partito marxista-leninista-maoista, legalmente riconosciuto, che nel 2006 ha organizzato una celebrazione per la nascita o la morte, non ricordo, di Stalin, per me è un orrore.

Me Medesimo – Per me è molto più orribile che ci siano centinaia di gruppi neonazisti attivi in tutta Europa, in grado di guadagnare pure un certo consenso, che non un gruppetto di settari che mantengono viva una fiamma spenta. Questi non fanno male a nessuno, anzi, sono pure folkloristici.

Antisovietico – I neonazisti sono certamente terribili. Ma fare del folklorismo su un simbolo che ha provocato decine di milioni di morti… in paesi come la Lituania l’utilizzo di questi simboli è illegale.

Me Medesimo – Anche la demagogia dovrebbe essere illegale. La Lituania ha una storia che solo in parte può giustificare questo assurdo divieto. Comunismo non significa automaticamente gulag, né avere prospettive differenti sulla valutazione storica dello stalinismo può essere oggetto di censura legale. Comportamenti del genere, ironicamente, sono propri di regimi come quello stalinista. Non mi pare un bell’esempio da seguire.

Antisovietico – Ciononostante, il ritratto di Mao sull’emblema di un partito legalmente riconosciuto… fatti un giro in Lituania e poi riparliamo delle giustificazioni che si sono dati per prendere quelle scelte. Arrivo or ora da una serie di interviste con persone che si sono fatte 8 anni di gulag per aver disegnato una vignetta satirica sul governo, o peggio, per aver coltivato una passione per la numismatica e aver posseduto (a quanto pare illegalmente) delle monete d’argento. E non parlo della fine degli anni 40 sotto Stalin, parlo dell’88/89. Praticamente l’altro ieri… L’Italia non è l’USSR o la Cina, questo è sicuro, ma un’occhio a quello che è successo intorno a noi andrebbe dato. E comunque scusa, puoi avere tutte le prospettive storiche che vuoi sullo stalinismo, ma per me resta un regime che ha provocato 8 milioni di morti in un anno (carestia programmata in Ucraina nell’inverno del ’33) tanto per fare un esempio.

Me Medesimo – Ma va? Mi stai dicendo che i comunisti, all’est, erano cattivi? Ma questo mi sconvolge! Non sapevo niente di niente, io che vivo in un paradiso ovattato di bandiere rosse! Oh, come farò a sopportare un tale fardello di verità?…. senti, far funzionare la logica ogni tanto non fa male: come ti ho già detto, se si finisce in galera per una falcemartello sullo zaino non si è in una situazione tanto migliore rispetto a quella che si denuncia. Magari non ti farai 8 anni, però il principio è lo stesso. Dov’è il passo avanti? E chi è che paga oggi, il vecchio torturatore della polizia, il vecchio dirigente imposto da Mosca, o il giovane militante che all’epoca manco era nato? Per me lo stalinismo è stato anche i gulag, non solo quelli però. La demonizzazione è nemica della razionalità.

Antisovietico – E’ evidente che non sono altrettanto preparato sull’argomento. Vorrei sapere, cos’altro c’è nello Stalinismo?

Me Medesimo – Il tentativo di costruzione di un sistema diverso, l’esperimento di un’alternativa del moderno, la mobilitazione di un’intera società verso obiettivi comuni, in ogni campo. Gente che ha creduto in buona fede in ciò che faceva, che ha sperato, lottato e infine perduto. Per te è poco? O magari è l’ennesima menzogna, o illusione? Tutte le esperienze, tutte le vite, tutti i progetti e gli stessi morti, non possono essere appiattiti sotto l’etichetta del totalitarismo: è un modo come un altro di commettere lo stesso tragico errore dei burocrati di Mosca, lo stesso schiacciamento sotto il peso dei numeri e delle generalizzazioni. Non giustifico niente della tragedia, ma mi rifiuto di chiudere gli occhi sulla complessità di un mondo scomparso, come se tutto il comunismo sia solo e semplicemente un’impresa criminale.

Antisovietico – Dov’è la differenza con la Germania nazista? Perché non ho mai sentito dire “la germania erano i lager, ma non solo quelli però”.

