La morte e l’Asia

Io penso che la coscienza della propria morte sia uno dei tratti più profondi e distintivi dell’essere umano, ciò che, forse più ancora del linguaggio, lo distingue dalle altre specie animali. È dal pensiero della morte che derivano le metafisiche consolatorie sullo spirito, sull’aldilà, sulla vita oltre di essa; la morte è l’ignoto supremo, il dolore per la perdita dei propri cari è la sofferenza suprema. Sembra così difficile concepire la fine dell’esistenza, immaginare di non essere più coscienti, di non sentire più nemmeno noi stessi. E da tutto ciò derivano la paura e un grande bisogno di esorcizzarla.

Ma in Asia c’è qualcosa che in Europa (e di conseguenza e a maggior ragione in America) manca del tutto: l’accettazione. Qui siamo sempre convinti di poterci salvare in qualche modo. Cerchiamo l’antidoto a quella che consideriamo una malattia, un male in sé, ossia la mortalità. Non accettiamo la sofferenza, tanto meno la morte e le cose a essa legate. Tanto da scannarci per le questioni di testamento biologico e diritto di morire.

Accettare, da noi, significa rinunciare. In Asia, non solo questo: la rinuncia c’è, ma è di tutto ciò che è futile, superfluo, non necessario. Oltre a ciò, l’accettazione è il primo passo verso la liberazione, la possibilità di vivere la propria vita accettando il fatto che un giorno essa finirà. Eppure non finirà la vita in sé, perché in fondo noi non siamo “di passaggio”, noi siamo una particolare combinazione di cose che fanno e sempre faranno parte di tutto ciò che esiste. Scompare la coscienza individuale, ma non scompare la vita che ha prodotto quella coscienza e ne produrrà altre dopo di essa.

Penso sia una buona soluzione.

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Neomarxismi postmoderni e dove trovarli

Forse non ne avete ancora sentito parlare, ma tra poco tempo sarà famoso anche da noi il prof. Jordan Peterson, psicologo dell’Università di Toronto, il cui più recente libro uscirà il mese prossimo anche in Italia. Perché sarà famoso? Per lo stesso motivo che lo ha reso famoso in America: è un trita-comunisti. Nel giro di un paio d’anni è diventato il guru della destra americana, in particolare della “alt-right“, ma in generale dei conservatori di tutto il continente, grazie ad alcuni video in cui contesta, molto abilmente, le argomentazioni a favore del politicamente corretto e delle politiche di genere. Se date un’occhiata su YouTube, oltre alle sue lezioni universitarie, troverete una caterva di video con titoli tipo “Jordan Peterson destroys left maniac”, “Transgender schooled by Peterson” e via dicendo, messi evidentemente da suoi fan che adorano vedere come lui riesce dove loro falliscono.

 

Da Toronto con furore

Ma procediamo con ordine. Lo ho conosciuto tramite questo video, in cui viene analizzato in dettaglio come lui riesca a tener testa a una giornalista che lo aggredisce usando trucchi degni del libretto di Schopenhauer sull’arte di ottenere ragione:

In questo video, sembra che lei sia una mezza matta e lui una persona ragionevole. Per questo mi sono interessato a quel che sosteneva Peterson, perché con i vari video suggeriti in cui osteggia concettualmente persone di sinistra mi è venuta quella strana sensazione, non so se l’avete mai provata, per cui una persona dice qualcosa e gli altri lo etichettano, “spingendolo” tra le braccia degli avversari. Ora, siccome non mi fido molto delle accuse di fascismo e razzismo urlate in internet, specie da attivisti americani che, mi spiace dirlo, ma vedono razzisti ovunque (un po’ come Berlusconi coi comunisti), ho deciso di vedere altri video di lezioni, interviste e conferenze, per capire un po’ meglio di cosa parlasse Peterson. Questo perché su alcune questioni mi sono scoperto più conservatore di quanto pensassi, un po’ come moralista, ma soprattutto come freddo pensatore (dovrei dire “libero”, però implicherebbe alcune sfumature che al momento non c’entrano).

