Fine d’anno

E l’anno si chiude con la scomparsa di George Michael e Carrie Fisher. Dicevamo? Necrologi per un’ecatombe.

Leila, anche le principesse muoiono (ilSole24Ore)


до свидания

Quest’anno maledetto non finisce più.

Cos’è il Coro dell’Armata Rossa (il Post)

Leonid Kharitonov, che avete sentito nelle esibizioni più vecchie qui riportate, ha rilasciato un video di condoglianze per i membri del Coro di cui ha fatto parte per vent’anni (sottotitoli in inglese):


Ecatombe 2016

Il quinto anno di questo blog è stato testimone di un’ecatombe. Non credo di aver mai postato tanti “in memoria di” come nell’ultimo anno, tra cantanti, atleti, attori, intellettuali e figure politiche. Come ho detto, il blog è diventato una pagina dei necrologi: Lemmy, David Bowie, Alan Rickman, Prince, Nicolao Merker, Umberto Eco, Mohammed Ali, Bud Spencer, Gene Wilder, Leonard Cohen, Fidel Castro… anzi, negli ultimi due anni: è dal 2014 che ne muore uno dopo l’altro, contando Robin Williams, Richard Kiel, Pino Daniele, B.B. King, Christopher Lee, Roddy Piper, Pietro Ingrao, Phil “Philty Animal” Taylor.

Questo, naturalmente, senza contare i morti negli attentati terroristici in tutta Europa e nel Mediterraneo, che proprio ieri è aumentato ancora. Non mi lascio colpire troppo da tutto ciò, ma se ho dimenticato che l’anniversario della Fabbrica Metropolitana era il 12, beh, forse c’entrano pure un po’ questi pensieri (oltre a trivialità come le cartelle esattoriali, in memoria di Equitalia).

Tuttavia, festeggio questi cinque anni con una sciocca speranza nel futuro, quindi prestiamo orecchio alle melodie della Rivoluzione culturale, che ha illuso una generazione di poter cambiare il mondo. Tutte possono essere ascoltate nel film L’ultimo imperatore (Bertolucci, 1987).

La prima è “Sailing the Seas depends on the Helmsman“, famosa soprattutto all’epoca delle Guardie Rosse. Il richiamo al Grande Timoniere è evidente.

La seconda è più conosciuta da noi, “L’Oriente è rosso“, pura espressione di culto della personalità e per un certo periodo inno non ufficiale della Cina. Dà il titolo anche a un famoso film di propaganda.

La terza e ultima è un’affermazione perentoria, “Without the Communist Party there would be no new China“, che in fin dei conti è vero, seppur con molti però. Qui, cantata dal coro dell’Esercito di Liberazione del Popolo (che un giorno ci conquisterà tutti):

All’anno prossimo! (grazie a dio…)


Fine del Novecento

La morte di Fidel Castro ha chiuso definitivamente il XX secolo. L’ultimo personaggio di grande importanza storica del secolo scorso se n’è andato da vincitore: ha vinto resistendo contro gli USA, ha vinto sopravvivendo ad attentati e invasioni, grazie all’appoggio del popolo, ha vinto mantenendo in vita la rivoluzione quando tutto sembrava perduto. Ha vinto lasciando il potere quando non era più in grado di reggerlo, ed è morto quando è giunta la sua ora, non quando glielo auguravano i nemici. Qualcuno ha detto che però ha visto fallire il suo progetto, il socialismo caraibico: vero, almeno in parte, ed è simbolico che nel momento in cui Cuba riapre le relazioni con gli USA e fa timidi passi verso il mercato, Fidel sia scomparso. Ma, fatte salve le conquiste nell’istruzione e nella sanità, un successo proprio del suo socialismo, si può constatare come il cambiamento di rotta del regime sia iniziato autonomamente e senza traumi, senza “cadute”, senza rivolte, senza tutto quel che gli avversari aspettavano. Oggi essi esultano, ma è come esultare perché il campione in carica è andato in pensione; anzi, forse sono stati anche loro, gli esuli in Florida, ad avergli dato una mano (involontaria) nel restare saldo e godere di un largo appoggio popolare, con quel vergognoso embargo tanto preteso dai presidenti americani, che ha sempre dato qualche scusa di troppo alla durezza del regime caraibico.

Fidel ha vinto e ha preso il posto che gli spetta nella Storia.

Descansate, compañero. Hasta la victoria, siempre.

 


Aspettando il miracolo

Continua la serie di scomparse nel mondo della musica con Leonard Cohen. In verità lo conoscevo pochissimo, soprattutto per Waiting for the miracle, che si può ascoltare nella colonna sonora di Assassini nati (O. Stone, 1994). Evocativo.


Referendum: vale la pena parlarne?

Avevo programmato una serie di articoli in cui mi proponevo di esaminare nella maniera più compiuta il significato della riforma costituzionale, in vista del referendum di ottobre (fortunatamente spostato a dicembre). Il mio scopo era arrivare al voto con piena coscienza di cosa significhi modificare la Costituzione e quali conseguenze può avere questa particolare serie di modifiche.