Me Medesimo – Ah, vuoi la differenza con la Germania nazista? Per te non c’è? Allora veramente non sei preparato. Intanto, una differenza fondamentale è nel rapporto tra teoria e prassi: nel nazismo non c’è soluzione di continuità, si teorizza il dominio e si crea, si teorizza lo sterminio e si attua, si teorizza l’irregimentazione della popolazione e si realizza. Nelle esperienze di comunismo c’è una frattura profonda, invece: si teorizza l’estinzione dello stato e invece in URSS si crea un super-stato, si teorizza la socializzazione dei mezzi di produzione e invece si costruisce una specie di capitalismo di stato, si teorizza la fine della società divisa in classi e invece si produce una élite del partito con privilegi preclusi al proletariato urbano e contadino, ecc.
Poi, la struttra del potere: nel nazismo tutto si basa sul comando del leader carismatico, l’intero apparato ruota attorno alle sue decisioni e a quelle dei suoi più stretti collaboratori, laddove finito il capo cambia il regime, o sparisce del tutto; nello stalinismo, nonostante il peso via via crescente del culto del capo, il sistema funziona anche senza di lui e, nonostante la burocratizzazione della società civile, esiste un graduale ricambio che parte dal basso, dalle oblast, e le decisioni sono più collegiali rispetto al nazismo.
Infine, il nazismo non si presenta in nessuna altra forma se non quella conosciuta negli anni Trenta e Quaranta; il comunismo è invece una pluralità di esperienze che lo rendono assai diverso a seconda che sia stato al potere o all’opposizione, in accordo con un regime o in lotta con esso, organizzato in un partito o espresso nel lavoro intellettuale.
Lapalissiana poi la differenza di ideali e obiettivi.
Ma scommetto che non ti basta, vero?

Antisovietico – Mi pare stessimo parlando dello stalinismo, non del comunismo nella sua forma generale.

Me Medesimo – Mi fa piacere che tu sottolinei questa distinzione. In ogni caso mi pare di aver risposto, almeno in parte: non credere che non capisca il tuo punto di vista, di fronte ai morti e agli umiliati dei regimi eurasiatici è difficile non fare di tutta l’erba un fascio, specie se poi, come spesso accade in questi tempi, si rischia di dare man forte a quel revisionismo storico dai secondi fini ormai evidenti. Quello che stavo cercando di dire è che le differenze tra i due regimi sono altrettanto forti quanto lo sono le somiglianze. E non devi credere a me, ci sono almeno due libri interessantissimi di contributi dati da storici di livello mondiale che esaminano questi aspetti (entrambi si intitolano Stalinismo e nazismo, uno edito da Bollati Boringhieri e l’altro da Editori Riuniti, ma con curatori e autori diversi).
[Per chi fosse interessato, si controlli qui e qui]

Antisovietico – Comunque, se ben ricordo, era di Lenin l’idea di creare un sistema differente, che a sua volta portava avanti le idee di Marx e Engels. Tra l’altro, recentemente è venuto fuori che Lenin era profondamente contrario all’idea ch Stalin diventasse il suo successore, in quanto lo vedeva come una “testa calda, troppo aggressivo. Non deve assolutamente essere lasciato a testa del partito”. L’obiettivo comune non esiste, anche Marx lo riconosce, e se hai letto Kant anche solo un minimo lo sapresti. E certo, tutti crediamo in quello che facciamo! Anche uno stupratore che si scopa tua sorella o tua madre crederebbe in quello che sta facendo. Poi, non vedo il collegamento tra Stalin e perdita (visto che parli di sconfitta/perdita). Mi pareva fosse uno dei vincitori della WW2. Non è per questo che i russi celebrano il 9 Maggio come giorno della vittoria? E poi a che tipo di progetti ti riferisci? Gulag in tutto il paese? Affamare l’Ucraina fino alla morte? Per favore, sii più preciso, voglio sapere. Appiattire con i numeri? Le generazioni di mezza europa hanno ancora le coscienze polverizzate, perché ci vorranno almeno due generazioni perché nessuna di queste persone abbia più niente a che fare con gli effetti del regime Stalinista. E questo potrebbe non accadere finché ci saranno persone come i nostri amici del partito Marxista Lenininsta che continuano a celebrare la figura di Stalin. Chissà che non si trovi un degno successore? E si, per quanto riguarda l’Unione Sovietica è stata universalmente dichiarata criminale e illegale. E direi che lo stesso di potrebbe dire della Cina, solo che dei cinesi non si può dire niente perché sono i proprietari di tre quarti del mondo. E poi i Khmer rossi, o la Bielorussia! Pensa che li il KGB esiste ancora e si chiama proprio KGB! Oh si tutto questo mi fa proprio venire voglia di fare del “folklorismo”.
Comunque ti ringrazio per questa conversazione; è sempre interessante confrontarsi con persone che hanno punti di vista differenti. Lo dico sinceramente 🙂