Per esempio, ma argomentando in modo molto più semplice, anche io ho difficoltà con il politicamente corretto. Questo perché (credo di averlo già detto in passato) nonostante sia nato per insegnare il rispetto degli altri attraverso un linguaggio adeguato, nella convinzione che cambiare i termini aiuta a cambiare il modo di pensare, ebbene oggi esso è divenuto una forma paradossale di auto-censura, che in certi casi porta a dover fare delle vere e proprie “capriole” concettuali pur di parlare nel modo più neutrale possibile. Inutile dire che questo atteggiamento presenta diversi problemi, a cominciare dal fatto che la neutralità nell’espressione verbale è più un rischio che un’opportunità: vuol dire non chiamare le cose con il proprio nome, avere costantemente timore di “offendere” qualcuno senza volerlo e impoverire il proprio linguaggio anziché arricchirlo. Senza contare il fatto che i modi “corretti” di chiamare la gente si stanno ora moltiplicando come conigli, così da tendere a una impossibile specificità individuale per ognuno di noi. A questo si aggiungono interpretazioni, che mi permetto di definire quantomeno bislacche, della cultura, della storia, dei gesti quotidiani ecc., la cui alta impopolarità non può essere dovuta solo a una mentalità conservatrice, ma al parossismo di queste interpretazioni (ad esempio, le “micro-aggressioni”, tipo iniziare un discorso dicendo “signore e signori”, escludendo chi si riconosce in altre identità sessuali, o tener aperta la porta a una donna, implicando che non è capace di farlo da sola).Queste sono esagerazioni che non portano alcun beneficio alla causa dei diritti civili e alimentano anzi la diffidenza verso il politicamente corretto. Altra faccenda è naturalmente il presunto attacco alla libertà di parola, che secondo me, detto dalla destra, si risolve più che altro nel diritto di insultare chi è diverso.

 

Cosa ha spinto Peterson in alto sulla massa

Il professore in questione non si autodefinisce di estrema destra, eppure tutto ciò contro cui si scaglia con grande passione è frutto della sinistra. A cominciare dall’andazzo generale nelle università, che secondo lui sono dominate dalla sinistra e compiono un lavoro costante di ideologizzazione degli studenti. Il punto più dolente è l’imposizione sistematica del politicamente corretto nel linguaggio istituzionale, per cui lui (e i suoi colleghi) sarebbero addirittura costretti a evitare pronomi personali “inadeguati”, micro-aggressioni e altre pratiche scorrette, soprattutto riguardo ai generi sessuali.

L’origine del clamore è il suo parere assolutamente contrario a una proposta di legge canadese, il Bill C-16, con cui si vorrebbe vietare e sanzionare l’uso di pronomi inadeguati al genere di riferimento per le persone LGBTQ* (più precisamente si tratta di una aggiunta allo Human Rights Act, come si legge in un articolo entusiasta del Foglio). Dopo la presa di posizione di Peterson, molti attivisti lo hanno attaccato e in diverse occasioni il professore è stato invitato a trasmissioni televisive per dibattere con femministe, attivisti per i diritti civili e altre figure di sinistra, dando vita a scontri “epici” in cui la sua abilità nella comunicazione, la sua preparazione culturale e il suo atteggiamento tutto sommato abbastanza tranquillo hanno messo in difficoltà gli interlocutori più agguerriti (insomma riesce a fregarli per bene, come appunto nel video in cui lascia praticamente senza parole la sua intervistatrice).

Da quel che ho capito, la contrarietà di Peterson all’uso di pronomi personali adeguati al genere scelto e altre pratiche politicamente corrette, si basa in parte proprio sulla libertà di espressione, che verrebbe soppressa da quella linea di pensiero; e in parte sulla convinzione, supportata da (suoi) studi psicologici, che le diverse identità di genere oltre “maschio e femmina” siano in realtà biologicamente irrilevanti, se è vero che oltre il 99% degli individui si riconosce perfettamente nella propria corrispondenza tra sesso biologico e identità sessuale mentale. Fin qui non ci sarebbe granché di strano, anzi avrebbe le sue buone ragioni, tant’è che sa farle valere in ogni situazione. Per questo avevo allora pensato che lo “scandalo” fosse dovuto in larga parte a una questione di rifiuto a priori della sua posizione.

