Vent’anni su Internet

Oggi, 18 settembre, sono esattamente vent’anni che sto su Internet, in maniera ufficiale e continuativa. Nei mesi precedenti avevo visto amici incontrarsi nei forum online, parlare di cose che mi interessavano con gente di ogni dove, scherzare e talvolta litigare, e volevo provare anch’io. Dopo qualche prova, mi iscrissi a un forum di discussioni su fumetti e manga, in questo giorno. Da allora non ho più avuto “pause”, magari abbandonando il forum (dopo innumerevoli litigi degni di un bamboccio immaturo quale ero, e quali erano tutti gli altri) per passare alle chat, agli scambi infiniti di email, ai blog (questo direi che lo faccio ancora!) e poi, in ultimo e in extremis, ai social network, che ho snobbato fin quando non mi è servito d’usarli. Ora vorrei uscirne, ma non posso. Non per ora.

Comunque, l’importante è lasciar marcire le vecchie beghe e ricordare le cose belle, o almeno carine. Come la ragazza con cui sono diventato talmente amico da rasentare l’innamoramento, per poi scadere nella stronzaggine pura quando lei si allontanò, forse accortasi che il rapporto non era più quel che si attendeva. O l’altra ragazza, quella che invece mi ha sfruttato sentimentalmente finché non riuscì a mettersi col tizio che le piaceva sul serio, scartandomi. Mmh, dette così non sono rimembranze molto carine. Ma con loro era bello parlare, e se ancora oggi me le ricordo è anche perché sono state ore gradevoli. Finché non sono terminate.

Sono cambiato tanto, tantissimo, per fortuna. Avrei potuto essere uno di quegli eterni adolescenti, nerd nel senso deteriore del termine, invece ho mia moglie, un lavoro, una prospettiva, una certa autostima (sempre precaria, ma almeno c’è) e soprattutto non litigo più, non sto a sfogare frustrazioni animalesche con gente sconosciuta e bidimensionale, perché non voglio essere bidimensionale io per primo. Lo devo non solo all’autocritica costante di me stesso, ma anche a quei (pochi) grandi amici che ho conosciuto online, e online sono rimasti. Loro hanno fatto valere la pena di continuare a star qui in modi sempre migliori.

Ma questo non sarebbe stato niente, senza mia moglie. Perché l’ho conosciuta proprio grazie a Internet, inziando come semplici conoscenti per interessi comuni, e maturando sempre di più fino ad amarci e a decidere di stare insieme per sempre. Lei mi ha spinto a diventare una persona migliore fuori da internet, nel «mondo grande e terribile». Non sarei nemmeno qui, ora, se non fosse per lei.

Parlando di Internet in termini più generali, ricordo che nel 2002 non c’erano poi tutte queste informazioni, tanto che nei primi mesi rimasi anche deluso dalla scarsità di archivi e siti, specie in italiano, dove trovare quel che cercavo. L’idea era quella di film e serie tv, un immenso campo di ricerca dove trovare di tutto; ci sarebbero voluti invece ancora diversi anni, almeno per quel che interessava a me. Oggi mi basta quasi solo sfiorare la tastiera per ritrovarmi sommerso dai suggerimenti. La cosa migliorata veramente tanto è la velocità: chi non ha mai provato il 56k, con quel rumore della connessione telefonica in avvio, non può capire cosa fosse prendersi del tempo specifico da passare connesso (né la terrificante bolletta del telefono che ti piombava addosso se non facevi attenzione a staccare tutto).

E poi, la musica. Ho potuto avere tutta la musica che ho sempre cercato, o quasi tutta. Roba che credevo di amare solo io, o di conoscere solo io. L’elenco, che non farò, sarebbe molto lungo; ma ce n’è una che voglio riproporre qui, perché faceva parte di un gruppetto di musiche ripetitive che mettevo in sottofondo per ore scrivendo sui forum e i blog. Mi riporta sempre a quei tempi andati e a dire il vero non so nemmeno perché mi piacesse così tanto, dato che già non seguivo più granché il wrestling: si tratta del tema del nWo, un gruppo di lottatori heel capeggiati da un Hulk Hogan incattivito e scorretto. Era una musica che non mi stancava mai, aiutandomi invece a far lavorare il cervello mettendola in loop anche per ore. Così penso che sia un buon modo di rievocare quel che fu.


