Sui monumenti (della discordia)

Colombo a Valladolid

Monumento a Cristoforo Colombo, Valladolid, Spagna

Ultimamente, le discussioni che sto avendo sui social network mi risultano più interessanti di quanto potrei scrivere sul blog io stesso. Ne ho riportate diverse in questo periodo [tag “dibattito“, articoli “della discordia”], perché restituiscono con vivacità lo scambio di idee realizzato sul momento, senza troppe riflessioni successive. Questa elaborazione in corso d’opera, proprio per il fatto di non essere definitiva, mi dà la possibilità di fissare le idee e le argomentazioni sul momento, permettendomi poi di ritornarci senza perdere la freschezza del punto di vista.

Perciò riporto un’altra discussione, avuta con una compagna, sulla questione dei monumenti, a partire da quello a Montanelli, tornato alla ribalta in quanto simbolo dell’indulgenza verso il nostro passato colonialista. Ora, sul primo atto di protesta contro il monumento avevo già scritto un anno fa Anacronismo nei giudizi (un abbozzo), in cui avevo un punto di vista leggermente diverso da oggi; ma appunto perché era un abbozzo, non poteva rimanere identico adesso, con un contesto ancora in evoluzione che impedisce di fissare nuovamente il punto della situazione.

Quanto riporto, in realtà, non si riferisce tanto al caso Montanelli, perché come si vedrà ho appianato certi dubbi che avevo (e comunque concordo in pieno con l’obiezione di partenza); mi riferisco invece alla questione più in generale dei monumenti come memoria collettiva, e al significato della loro rimozione, delle possibilità di modificare la costruzione collettiva della memoria storica come parte dell’identità nazionale. Io ritengo che, al netto dei giudizi odierni, che hanno una loro ragione ben giustificata, la questione sia comunque molto complessa, più di quanto si riesca ad esprimere in una normale discussione.

Segnalo intanto alcuni articoli che secondo me forniscono spunti interessanti:

  • “Cosa fare con le tracce scomode del passato”, di Igiaba Scego, uno degli articoli migliori che abbia letto, tra i molti sbraitanti e isterici di entrambe le parti. Io la penso sostanzialmente come l’autrice: il passato va ri-contestualizzato in maniera critica, aggiungendo narrazioni e memorie anziché eliminarle.
  • “La disputa delle statue”, di Enrico Gullo, una bella disamina storica tra storia dell’arte, damnatio memorie e rivolte.
  • Una video risposta di Alessandro Barbero su Leopoldo II del Belgio, il re che riservò per sé, come sua proprietà privata, l’intero Stato libero del Congo, in cui le atrocità contro la popolazione locale ispirarono, superandola però di gran lunga in mostruosità, la fantasia di scrittori come Joseph Conrad, con il suo Cuore di tenebra.

E ora il dibattito:

montanelli

lei [rivolta alla generalità] – È interessante notare come gli strenui difensori del monumento a Montanelli siano quasi sempre uomini, che entrano a gamba tesa nel dibattito sullo stupro decidendo che va contestualizzato. Impostare il dibattito sulle statue sul “sono tutti figli del proprio tempo” è estremamente miope o pretestuoso. Mio nonno pure era figlio del tempo di Montanelli, ma non è rimasto un sostenitore del regime dopo la caduta, non ha depistato le indagini su Piazza Fontana, non ha mai rivendicato il passato colonialista dell’Italia e lo stupro di una minore perchè inferiore come razza, non ha mai sostenuto la destra più estrema. Siccome parliamo di un contemporaneo di cui viene millantato un contributo fondamentale all’Italia che omette questi aspetti, e non di un colonizzatore del XV secolo, ha senso ammettere che alle figure controverse si fa fatica a dedicare statue. Un dibattito ci deve essere. La coerenza non deve essere nostra nel voler abbattere tutte le statue, ma vostra nell’avere il coraggio di scrivere che gli orrori del colonialismo italiano, il fascismo e la violenza sui minori sono meno importanti di una mente brillante. Peraltro, pure le statue dei colonizzatori del XV secolo, in alcuni contesti, sono legittimamente non gratae: provate a piazzare in Irlanda un busto di Guglielmo III d’Inghilterra e vedete se non vi fanno il culo.