 

Entra il salvatore della Patria

Il problema però arriva quando Peterson si imbarca nelle questioni politiche vere e proprie. Dopo alcuni altri video, ho capito che in effetti è davvero un conservatore accanito, tanto è che in alcune sue dichiarazioni perde l’aplomb dello scienziato (con cui trita i comunisti) e parte per la tangente, indicando l’origine di tutti mali nel neomarxismo postmoderno, che sta prendendo piede, con fare totalitario, nella società canadese e statunitense. In pratica, sfodera il buon vecchio motto fascistoide “le università sono un covo di comunisti”. Lui ribadisce più volte di aver studiato la fabbrica del consenso nei totalitarismi tedesco e russo, attraverso l’analisi dei loro linguaggi e altre materie tra psicologia e letteratura, condite talvolta con riferimenti mitologici. Eppure, forse senza averne piena coscienza, ripropone valutazioni politiche anticomuniste che in larga parte condannano il comunismo in sé, appiattendo tutte le sue varianti in una visione monolitica, e finendo con l’equiparare nazismo e comunismo, una posizione tipica dei reazionari.

Ma che cos’è esattamente questo “neomarxismo postmoderno”? In pratica, tutto ciò che a Peterson non piace. Il politicamente corretto è solo uno dei molti argomenti che rifiuta, altri sono l’uguaglianza sociale ed economica, l’interferenza dello Stato in qualsiasi campo, il femminismo, nozioni come il white privilege, l’insistenza sulla contrapposizione tra oppressi e oppressori, le distinzioni tra nazismo e comunismo (che a suo dire cercano di salvare un’inesistente “parte buona” del comunismo stesso), le pressanti richieste di ulteriori diritti per presunte minoranze presuntamente oppresse, e altro ancora. Tutte cose che, sì, sono in prevalenza di sinistra, ma non necessariamente marxiste, né effettivamente postmoderne.

Per lui non esistono differenze, non solo tra nazismo e comunismo (due regimi omicidi basati, secondo lui, sullo stesso presupposto: l’uguaglianza degli individui omologati, massificati e divisi in tribù da far combattere, per dominarle nell’illusione di far del bene), ma non ce ne sono nemmeno tra le varie interpretazioni del marxismo, tra le varie – e fin troppo numerose – anime della sinistra, tra i diversi gruppi di attivisti e contestatori che rappresentano istanze e interessi differenti, talvolta in contrapposizione. Tutto è semplicemente marxismo; fare distinzioni è sprecare fiato in illusioni. E questo marxismo, idea omicida in sé, è secondo lui un progetto tutto sommato coerente di distruzione della civiltà, da Stalin agli hippie, con Marx come grande “Machiavelli” all’origine di tutto. Si definisce neo-marxismo per una questione anagrafica, essendosi sviluppato nelle forme odierne a partire dagli anni Sessanta; ma non c’è differenza con il bolscevismo o il maoismo, se non in alcuni metodi. Grande fan di Solženicyn, Peterson ha letto il suo Arcipelago Gulag e lo ha preso come la testimonianza definitiva sul comunismo in toto, di cui il Gulag sarebbe l’inevitabile espressione. Di conseguenza, tutti coloro i quali leggono un po’ di Marx e si mettono in testa l’illusione di cambiare il mondo, in realtà non fanno altro che spingerlo verso la stessa inevitabile conclusione.

E il postmodernismo? Ne costituisce il complemento attuale, che distrugge finalmente le fondamenta della civiltà e del pensiero con un relativismo esasperato e totalmente ideologico, privo di qualunque appiglio alla realtà fattuale. Il peggio del peggio, la linea di pensiero che introduce il relativismo in campo di identità sessuale, è il costruzionismo. Secondo Peterson, l’errore fondamentale di questa ideologia è che l’identità personale, sessuale e generale, così come ogni altro aspetto della vita umana, è costruita socialmente (ossia derivata dalla razionalizzazione dell’esperienza in modelli, condivisi poi attraverso il linguaggio). Ma se si toglie il fondamento biologico all’identità sessuale, si apre alla possibilità che questa sia infinitamente manipolabile, come il resto della realtà. Questa possibilità finisce col rendere vano lo stesso concetto che la ha generata, perché, osserva Peterson, “se si ammette che l’identità sessuale sia manipolabile, in quanto costruita socialmente, allora si ammette la possibilità che i programmi di ‘cura’ dell’omosessualità possano funzionare”.