Ateismo o umanismo?

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Avevo già parlato dell’intenzione di iniziare una rubrica, anni fa, intitolata Questioni dell’ateismo. Volevo affrontare in maniera compiuta diversi problemi riguardanti la mia assenza di fede, ma il tempo e le energie mentali non mi bastavano mai. Siccome è pur probabile che mai mi basteranno, ho deciso di accantonare il progetto in sé, ma non di rinunciare a rimpolpare il tag ateismo con riflessioni che mi ritrovo a fare. La più recente che mi si è presentata è scaturita sui social network, grazie ai commenti a questa intervista: The Guardian – Alice Roberts: ‘Atheism is defining yourself by an absence. Humanism is a positive choice’. L’articolo verte più su problemi come l’insegnamento della religione a scuola e la mancanza di alternative, ma il titolo giornalistico mette in risalto un elemento secondario che, per qualche motivo, attrae di più l’attenzione. Secondo Alice Roberts, il termine «ateo» è un dispregiativo, creato dai teisti per indicare l’assenza di fede in Dio; adottarlo per autodefinirsi come non credenti vuol dire partire dal punto di vista dei credenti, dando implicitamente loro ragione. Ovvero, ammettere di base che la “normalità” in questo mondo sia credere in qualcosa di divino, mentre l’assenza di fede sia l’eccezione e abbia, naturalmente, un’accezione negativa anche dal punto di vista morale. Roberts suggerisce di adottare «umanista» (humanist) come termine positivo, che significa riconoscere all’essere umano in quanto tale una pienezza di significato e di capacità morale, da non aver bisogno di fonti esterne sovrannaturali per trovare fondamento. Il breve scambio che segue è tratto dai commenti. Continua a leggere


Considerazioni attuali, 5

  1. Sulla guerra così vicina
  2. Sui nuovi intellettuali del web
  3. Sull’informazione (sfogo)
  4. Sulla capacità di argomentare

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Sono già passati 10 anni?!

Beh, è impressionante, e non me ne sarei accorto se non avessi aperto oggi, per puro caso, questa pagina. Mi trovo in uno di quei momenti di lontananza da tutta la sfera internet (per cose che non siano lavorative), a causa di una strettoia piena di impegni e scomodità varie. Questo è peraltro evidente dagli ultimi articoli, quasi tutti mere proposte di video. Ma forse nelle vacanze invernali potrò dedicarmi a scrivere qualche altra scemenza; avendo deciso di non esprimere la mia opinione su ogni singolo avvenimento che occorre, credo di poter mettere mano a qualche progettino che mi ronza in testa da tempo. Anche se la memoria non aiuta: per esempio, io ricordo di aver pensato a qualcosa di particolare per questi dieci anni, ma ora non mi torna in mente! Cosa volevo scrivere, cosa volevo condividere? Non era la solita memory lane, di sicuro. Sebbene… di ricordi e bilanci ce ne siano. A cominciare dall’inizio, quando volevo chiamare questo blog Un altro giorno imperfetto, che poi è rimasto come primo articolo e come rinominazione di “uncathegorized”. L’idea mi era venuta da una canzone dei Motörhead, Another Perfect Day, che dava il titolo al loro album più particolare, in certo modo “melodico”, avendo uno stile meno pesante e veloce, per quanto sempre molto rock (l’influenza di Brian ‘Robbo’ Robertson dei Thin Lizzy credo sia palese). Proprio il titolo e la musica, che insieme sembrano prospettare il contrario, al di là del testo, mi hanno fatto pensare che partire dall’imperfezione fosse il miglior modo di porsi per questo blog nuovo. Infatti ho scelto come tema questo elegant grunge che con la sua “sporcizia” dava esattamente l’impressione che volevo. Perché allora ho cambiato? Sinceramente non me lo ricordo. Ho detto che Fabbrica Metropolitana doveva essere provvisorio, perché univa due concetti che mi piacevano anche senza avere una perfetta correlazione, ma nella presentazione ho poii trovato un significato a suo modo filosofico, e così è rimasto. Anche perché, appunto, è imperfetto. E il cerchio si è chiuso, più o meno. Ca**o, sembra ieri che l’ho aperto!


