Un amico di destra

Quello che segue è un vecchio articolo rimasto a livello di bozza per qualche anno. Ho deciso di completarlo pur avendo cambiato, nel frattempo, alcune prospettive. In questi ultimi tempi, il degrado della politica e della società civile nel nostro Paese ha raggiunto un limite che non era stato toccato da decenni. Non potrei, in tutta sincerità, accettare tra i miei amici un sostenitore dei delinquenti che stanno stravolgendo l’integrità delle nostre istituzioni, della nostra etica civile e della nostra cultura. Purtroppo è un periodo di forte polarizzazione e, anche rifiutando la logica tribale oggi così diffusa, ci costringe comunque a prendere posizione e tracciare una linea. Ma quello che segue vuole essere un’esortazione a vedere il lato positivo di discutere con persone che la pensano all’opposto, e lo propongo proprio in reazione alla logica tribale.

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Premesso che nelle amicizie non faccio grandi discriminazioni politiche, perché trovo sciocco basare i rapporti interpersonali su giudizi “ideologici”, mi pare piuttosto normale che ognuno di noi tenda a circondarsi di persone in qualche modo simili a sé. Di conseguenza, gran parte delle persone che posso considerare amiche hanno una visione del mondo relativamente simile alla mia; però tra la scuola, l’università e gli ambienti di lavoro e di piacere, ne ho conosciute di persone che la pensano diversamente e magari all’opposto. D’altra parte ho anche evitato di coltivare rapporti con gente che, pur avendo idee vicine alle mie, era per altri versi poco interessante o gradevole. Ci sono poi alcune conoscenze che si fanno per forza di cose, come parenti o amici stretti di amici, con cui si deve avere a che fare senza poter davvero operare una normale selezione.

Di amici di destra ne ho quindi diversi. Alcuni lo sono da sempre (di destra, intendo), altri lo sono diventati in seguito a delusioni più o meno cocenti a sinistra (questi sono i più “cattivi”). Averli, quando si è marxisti impenitenti e, loro, di tendenze reazionarie, può essere fonte di stress, ma anche di sforzi intellettuali. Uno in particolare mi stimola molto a interrogarmi su ciò che penso, perché spesso e volentieri dice cose talmente assurde da mandarmi fuori dai gangheri, eppure è così convincente e sicuro di sé che non di rado mi trovo in difficoltà a fargli capire dove sbaglia su cosa non concordo e come mai.

Questo amico, che chiamerò Roque, è poco più giovane di me, ha fatto un sacco di esperienze lavorative più di me, legge abbastanza, si informa molto, ed è a metà tra un liberale e un nazista. Essendo straniero, va detto, ha avuto a che fare con una situazione politica un po’ diversa da quella italiana. Lo conosco da qualche anno e, da quanto mi ha raccontato, ha avuto un suo (breve) periodo a sinistra, ha sempre ammirato Che Guevara e si è persino impegnato in alcune campagne di propaganda al livello locale, durante le quali ha assistito a giochi e giochetti poco edificanti che hanno dato un primo colpo alle sue (fragili) convinzioni. Poi, ha saputo da vari mezzi di informazione (non so quanto affidabili, ma convincenti) di casi di corruzione e “inciuci” degradanti, ben lontani dalla morale sbandierata dalla sinistra e, avendo una predisposizione a vedere le cose in bianco e nero, ha abbandonato non solo la simpatia per il partito, ma pure il discernimento critico tra persone e teoria, per cui è diventato anticomunista. E per anticomunista intendo genericamente contro ogni tipo di sinistra, se non per alcuni aspetti particolari di cui dirò poi.

Il suo motto, per la frequenza con cui lo dice, è si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra – in senso letterale!). Per fare un elenco ideale, direi che Roque ritiene giusto o opportuno:

  • andare in giro armati (di pistola o almeno di coltello);
  • uccidere i criminali sul posto, se oppongono resistenza;
  • comminare la pena di morte anche per reati di corruzione;
  • risolvere le diatribe politiche con forme di lotta violenta, se la giustizia o la dialettica non funzionano;
  • punire severamente chi si comporta male, non importa cosa abbia fatto o da quale situazione provenga (niente scuse tipo “vittima della società”, insomma);
  • rivalutare l’azione dei regimi militari in quanto portatori di ordine;
  • smetterla con le continue tutele statali di categorie di persone, tra quote e sussidi, che creano parassiti e forme di discriminazione “al contrario”;
  • stessa cosa per il politically correct;
  • abolire o abbassare nettamente la tassazione, dato che non ritorna sotto forma di servizi ma solo come “mangime” per i politici;
  • viaggiare liberamente per il mondo, ma rispettare le regole altrui – quindi i migranti, specie i mussulmani, dovrebbero starsene a casa loro;
  • tenere d’occhio ebrei e massoni per le loro attività lobbistico-cospirative.