io [rispondendo tra gli altri] – Su Montanelli concordo. Sebbene in Etiopia la vendita delle bambine alla stregua del bestiame fosse “normale”, non lo era certo in Italia. Lui ne ha approfittato da colonialista invasore, che sapeva benissimo quanto nella sua stessa cultura di origine fosse riprovevole sposare una bambina, dando sfogo a quelle pulsioni altrimenti (giustamente) represse. Sui conquistatori del XV secolo invece no, o almeno non del tutto. Cristoforo Colombo fu un “genocida”? Forse lo è per noi e il nostro metro di valutazione odierno, ma non si può valutare la storia con occhi anacronistici, si rischia seriamente di perdere profondità di campo e appiattire tutto sull’opinione corrente, come se fosse sempre stata valida, mentre non lo è affatto. So che questa posizione è impopolare adesso, anche perché quando si parla di “contestualizzare” ci sono sempre quelli che partono per la tangente della giustificazione e del revisionismo (politico), ma la questione è complessa, difficile e contorta, in quanto ogni giudizio e ogni presa di posizione etica, morale e civile è frutto appunto della storia, dei suoi processi e delle sue vicissitudini, che ci hanno portato dopo secoli a vedere con occhi diversi il passato, a condannarlo e quindi a superarlo. Superamento che non equivale a giustificazione, ripeto, ma per essere valido deve comunque ri-contestualizzare il passato e tenerlo presente per ciò che è stato. Altrimenti si rischia di perdere la base su cui la condanna e la riprovazione odierne affondano la loro radice.

lei – Sui personaggi storici faccio più fatica ad avere un’opinione, onestamente, e secondo me è anche, molto, una questione di contesto geografico. L’altro giorno ad esempio leggevo di una statua di uno dei conquistadores spagnoli abbattuta in Messico. Vuoi dar loro torto? Il monumento è simbolo universale della celebrazione dei meriti e glorificazione della persona. A meno che non si tratti di una testimonianza storico-artistica (e non è quasi mai il caso di queste statue pubbliche), trovo fuori luogo che una piazza ospiti la figura di un personaggio che ha influito barbaramente sulla storia di quella nazione. Facevo l’esempio dell’Irlanda perché una celebrazione dell’occupazione inglese sarebbe impensabile, forse perché si tratta di storia recente. Non lo è in Regno Unito, perché si tratta di un personaggio chiave della loro storia. Secondo me la differenza sta qui: un monumento celebrativo non è un monito, è una esaltazione, e in alcuni casi è veramente fuori luogo. Per ricordare l’Olocausto non erigi una statua ad Hitler, fai un monumento sulla strage. Questo non significa che il pensiero di Montanelli vada censurato, anzi, semplicemente la sua figura non va celebrata in una piazza. Sempre sulla colonizzazione, lessi in passato articoli rispetto al fatto che non ci si dovrebbe riferire alla “scoperta” dell’America, bensì alla sua “conquista”: è una sfumatura, ma già solo nel lessico si implica una concezione della Storia eurocentrica, che per alcune culture è semplicemente offensiva.

io – Il monumento ha in effetti una doppia valenza, che dipende dall’intenzione con cui è fatto – appunto, monito o esaltazione – ma inevitabilmente anche da come è percepito e contestualizzato, in quanto l’esposizione pubblica crea l’esperienza politica di condivisione di un messaggio. Il contesto geografico e la distanza storica sono elementi importanti, che concorrono in varia misura alla valutazione (un processo discorsivo e dialettico, su cui gravano anche le posizioni ideologiche e il diverso grado di cultura dei soggetti). Per questo dico che la faccenda è complessa: personaggi come il Marchese di Pombal, o Leopoldo II del Belgio, spesso sono celebrati nella madrepatria e odiati nelle ex-colonie; ma, pur non potendo dare torto a chi se ne vuole disfare, è possibile negare o rimuovere il peso che essi hanno avuto sulla storia dei paesi colonizzati? Altro e diverso esempio: a Odessa, in Ucraina, nonostante la guerra con la Russia, nessuno si sogna di eliminare il monumento a Caterina II, per la quale la città è sorta. Il problema, dal mio punto di vista in evoluzione (che non è comunque di conservazione a tutti i costi), è di approfondire e arricchire la memoria e, per quanto possibile, modificare la percezione del messaggio monumentale. Se è vero infatti che la parola “monumento” deriva dal latino “monère” che significa “ricordare”, allora più che distruggere e abbattere dovremmo rimodulare la funzione del ricordo, specie se un’esaltazione ormai indebita può lasciare spazio a una nuova memoria condivisa.