A must-read article

I reblog here an article from Metal Hammer, authored by Marianne Eloise some months ago, explaining a number of things about domestic and gender violence and abuse, especially on their perception in the public opinion. It is not a surprise, unfortunately, that many people do not understand – at least – what is the point in denouncing violence years after it happened, why the victims waited for so long, why they did not rebel and fight at the time, etc.; there are many reasons for that and it is surely not simple to explain, but this text do.

I do not own the rights and did not ask for permission to reblog it; I’ll remove it, if the author or the magazine want me to (I hope not).

We need to talk about the response to the Marilyn Manson abuse allegations

By Marianne Eloise (Metal Hammer) […]

When abuse allegations against Marilyn Manson broke earlier this week, it sparked a dangerous narrative around abuse and its victims – here, experts address key doubts and questions head-on

On Monday, February 1, 2021, actor Evan Rachel Wood broke years of silence and publicly accused her former partner Brian Warner – AKA Marilyn Manson – of abusing her during their relationship in the late 00s. Almost immediately, several other women shared their own experiences of abuse at the hands of the singer, while Wood’s original Instagram post prompted a wave of support and solidarity from the likes of Warner’s ex-fiancé Rose McGowan and Limp Bizkit guitarist Wes Borland.

But there was a flipside to all this. Wood’s post sparked off an altogether different narrative that ranged from the misinformed to the outright misogynistic. When Metal Hammer posted the story to our social media channels, responses included suspicion over the veracity of the statements, victim-blaming and a worrying amount of “laugh” reacts, while others pointed to the fact that Manson denied the allegations in a statement.

Not all of these reactions are necessarily misogynistic or malicious, of course, but they do show a massive misunderstanding of the mechanics of abuse. We could spend hours trying to convince people why a response such as “women lie 8/10 times” is incorrect, disingenuous and dangerous, but let’s be honest: these kind of online arguments rarely change anything.  

Instead, we’ve decided take each of the key doubts and questions some people have had and get an expert to address them head-on. Warner isn’t the first musician to be accused of abuse, and sadly, he won’t be the last. Which makes tackling the questions surrounding abuse, domestic violence and rape more important than ever.

1. If it was that bad, why did she stick around for so long?

When a woman publicly speaks up about domestic violence, many ask ‘Why didn’t she just leave?’

It’s easy when you have your strength, self-esteem and support system intact to think that if someone raised a hand to you you’d pack and walk out the door, but this belief ignores the complexities of abuse. Abuse is more than violence: it’s an intricate, considered pattern of manipulation that breaks down the self-worth and independence of victims.

According to the National Domestic Violence Hotline, a woman will leave an abusive partner an average of seven times before she leaves for good. That’s if she survives to leave at all. An article on the NDVH website lists 50 of the obstacles women face in leaving – among them denial, financial difficulties, fear of retaliation, guilt, hope for the victim to change and a lack of support.

Sharon Bryan is a survivor of serious domestic abuse who is now an expert on the subject working with the National Centre for Domestic Violence. She told us that, on average, women will experience 50 incidents of abuse before seeking help, and that those living in medium to high-risk abusive relationships will stay on average for between two-three years on average. Four years isn’t unusual – it’s not even particularly long. “I have worked with hundreds of women that have lived in extremely physically and emotionally abusive relationships for 18 years and over before having the strength to leave,” she says. “The threat to women remains very real. Isolation, shame, guilt, embarrassment and denial – these are all very common reasons why women stay in abusive relationships for so long.”