Me Medesimo – Figurati. Comunque vedo che c’è parecchia confusione su vari punti, o almeno una semplificazione eccessiva.
Per prima cosa, l’idea di creare un sistema di vita differente è stato il cuore di tutte le rivoluzioni moderne, il punto che distingue Marx da Lenin e Lenin da Stalin è l’idea su cosa fare per costruire l’alternativa. Marx ha elaborato determinate teorie, Lenin le ha interpretate a modo suo in base alle condizioni russe, Stalin ha in parte seguito le idee di Lenin e in parte seguito un cammino autonomo. La contrarietà di Lenin a Stalin è in realtà ben nota da tempo, espressa in una lettera al Comitato Centrale poi divenuta famosa come “Testamento di Lenin” (essendo stata scritta poco prima della sua morte), in cui avvertiva che il potere concentrato nelle mani del segretario del partito stava aumentando troppo e la personalità di Stalin non era adatta a gestirlo, essendo appunto troppo rude. Naturalmente tutto ciò è venuto fuori solo dopo la morte di Stalin, al XX congresso del pcus nel 1956.
Kant, se lo vogliamo citare, era già contrario all’idea stessa di rivoluzione, perché secondo la sua etica del dovere il popolo deve comunque ubbidire al proprio sovrano e non può avere il diritto di ribellarsi (la ribellione nega il dovere); ma quando io parlo di “obiettivi comuni” sto parlando di progetti politici su larga scala, volti alla collettività. In URSS come nella Cina popolare, o anche Cuba, sono stati tentati progetti cui tutti i cittadini dovevano contribuire: se tutti lavorano insieme a progetti collettivi, non lo fanno forse per raggiungere obiettivi che sono comuni all’intera nazione?
Poi, per favore, non scadere negli esempi da reazionario: quando parlo di credere in ciò che si fa, parlo della passione politica, della speranza nella costruzione di un futuro migliore per se stessi e per gli altri. Ho detto quella cosa perché troppo spesso passa l’immagine di un popolo soggiogato da un pugno di criminali, costretto a fare cose che non voleva fare e che magari sperava di essere liberato dalle potenze occidentali. Ovviamente non era così, le cose erano più complesse, tra dissidenti, sostenitori e “apatici”. Ma sulla partecipazione e persino l’entusiasmo alla costruzione del socialismo reale possiamo avere un esempio proprio per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale: lo sforzo gigantesco sostenuto dai popoli sovietici per combattere il nazismo è stato alimentato soprattutto dalla convinzione di dover difendere la propria terra e il proprio nuovo sistema. Meno male che erano convinti di quel che facevano, altrimenti oggi parleremmo tutti il tedesco.
La perdita cui mi riferisco riguarda lo scioglimento dell’URSS, la fine dell’esperimento comunista cui tante persone hanno votato la vita; i progetti cui mi riferisco sono i più svariati, dall’industrializzazione all’elettrificazione, dallo sviluppo urbano a quello scientifico, all’arte, lo sport, il diritto ecc., sui cui risultati si può discutere, ma che non possono semplicemente essere cancellati come se lì si vivesse da barbari per morire nei gulag. Il gulag e altri episodi vergognosi come la carestia in Ucraina non costituiscono la totalità dell’esperienza sovietica, né si può continuare a fare la storia a colpi di numeri e statistiche dei morti, cioé con l’appiattimento delle varie realtà umane e civili sul calcolo di quanti ne hanno ammazzati.
Sugli effetti dello stalinismo pure hai una veduta troppo di parte: se vogliamo metterla così, credi che l’ondata di nostalgia per Stalin che ancora si riflette per l’Europa orientale sia solo opera di qualche nostalgico scalmanato? Evidentemente non tutti la pensano come i lituani.
Infine, i Khmer rossi sono un caso a parte, mentre sulla Bielorussia si può dire che sta pagando il prezzo di tutti quelli che non sono cambiati dopo il 1991, ossia l’isolamento internazionale. Il problema è Lukashenko, che non ha intenzione di mollare la presa. D’altra parte c’è una bella differenza tra lui e l’ex-URSS, il contesto storico-politico.
L’Unione Sovietica non è stata mai dichiarata “universalmente criminale e illegale”, semmai alcuni paesi dell’est hanno deciso in tal senso per i propri affari interni, e l’anticomunismo mondiale ha buon gioco nel gridare al crimine contro una superpotenza ormai svanita, ma sotto questo giudizio demonizzante non c’è solo l’indignazione per la violazione dei diritti umani: oggi si vuole criminalizzare il comunismo come idea, non solo come regimi storici, il comunismo come forma generale, non solo come stalinismo. E questo è ben più grave di un partito che, qui – non in Lituania – raccoglie chi ha deciso di prendere per oro colato la retorica dei grandi leader comunisti.
Insomma, ti stai scandalizzando per niente, essere comunisti in occidente è sempre stato molto diverso che esserlo in oriente, e di certo il PMLI non può costituire una minaccia per nessuno, nemmeno morale. O pensi che dire “a me Stalin piace” equivalga ad evocare il diavolo in chiesa?