Tuttavia, quando si parla di soluzioni e realizzazioni, Roque sembra avere una gran confusione in testa. Il fatto di difendere un regime militare per l’ordine che porterebbe e allo stesso tempo predicare la possibilità di girare armati, non fa scattare in lui la contraddizione tra le esigenze di ordine e il controllo dei cittadini: come può una dittatura lasciare che i cittadini si armino? E se si ribellassero? E poi, a che servono le forze dell’ordine se i cittadini possono difendersi (e farsi “giustizia”) da soli? Poi, la tassazione: come fa uno stato, ancor più di polizia, a sostenersi se la gente non paga le tasse? I privati comunque dovrebbero pagare tasse per mantenere un apparato militare forte. Ma supponendo che non ci sia più bisogno di uno stato, che tutti i servizi compreso l’ordine diventino affare privato, come si fa a garantire a tutti l’educazione, la sanità e la sicurezza, condizioni basilari per la vita sociale, se bisogna pagare per ogni cosa? Eh sì, perché dal punto di vista sociale, Roque si lamenta anche dell’ignoranza che porta la gente a votare per carogne corrotte, che non avrebbero speranze se la gente sapesse, se si rendesse conto, se ricevesse un’educazione adeguata. Un popolo ignorante è facilmente manipolabile.

Qui c’è una vaga coerenza con il liberalismo: lo “stato minimo” dovrebbe continuare a occuparsi di quei servizi come un apparato amministrativo. Niente anarco-capitalismo, insomma. Però lo stato deve essere minimo sul serio, occuparsi solo di arbitrare e mantenere una certa coerenza sociale. Per Roque si tratta in ogni caso di una concessione al socialismo, perché è convinto che lo stato minimo sia socialista, probabilmente per una superficiale conoscenza dell’idea marxiana di estinzione dello stato. Insomma, vi è uno strano miscuglio tra individualismo, liberalismo, statalismo, militarismo e forme di stato sociale.

Tracciato questo quadro, devo dire che le sue osservazioni sono talvolta così semplici, o semplicistiche, che faccio fatica a rispondergli, dando per scontate conoscenze di principi e teorie, concordanze logiche e di valori ecc.; quello che per me è ovvio, per lui non lo è affatto. Perciò devo tornare sulle mie convinzioni e analizzarle minuziosamente per ricostruirne la genesi e l’evoluzione logica, in modo da spiegare per bene come mai non la penso come lui. E questo è un esercizio davvero interessante, oltre che impegnativo e persino stressante. D’altro canto, come posso convincerlo (sempre ammesso che debba farlo), o comunque ribattere e mantenere il punto, se io per primo non sono “fermo” sulle idee che porto avanti? Fermo, saldo, sempre pronto. Sempre cosciente. Perché invece vi assicuro che Roque è un database vivente di informazioni, che sa tirare fuori in qualsiasi momento per andare contro ciò che non gli va a genio (ossia quasi tutto); ed è bravissimo a ricercare quello che vuol sapere: se deve leggere 300 pagine su un determinato tema, non smette prima di arrivare alla fine. E ricorda tutto. Un talento personale invidiabile. L’unico problema è che non ha, secondo me, le ferramenta culturali per elaborare quelle informazioni, dato che se sono 300 pagine di cazzate, ma sono convincenti, lui le accetta e non ci sono santi che gli facciano cambiare idea.

In realtà, mi chiedo se, proprio a causa di questo suo modo di essere, valga la pena di affrontare chissà quali discussioni. Non credo proprio che riuscirei a fargli cambiare idea, né lui la farebbe cambiare a me. Discutere seriamente porterebbe a una rottura inevitabile. Semmai dovrei dargli suggerimenti, indicazioni, qualche direzione da seguire per ampliare il suo orizzonte, sperando che questo lo moderi un po’ nelle sue granitiche convinzioni. D’altra parte, ascoltare le sue idee mi prepara a ricercare argomenti su temi cari alla destra e rispondere in modo adeguatamente strutturato, non a lui direttamente, ma a chiunque. Con la importante differenza che, rispetto a molta gente, Roque sa sempre di cosa sta parlando, anche quando sbaglia, motiva tutte le sue affermazioni e conserva una lieve speranza di cambiare posizione se nuovi elementi siano sufficientemente convincenti (cioè molto, ma molto convincenti).

Se la pensiamo allo stesso modo, come possiamo valutare la qualità delle nostre idee? Dove si pone il limite, il confine che ci divide? Esiste una zona franca in cui incontrarsi e dialogare? E se non c’è, cosa possiamo trarre di buono dalla nostra inconciliabilità? Forse nella risposta a queste domande si trova la chiave di una convivenza sempre più difficile.