lei – Sii onesto, il monumento inteso come statua, e non la stele con una scritta, ha indiscutibilmente valore celebrativo. Tanto più che la maggioranza di questi sono in posa eroica o rappresentati con gli strumenti del mestiere. È poi semplicistico dissezionare l’argomento Montanelli e mettere invece nello stesso calderone i personaggi storici di qualunque nazione ed epoca. I conquistadores hanno contribuito grandemente alla cultura e al benessere delle popolazioni europee, ma hanno causato gravissimi danni a quelle autoctone. Il senso di entitlement di decidere cosa è celebrabile e cosa no, in questo caso non lo sento, bisognerebbe ascoltare dei portavoce di quelle culture. I Turchi hanno gettato la Grecia in un Medioevo culturale per secoli, i Britannici hanno quasi causato l’estinzione degli Irlandesi, vietando l’espressione della loro cultura, della lingua, depredando i raccolti i tempi di carestia. Insomma, per dire, questa è la fine che ha fatto l’ultimo monumento dedicato ad un conquistatore inglese.

io – Non sto dicendo che la statua non sia celebrativa, sto però dicendo che oltre a vandalizzare e abbattere – che se permetti è anch’esso un modo semplicistico di risolvere le questioni – si dovrebbe pensare a costruire un diverso significato per la statua. È egualmente facile dire “sono tutti razzisti/genocidi/fascisti/assassini” e dar di piglio al martello; ma un conto è eliminare gli eccessi, come alla fine di una dittatura (e qui abbiamo l’intera Europa orientale a fare a gara di rimozioni); un altro è appiattire tutto sul discorso dell’interpretazione corrente e su determinati aspetti della memoria senza tenerne in conto altri, che poi è lo stesso problema di quando le statue furono posizionate (celebrare le vittorie e dimenticare i soprusi). Posso fare ancora un paio di esempi: visto che ho citato l’Est, a Budapest ho visitato il Memento Park, un parco fuori città dove sono state riposizionate le statue e i monumenti del regime comunista, in un primo tempo destinate alla demolizione o a qualche capannone chiuso a chiave. L’idea di farci un parco non è piaciuta a tutti, perché si temeva di ridare valore esaltante ai simboli della dittatura; però alla fine ha prevalso l’idea di farne appunto un monito storico (oltre che una attrazione turistica, ovvio), e infatti la celebrazione per le strade cittadine non c’è più, mentre il parco ha un’aria tutto sommato “precaria” e con una sala tutta dedicata a dire peste e corna del regime abbattuto. Altro esempio, diverso per tempo e luogo: Napoli, centro storico. L’ultima volta che ci sono stato ho fatto caso ai nomi delle vie, tutte dedicate ai fautori dell’Unità d’Italia. Beh, pur essendo storicamente a favore dell’idea risorgimentale, quella consapevolezza di non avere alcuna memoria del Regno di Napoli, come se oltre 500 anni di storia fossero stati semplicemente spazzati via, mi ha dato parecchio fastidio (e io i Borbone li disprezzo tanto quanto i Savoia, eh). Se non fosse per quei rimbecilliti dei neoborbonici, un pensierino per la rivendicazione della storia pre-unitaria del Sud lo farei anch’io. Infine, che ne diciamo di questo?

lei – Esatto, il Memento Park secondo me è un ottimo esempio perché non le hanno buttate lì a caso, ma hanno creato un contesto di riflessione. Per come la penso io, si potrebbe lasciare la statua e aggiungere una didascalia, per dire. Infatti la statua di Montanelli con la vernice rosa di Non Una di Meno l’avrei assolutamente lasciata così, è uno dei più begli esempi di arte performativa visti in questi anni. Allo stesso tempo però sono in favore di quei movimenti storici che per mettere in discussione lo status quo ricorrono anche alla distruzione di simboli, chiaramente se non si tratta di manufatti dal valore storico-artistico. Queste statue non lo sono, sono manufatti artigiani. Per esempio il paragone con Palmira mi sembra talmente fuori luogo da essere incommentabile. Il caso di Lenin è un altro ancora: se gli si rimprovera l’azione cruenta nella rivoluzione civile, è un conto (lui stesso si e’ scusato con i popoli russi); se lo si considera un’estensione di Stalin attribuendogli gulag e genocidi no, non è onesto. Non so se dalle ceneri di queste proteste nascerà qualcosa, spero di sì altrimenti sarà solo rabbia civile senza sbocco. Quel che mi disturba della faccenda Montanelli sai cos’è? La difficoltà dell’instaurare un dibattito intellettualmente onesto senza buttare in mezzo altre figure per confondere le acque.