Antisovietico – Non penso che costituisca un rischio, ma per me non è diverso dal dire “a me piace Hitler”.

Me Medesimo – Per me sì, con le dovute cautele naturalmente. Ok, grazie per lo scambio di vedute 🙂

Antisovietico – E’ interessante conversare con persone intelligenti.

Pseudopolacco – “a me Stalin piace” puó essere uguale a “a me Hitler piace”, ma Stalin non è il comunismo mentre Hitler è il nazismo, quindi falce e martello non equivale alla svastica.


I miei dischi dei Sepultura

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Se oggi sono un fan del metal estremo, lo devo a gruppi come i Sepultura e i Pantera. Credo che gran parte dei ragazzi degli anni Novanta, di quelli interessati al metal, debbano proprio a loro l’iniziazione alle forme più dure di un genere già duro di suo. Perché i loro nomi andavano per la maggiore e non si poteva evitare di accostarli ai Metallica, ai Motörhead o agli Slayer. All’epoca, però, io avevo ancora i miei limiti: una musica che sembrava solo fracasso e urla gutturali, come se il cantante avesse problemi di stomaco, beh, non mi pareva allettante. Per nulla.

La prima canzone che ascoltai dei Sepultura fu Ratamahatta, grazie al video che girava sui canali musicali dell’epoca (in particolare TMC2, chi se lo ricorda?), e non era certo una loro canzone tipica; in effetti fu proprio la particolarità di questo brano a farmi interessare, perché non era “inascoltabile”.

Comprai il disco, e il mix di suoni estremi ed elementi tribali fu così interessante che continuai con Chaos A.D., ancora meglio, e poi Arise. Questo invece fu troppo per me. Lo accantonai, eppure… Eppure, in seguito, fu proprio la title track a tornarmi in mente più spesso. Così continuai. Insomma, con i Sepultura ho fatto quasi un lavoro archeologico, andando a ritroso nella loro storia dagli album più orecchiabili a quelli più estremi. Perciò posso ben dire che mi abbiano condotto loro verso generi che prima snobbavo. (Con i Pantera, di cui parlerò in futuro, è avvenuta una cosa simile e contraria: volendo cose estreme, li ho conosciuti con The Great Southern Trendkill, per poi andare a ritroso e arrivare ai loro album meno estremi).

Bene, come procedere? In ordine cronologico o in ordine archeologico? Beh, in questo caso dire che va bene il secondo, per seguire lo stesso percorso che feci allora. Vamos detonar essa porra!

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Ricordando Dimebag

Cristo, mi pare assurdo che siano passati già quindici anni dall’assassinio di Dimebag Darrell. Ricordo ancora d’aver sentito la notizia dalla radio del supermercato. Pareva folle allora e lo è ancora adesso. Era anche la prima volta che sentivo qualcuno parlare dei Pantera al di fuori dell’ambito metal. Uno shock è uno shock, suppongo. Mi verrebbero in mente varie cose da dire, considerazioni e polemiche, ma lascio perdere volentieri. Preferisco riportare le parole di Phil Anselmo sul suo amico, e il video di I’m Broken per celebrare la bravura del grande chitarrista. Voi quale musica scegliereste?