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I miei dischi della Rollins Band

Rollins Band banner

Avevo già parlato di Henry Rollins pubblicando il video e il testo di una delle sue canzoni che apprezzo di più, Illumination. All’epoca però non avevo neanche uno dei suoi dischi, peraltro difficili da trovare persino nei negozi delle grandi città. Negli ultimi anni ne ho recuperato cinque, quelli degli anni ’90/2000, secondo me i più raffinati e maturi (e anche secondo i suoi detrattori, legati al suo passato punk).

Ho conosciuto Rollins grazie a Beavis & Butthead, che in un episodio commentano il video di Disconnect. Per lungo tempo è stato solo un artista “sullo sfondo”, rispetto agli altri che ascoltavo; mi colpiva che fosse così muscoloso, di solito i cantanti non hanno molta cura di se stessi, però quello che sapevo di lui era legato ai video che passavano su Mtv, ai suoi cameo cinematografici e a qualche articolo su siti specializzati. Poi, grazie a Youtube, ho cominciato ad ascoltare altre canzoni tratte dai vari album, e ho capito che non solo è un personaggio interessante, ma anche un ottimo artista, con idee musicali aperte e sempre intento a rinnovarsi, pur restando fedele alla sua linea (e specifico sua, perché sentire un punkettone che mi viene a dire “Rollins si è venduto!” avendo smesso di suonare punk è come sentire che i gatti sono erbivori perché masticano le piantine). Un artista poliedrico, non solo per le sue prove d’attore, come nel cortometraggio Deathdealer, ma anche per i suoi monologhi teatrali e i suoi programmi televisivi.

Soprattutto, posso dire che i testi sono profondi, stimolano riflessioni, raramente sono banali o scontati. So che sembra esagerato, ma in certi casi ascoltarle è come fare una seduta terapeutica, ci sono dentro questioni psicologiche, sensazioni ed emozioni intime, punti di vista esistenziali, visioni perturbanti. Dalla furia dei primi album alla sagacia degli ultimi, Rollins ha dimostrato di avere un cervello funzionante e una grande sensibilità. Da un po’ di tempo a questa parte ha smesso di suonare, perché sentiva di non avere più molto da dire e non aveva intenzione di trasformarsi in una “greatest-hits-machine”, una macchina che suona a ripetizione i suoi successi, concentrandosi su altri progetti. Un peccato? Beh, certo mi spiace, ma meglio che vederlo autodistruggersi.

E ora passiamo agli album.

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La concezione marx-engelsiana dello Stato

Marx Engels

In occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx, ho ritrovato miei vecchi appunti di studente di filosofia su un corso risalente al 2009 del prof. Guido Liguori, uno dei maggiori studiosi italiani del pensiero comunista. Li ripropongo così come sono, senza apportare modifiche.

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Storia del pensiero politico contemporaneo – Prof. Liguori
Appunti sul corso “La concezione marx-engelsiana dello Stato. Marx e Engels vs Bakunin”, II semestre 2008/2009

 – 17/03/2009

Marx, oggi, è spesso ritenuto uno scienziato sociale, un sociologo che ha descritto i rapporti tra struttura sovrastruttura, che ha reso scientifico il socialismo, mentre la politica sembra avere un ruolo secondario; non è così, il rapporto tra struttura e sovrastruttura (o, a seconda dei punti di vista, infrastruttura) non è rigido e univoco come viene spesso inteso parlando della sua scientificità, mentre l’impegno politico è una costante della vita di Marx ed Engels, basti pensare alla partecipazione all’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), di cui scrivono i programmi come il “Manifesto del Partito comunista” del 1848.

BIOGRAFIA INTELLETTUALE DI MARX – Negli anni dell’università si forma nell’area della Sinistra Hegeliana, cioè i discepoli di Hegel che interpretano la filosofia del maestro in una prospettiva progressista radicale, e si laurea in filosofia a Jena e si trasferisce a Colonia per scrivere da giornalista sulla Rheinische Zeitung (Gazzetta Renana), dove già in un articolo sulla legge contro i furti di legna evidenzia il passaggio storico dal feudalesimo al capitalismo: attraverso la mercificazione di ogni cosa, dando al denaro il ruolo più importante nei rapporti tra individui. Continua a leggere


‘God of the Gaps’, by George Doutsiopoulos


Lo sviluppo del marxismo in Russia tra XIX e XX secolo

Riprendiamo il percorso storico e teorico iniziato con gli appunti su “Populismo e rivoluzione in Russia“, ricostruendo per quanto possibile la diffusione del marxismo nella Russia zarista, il suo sviluppo e le battaglie ideologiche dei gruppi che a esso si sono ispirati. Il periodo preso in considerazione va grossomodo dal 1872 al 1909.