io – Come accennavo, nemmeno io sono acriticamente a favore della conservazione a ogni costo, perché la storia è fatta di eventi e movimenti anche violenti. Oggi hanno un senso diverso da prima e domani ne avranno un altro. Il fatto è che si tende a ragionare per vie generali e a evitare le distinzioni, per cui se sei contro la violenza e la distruzione, devi esserlo sempre e in ogni caso. Ma anche nel momento più polemico si può pensare a modi diversi di costruire una memoria diversa: in opposizione a quella di Montanelli, se ne potrebbe piazzare una simboleggiante Destà dall’altra parte, con una bella targa che spieghi tutto. Io credo che chi ha deciso per la statua a Montanelli debba trovare altri argomenti per celebrarlo, anziché giustificare tutta la sua vita, come se non avesse nulla di cui vergognarsi; ammettere che il giovane fascista fece una porcata e concentrarsi sul resto della sua vita, contribuirebbe forse a togliere legna dal fuoco e a spostare il punto su una memoria dell’uomo che non si risolva solo ed unicamente su quella storia. Insomma, la statua gliela hanno fatta perché? Era loro amico perché? Era loro maestro perché? Poi possiamo continuare a discordare, ma non staremmo a opinare l’inopinabile. Sono d’accordo, poi, che la tragedia di Palmira (col barbaro assassinio di Khaled al-Asaad, che invece meriterebbe in pieno un monumento) sia un paragone insensato e volgare.

[Una nota in conclusione, che c’entra poco ma voglio riportarla: l’importanza dei colonizzatori nella storia dei paesi coinvolti, cui accenno in una delle prime risposte, la intendo, per così dire, al di là del bene e del male; su Colombo, anche prima che si cominciasse a vandalizzarne i monumenti, c’è un’opinione per cui non dovrebbe essere ricordato lui quale “scopritore” delle americhe, bensì vari altri personaggi tra vichinghi e altri nordeuropei, o di altri paesi di cui si hanno comunque prove. Ma qui sta il punto: chi ha cambiato la storia? Chi, con i suoi viaggi, ha reso possibile la scoperta/conquista? Chi ha cambiato per sempre la visione del mondo e le vite di milioni di persone? Ecco perché, secondo me, non si tratta solo di giudicare la storia col metro odierno, seppur condannando cose orribili. Ecco perché, ricontestualizzando e avviando nuove costruzioni memoriali, è importante mantenere i monumenti.]


Ricerca e costruzione del senso

Da Magritte a Duchamp: presto a Pisa la carica dei Surrealisti ...

Parlo del senso delle cose. La ricerca del senso occupa i nostri pensieri, quando pensiamo alla vita, dando come presupposto che un senso ci sia. Non conoscendolo, né riconoscendolo palesemente in qualcosa, lo ricerchiamo nelle esperienze che ci vengono offerte e che andiamo trovando. Se lo troviamo, su di esso costruiamo i nostro “castelli”; se non lo troviamo, costruiamo i nostri “abissi” (la differenza non è netta). Il punto è che cerchiamo un senso a priori. Spesso lo troviamo a posteriori e gli conferiamo lo status di “senso oggettivo”.

La prospettiva del senso oggettivo delle cose (e della nostra vita), in genere, tende a giustificare l’etica e la morale diffuse nelle culture date, segnando la differenza tra bene e male (quali che ne siano le sfumature e le gradazioni). Ma se il senso oggettivo viene perso di vista, o ritenuto inesistente, la tendenza è verso il nichilismo, l’assenza di senso e perciò la conseguente giustificazione di ogni comportamento, oramai ingiudicabile. Viene cioè meno la legittimità della morale e dell’etica.

Il problema del nichilismo è che risulta quasi solo distruttivo e passivo. Quella famosa pagina di Dostoevskij in cui il personaggio afferma «se Dio non esiste, tutto è concesso», è certo interpretabile in vari modi, ma sembra innanzitutto segnare questa idea di nichilismo autodistruttivo (infatti il personaggio pensa al suicidio come atto di libertà assoluta e “obbligatoria”). L’accusa di nichilismo (passivo) viene mossa contro la modernità, per aver distrutto le basi del riconoscimento del senso oggettivo delle cose, attraverso la scienza e la tecnica, che avrebbero portato al materialismo e all’ateismo, ossia alla negazione di valori e significati universali, oggettivi e assoluti.