Volevo, e certo voglio ancora, evitare di votare “per partito preso”, a favore o contro i promotori per questioni ideologiche, di simpatia/antipatia, di sensazione “a pelle” rispetto all’idea di toccare quello che dovrebbe essere il testo sacro della nostra società civile. Perché votando per partito preso avrei dovuto considerare i 56 (!) costituzionalisti che si dicono contrari, tra cui Zagrebelsky, e in più Rodotà (quindi sono 57?); avrei dovuto accettare il fatto che, forse immaturamente, trovo piuttosto antipatico Renzi e il suo stuolo di gggiovani entusiasti; e che l’idea di modificare la Costituzione nata dall’antifascismo non è affatto allettante.

No, io voglio capire. Perché invece la riforma potrebbe anche andarmi bene. E se invece non mi va, è perché so che è sbagliata, almeno per me. Allora prendo i vecchi testi di diritto, seguo i dibattiti, leggo le analisi e, ovvio, i documenti, a partire dalla tavola sinottica che, a una prima occhiata, promette bene.

Ma proprio il dibattito, nelle forme più generali, si rivela uno schifo. La solita partita “scapoli contro ammogliati” che si gioca ormai da anni nel nostro paese, e forse si è sempre giocata. Volevo provare ad andare oltre quell’errore fatale che Renzi per primo ha commesso, la personalizzazione del quesito, il voto come plebiscito su un governo che rimane pur sempre tecnico. La riforma è buona per il paese o no? Cosa cambia nelle nostre vite? Il pericolo di una minore rappresentanza, di una minore democraticità delle decisioni, è reale? O è meglio “modernizzare”, se è questo che succede, per uscire dal pantano?

Eh, boh. Dipende: te sei contro Renzi o no? (detto con accento toscano)

Avevo pure pensato di partecipare al dibattito su qualche giornale; un mio amico avvocato (che le idee chiare su come votare le ha) mi ha sconsigliato di prendere posizione, anche solo di espormi con qualche riflessione, perché “sennò ti etichettano”. Etichettarmi? Io voglio parlare del merito e valutare i pro e i contro. “No, no, tutto si è ridotto a dire da che parte stai. Se ti dichiari contrario, sei antirenziano e stai in compagnia di Berlusconi; favorevole, sei renziano e vai a braccetto con la Merkel. Tipo. Meglio se ti informi da solo e voti in silenzio”.

Trovo tutto ciò squallido. E ancora non sono sicuro su come votare. Ci sono validi argomenti per entrambe le decisioni, ma sono seppelliti da una valanga di minchiate che distraggono, come sempre, dal punto fondamentale, il cuore della questione. Illusioni, allarmismi, ricatti morali e la solita rabbia a malapena repressa della maggioranza “silenziosa” (che straparla quando dovrebbe ascoltare e si ammutolisce quando dovrebbe gridare). Deprimente, tutto ciò è deprimente, ancora una volta. Persino peggio del referendum sulle trivelle, che era ridicolo ma almeno non riguardava l’identità istituzionale del paese. Dico, identità istituzionale del paese. Roba che a pensarci dovrebbe far scorre almeno un brivido lungo la schiena. Questo sulla Costituzione doveva essere una cosa seria… tsé, mi viene da ridere a scriverlo.

Dunque, vale la pena parlarne? Per me stesso, direi di sì. Forse farò comunque lo sforzo di continuare la serie. In fin dei conti, una idea ce l’avrei e potrei almeno argomentare quella, visto che propendo per il…

Ops. Quasi.


‘Sisma all’italiana’

Charli Hebdo su terremoto italiano

E Charlie Hebdo si è alienato le simpatie dell’Italia, forse il paese straniero che più si era stretto attorno alla redazione dopo la strage. Una bruttissima vignetta, seguita da un’altra brutta vignetta come spiegazione. Mi sa che gli inviti a fare conferenze in Italia diminuiranno, in futuro…

Comunque, fu con satire del genere, e ancor più con Charlie Hebdo, che cominciai a non soffermarmi sulla prima impressione; infatti, a ben vedere, c’è un messaggio nascosto che diventa più chiaro con la seconda vignetta: su queste tragedie, qualcuno ci mangia (la mafia, i politici, il malaffare). Ma lo stile non aiuta: sarebbe bastato mettere uno di quei titoletti in stile Vauro, tipo “terremoto in Italia, i politici guardano alle vittime” e sarebbe stato tutto più chiaro e ugualmente terribile. Invece hanno scelto, come al solito, di generare shock e polemiche per poi provare a spiegarsi, con un tono tipo “come, non era ovvio?”. Eh, no, non lo era. Perché possiamo ingannarci quanto vogliamo, ma è la prima impressione che conta, e la mia è stata “sono forse usciti pazzi?”.

Ora, è evidente che se è una rivista “dissacrante”, deve dissacrare. Anche se finisce col darsi la zappa sui piedi. Beh, in fondo cosa ci possiamo aspettare? I migliori della redazione sono stati ammazzati, quel che resta non può sopperire.

Però lasciamo perdere reazioni alla “non sono più Charlie”, che non c’entra nulla.