La crisi del populismo, tanto sul piano pratico quanto su quello teorico, lascia un vuoto politico negli ambienti intellettuali della società russa. Tuttavia si creano nuove possibilità di elaborazione ideale; il dibattito politico-filosofico si arricchisce della ricerca di categorie concettuali più adatte all’interpretazione della realtà del Paese, alle prese con la nascita di forme di produzione capitalistiche, che favoriscono l’interesse per i frutti più “estremi” della critica hegeliana, ovvero le teorie economiche e filosofiche di Karl Marx e Friedrich Engels. La diffusione del marxismo in Russia viene spinta dalla traduzione del primo libro de Il Capitale nel 1872, a opera di alcuni ex-populisti che nel corso degli anni Ottanta costituiscono a Ginevra la prima associazione russa dichiaratamente marxista, “Emancipazione del lavoro”, di cui fanno parte Vera Zasulič e Georgij Plechanov. Questi è il primo ad accettare l’idea di una fase di sviluppo capitalistico come fase di transizione verso il socialismo, avversata invece da gran parte dei populisti, scrivendo una serie di opere che contribuiranno alla base teorica della socialdemocrazia russa.(1)

L’associazione, critica nei confronti del populismo e interessata a diffondere il socialismo scientifico, fonda una collana editoriale dedicata alla pubblicazione e alla diffusione in Russia delle traduzioni di tutte le opere di Engels e Marx allora disponibili; questa iniziativa riesce in effetti a emarginare le idee populiste e a porre le basi per la fondazione di un partito socialdemocratico vero e proprio.

Il successo del marxismo si innesta sul fallimento del populismo come teoria sociale, fornendo dal canto suo le ragioni scientifiche per continuare a credere, idealisticamente, nella possibilità del cambiamento. La stretta correlazione tra teoria e prassi è uno degli elementi che avvicinano l’analisi marxista al pensiero filosofico russo: la palingenesi dell’umanità passa per la riforma profonda delle condizioni sociali, ovvero la natura ideale dell’autorealizzazione è dominata dai problemi reali della materialità quotidiana; dunque, comprendere le leggi oggettive delle dinamiche sociali, che provocano storture e ingiustizie, apre la strada alla soluzione dei problemi tanto materiali quanto morali dell’umanità.

La stessa nascente borghesia trova nelle tesi di Marx sullo sviluppo storico-economico delle società la propria vocazione palingenetica, ritenendosi la forza trainante che fa uscire l’Impero dal feudalesimo per portarlo, attraverso lo sviluppo di se stessa, verso il socialismo. In un certo senso, il populismo ha propugnato una fede nella trasformazione, mentre il marxismo ne offre la “certezza” scientifica. Inoltre, il populismo rivoluzionario aveva visto minate alla base alcune concezioni ideali di fondamentale importanza: il popolo contadino si era rivelato molto più vicino allo zarismo e al suo sistema arcaico, anziché alle istanze progressiste dell’intelligencija; di conseguenza, realizzare il socialismo senza passare per la fase capitalistico-borghese, intesa come fase di maturazione sociale preparatoria, diventava impensabile.

Questo sviluppo capitalistico di fine secolo, conseguente all’abolizione del sistema feudale, non è comparabile con quello europeo e americano, ma dal punto di vista russo è impressionante. Quanto più ci si avvicina al Novecento e alla Grande guerra, tanto più i ritmi di sviluppo dell’industria, del capitale di base e del prodotto interno lordo crescono vertiginosamente; il mercato interno inizia ad espandersi sia per i mezzi di produzione che per i beni di consumo, mentre aumentano anche i depositi nelle Casse di risparmio; la Siberia diventa la nuova frontiera, popolandosi di agricoltori e lavoratori che accrescono ulteriormente la produzione e l’esportazione di prodotti e materie prime. Anche i trasporti, in particolare le ferrovie, aumentano il chilometraggio nell’ordine di decine di migliaia. La Russia, insomma, affronta un periodo tutt’altro che sonnolento per entrare nella modernità. Proprio per questo, la solidità dell’autocrazia continua a frustrare ogni tentativo di riforma, aumentando la pressione di antagonismi sociali sempre più acuti, «e l’esperienza della storia insegna che, quando le trasformazioni sono mature e il potere non risulta in grado di realizzarle, o la società comincia a marcire, o comincia la rivoluzione» (Gorbaciov). Continua a leggere


Aforismi a buon mercato, vol. 6

38 – Giudizio di Putnam sull’ateismo di Feuerbach: secondo Putnam, con l’umanesimo pensato da Feuerbach si è iniziato a dire “dobbiamo eliminare Dio”; ma questo ha portato a deificare l’uomo e meno di cento anni più tardi si sono avuti due dittatori sanguinari entrambi atei, Hitler e Stalin. Questo giudizio di Putnam è manifestamente assurdo, perché butta a mare l’intera storia della civiltà, a cominciare da quella europea, e attribuisce alla crudeltà il carattere di ateismo. Tutti i grandi conquistatori dall’antichità ad oggi sono stati “deificati” nonostante il carico di morti e sofferenze su cui hanno costruito le loro fortune; il principio alla base delle repressioni politiche e militari di ogni tempo è rimasto lo stesso, sia che fossero fatte in nome di Dio che dello Stato. Le dittature totalitarie del Novecento non hanno avuto nulla a che fare con le idee di Feuerbach e per di più, se probabilmente Stalin era ateo (pur avendo studiato in seminario e parlando come un sacerdote), non lo era però Hitler, che si riempiva la bocca con “Gott mit uns!” e altre eredità spirituali teutoniche. Quindi Putnam ha detto delle sciocchezze, anche se nelle intenzioni voleva rimproverare un modo di fare ideologico in favore del pensiero critico.