L’assenza di valori oggettivi, di una loro giustificazione sovrumana, non è però una sostenibile affermazione di libertà anarchica individuale. Se infatti ogni causa sovrumana è falsa, il contenuto delle religioni e delle filosofie etiche e morali ha comunque avuto una origine, e questa origine è umana. I valori considerabili come universali sono pur sorti da qualche fonte: se tale fonte non esiste al di fuori della natura o dell’essere umano, deve per forza essere umana in sé. Ciò vuol dire che ogni valore è stato tratto dalla nostra percezione e dalla nostra elaborazione intellettuale, alienato e oggettivato (come sosteneva Feuerbach), ossia reso esterno e indipendente attraverso le costruzioni culturali. Dunque, se Dio non esiste, ciò che gli è stato attribuito è in realtà umano e terreno.

Da qui, la costruzione del senso, che sostituisce (o integra e implementa) la ricerca. Se un senso oggettivo non c’è, possiamo attribuirlo noi, dandogli la stessa validità universale quanto più il senso è condiviso. Si costruisce così un’etica non dogmatica né imposta, ma comprensibile e adattabile, in cui i valori siano socialmente accettati in quanto “giusti”; tale “giustezza” si basa appunto sulla comune percezione e rielaborazione di ciò che è bene e ciò che è male, secondo lo scambio dialogico di idee. [Vi rientrano parte della morale kantiana, parte dell’etica di Habermas, parte del “nichilismo attivo” di Nietzsche, oltre al materialismo feuerbachiano]

Nella nostra vita individuale, la costruzione del senso è sullo stesso piano della costruzione del Sé, ossia della nostra consapevole trasformazione verso ciò che desideriamo essere. All’inizio possiamo cercare di scoprire chi siamo, come ci comportiamo nelle situazioni reali (al di là delle affermazioni che facciamo), se siamo o non siamo in un certo modo (coraggiosi o vigliacchi, intraprendenti o indolenti, attivi o passivi, ecc.). In seguito, trovando – o meno – ciò che avremmo a priori, possiamo passare in ogni caso alla costruzione di noi stessi, trasformandoci secondo percorsi voluti e agendo a posteriori. La costruzione del senso e del Sé è il passaggio alla trasformazione cosciente della propria realtà, individuale e sociale.


8th of May – Motörhead Day

I fan di tutto il mondo festeggiano il Motörhead Day, che quest’anno coincide (quasi) con il 40° anniversario della pubblicazione di Ace of Spades. Uscito l’8 novembre 1980, è probabilmente l’album più iconico, più classico e più conosciuto del gruppo, con cui hanno definitivamente messo in chiaro di essere «the loudest and the fastest band in the world», per citare, beh, chiunque li abbia ascoltati. Il video qui sopra è stato appena pubblicato sul canale ufficiale di YouTube ed è nuovo di zecca, ma io voglio aggiungere quello originale e almeno un paio di esecuzioni dal vivo. Infine, già che ci sono, lascio i link ai miei articoli sulla loro discografia, per chi ne avesse voglia. Viva i Motörhead!


75 anni

avanti popolo

25 APRILE 1945

Ricorda, o cittadino, questa data
E spiegala ai tuoi figli
E ai figli dei tuoi figli
Racconta loro
Come un popolo in rivolta
Si liberasse un giorno
Dall’oppressione
E narra loro
Le mille e mille gesta di quei prodi
Che sui monti, nei borghi e in ogni luogo
Sbarrarono il passo all’invasore
Né ti scordar dei morti
Né ti scordar di raccontare
Cos’è stato il fascismo
E il nazismo
E la guerra ricorda
Le rovine, le stragi, la fame e la miseria
Lo scroscio delle bombe e il pianto delle madri
Ricordati di Buchenwald
Delle camere a gas, dei forni crematori
E tutto questo
Spiega i tuoi figli
E ai figli dei tuoi figli
Non perché l’odio e la vendetta duri
Ma perché ben sappian quale immenso bene
Sia la libertà
E imparino ad amarla
E la conservino intatta
E la difendano sempre.