Otto anni tughèder

Oggi sono otto anni di blog, che è ufficialmente più longevo del precedente. Anche più “serio”, sebbene non ci giurerei troppo. Anzi, facciamo così:

 


Grandi artisti, persone ignobili

Come comportarsi di fronte all’arte prodotta da persone riprovevoli? Condannarla come chi la ha prodotta o salvarla come una cosa a parte? Dico subito che non ne ho un’idea chiara. Ma di esempi ce ne sono parecchi e tanto vale partire da questi.

1 – L’ultimo caso che si è presentato all’attenzione è quello dell’inserimento nella colonna sonora dell’ottimo Joker (se non lo avete ancora visto, fatelo), di un famoso brano, Rock and Roll, Part 2 (detto anche “Hey song” e uscito nel ’72) di Gary Glitter. Questo cantante è stato sulla cresta dell’onda per decenni, soprattutto negli USA, e questo brano in particolare è stato spesso usato in eventi e spettacoli per coinvolgere il pubblico, senza contare la sua presenza in molte colonne sonore. Un pezzone, come si suol dire, che sta bene un po’ dappertutto e credo tutti abbiamo sentito almeno una volta. Ebbene, nel caso di Joker la polemica è dovuta al fatto che Gary Glitter è stato condannato ben due volte per possesso di materiale pedo-pornografico ed è stato condannato per turismo sessuale e abusi su minori da un tribunale in Vietnam. Nel caso del film, le polemiche sono scoppiate innanzitutto per la questione dei diritti d’autore, che avrebbero garantito a Glitter un profitto attraverso le royalty; quindi, in sostanza, soldi a un pedofilo. La polemica si è sgonfiata quasi subito, poiché il suddetto pedofilo ha venduto tutti i diritti già da vent’anni e quindi non riceverà neanche un centesimo.

Rock and Roll, Part 2 è un “pezzone” o la canzone di un fottuto pedofilo? Ascoltarla, al di là di royalty et similia, significa riconoscere semplicemente validità all’artista o anche avallare in qualche modo le nefandezze della persona?

2 – Rimaniamo in ambito musicale con Varg Vikernes, icona del black metal norvegese, già membro dei Mayhem e fautore del progetto solista Burzum. Certo il black metal non piace a tutti, ma poniamo il caso che almeno un brano come Dunkelheit vi prenda bene; come cambierebbe la vostra percezione dell’artista, sapendo che l’uomo è un criminale e un assassino, oltre ad essere un nazionalista di estrema destra? Le note composte dalle stesse mani che hanno affondato decine di volte il coltello nelle carni di Øystein Aarseth, fino a ucciderlo. La melodia ipnotica che è stata composta dallo stesso pensiero che ha progettato incendi dolosi e predica un ritorno ai culti pagani, per la chiusura della Norvegia al mondo globalizzato dai marxisti giudaico-cristiani. Un grande artista, ma anche una grande merda di persona. La sua musica, posto che piaccia il genere, come ne esce? [Qui poi ci sarebbe da sconfinare in un altro grande dibattito, sulla politicizzazione dell’arte, ma non è il caso, restiamo sulla singola persona – vedi esempio 5].

3 – La scrittrice Marion Zimmer Bradley è stata una delle più amate autrici di romanzi fantasy nel mondo; ancora oggi i suoi libri vendono molto e schiere di fan in tutti i paesi ne rimangono incantati. Lei si è inoltre prodigata nella diffusione della cultura lesbica, aprendo le porte della consapevolezza a più di una donna (questo lo deduco da commenti letti in varie occasioni su siti specifici). Dopo la sua morte, per quindici anni la figlia Moira ha mantenuto il segreto, ma poi nel 2014 ha deciso di rivelare l’orrenda verità: dai 3 ai 12 anni è stata molestata sessualmente proprio da sua madre. La comunità di fan è rimasta scioccata da queste rivelazioni e i detentori dei diritti dell opere di Zimmer Bradley hanno deciso di donare le royalty a varie associazioni di sostegno ai minori vittime di abusi. Quindi, anche in questo caso, mondi fantastici e grandi avventure create da una pedofila incestuosa. Vale la pena leggersi i suoi romanzi, o sono irrimediabilmente compromessi dall’orrore della realtà?