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Prima di essere tritato

Questa ultima osservazione, che io ho citato a memoria e quindi sarà diversa dall’originale, è l’unica che mi ha fatto davvero riflettere (oltre a quella che “per essere in grado di pensare, devi correre il rischio di essere offensivo”, nel video di cui sopra). Non ha mica tutti i torti. Se diciamo che l’omosessualità è una scelta anziché una propria interna tendenza, possiamo anche dire che le scelte si cambiano. Il problema è che non è giusto, nemmeno in questo caso, spingere qualcuno a mutare la propria scelta sessuale per adeguarsi a ciò che altri pensano sia giusto.

E secondo me, che pure sono critico del postmodernismo in generale, il punto fondamentale della “costruzione sociale” dell’identità si può ricondurre a quest’ultimo punto: cosa viene ritenuto giusto dalle convenzioni sociali, dalla cultura di riferimento, dalle opinioni della gente? E sapendolo, aderirvi o meno fa differenza o no? Essere conformista o anticonformista, non è forse riconoscere e accettare o rifiutare una serie di concezioni e idee socialmente costruite? Forse Peterson si riferisce solo all’identità sessuale, ma anche in questo caso mi pare che solo alcuni tratti dell’essere maschio siano effettivamente biologici, mentre altri siano culturali; ed è nella interazione tra pulsioni biologiche e direttive culturali che si formano i canoni delle identità sessuali, non solo come caratteristiche, ma anche come impostazioni preconcette cui conformarsi o essere esclusi. Il dibattito sarebbe potenzialmente enorme.

In ogni caso, se la Carfagna non vi basta e volete un trita-comunisti più intellettuale, state certi che tra un po’ ci infileranno Peterson su per il colon fino alla gola. Preparatevi. Prepariamoci. Žižek aiutaci tu.

 


Quando ero un otaku

Ho visto ieri sera per la prima volta il film Black Rain – Pioggia sporca (R. Scott, USA 1989), che non so perché mi era sfuggito. Ottimo film, come tutti i thriller e quelli d’azione degli anni Ottanta. Mi ha fatto tornare in mente il periodo in cui ero un otaku, ossia un “appassionato in modo ossessivo verso la sottocultura giapponese di fumetti, cartoni e videogiochi” – un nerd nipponico insomma.

Giappone che passione

Tra le molteplici passioni dell’adolescenza, una predominante era verso tutto ciò che riguardava il Giappone. Adoravo tutto quel che veniva da questo Paese, a cominciare da manga e anime, fino alla cultura, la storia e l’arte (ho seguito persino dei campionati di sumo). Ma se queste ultime mi interessano ancora oggi, come del resto tutta l’Asia, la passione per fumetti e cartoni animati è svanita, neppure gradualmente. Comunque sia, forse non ero un vero e proprio otaku, perché ho conosciuto gli appassionati veri e sapevano anche i minimi dettagli di serie, personaggi e autori; io non sono mai arrivato a questi eccessi, però di serie ne ho seguite un sacco e di soldi ne ho spesi parecchi. Contando che ero un nerd anche in altre direzioni (tra fumetti americani, film di genere, collezionismo ecc.), se non avessi avuto passioni, oggi sarei molto più ricco. Al di là di questo, mi affascinavano i dettagli, le parole che si potevano e dovevano usare per descrivere certe cose (tipo “gaijin“), avrei anzi voluto saperne di più sulla vita quotidiana, le “piccole differenze”, per dirla alla Pulp Fiction (ma anche quelle grandi, grandissime). All’epoca non era facile scoprirle, senza internet, ma molte le ho conosciute grazie ai manga. Continua a leggere


L’ultimo della ‘golden age’

Perché cazzo ho saputo solo adesso della morte di “Fast” Eddie Clarke??? Cristo! Prima Phil “Philty Animal” Taylor, poi Ian “Lemmy” Kilmister e ora lui. “Ora” no, a gennaio, porca miseria. È la fine della classica line-up dei Motörhead, durata dal 1979 al 1982, che ci ha regalato pietre miliari del rock quali OverkillBomberAce of SpadesIron Fist e il live No Sleep ‘til Hammersmith, primo dei concerti-capolavoro del gruppo. Un gran chitarrista, forse anche uno stronzo, ma a noi interessa il chitarrista. R.I.P.

Qui suona il riff più famoso della band:

Eddie Clarke su Wikipedia

Motorhead classic

La formazione della golden age.