25 aprile 1955

(targa commemorativa, Palazzina CNA Scandicci, accanto al Palazzo Comunale)


Post-marxismo

revolution

Ricordate quando parlai di Jordan Peterson e delle sue strane idee su un presunto «neomarxismo postmoderno» che vuole dominarci tutti tramite una specie di totalitarismo politicamente corretto? Ovvio che no. Per questo vi lascio il link all’articolo. Ma, anche al di là della bizzarria reazionaria, il problema di una chiarificazione su cosa si possa intendere oggi per “marxismo” è inevitabile e attualissimo. Perché lo psicologo parla di neo-marxismo postmoderno? Da dove trae una denominazione così particolare, invece di usare il solito “marxismo culturale” o espressioni più generiche e inutili? Per quanto mi riguarda, lui si è inventato una formula che potesse racchiudere tutte le implicazioni (e complicazioni) possibili, cogliendo però alcuni aspetti che, ora, mi paiono più evidenti. Se per lui il marxismo, comunque lo si chiami, è un lungo processo di distruzione della civiltà occidentale in cui un filo rosso unisce il Gulag agli hippie, per me esiste invece un ventaglio di espressioni intellettuali e politiche estremamente variegato e cangiante, pieno di contraddizioni e contrapposizioni, interpretazioni ed elaborazioni, che oggi è più che mai libertario e pluralista, forse persino in eccesso, e muove da premesse molto differenti rispetto al marxismo-leninismo (vecchio e moderno), verso concezioni che, realmente, sono nuove e postmoderne in molti casi.

Premessa sulla (mia) crisi politica

Ricordate di quando mi sfogai a proposito di una presunta «bancarotta ideologica»? Certo che no, quindi vai col link a quell’altro articolo. In quel momento stavo solo sbraitando; oggi mi rendo conto che però è vera quella storia dell’eretico per forza di cose, perché non so più come pensarla. Mi piace scherzare dicendo che nella mia testa c’è un ring dove Stalin e Gorbaciov se le danno di santa ragione, e vincono un round a testa; ma il problema è più profondo e riguarda il mio percorso di formazione (ricordate di quando parlai di Bertinotti?), le mie speranze, illusioni, disillusioni e il modo in cui oggi percepisco il pluralismo della sinistra. In breve, io mi sono formato politicamente da solo, sui libri e le memorie, diventando un fanatico del bolscevismo e di tutto ciò che riguardava un’epoca appena conclusa, senza per questo immergermi nell’attualità e comprendere appieno le nuove vie della sinistra radicale, magari “sfiorandole” grazie ai giornali e alle conferenze di Rifondazione, ma mai cogliendone appieno il significato filosofico e ideologico. Così ho continuato a vedere il marxismo come una corrente di pensiero attualizzabile, ma sempre nel solco delle teorie ortodosse e dei loro concetti e presupposti; superati questi dall’evoluzione storica e sociale, non ho trovato nelle derivazioni postmoderne della nuova sinistra un corrispettivo accettabile, pur non volendo più pensarla come il vecchiume ortodosso. Il guaio è che non so dire, adesso, che tipo di cambiamento io voglia per la società; ho sviluppato, è vero, una predilezione per il modello cinese, che tra l’altro rispecchia il mio amore per l’organizzazione razionale della realtà, ma quel modello funziona in Cina per tutta una serie di condizioni storiche e culturali differenti dalle nostre e non replicabili (senza contare che nel modello andrebbero riviste parecchie cose, tipo le garanzie costituzionali). Allora, che fare? Come muoversi? La risposta provvisoria è sempre la stessa: chiarificazione intellettuale, studio dell’evoluzione politica e ideale, delimitazione di ciò che si ritiene giusto e accettabile e formulazione critica aperta ai cambiamenti futuri. Perciò, di seguito raccolgo alcune annotazioni su questo “orizzonte degli eventi” che può ravvisarsi nella definizione, assolutamente vaga e cangiante, di post-marxismo. Continua a leggere


Resurrezione

Secondo i Venom

Secondo Halford

Secondo i Fear Factory

Secondo Brian May

E ora una lettura da Giovanni, capitolo 25


Aforismi a buon mercato, vol. 9

Aforismi 72 – 89

  • Origine e senso delle parole
  • Pasolini non mi piace
  • In difesa di Pasolini
  • 1968/2018
  • Come eravamo (illusi)
  • Cinema antisovietico offensivo
  • Due articoli su sinistra e Islam
  • Capitalismo verde
  • Champagne!
  • Sovietskoje Sciampanskoje
  • Comunella Molotov-Ribbentrop?
  • Slide to the Left
  • Digito ergo sum
  • Convergenze parallele
  • Prima, conta fino a 1000
  • Gilles Deleuze, Lo strutturalismo
  • La fragilità dell’acciaio temprato