39 –  L’imbecille filosofico. È una visione molto ingenua ed errata quella secondo cui la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo resta tale e quale. È vero il contrario: la nostra cultura occidentale è pervasa dalle filosofie maggiori, nessuno di noi può sottrarsi del tutto all’influenza di Kant, di Hegel, di Descartes, di Platone e di Aristotele, per dirne alcuni. Tutta gente che non faceva molto altro oltre a studiare, scrivere, discutere e scervellarsi nelle accademie. Non è necessario averli studiati per ritrovarsi in testa idee o convinzioni in qualche modo influenzate da loro, in positivo o in negativo. Ma al di là di questo, è chiaro che il compito generale dei filosofi, persino di quelli spocchiosi e antipatici che credono di sapere tutto (evidentemente antisocratici 😀 ), è di produrre “orizzonti di senso”, come direbbe Heidegger; di interpretare le situazioni alla luce della ragione con strumenti culturali adeguati e, auspicabilmente, contribuire alla formazione della consapevolezza collettiva sulle questioni che investono l’etica, la conoscenza, la politica, ecc. Dovessero costruire ponti o aerei, non studierebbero Talete, Anassimandro e Anassimene; eppure chi li costruisce può usufruire nella sua vita dei punti di vista di quei pensatori, se non altro perché la scienza ha preso le mosse dalle indagini sulla natura sorte nell’antica Grecia. Il tempo sarà anche poco (chi mai ha tempo oggi per soffermarsi a pensare), ma usarlo per chiudersi la mente in compartimenti stagni resta sempre un errore: l’azione senza ragione può essere più veloce, ma anche cieca.

40 – Una profezia facile e terribile. Quando i fautori di una ragione strumentale pura, tecnicizzante e votata solo all’utilità d’uso, vedranno finalmente realizzata quella cultura prettamente tecnologica che esaltano contro ogni astrattezza intellettuale; quando le scuole e le università abbandoneranno in via definitiva l’insegnamento e la ricerca di discipline considerate obsolete, perché improduttive, come lo studio delle lettere classiche e della filosofia; quando tutto ciò che servirà all’umanità sarà quantificabile solo in rapporto ai vantaggi e agli svantaggi della produzione e del commercio; allora cominceranno le difficoltà di comprensione, di visione complessiva, di elasticità mentale e di pensiero immaginifico che sottendono proprio all’evoluzione della tecnica e all’innovazione produttiva. E sarà lì, nel buio gelido del vuoto creativo, che le persone si renderanno conto di quanto vitale sia la cultura umanistica, di quanto fecondo sia il pensiero rivolto all’umano e al senso delle cose in cui è immerso, proprio nella prospettiva della creatività, nella vita e nella produzione stessa. Perché rinunciare all’umanesimo vuol dire, in ultima istanza, abdicare alla capacità di uscire dal proprio stato di minorità. Allora si renderanno conto che sarà necessario tornare almeno un po’ sui propri passi e che, forse, quel primo passo verso la tecnica strumentale pura non andava fatto.

41 – Lo dicevo nel 2010 e lo ribadisco. Secondo me Berlusconi è un grande uomo di spettacolo, è simpatico, divertente e coinvolgente, quando fa i suoi siparietti fuori dalle arene politiche è persino migliore di tanti intrattenitori professionisti, perciò anch’io posso dire che se smettesse di fare politica e si dedicasse allo spettacolo lo seguirei con gusto, cambiando canale quando ricomincia a dire stronzate.

42 – Big Data et similia. Tutte le preoccupazioni sulle nuove tecnologie, con telefoni, tv e ora automobili smart, che agiscono in maniera quasi autonoma, ascoltando ciò che dici, guidando al posto tuo ecc., mi paiono preoccupazioni esagerate. Certo, bisogna stare sempre attenti, ma, al di là dei pericoli per i criminali veri, molta gente si preoccupa del controllo, del potere, della privacy, tirando in ballo Orwell e il suo 1984. Qui sta l’esagerazione, l’epoca del controllo pervasivo dell‘autorità per mantenere l’ordine è sorpassata da esigenze più lucrative: se ci spiano non è per sapere che idee politiche abbiamo, ma per mandarci pubblicità più convincenti, per offrirci prodotti più allettanti, per spingerci a comprare consumare in maniera più mirata e dispendiosa. Per un ribelle (o un paranoico) sarebbe certo più bello avere un Nemico che spia e controlla per dominare, contro cui rivoltarsi chiamando il proprio dissenso “giusta causa”, ma oggi, nel nord-ovest del capitalismo globalizzato, le cose sono a loro modo più squallide. Tra qualche secolo sarà così anche dove la gente è ora sotto un tallone di ferro.