Violence against women consultant Julie Owens adds: “Abusers don’t have relationships. They take hostages. It’s not about love. For them it’s about possessiveness, power and control. Victims do leave. They are leaving. They have left. They will leave again. But it’s the most dangerous thing a victim can do.”

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Capire il ‘politicamente corretto’

In questo video di Maura Gancitano, della Associazione Tlon, ho finalmente trovato una ottima spiegazione sulle origini dell’espressione che oggi è divenuta uno spauracchio costantemente agitato nei dibattiti, o almeno negli scontri ideologici, che nascono soprattutto su internet. Io ho riportato alcuni esempi di ciò, mediante alcuni scambi (anche veementi) di opinioni su vari temi, cercando di capire cosa sia, se una prospettiva progressista sorta per insegnare a esprimere il rispetto tramite un linguaggio inclusivo, magari a rischio di degenerare in un moralismo non dissimile da quello conservatore religioso; oppure una invenzione linguistica dei reazionari, volta a delegittimare l’inclusione con l’accusa di voler censurare la gente, “cancellando” chi non si conforma. Ne ho parlato, andando dal più recente al più vecchio, QUI, QUI, QUI e QUI (e in modo diverso QUI). Ma questo video è chiarissimo e documentato, mi ha dato un quadro esatto della questione e mi ha aiutato molto. Lascio anche il link all’articolo citato di Faloppa, scaricabile in pdf.


Di cosa parliamo quando parliamo di qualcosa

marat particolare

Particolare di La morte di Marat, J. L. David, 1793

Tempo fa scrivevo, come presentazione di un mio profilo: “non ho un’opinione su tutto, ma se l’avessi non la direi”. Un’affermazione di principio cui non sono certo rimasto sempre fedele. Anche io ho sputato sentenze, sparato cazzate senza sapere, preso sottogamba la serietà di molti discorsi e questioni, “salottizzato” argomenti di una certa complessità, facendo saltare i nervi a qualcuno. D’altro canto, è la necessità di dover dare un’opinione su tutto che ormai fa saltare i nervi anche a me, perché sembra quasi un dovere, ormai, esprimersi su ogni singola notizia. Senza comunque sperare che qualcuno te s’enculi, dispersi come siamo in un oceano di chiacchiere e distintivi informazioni.

Prendiamo l’Afghanistan. E’ l’argomento del mese o no? Tra le posizioni dei talebani di vent’anni fa e quelle di oggi, tra le similitudini tra la fine della guerra in Vietnam e questa (con tanto di foto), tra le recriminazioni storico-politiche e geopolitiche, ma soprattutto tra quel che si è fatto, non si è fatto, si farà o non si farà, da scrivere ce n’è anche troppo. Cosa dovrei fare? Scriverne e dire cosa ne penso, almeno come testimonianza personale, oppure tacere, essere quello che, a costo di passare per disinteressato, tiene le dita a freno? In effetti è una tensione che avverto, lo devo ammettere. Perché non so se quel che ho da dire, che mi viene da dire, abbia valore, aggiunga qualcosa, oppure no; perché non so se ne vale la pena, specie pensando che molte idee sono rimasticature di informazioni già elaborate da altri. Potrei, forse, dire la mia sull’invasione sovietica, alla luce del risultato attuale; sarebbe più consono a questa sorta di auto-formazione storica che, credo, emerge da molti articoli qui. Ma a che serve?

Non voglio fare l’utilitarista, è che se riuscissi davvero a trarne qualcosa fuori, tanto varrebbe lavorarci su e magari proporla a un giornale, anziché buttarla così, come viene viene (o alla ca**o di cane, per citare René Ferretti). Ultimamente è così con tutto. Per questo sto postando a intervalli sempre più lunghi, sento nuovamente l’inutilità di tutto ciò, come un sintomo vagamente depressivo. Eppure, qualche mese fa leggiucchiavo un libro postumo di Terzani, Un’idea di destino, di cui avevo accennato nell’articolo introduttivo a un altro libro, invece letto interamente e appassionatamente (sia in positivo che in negativo); è una raccolta di materiale dai suoi appunti personali, dai suoi diari, dall’archivio di lavoro ecc., da cui si evince una sorta di ansia nel non lasciar scappare via i pensieri che ogni giorno nascono e poi si perdono nella nostra mente. Proprio quel che cerco di fare io, soprattutto col mio diario intimo, cartaceo, dove pure passano talvolta mesi senza che vi scriva alcunché. Questo blog è già una specie di “bella copia” di certi pensieri. Mi porto quasi sempre appresso un taccuino dove annotare sia informazioni varie, sia pensieri estemporanei da riversare e rielaborare. Ma quel che mi manca è la forza di portare fino in fondo questa attitudine.

La mia mente si stanca fin troppo facilmente. La mia voglia di scrivere, che è forse l’unica cosa che si avvicini a un barlume di passione, scema fin troppo velocemente. Ho espresso in passato ammirazione per i grafomani come Umberto Eco, intendendo per “grafomania” non la patologia reale, bensì la capacità di essere estremamente prolifici mantenendo peraltro una certa qualità. Ora, non voglio peggiorare ulteriormente la cosa, ma pure come qualità non riesco a essere al livello che vorrei. Sono vittima di una mistura micidiale, assolutamente micidiale, di perfezionismo e pigrizia, di ricerca di standard sempre più alti e incapacità costante di raggiungerli, o meglio, di fare i giusti sforzi per…

Voglio dire, persino scrivere questo articoletto senza capo né coda mi sta stancando. Apposta ho usato una parafrasi nel titolo, perché di che cosa parliamo, quando parliamo di qualcosa? Di qualunque cosa… Che vogliamo dire? Cosa voglio dire io? A che serve? A chi? A me? E perché? Cosa devo dirmi che non abbia già pensato integralmente in un millisecondo nei meandri del mio cervello? Perché sento il bisogno di scriverlo, di esternarlo su di una pagina, di alienarlo da me? Per osservarlo meglio e capirlo nella sua complessità/semplicità? Quali sono quei pensieri imperfetti di cui tento quella produzione strutturale? Qua la struttura crolla mentre la tiro su!

Non riesco nemmeno a essere davvero creativo, per questa spossatezza intellettuale. Come tanti, ho anch’io racconti e romanzi nel cassetto, ma non riesco a portarli oltre certi limiti, non trovo quella energia creatrice di tanti scrittori che leggo e ammiro. E’ come se avessi di fronte a me un cammino, un sentiero abbastanza chiaro da percorrere, ma non sapessi come affrontarlo. Anzi, se ripenso all’infanzia (non c’entra granché, ma a posteriori mi sembra significativo), ai giochi che facevo, a quando mi chiedevano (per esempio a scuola) di inventare storie, o ancora nell’adolescenza quando provavo a far fumetti, alla fin fine tutto girava intorno alla riproposizione quasi pedissequa di ciò che vedevo e sentivo in giro, senza alcun guizzo interpretativo. Chiaro che in seguito le cose siano migliorate, ma come inizio sembrava profetico, eh, suino genitale maschile: per uno scrittore, non avere abbastanza immaginazione è un guaio. Un grosso guaio. A Chinatown.

Sto divagando. Sto andando alla deriva, più che altro. Mi vergogno persino di aver usato quel particolare di un quadro così bello e importante, come immagine di anteprima, però rende l’idea della morte, della stanchezza, eppure con ancora la voglia, il desiderio di continuare a scrivere, perché Marat mica ha lsciato cadere la penna, è morto lui, ma non le sue idee (ecco, un po’ di interpretazione). Non che mi stia paragonando a lui, o a David, autore del quadro. O forse sì, ma nel senso stretto di stringere la piuma senza aver la forza di sollevarla. Forse è solo stress, ma se lo è, persiste da tempo.


Centenario del PCC (1921-2021)

Oggi ricorre il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Un partito che è cambiato molto dalle sue origini, senza mai rinnegarle. Interessante scoprire che sia nato nello stesso anno del PCI, sebbene questo non sia arrivato alla stessa età per ben note questioni storiche. Il cambiamento del PCC è, a conti fatti, ciò che lo ha salvato, e che sta salvando l’intero sistema da esso costruito e governato: la capacità di lasciarsi alle spalle l’ideologismo volontarista di Mao e abbracciare il pragmatismo di Deng, per superare i problemi economici senza però perdere il controllo politico. Ingabbiare l’economia lasciandole lo spazio sufficiente a generare ricchezza, mantenendone la direzione macroeconomica per controllarne lo sviluppo in favore della collettività: questo è il modello del «socialismo con caratteristiche cinesi», una sorta di NEP radicalizzata e rafforzata. Certo, non è possibile chiudere un occhio sulla repressione politica solo perché tale modello funziona nel particolare contesto della Cina; ma di fronte allo schifo in cui viviamo, almeno su questo mi pare opportuno esprimere i miei complimenti al PCC, perché questo modello sembra incarnare il mio ideale.


La caduta rovinosa dei Robot

Rise
 
I robot! Assieme a pirati, ninja e dinosauri, sono i figaccioni delle fantasie e dell’escapismo, infantile e adulto. E lo sono anche perché c’è un intero genere letterario in cui hanno ruoli preponderanti: la fantascienza. Asimov ne è il gran maestro, e il fatto che io stia leggendo la trilogia dei Robot non deve farvi pensare che ne stia parlando apposta in questo articolo; anche se è vero. Cosa è un robot? La parola deriva dal ceco robota che significa “lavoro”; i robot sono i lavoratori del futuro, le macchine lavoratrici anzi, che si occuperanno (o si sarebbero occupati, se la tecnologia non stesse rendendo obsoleta, oramai, parecchia fantascienza di base) dei lavori più pesanti e ingrati, tipo estrarre minerali dagli asteroidi, gestire la trasmissione di energia attraverso gli spazi siderali, o giocare coi bambini.

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Sam Kinison

Negli ultimi tempi ho iniziato a trovare coincidenze di ogni tipo, dal nome che ti ronza in testa e lo ritrovi scritto su qualcosa che cercavi, ai numeri disposti in modi “significativi”, ad altre strane cose, che probabilmente in se stesse non significano nulla, ma che ai propri occhi sono coincidenze davvero troppo strane. Oggi me ne è capitata una, in effetti proprio ora: mi è tornato in mente il film A scuola con papà, spassosa commedia con Rodney Dangerfield, di cui ognuno che l’abbia vista ricorderà, senza alcun dubbio, il personaggio del prof. Turgeson, insegnante di storia molto “impegnato”. Avrò visto e rivisto non solo il film, ma quella particolare scena, grazie a youtube, migliaia di volte; giusto oggi, mi sono incuriosito e sono andato a cercare chi fosse l’attore che lo interpretava, di cui sapevo solo che fosse a sua volta uno stand-up comedian, proprio come Dangerfield. Ho scoperto che si chiamava Sam Kinison, aveva debuttato appunto nello show tv di Dangerfield e, alla metà degli anni Ottanta, stava scalando le vette del cabaret, ricavandosi un buon successo con l’originalità e la follia aggressiva del suo stile satirico. Era stato, anni prima, un predicatore, quindi la sua carriera di umorista era una sorta di rivoluzione. Ho anche scoperto che purtroppo è morto nel 1992 in un incidente stradale, aggiungendosi a una lista abbastanza lunga di talenti morti giovani e subito osannati prima di poter declinare.

E ho anche scoperto che è morto il 10 aprile.