4 – Klaus Kinski. Superbo attore tedesco, terribilmente problematico e tormentato, che ci ha regalato interpretazioni come Nosferatu e Aguirre, furore di Dio (vi metto i video in italiano, ma fate attenzione alle sue espressioni), girati con l’amico-nemico Werner Herzog, regista d’avanguardia, dando vita a un rapporto folle e traumatico per l’arte. Può non piacere, ma è comunque considerato uno degli interpreti più importanti del cinema internazionale. Ed è stato anche lui un pedofilo incestuoso. Lo ha denunciato la figlia Pola, rivelando di essere stata violentata dal padre tra i 5 e i 19 anni, ricevendo il supporto della sorellastra Nastassja. Come si fa a celebrare la capacità interpretativa di un mostro? Come si fa ad assistere a un film con questo attore, senza pensare a ciò che ha fatto alla sua stessa figlia? Riconoscerne la bravura in quanto artista, significa forse glissare sulla condanna per il delitto commesso?

5 – Un poeta sopraffino come Ezra Pound, in grado di sfornare versi come solo la buona poesia riesce a fare, era anche un sostenitore fanatico del fascismo, sia prima che dopo la guerra. E per fanatico intendo dire che vedeva in Mussolini l’Unto del Signore, blaterando (poeticamente?) delle virtù spirituali della sua creazione politica. Quanto di politico c’è nella sua opera? Quanto di fascista c’è nei suoi versi? Apprezzarlo, vuol dire apprezzare idee reazionarie e fasciste? Ma su di lui già si sono interrogati altri. E comunque, in questo caso parliamo di idee.

Forse è un cane che si morde la coda. Forse non è giusto confondere l’artista con la persona; o forse non è davvero possibile separarle. Al momento non lo so. Davvero non ho risposta. Ma se ci mettiamo a vedere tutte le magagne personali degli artisti, e a discriminarli in base a queste, potremmo rischiare di rimanere senza arte. Per questo è un lavoro duro da fare. Ne vale la pena? Non si rischia di diventare intransigenti e moralisti? O forse un po’ di moralismo fa bene, purché non prenda il sopravvento? Perché se cominciamo a dire “quello è un assassino!” o “quello è uno stupratore!” e poi glissiamo su altri autori o autrici che pure hanno commesso atti riprovevoli, diventiamo persino ipocriti e sempre esposti alle critiche. Ma come si fa a non pensare anche a quelle cose orrende? Come se non avessero peso? Per ora, sono domande senza risposta.


Fondazione della Repubblica Popolare Cinese

1 ottobre 1949: Mao Tse-Tung proclama la Repubblica Popolare Cinese, dopo la guerra civile contro il Kuomintang, partito nazionalista di Chang Kai-Shek, col quale il PCC fu comunque alleato durante la guerra contro il Giappone. Da allora sono esistite due “Cine”, quella continentale e quella di Taiwan. Per diversi anni, solo la seconda è stata riconosciuta al livello diplomatico internazionale; oggi, la prima è la nuova potenza economica in grado di influenzare gli equilibri mondiali. Il discorso su come un arretrato paese agricolo sia divenuto uno dei carri trainanti dell’economia globale è articolato e complesso; tuttavia si può affermare che la caratteristica fondamentale della Repubblica Popolare Cinese sia la sua capacità di adattamento: un imprenditore cinese, scherzando ma non troppo, diceva che mentre negli USA si può cambiare partito, ma non si possono cambiare le politiche (l’essenza di fondo della politica americana resta tutto sommato la stessa sia con i democratici che con i repubblicani), in Cina si possono cambiare le politiche, ma non il Partito. Infatti la legittimità del sistema cinese continentale si basa interamente sull’autorità del Partito Comunista Cinese, che possiede la maggioranza assoluta di seggi in un parlamento dove gli altri partiti sono sostanzialmente suoi gregari. Questo implica che ogni decisione non viene presa attraverso un dibattito democratico nel senso occidentale del termine, bensì attraverso una serie di verifiche e sperimentazioni che seguono una pianificazione flessibile a medio e lungo termine. E sì, per chi se lo stesse aspettando, c’è pure l’uso della forza, della repressione e della censura. Ma la cosa interessante resta la possibilità, per un sistema fortemente autoritario, che pure aveva guardato all’URSS staliniana come un modello di sviluppo, di adattarsi ai cambiamenti senza perdere il controllo, di evolversi, di cambiare strategie quando queste non danno risultati ottimali (e le politiche di Mao in qualità di presidente, per esempio, furono un disastro, nonostante egli fosse stato in grado di organizzare il Partito nel modo più adatto ed efficiente prima della conquista del potere). Tale flessibilità è frutto, sopratutto, del pragmatismo di Deng Xiaoping e della sua fazione politica che, nel liquidare il maoismo nella pratica, ne ha mantenuto l’identità ideale e la continuità storica, da cui trarre legittimazione nonostante i cambiamenti anche estremi rispetto all’epoca del Grande Timoniere.