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Lo show TV della discordia

non è la stessa cosa

La differenza mi pare evidente

Un altro breve dibattito (brevissimo, uno scambio di battute) recuperato dai social network. Stavolta si discuteva del programma di Rai 1 Tale e Quale Show, edizione 2019, in cui, per chi non lo avesse mai visto, i concorrenti devono imitare ogni settimana un cantante famoso in una delle sue performance. Per farlo, oltre a passare per un difficile lavoro di imitazione del canto, della voce e delle movenze, vengono anche truccati da specialisti, in modo da assomigliare il più possibile fisicamente al personaggio da imitare. Talvolta capita che concorrenti uomini imitino cantanti donne e viceversa; più spesso, che concorrenti bianchi imitino cantanti neri (raramente il contrario, o forse mai, visto che non ho mai visto concorrenti di colore, almeno nelle puntate che ho beccato). Su questo ultimo punto si è accesa una piccola diatriba riguardo al cosiddetto blackface, ossia la vetusta pratica di cantanti e attori bianchi di dipingersi la faccia di nero e fare spettacolini di intrattenimento, in cui i caratteri stereotipati ed esagerati dei neri rendevano un effetto “comico”. Per averne un’idea – ma con questo non sto né condannando, né portando come esempio peggiore – si può prendere il primo film sonoro della storia, Il cantante di jazz (1927), con l’interpretazione di Al Jolson. La pratica del blackface, come spiegato in questo articolo su Bilbolbul, risale all’inizio del XIX secolo, è andata in declino tra le due guerre ed è praticamente scomparsa dopo gli anni Cinquanta (sostituita magari dalla pratica del yellowface, di cui l’esempio più noto è l’inquilino giapponese di Colazione da Tiffany, interpretato da Mickey Rooney). Senza scendere ulteriormente in dettagli, riporto lo scambio di idee con chi aveva riportato e sostenuto un post di Vice dal titolo “Il blackface non è mai accettabile” (ripetuto varie volte in maiuscolo, tanto per lasciar chiaro). Continua a leggere


A Satana

di Giosuè Carducci

A te, de l’essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso;

Mentre ne’ calici
Il vin scintilla
Sí come l’anima
Ne la pupilla;

Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano
D’amor parole,

E corre un fremito
D’imene arcano
Da’ monti e palpita
Fecondo il piano;

A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.

Via l’aspersorio
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!
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Sulla ‘mascolinità tossica’

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Ieri ho visto un episodio di Law and Order – Special Victims Unit, in cui un ragazzo quindicenne viene violentato dal padre come “punizione” per non essere riuscito a sparare a un coniglio, durante una battuta di caccia organizzata come rito di passaggio. L’episodio, in due parti, cerca ci sottolineare la differenza tra un’educazione volta a rafforzare il carattere, e la forzatura per costringere ad assumere atteggiamenti da “vero uomo”, che si riassumono in modi di comportamento prevaricatori, aggressivi e spietati. Il fulcro è l’idea di mascolinità propagandato da una concezione dell’uomo come guerriero, pistolero, spadaccino, cacciatore, che beve whisky al bar con gli altri uomini, vantandosi delle sue conquiste sessuali e di come ha vinto in una rissa. Perché se si stende un altro uomo per una parola storta, si hanno “le palle”; se si importuna una donna con fischi o pacche sul culo, si è macho. Tutto ruota su questa idea distorta, per cui essere un “vero uomo” vuol dire prevaricare, primeggiare sconfiggendo tutti gli altri; e se qualcuno non ci riesce qualunque ne sia il motivo, se non spara al coniglio/alce/orso, se non si porta a letto tutte le donne che conosce o che gli capitano a tiro, se non distrugge chiunque gli sbarri la strada – allora è una femminuccia, un fallito senza coglioni, un frocetto (da qui, nell’episodio citato, lo stupro punitivo del figlio non conforme, fottuto come una femmina, ridotta a simbolo di inferiorità e debolezza). Continua a leggere