43 – Diceva Deng Xiaoping: “Non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che acchiappi i topi”. Il pragmatismo espresso in questa massima è l’esatto opposto dell’ideologismo di Mao: infatti, secondo la logica politica maoista, il gatto deve essere del colore giusto, ossia il tecnico, il commissario, l’operaio, l’insegnante ecc. devono essere innanzitutto ideologicamente corretti nella loro impostazione, e solo dopo avere buone capacità. Nella logica di Deng, al contrario, il gatto deve innanzitutto acchiappare i topi, quindi tecnici, operai, insegnanti ecc. devono essere preparati e competenti, portare risultati, e solo dopo devono essere politicamente allineati. La differenza tra queste due concezioni, che costò caro a Deng durante la Rivoluzione Culturale, è anche lo spartiacque tra la Cina disastrata del Grande Timoniere e la Cina ultraproduttiva del Piccolo Timoniere. Anche se Mao resta il fondatore della Cina moderna, quella di oggi è figlia di Deng.

44 – Un buddha sardonico. Le risatine che mi faccio sotto i baffi quando qualcuno mi parla male di persone con certe idee, e vede in quelle idee uno dei peggiori mali del mondo, per poi dirmi che sono una persona speciale e rara, senza neppure sospettare che appartengo proprio a quelle categorie che aborrisce… ah, mi sento così zen.

45 – Il destino dell’umanità. La “tecnica”, tanto vituperata, è neutrale o no? In che senso sarebbe neutrale? E perché non lo sarebbe? Se non lo è, in che senso si muove, cosa combina, è un processo, un fine, un sistema? Cosa differenzia questa “tecnica” dalla scienza, dalla tecnologia, dalla modernità, dalla natura umana? Sarà poi vero che ci sta disumanizzando? Inizio a credere che non sia così. Che non ci sia nessun conflitto reale, solo difficoltà di adattamento. La “tecnica”, la si intenda come si preferisce (tipo Heidegger, tipo Scuola di Francoforte, tipo Bar dello Sport ecc.) è probabilmente l’unica vera forma in cui l’umanità si distingue dalle altre specie. Il “fare” e i suoi modi, con tutte le premesse e le conseguenze culturali e biologiche implicabili, è l’espressione dell’attitudine fondamentale dell’umanità a risolvere i problemi che incontra, fino a crearsene di nuovi pur di continuare a risolverne. La si chiami pure “volontà di potenza” o di dominio, la si chiami sete di conoscenza, nella prospettiva più generalmente teorico-pratica di interazione con il reale, la si chiami in qualsiasi modo; è la “tecnica” la vera caratteristica originale dell’umanità. Ne consegue che abbandonarsi, arrendersi al mondo della “tecnica” fa parte della naturale evoluzione dell’essere umano e se, di conseguenza, tutto diventa manipolabile, è perché in realtà lo è sempre stato e non avrebbe potuto essere altrimenti. La “tecnica”, qualunque cosa sia, ce lo ha solo rivelato dopo il fallimento dei nostri tentativi di ideologizzare spirito e materia. O saremmo ancora adesso ominidi vaganti nelle foreste.