Per questo credo sia ancora attuale l’inno Senza il Partito Comunista non ci sarebbe la nuova Cina, che risale al 1943, come risposta allo slogan Senza il Kuomintang non ci sarebbe la nuova Cina. Attuale, perché sebbene la grandezza economica della Cina moderna sia dovuta a un cambio di rotta importante nella gestione dell’economia (ripeto, in forte contrasto con il maoismo precedente), è pur vero che quel mix così particolare di socialismo e tecnocrazia a cui il paese asiatico deve una crescita costante da quarant’anni, è frutto proprio della capacità del PCC di amministrare con razionalità e pragmatismo un sistema-paese enorme e complesso. Oggi può sembrare assurdo presentare Mao come ispiratore della potenza moderna, ma rifarsi alla sua figura mantiene legittimità e continuità politica per il Gongchandang, che in realtà è oggi figlio di Deng.

In fondo, la Cina è senza dubbio entrata in una nuova fase storica grazie alla vittoria dei comunisti, laddove il Kuomintang, giunto al potere negli anni Venti, non fece molto altro che ricreare lo schema post-coloniale di concentrazione della ricchezza in poche grandi famiglie e un sistema corrotto di scambi e favori con le potenze occidentali. Ma la questione è complessa e non ne parlerò qui. Mi sento piuttosto di consigliarvi una lettura che compendia molto bene la storia della Cina moderna, sebbene sia piuttosto datata e credo anche difficile da trovare: N. Colajanni, La Cina contemporanea, 1949-1994, Newton&Compton 1995. Basti dire che già all’epoca l’autore aveva ipotizzato il 2005 come anno dell’ascesa internazionale della Repubblica Popolare Cinese, previsione rivelatasi corretta.

P.S. –  E questo è il 200° articolo del blog!


Il sogno che mi ha svegliato

sogno estate 19

Sto camminando insieme a qualcuno. Non so chi sia, perché è un passo dietro a me e non lo vedo. Ci troviamo su un lungofiume, su una banchina che segue il corso dell’acqua; è sera. C’è un ponte, un cavalcavia su cui passa la strada per le auto, e noi dobbiamo passarci sotto. È lungo, poco illuminato da luci calde a poca distanza l’una dall’altra. Chi è con me mi chiede se vogliamo davvero passare da lì. Io inizio a sentire una strana musica in sottofondo, come fosse l’incipit di qualche composizione per flauto; dico che sì, dobbiamo passare. Mentre camminiamo, ci accorgiamo di due figure indistinte, una piccola più vicina e una maggiore verso la fine del sottopassaggio. La voce mi fa “guarda, è un cane!” e la figura piccola, rimanendo una sagoma nera, diventa proprio quella di un cane. Io rispondo “è il cane dell’Inferno” e mi metto a correre verso questa figura, che però scappa via, dall’altra parte. Ora sto correndo praticamente a quattro zampe, e la voce dice “c’è un laghetto!”; vedo una pozza di acqua blu sulla sinistra e il cane sembra sparire in quella direzione. Io ripeto “è il cane dell’Inferno” mentre lo inseguo, ma la voce chiede “e quello chi è?”. L’altra sagoma nera ha la forma di un uomo e sembra stare di spalle. Io dico “quello è il Diavolo” e punto su di lui. La sagoma nera si gira, ha gli occhi luminosi, si mette a correre verso di me. La voce è spaventata, ma io corro ancora più forte, andando incontro a quell’uomo con gli occhi accesi, pieno di adrenalina. Salto per avventarmi su di lui, con un urlo gutturale che è un misto di eccitazione e terrore, preparandomi a morire – perché quello è il Diavolo, non si può vincere contro di lui – ma all’ultimo secondo, un attimo prima di svegliarmi con un sussulto, quando la sagoma nera è a pochi centimetri, mi accorgo che quelli non sono i suoi occhi, ma due piccole lucine attaccate alle tempie, che illuminano a malapena il volto di un uomo normale, con un’espressione spaventata. Perché il diavolo sotto il ponte ero io.

Fatto intorno alle 04:30 di oggi.