Considerazioni attuali, 3

Sommario

  1. Sul razzismo estivo
  2. Sulla qualità del razzismo in Brasile
  3. Sulle anatre “rosse” in un barile
  4. Sulle ultime novità dall’America Latina
  5. Di nuovo su Trump

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Il profeta odiato

Trotsky 2Lev Trotsky è stato uno degli uomini più odiati al mondo. Non come dittatori o terroristi ben noti, non come figura diabolica su cui il biasimo è unanime. Molti non lo ricordano nemmeno, eppure ha fatto parte di quelle piccole minoranze di persone che, per essersi trovate dal lato perdente di una fazione perennemente in conflitto, hanno finito per essere contro tutto e tutti. E per questo non hanno avuto pace né speranza, finendo con l’essere odiate in ogni caso, da qualunque punto di vista, anche quando non hanno potuto far nulla di cui essere accusati.

Trotsky è stato un personaggio storico di enorme importanza, nonché di grandissima levatura intellettuale e politica. Assieme a Lenin e agli altri bolscevichi, è stato fautore della Rivoluzione d’Ottobre, organizzatore dell’Armata Rossa e uno dei teorici marxisti più fecondi del Novecento. Tra le sue responsabilità, soprattutto durante la guerra civile, c’è la repressione della rivolta di Kronstadt, un episodio terribile che basterebbe a screditare il fondamento rivoluzionario bolscevico, ma che in quel momento era stato ritenuto “necessario” e non sarebbe stato mai rinnegato in seguito. Il ruolo effettivo di Trotsky non è del tutto chiaro, ma essendo lui il firmatario dell’ultimatum dato ai marinai di Kronstadt, è coinvolto nella responsabilità dell’evento. Più in generale, è alla sua figura che i controrivoluzionari fanno riferimento come incarnazione demoniaca del Terrore rosso, di cui fu comunque uno degli organizzatori. Continua a leggere


Un amico di destra

Quello che segue è un vecchio articolo rimasto a livello di bozza per qualche anno. Ho deciso di completarlo pur avendo cambiato, nel frattempo, alcune prospettive. In questi ultimi tempi, il degrado della politica e della società civile nel nostro Paese ha raggiunto un limite che non era stato toccato da decenni. Non potrei, in tutta sincerità, accettare tra i miei amici un sostenitore dei delinquenti che stanno stravolgendo l’integrità delle nostre istituzioni, della nostra etica civile e della nostra cultura. Purtroppo è un periodo di forte polarizzazione e, anche rifiutando la logica tribale oggi così diffusa, ci costringe comunque a prendere posizione e tracciare una linea. Ma quello che segue vuole essere un’esortazione a vedere il lato positivo di discutere con persone che la pensano all’opposto, e lo propongo proprio in reazione alla logica tribale.

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Premesso che nelle amicizie non faccio grandi discriminazioni politiche, perché trovo sciocco basare i rapporti interpersonali su giudizi “ideologici”, mi pare piuttosto normale che ognuno di noi tenda a circondarsi di persone in qualche modo simili a sé. Di conseguenza, gran parte delle persone che posso considerare amiche hanno una visione del mondo relativamente simile alla mia; però tra la scuola, l’università e gli ambienti di lavoro e di piacere, ne ho conosciute di persone che la pensano diversamente e magari all’opposto. D’altra parte ho anche evitato di coltivare rapporti con gente che, pur avendo idee vicine alle mie, era per altri versi poco interessante o gradevole. Ci sono poi alcune conoscenze che si fanno per forza di cose, come parenti o amici stretti di amici, con cui si deve avere a che fare senza poter davvero operare una normale selezione.

Di amici di destra ne ho quindi diversi. Alcuni lo sono da sempre (di destra, intendo), altri lo sono diventati in seguito a delusioni più o meno cocenti a sinistra (questi sono i più “cattivi”). Averli, quando si è marxisti impenitenti e, loro, di tendenze reazionarie, può essere fonte di stress, ma anche di sforzi intellettuali. Uno in particolare mi stimola molto a interrogarmi su ciò che penso, perché spesso e volentieri dice cose talmente assurde da mandarmi fuori dai gangheri, eppure è così convincente e sicuro di sé che non di rado mi trovo in difficoltà a fargli capire dove sbaglia su cosa non concordo e come mai. Continua a leggere