46 – Sullo spauracchio delle menti limitate. La questione dell’uso di prodotti del capitalismo per promuovere la critica ad esso è una costante delle diatribe politiche sulla legittimità delle proprie posizioni. I “gendarmi della coerenza” spesso sono i primi a trovare giustificazioni acrobatiche per le proprie incoerenze. Possono essere sia compagni estremisti, sia (più spesso) avversari che pretendono di sapere come noi dovremmo comportarci in conseguenza delle nostre assurde idee. E quindi, a partire dal Rolex di Fidel Castro e il cachemire di Bertinotti, siamo ora al radical chic con l’i-Phone che posta video anticapitalisti su YouTube. Come se un comunista coerente (ma coerente secondo chi?) dovesse usare solo “cose comuniste” (tipo un social network programmato ai magazzini GUM, magari). Ora, io posso capire che quanto più radicale sia la propria posizione, tanto più diventi essenziale seguire una linea che comporta sacrifici, visto che l’intransigenza è reciproca. Il problema però è che la coerenza ha i suoi limiti, perché è essa stessa un limite: portarla sempre alle estreme conseguenze è il miglior modo di diventare incoerenti da una diversa prospettiva. Come si può evitare di sostentare il capitalismo? Se dovessimo rinunciare a dar sostegno a questo sistema economico, dovremmo smettere di fare la spesa e mangiare solo quello che riusciamo a coltivare in un angolo del giardino; dovremmo creare un combustibile organico per far funzionare i nostri sistemi elettrici staccati dalle reti; dovremmo passare all’uso intensivo e totale della bicicletta; dovremmo ricavare da soli le fibre per cucire da soli i nostri abiti; dovremmo costruircele da soli, le biciclette, e magari anche quei sistemi elettrici autonomi, o passare al caminetto e al forno a legna (alimentati da alberi cresciuti in giardino e costruiti con pietre scavate dalla terra dello stesso); e via dicendo, fino a cose ancor più assurde, solo per non dare alcun sostentamento al capitalismo. Ma questo è un regresso, oltre che un’assurdità, incoerente con il comunismo stesso: il punto non è autoescludersi per non essere complice dello sfruttamento, il punto è partecipare attivamente perché la ricchezza prodotta sia fruibile da tutti, o almeno da una larga maggioranza, anziché dai pochi che detengono la direzione economica. Il socialismo in generale è il movimento attraverso cui le classi subalterne pretendono di partecipare alla libertà e ai diritti di cui godono le élite, con un riequilibrio della situazione. La dico terra terra: internet è un mezzo di comunicazione e se “i poveri” non se lo possono permettere, chi difende i poveri non deve rinunciarvi, semmai battersi perché anche i poveri vi abbiano accesso. Fatta salva la consapevolezza della natura commerciale dei social network e, cosa ancor più importante, sottolineandone la natura effimera della partecipazione, penso che l’uso di Facebook e altri mezzi sia come l’uso del telefono e delle poste, che pure i sovversivi utilizzarono a loro tempo senza problemi.

47 – Indipendenti di parte. A volte mi chiedo come mai ci sia gente con idee chiaramente fascistoidi, sempre pronta a spalare merda su chiunque sia anche lontanamente di sinistra, o straniero, o omosessuale ecc., ma altrettanto pronta a dichiararsi “indipendente”, “né di destra né di sinistra”, “liberale” (mai aggettivo fu più abusato nella storia, specie oggi) e via dicendo. Tutto pur di non ammettere che è di destra, o meglio di estrema destra – anche se in Italia non c’è, purtroppo, molta differenza. Forse costoro si rendono intimamente conto dell’inaccettabilità delle loro posizioni, dello schifo che propugnano, e si vergognano di assumere la propria vera identità? O pensano che se non si dichiarano, non potranno essere etichettate? Gli sproloqui grondanti ignoranza e disprezzo rivelano ciò che negano.

48 – Rientravo a malincuore. Quando si viaggia e si conoscono realtà differenti, non solo come turista, ma anche nella quotidianità dei luoghi e delle culture, si cambia dentro, si modificano le visioni, si acquisiscono altri ritmi e altre abitudini, sia rispetto a se stessi che al proprio orizzonte di pensieri e azioni. Quindi tornare a casa, per quanto bello sia, non è più la stessa cosa. Quel “piccolo mondo” che era la zona di conforto, il luogo conosciuto e accogliente, finisce col diventare troppo stretto. Ed è davvero difficile tornarvi e riabituarsi alla sua misura ormai ridotta. Dopo diversi mesi fuori, l’idea di tornare in Italia non mi va affatto. E ancor meno in un sobborgo a qualche chilometro dal centro città. Per la prima volta l’unica mancanza che sento è della famiglia, perché per il resto vorrei continuare a viaggiare in eterno, inseguire una dimensione esistenziale diversa, costruire qualcosa d’altro, grande, lontano, nel tempo e nello spazio. E spero che quel piccolo mondo non riesca a spegnere questo fuoco appena acceso. (Accadeva due anni fa. Il fuoco è diventato una brace sonnolenta, ma è sempre lì.)

