Il cartello della discordia

Un piccolo dibattito con alcune femministe

cartello femministaMi è capitato, poco tempo fa, di imbattermi in un cartello esposto durante una manifestazione femminista (che potete vedere qui accanto), recante la scritta “Come mai ogni donna conosce un’altra donna che è stata stuprata, ma nessun uomo conosce uno stupratore?“. Era stato pubblicato su un social network da una attivista mia amica; io ho trovato la provocazione piuttosto sciocca e, dato che anche altri uomini stavano intervenendo – con una certa veemenza – ho pensato di provare a dire la mia opinione contraria con un minimo di ragionamento (minimo minimo). Ne è seguito un piccolo dibattito, che dal cartello in questione si è allargato ad alcuni aspetti del femminismo attuale su cui, lo dico sinceramente, rimango alquanto perplesso.  In parte perché, pur non essendo un maschilista, ancora ritengo che tra uomini e donne intercorrano varie differenze, paritetiche senza dubbio, ma che ci rendono diversi anche a voler scombinare radicalmente ruoli e spazi sociali. In parte perché, come spiegherò, c’è secondo me un problema “epistemologico” negli studi di genere, o almeno nell’atteggiamento a questi correlato del femminismo militante, che inficia alcuni aspetti della lotta politica e rischia di aprire un vulnus piuttosto pericoloso.

La discussione è stata comunque costruttiva e mi ha dato da pensare. Dato che però, in un mio eventuale riassunto, il dibattito perderebbe la sua vivacità e che, in ogni caso, il mio punto di vista sarebbe dominante, come anche l’interpretazione delle parole altrui, ho deciso di recuperare i commenti sul social e di riportarli qui integralmente. Da notare che la discussione si è presto sdoppiata, procedendo in parallelo, a causa del commento di un’altra mia amica, pure femminista; quindi ho riportato le due conversazioni una dopo l’altra, anche se si sono svolte in contemporanea. I nomi, per ovvie ragioni, sono stati occultati.

In un prossimo articolo vorrei provare a mettere in ordine logico le mie varie considerazioni sorte da questa occasione, ancora in corso di evoluzione, non definitive, a proposito del femminismo e delle sue questioni epistemologiche. Non so quando ne avrò il tempo, ma sento di doverlo fare.

*

Resoconto pseudo-stenografico del dibattito

Sono intervenuti:

  • Me Medesimo (eggrazie);
  • Femminista Militante (che ha pubblicato la foto);
  • Amica Femminista (che ha iniziato la conversazione parallela);
  • Sociologa Impegnata (chiamata in causa per far breccia nella mia testa marmorea);
  • Uomo Veemente (riportato qui perché io ho preso le mosse dalla risposta al suo commento).

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Postdemocrazia e ‘Modello Singapore’

[Alcune note da uno studio che sto facendo]

Il concetto di Colin Crouch della postdemocrazia si riferisce al declino della democrazia liberale in favore di nuove forme di democrazia autoritaria, in cui esiste ancora il “guscio” formale delle istituzioni democratiche, ma i contenuti sono reindirizzati ai rapporti tra élites politiche ed economiche, piuttosto che tra soggetti e classi sociali. Secondo Crouch, la democrazia liberale era già un modello in cui la promozione della rappresentanza politica aveva travolto la partecipazione politica; l’ascesa dei paesi asiatici sullo scacchiere globale, dopo decenni di regimi non democratici gestiti da partiti politici o militari, ha implementato un tipo di democrazia che si rivela autoritaria fin dall’inizio.

Probabilmente, l’apparente successo di questo tipo di governance, come il gigantesco sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese o la ricostruzione del potere geopolitico della Federazione Russa, influenza e accelera il declino della democrazia nei paesi occidentali, dando credibilità alle oligarchie e, d’altra parte, a movimenti populisti. Questi ultimi tendono ad esprimere leader autoritari, più preoccupati delle soluzioni rapide (piegando la legge ai loro progetti), dell’uso della forza (nonostante i diritti civili) e della comunicazione diretta con i loro seguaci attraverso i social network (evitando la stampa “ostile”), piuttosto che discutere, dibattere per trovare soluzioni condivise ai problemi pubblici.

Per quanto riguarda le oligarchie, è possibile avere diversi esempi di amministrazione tecnocratica nei paesi asiatici con il più alto tasso di sviluppo. Ossia, il grande avanzamento tecnologico che sta modernizzando l’Asia non va di pari passo con le possibilità di inclusione dei cittadini, nel senso democratico occidentale. Ciò costituisce una apparente contraddizione con le promesse di integrazione sociale delle nuove tecnologie. Nel momento in cui l’accesso alle informazioni e alla comunicazione acquista una libertà mai raggiunta prima, la politica si ritira dalla sfera pubblica e diventa amministrazione direzionata all’efficienza, mentre oligarchie tecnocratiche si sostituiscono ai tradizionali apparati partecipativi (come i partiti politici).

La Repubblica Popolare Cinese, per quanto non abbia mai sperimentato metodi di democrazia occidentale, ne è l’esempio più evidente: lo Stato, a partire dalle riforme degli anni Ottanta, usa il libero mercato e le dinamiche dell’economia capitalista come strumenti per la modernizzazione, mantenendo uno stretto controllo sulla macroeconomia. L’innovazione tecnologica ha ormai raggiunto livelli competitivi anche per le economie occidentali e lo sviluppo dell’intero sistema segue un’unità di intenti che garantisce stabilità politica. Eppure, la Cina popolare non è il primo e neppure il più influente modello di società autoritaria. Il primato va alla città-stato di Singapore, che ha costruito la sua fortuna su un inquadramento socio-economico di democrazia autoritaria sin dagli anni Sessanta.

Singapore è una delle capitali mondiali dell’informatica, con la più alta conoscenza elettronica tra i cittadini; già negli anni Novanta aveva il più alto numero di robot operanti nei servizi, in rapporto alla popolazione. A ciò si aggiungono un’economia di libero mercato quasi priva di ingerenze governative e un bassissimo grado di corruzione. L’amministrazione statale mantiene un’alta efficienza nel controllo del traffico, dell’ordine pubblico, della gestione dei rifiuti, nella pianificazione urbana, nell’estetica dei luoghi pubblici, grazie all’automazione della sorveglianza, all’integrazione dei sistemi digitali e a una educazione sotto stretto controllo. Vengono lanciate spesso “campagne sociali” al fine di raggiungere determinati obiettivi, come il miglioramento della salute attraverso la pratica dell’esercizio fisico, la diffusione di modi di fare cortesi verso i turisti o la raccolta dei rifiuti nei parchi pubblici. In ogni luogo si possono trovare cartelli che invitano a fare attenzione, o a non creare problemi con comportamenti inopportuni, o annunciano nuove iniziative collettive.

Sul fronte dell’educazione formale, il mantenimento di un alto livello di conoscenza tecnologica si riflette nel controllo delle università, perché diano spazio agli studi tecnico-scientifici e, al tempo stesso, scoraggino contestazioni studentesche e formazioni giovanili di tipo politico; il pensiero calcolante è produttivo, mentre il pensiero critico è considerato potenzialmente destabilizzante. I cittadini vengono educati al pieno autocontrollo nella vita pubblica e in quella privata, ottenendo così un grande successo nel lavoro e, al contempo, un alto grado di conformismo, di repressione della diversità e del possibile dissenso, funzionale alla democrazia autoritaria. Lo Stato è, in sostanza, un “computer” che regola la società, seguendo una logica binaria: a ogni problema, corrisponde una soluzione; se, per esempio, le statistiche indicano un problema di denatalità, viene lanciata una campagna per incoraggiare il matrimonio e la procreazione.

Il benessere e la ricchezza generate giustificano la riduzione della democrazia, formalmente istituzionalizzata, a un esercizio di retorica.


Tienanmen, 1989

1989-proteste-di-Piazza-Tienanmen

Visto l’articolo precedente, in cui comunque avevo sottolineato la totale responsabilità di Deng Xiaoping nelle repressioni, non posso però esimermi dal ricordare questo evento, trent’anni dopo.

Personalmente, ricordo quell’anno in maniera molto vaga. Ero piccolo. Però ricordo la preoccupazione generale per quel che succedeva. Negli anni dell’adolescenza e della contrapposizione, non avevo giustificato, ma avevo cercato dei distinguo, per salvare il salvabile; per esempio, il fatto che alcuni studenti si richiamassero a Mao contro l’autoritarismo del governo centrale, che in qualche modo richiamava lo spirito – non la prassi – della Rivoluzione Culturale. E forse anche questo poté contribuire all repressione: Deng e gli altri dirigenti erano stati vittime del “bombardamento sul quartier generale” promosso da Mao.

Oggi vedo solo brutalità e orrore, e l’oblio forzato di questi eventi in Cina è profondamente odioso. Per quanto i margini di conflitto sociale siano ristretti in un sistema autoritario, la ragion di stato non può arrivare a tanto, nemmeno in un paese asiatico (che già di per sé non è incline al perdono). Il prezzo per l’apertura puramente economica è stato troppo alto, certo lo è dal nostro punto di vista.

La questione, in fin dei conti, è sempre la stessa: ogni Paese risolve i propri problemi come crede, ma se il diritto internazionale ha un senso, è proprio quello di spingere e richiamare tutti i Paesi al rispetto di diritti che sono stati conquistati con grande sacrificio, perché comunque ne valeva la pena, e la vale tutt’ora.

Le proteste (contro la corruzione, la censura e per il rinnovo della classe dirigente) furono represse con l’accusa di essere “controrivoluzionarie”. Ma, parafrasando il John Reed interpretato da Warren Beatty, se si reprime il dissenso, si uccide la rivoluzione, perché la rivoluzione è dissenso.


Una nota sul Piccolo Timoniere

DENG XIAOPING

Più mi informo sul sistema cinese, più scopro di avere una sorta di ammirazione per quest’uomo. Il suo pragmatismo è contagiante, la sua interpretazione politica è illuminante.

È riuscito dove Gorbaciov ha fallito – anche se è stato molto più brutale con gli oppositori, confermando che il sistema monopartitico non tollera dissensi.

Il fatto è che non riesco proprio a vedere questa “svolta capitalista” in Cina come un abbandono del comunismo. Di quello maoista sì, ma l’aver conservato la struttura fondata dai rivoluzionari sta rendendo possibile la piena realizzazione della NEP e delle idee di Bucharin, senza uno Stalin a penalizzare tutto (nel senso di rendere il lavoro “penale”, forzato, come punizione, condanna alla schiavitù).

Quel che, secondo me, non capiscono coloro i quali dicono che la Cina è “comunista solo a parole” e ha “abbracciato il capitalismo“, sia che si tratti di comunisti, sia che si tratti soprattutto di neoliberisti, è che la nuova potenza asiatica ha mantenuto una traiettoria ideale collettivistica. Ovvero, non ha “abbracciato il capitalismo” come ideologia, ma solo come mezzo per realizzare i suoi scopi (scopi collettivi secondo la dirigenza del PCC). In pratica sta sfruttando il capitalismo per modernizzare il Paese e arricchire la popolazione (poco? Certo più delle politiche disastrose di Mao).

Se lo Stato mantiene il controllo e la direzione della macroeconomia, vuol dire che sta direzionando il mercato libero per far sì che vada dove si vuole che vada: a farlo qui in occidente, i neoliberisti metterebbero mano alla pistola.

Certo, parliamo sempre di modelli. La realtà è cosa diversa: la repressione del dissenso, la violenza istituzionale, il controllo e la censura culturali, l’arroganza generale del potere, sono tutte cose profondamente odiose. Tienanmen fu un orrore (e Deng ne fu massimo responsabile), come sono orrori la situazione del Tibet e la vicenda del Falun Gong.

Ma dal punto di vista ideale, credo di aver trovato nella Cina moderna quel modello di costruzione del socialismo che già mi aveva colpito nell’autogestione jugoslava.

Perché non ha senso cercare una via alternativa alla modernità e al progresso, se si finisce in povertà e arretratezza. Il comunismo dovrebbe rendere più giusta la società facendo star meglio le persone, non peggio.

È un peccato che non esistano traduzioni delle opere di Deng Xiaoping, ma ho trovato un blog con i Selected Works in tre volumi, tutti in inglese. Voglio approfondire le sue idee, anche perché ho scoperto che, ognuno dal suo punto di vista, abbiamo fatto la stessa valutazione di Mao: grande rivoluzionario, pessimo presidente. Io per onestà intellettuale, lui forse più per interesse politico, ma siamo d’accordo sulla questione di fondo.

Oltre tutto, sebbene io non sia in generale una persona pragmatica, sono però per la ricerca di soluzioni razionali, e l’attenzione per la competenza tecnica mi interessa molto più che la posizione ideologica (“non importa di che colore è il gatto, l’importante è che acchiappi i topi“). Mi piace il controllo, ma non una centralizzazione paralizzante. Ritengo poi che lo Stato sia una struttura ormai divenuta ineliminabile e che perciò debba essere utilizzato per il vantaggio e il benessere di tutti, non per opprimere, né per coprire i privilegi. In qualche modo, avendo superato dialetticamente il furore dell’adolescenza, sono approdato a un diverso approccio al comunismo, più simile ai riformisti come Nagy, Dubcek, Gorbaciov, ma con punte di radicalità come Tito e, appunto e forse più di tutti, Deng.

Per me il comunismo è progresso e giustizia. Senza questo orizzonte, senza industria, ricchezza redistribuita, produzione socializzata e razionalizzata ma fluente, si capovolge tutto, e si arriva al socialismo reazionario, nazionalista e ruralista, che tanto piace ai neofascisti. A quel punto è meglio il neoliberismo.
[naaa, almeno una socialdemocrazia]


Slavoj Žižek and Jordan Peterson!

A dream comes true: Žižek and Peterson have finally debated. The two intellectuals are, respectively, the “gurus” of left-wing and right-wing movements around the world. Many people, since Peterson fame has rised, hoped for this debate (includin myself), asking in many occasions to Žižek to express some thoughts about the canadian psychologist’s points of view. I think they’re both very intelligent and witty persons, with a creative mind, and the debate should not be just a “counter attack” on each other, but a real intellectual confrontation from radically different visions and backgrounds, as many similarities too. I am much more on the Žižek side, but I like some of Peterson’s critics; they both make a clear point on the critical thinking, against ideologies and power systems, as also go in deep analisys of the human nature and culture. And they’re always deeply sincere in expressing themselves.

Enough, let’s go down to businness and enjoy this fulfilled dream.


Makarenko: disciplina e responsabilità

MakarenkoQuesto primo aprile è ricorso l’ottantesimo anniversario della morte di Anton S. Makarenko (1888-1939), importante pedagogista sovietico, oggi sconosciuto ai più. Io stesso lo conosco solo da un paio d’anni, e solo perché nella stessa epoca, interessandomi di Nadežda K. Krupskaja, pedagogista anche lei (ma più nota per essere stata la moglie di Lenin), ho scoperto varie questioni dell’educazione in URSS tra la Rivoluzione e l’ascesa di Stalin. Makarenko si è distinto per il recupero della marginalità sociale e l’uso di una disciplina militaresca nelle colonie e nelle comuni che ha gestito. Il suo obiettivo era di educare e formare l’individuo alla responsabilità nei confronti della collettività.

A lungo dimenticato, ultimamente ne hanno ristampato il capolavoro: Poema pedagogico, scritto negli anni Trenta, in cui, con uno stile letterario e romanzato, descrive la vita nella Colonia Gorkij, dove venivano rieducati i ragazzi orfani che delinquevano. Il fatto che fosse un pedagogista sovietico lo pone, com’è ovvio, al crocevia ideologico dove finiscono tutti gli schierati: lo devo tenere in conto perché è comunista? O lo devo tralasciare, per lo stesso motivo? Lo devo forse “epurare” della sua ideologia e ri-attualizzarlo? O devo prenderlo per ciò che è, storicizzandolo?

Secondo alcuni si tratta di un “prodotto” in linea con lo stalinismo, disciplinare e inquadrante; secondo altri, il livello politico è molto basso, quasi una “patina” sovrapposta per convenienza su teorie non ideologiche. Come al solito, la questione è un po’ più complessa: Makarenko non fu mai ufficialmente sostenitore del bolscevismo, né iscritto al partito; fu soprattutto attraverso la convivenza con la moglie Galina S. Salko che il pedagogista si avvicinò, gradualmente, all’ideologia sovietica. Tuttavia non si può negare che nella pedagogia makarenkiana si accolga il concetto di “uomo nuovo” come modello di individuo integrato nel collettivo, la cui formazione si espleta attraverso il lavoro. Il pedagogista sovietico, allora, può essere considerato un educatore approdato in maniera personale alle concezioni ideologiche dell’URSS, come complemento delle proprie concezioni educative. Continua a leggere


Anacronismo nei giudizi (un abbozzo)

Il monumento a Indro Montanelli è stato imbrattato, qualche giorno fa, da alcune attiviste che non accettano l’omaggio a un uomo il quale, da giovane fascista colonialista (24 anni aveva), andò in Etiopia e lì si comprò una moglie dodicenne. Sul momento ho pensato a un giudizio anacronistico, perché per quanto riprovevole sia l’episodio, lo si sta giudicando con gli occhi di oggi, con la mentalità e la cultura di oggi, che si è affermata e rafforzata dopo la fine del fascismo e del colonialismo, grazie a una guerra spaventosa (lasciamo da parte i rigurgiti neofascisti/leghisti degli ultimi tempi e prendiamo il meglio della nostra civiltà).

Certo, quando mi capitò anni fa di sentir parlare Montanelli da Bisiach [qui un video parziale dell’intervista, non ne ho trovato uno integrale] di questa sua sposa bambina, Destà, mi fece ribrezzo, senza alcuna giustificazione. Eppure qualcosa mi pareva “corretta” nella posizione di Montanelli, perché nel dire che le ragazzine africane “a quell’età sono già donne”, stava sottolineando una diversità culturale, per me inaccettabile, ma pur sempre reale (che poi lui ne abbia approfittato venendo da un’altra cultura, razzista sì, ma che già distingueva tra adolescenza ed età adulta, è altra storia).

Poi ho letto questo articolo: “Teniamola, la statua di Montanelli, ma con la vernice rosa”, di G. Marchetta, e mi sono sorte spontanee alcune considerazioni. Continua a leggere