49 – Pensare intorno al burkini. Questioni del genere, al di là delle esagerazioni cui si va incontro nei dibattiti, sono piuttosto complesse e non si possono liquidare con poche parole. Da un lato, si tratta di trovare un equilibrio tra libertà di scelta e rispetto delle diversità; dall’altro, è l’ennesimo esempio di come il corpo femminile sia “di tutti” tranne che delle dirette interessate, un terreno di scontro perenne.
Nel primo caso, il dibattito è inevitabilmente pieno di trappole: la libertà di scelta è laica, il burka/chador/velo o quel che è, è invece una imposizione religiosa, ma se c’è libertà di scelta, perché in uno Stato laico non si può scegliere di seguire i dettami della propria religione? Allo stesso modo, se la libertà di scelta arriva fino a questo punto, non si rischia di dare sempre maggiore spazio alla religione e ai suoi severi dettami, fino a tollerare che per alcuni non vi sia più la libertà di scelta? Uno Stato laico che protegge la libertà, contro l’oscurantismo religioso, ma anche per professare la religione, deve quindi tollerare l’espressione religiosa che limita, o sembra limitare, l’espressione stessa del credente che vi aderisce? Oppure dovrebbe difendere la laicità della società a ogni costo, non tollerando più le pretese religiose degli individui, per non lasciare spazio a forze retrograde come quelle religiose? Ma se lo fa, non è egualmente intollerante verso le diversità, come spesso lo sono le religioni? Qual è il confine?
Nel secondo caso invece, quello del corpo come terreno di scontro, il dibattito rischia di dare importanza a qualcosa che non dovrebbe nemmeno esistere, il “diritto” di decidere cosa la gente, soprattutto le donne, debba indossare per essere “accettabile”. Meglio intervenire per ridicolizzare la questione e i dibattiti assurdi che ne derivano, o starsene in un dignitoso silenzio e lasciare che tutto scorra nel nulla cosmico, come ogni altra notizia da social network? 
Non lo so. Mi torna però in mente Schopenhauer per entrambi i casi…

50 – La fantasia spesso è meglio della realtà, ma qualche volta la realtà ti riserva sorprese che la fantasia non immagina.


Norme giuridiche per l’ateismo

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Il titolo è roboante, ma questo post non passa dall’essere una nota estemporanea. Ne approfitto per augurare a tutti un felice 2018.

Un cattolico mi ha detto, una volta, che “in Unione Sovietica l’ateismo era nella Costituzione”. Con questo voleva intendere che era la posizione ufficiale dello Stato, imposta a tutti i cittadini, discriminando i credenti. Ma la cosa mi pareva strana, perché se è vero che lo Stato sovietico era duro con la Chiesa e le confessioni religiose, è anche vero che nelle sue leggi era (formalmente) molto più avanti dei paesi occidentali: infatti nelle varie formulazioni era asserita la libertà religiosa così come la libertà di non professarne alcuna. Che poi, come in altre questioni, lo Stato riuscisse a trovare il modo di fare il contrario, è una questione diversa. Il punto è che l’ateismo era sì citato nella Costituzione, ma non come posizione ufficiale né tanto meno predominante rispetto alle altre. Paradossalmente, il periodo più sereno per la Chiesa fu la Seconda Guerra Mondiale, quando Stalin decise che il sentimento religioso poteva risvegliare l’ardore patriottico; con l’ascesa di Chrusciov e la destalinizzazione, anche i rapporti con la Chiesa peggiorarono nuovamente. In ogni caso, dal punto di vista giuridico e formale, l’Unione Sovietica era uno Stato laico che riconosceva esplicitamente la separazione tra le proprie istituzioni e la religione, dopo secoli di connubio tra zarismo e ortodossia, e in un periodo (prima metà del XX secolo) in cui in occidente la religione aveva ancora un ruolo molto forte nella società; ancora oggi vi sono privilegi espliciti per la chiesa, da noi, mentre in Russia sono stati fatti passi indietro davvero imbarazzanti. Quel cattolico dovrebbe accettare il fatto che, ogni tanto, qualcuno sceglie di non credere alla superiorità religiosa. Conferite gli articoli delle Costituzioni sovietiche del 1918, del 1936 (quella di Stalin) e del 1977, in merito alla religione.

Costitutzione della RSFSR del 1918

Art. 13. Al fine di assicurare ai lavoratori un’effettiva libertà di coscienza, la Chiesa è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa, e si riconosce a tutti i cittadini la libertà di propaganda religiosa ed antireligiosa.

Costituzione dell’URSS del 1936

Art. 124. Allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa nell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini.

Art. 135. Le elezioni dei deputati sono a suffragio universale: tutti i cittadini dell’URSS, che abbiano compiuto i 18 anni, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità cui appartengano, dalla fede religiosa, dal grado di istruzione, dalla residenza, dall’origine sociale, dalla condizione economica e dalla passata attività, hanno diritto di partecipare alle elezioni dei deputati e di essere eletti, ad eccezione degli alienati mentali e delle persone condannate dal tribunale alla privazione dei diritti elettorali.

Costituzione dell’URSS  del 1977

Art. 34. I cittadini dell’URSS sono uguali davanti alla legge indipendentemente dall’origine, dalla condizione sociale e patrimoniale, dalla razza e dalla nazionalità a cui appartengono, dal sesso, dall’istruzione, dalla lingua, dall’atteggiamento verso la religione, dal genere e dal carattere delle occupazioni, dalla residenza e da altre circostanze.

Art. 52. Si garantisce ai cittadini dell’URSS la libertà di coscienza, cioè il diritto di professare qualsiasi religione o di non professarne alcuna, di praticare culti religiosi o di svolgere propaganda ateistica. È proibita l’istigazione all’ostilità e all’odio in relazione a credenze religiose. Nell’URSS la Chiesa è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa.