La Mamma Tigre

tiger momLe differenze culturali giocano un ruolo molto importante nelle scelte educative e nelle relazioni che si stabiliscono. Amy Chua, professoressa di diritto a Yale, statunitense di origine cinese, ha ottenuto successo internazionale con il libro Il ruggito della Mamma Tigre (edito in Italia da Sperling&Kupfer), inscrivibile nel genere della memorialistica, in cui racconta del suo modo di educare le figlie secondo i metodi tradizionali che lei stessa aveva seguito in gioventù. Un caso editoriale che ha suscitato interesse e polemiche, dove si espone la questione delle differenze tra l’educazione per come si è evoluta nei paesi occidentali, in particolare gli USA, e l’educazione tradizionale cinese, di matrice confuciana. L’autrice ha sottolineato che questo libro non vuole essere un “manuale per i genitori”, ma una riflessione familiare sul modo radicalmente diverso di intendere l’infanzia, preparare le generazioni future, considerare le capacità dei propri figli, tra le culture dominanti oggi nel mondo.

Il punto di partenza è la constatazione di come, in linea di massima, i genitori occidentali vedano l’educazione: essa si basa sul rispetto dell’individualità dei propri figli, sul riconoscimento dei loro desideri, sul supporto delle loro passioni, sull’incoraggiamento a perseguire i loro sogni e avere a disposizione tutto quanto serva per tentare di realizzarli, al fine di poter raggiungere la felicità. L’infanzia è considerata un periodo di spensieratezza, dove il gioco e la scoperta sono attività fondamentali per la crescita. Il risultato, secondo Chua, è una eccessiva indulgenza verso i difetti, i capricci e le voglie effimere, a scapito dell’impegno e del lavoro sulle capacità. Nell’educazione tradizionale cinese, al contrario, l’infanzia è vista come un periodo di “allenamento” e preparazione all’età adulta, quindi l’attività giornaliera è scandita dal duro lavoro, dal miglioramento costante delle proprie capacità personali, dal raggiungimento di obiettivi sempre più alti nella scuola, nello sport, nella musica e in ogni altro ambito ritenuto importante dai genitori. Aspettative altissime, quindi, e grande disciplina, che implica dedizione, sforzi e rinunce.

[A tal proposito, in occasione delle Olimpiadi di Pechino 2012 fecero scalpore i video degli allenamenti dei bambini cinesi, già instradati per essere i futuri atleti nazionali, in cui non sembrava esservi alcuna “pietà” per le sofferenze causate loro dai duri esercizi, imposti da allenatori molto severi. Lo scalpore fu forse dovuto più alla sensibilità del pubblico occidentale che a una oggettiva “crudeltà”, essendo considerata normale, in vari paesi asiatici, la ricerca del massimo sforzo per ottenere i migliori risultati possibili sul lungo termine. La stessa idea alla base di tutto questo è una visione differente della vita individuale: il percorso (di studi, di lavoro, di formazione) è già tracciato e l’allenamento per essere adulti segue una direzione precisa, per ottenere determinati risultati anziché altri.]

Chua ha seguito con le sue figlie questo metodo, derivante dal confucianesimo, per averlo sperimentato lei stessa, educata da genitori immigrati a Boston da giovani, privi di mezzi di sostentamento. Ciò ha comportato diverse misure educative molto rigide, tra cui: niente uscite con le amiche, niente televisione o videogiochi, lezioni quotidiane di violino (raddoppiate nei fine settimana), tolleranza zero per voti anche di poco inferiori al massimo, nessuna facoltà di scegliere le attività extracurriculari da intraprendere, nessuna indulgenza per errori, distrazioni o lamentele, nessun incoraggiamento per i risultati raggiunti (in quanto “dovuti”) e via dicendo. L’autrice riporta molti aneddoti su punizioni, litigi, grandi risultati; in particolare, il rapporto con la figlia minore si è rivelato difficile, fino alla sua aperta ribellione contro questo modo di fare, mentre aveva funzionato con la figlia maggiore.

Questo è un punto centrale, poiché evidenzia come la relazione educativa debba adattarsi alla diversità degli individui, anziché risolversi in una schematizzazione identica per tutti. La ribellione della figlia ha quindi messo in crisi la concezione educativa di Chua, che attraverso il racconto della vicenda ha tentato una sorta di “terapia” per comprendere cosa fosse andato per il verso sbagliato. Tuttavia, i traguardi raggiunti dalle figlie ora adulte e la consapevolezza di aver voluto il meglio per loro, sembrano aver ripagato gli anni di disciplina ferrea, che hanno logorato l’autrice stessa.

Personalmente ritengo che la prospettiva cinese sia razionale, ma troppo dura. L’impegno è fondamentale, la disciplina è importantissima per lo sviluppo personale, ed è verissimo che oggi noi occidentali siamo indulgenti fino allo smarrimento e all’irresponsabilità; ma allo sforzo, alla dedizione e alle rinunce di una ferma educazione devono accompagnarsi anche la gratificazione, il riconoscimento e la soddisfazione, altrimenti si rischiano frustrazione, rivolta e disinteresse. Il problema di una rigidità eccessiva, poi, è la mancanza di creatività, di flessibilità mentale e di stimolo della curiosità, che invece possono e devono essere tasselli fondamentali di un pensiero critico e di uno sviluppo onnilaterale. Altrimenti si può finire a fare poche cose in maniera meccanica, magari raggiungendo la perfezione, ma senza personalità.

Ciò che invece trovo giusto è la preparazione alla vita adulta e l’idea che, in fondo, tutti siamo in grado di farcela, se ci impegniamo e lavoriamo su noi stessi e i nostri progetti; anche le persone più talentuose devono lavorare sodo per ottenere risultati. Solo chi ha problemi seri, reali, può avere difficoltà vere. Gli altri, spesso, cercano scuse e piagnucolano, ma se una mano sulla testa si può passare una volta, bisogna poi dare una bella spinta e chiamare al lavoro e alla responsabilità. Quindi, per me, come al solito la questione è trovare l’equilibrio, educare all’impegno proprio per poter realizzare sogni e speranze, col duro lavoro e la giusta comprensione. Insomma, mamma tigre, ma con un tocco di panda.

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Lezioni di De Crescenzo


Per conoscere i Venom

VENOM-poster

Uno dei miei gruppi preferiti è anche uno dei più influenti della storia del metal: i Venom, band inglese da Newcastle, che dagli anni ’80, tra alti e bassi, regala musica brutale e divertimento. In questo caso non posso vantare una discografia in mio possesso, ma una antologia in due dischi che raccoglie il meglio della loro produzione classica, ossia i primi quattro album e i singoli/EP più famosi. Il resto della loro produzione ho potuto però ascoltarlo su YouTube, quindi penso di poter scrivere abbastanza anche in questo caso. Dunque, non “i miei dischi di”, ma una presentazione per invitare all’ascolto.

La prima volta che li ho visti esposti su uno scaffale, non li avevo ancora sentiti nominare. Li notai solo per quel “Venom” che, all’epoca, era per me un personaggio dei fumetti. Era il ’97, credo, e si trattava del loro album fresco di stampa Cast in Stone. Non presentava nulla della loro classica iconografia satanica, anzi sembrava roba molto americana. Lì per lì lasciai perdere, poi mi capitò di vedere un loro video su TMC2 (o era Mtv?) in cui, se non sbaglio, cantavano The Evil One. Niente male, ma ancora non avevano fatto breccia nel mio cuore metallaro. Non c’è voluto molto perché ritrovassi il loro nome con sempre maggiore insistenza nei più svariati contesti musicali, come ispirazione soprattutto; tant’è che cercando di capire cosa fosse il “black metal”, cui mi stavo interessando, si rimandava sempre a loro come i primi ad aver coniato il termine e aver posto le fondamenta del genere, anche se poi con la loro musica non ha nulla a che vedere. Mentre moltissimi sono i gruppi thrash, power e death che li osannano come pionieri.

Negli ultimi anni li ho recuperati e me ne sono invaghito sempre di più, per la loro musica violenta e velocissima, per i richiami al satanismo (senza per questo prendersi drammaticamente sul serio, come invece alcuni famosi gruppi e artisti black), per la sfacciataggine a metà tra metal e punk che mi ricordava i Motörhead. Ne ho lette di tutti i colori su di loro; direi che o si amano, o si odiano. Io li amo.

Basta non prenderli troppo sul serio, come invece hanno sempre fatto i puritani (a causa delle tematiche) e i puristi della musica (a causa di una scarsità tecnica che però io, da bravo ignorante, non so riconoscere). Sono bravi per il complesso di elementi che hanno saputo combinare, anche in maniera tamarra, alzando la soglia di violenza del metal e giocando duro sull’idea della “musica del diavolo”. Vale la pena ricordare che all’epoca il metal era divenuto molto formale e tecnico, mentre il punk reagiva tornando alle basi; i Venom si sono posti nel mezzo, come dicevo, dando l’ispirazione a gran parte dei gruppi che diventeranno poi famosi e persino leggendari nelle decadi successive.

Solo un appunto in più sul black metal come genere; i Venom usarono per primi questa formula per distinguersi dagli altri, ma il genere musicale norvegese che tutti oggi riconosciamo con questo nome, ha preso da loro solo la tematica satanica, pagana e anti-cristiana. Il metal estremo è oggi molto oltre quello disordinato e caciarone dei Venom, non ha più elementi punk e, appunto, tende a prendersi molto sul serio (se si eccettua un genio come Abbath), laddove i suoi ispiratori hanno più che altro flirtato con l’occultismo e il simbolismo, passando da un iniziale – e superficiale – interesse, all’uso strumentale di tematiche horror. Insomma, riprendendo una dichiarazione di alcuni anni fa, nessuno pensa che Bowie venisse da Marte, quindi non c’è motivo di ritenere che i Venom uccidessero vergini per evocare il Male.

[A proposito del satanismo: anch’io, nell’adolescenza, ho avuto un periodo “satanista”. Non dal punto di vista religioso/praticante, beninteso. La figura del diavolo mi pareva ottima per esprimere una ribellione non proprio definita, una sorta di generale avversione per il cristianesimo dominante, per la Chiesa, per il conformismo e l’ipocrisia che sembravano plasmare la società. In effetti era più un satanismo alla Carducci, che vedeva in Lucifero il portatore della luce della modernità scientifica, del progresso materiale e spirituale, della gioia della vita, contro l’oscurantismo religioso. Ovvio che mi piacesse anche il simbolismo (in verità spicciolo) di croci rovesciate, 666, pentacoli e capri, oltre all’immaginario dantesco e agli orrori che ispirava. Avevo già da tempo messo da parte questo gioco, quando i Venom me lo hanno fatto riscoprire nel modo più bello e divertente, crasso, cialtronesco ed esagerato.]

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Il cartello della discordia

Un piccolo dibattito con alcune femministe

cartello femministaMi è capitato, poco tempo fa, di imbattermi in un cartello esposto durante una manifestazione femminista (che potete vedere qui accanto), recante la scritta “Come mai ogni donna conosce un’altra donna che è stata stuprata, ma nessun uomo conosce uno stupratore?“. Era stato pubblicato su un social network da una attivista mia amica; io ho trovato la provocazione piuttosto sciocca e, dato che anche altri uomini stavano intervenendo – con una certa veemenza – ho pensato di provare a dire la mia opinione contraria con un minimo di ragionamento (minimo minimo). Ne è seguito un piccolo dibattito, che dal cartello in questione si è allargato ad alcuni aspetti del femminismo attuale su cui, lo dico sinceramente, rimango alquanto perplesso.  In parte perché, pur non essendo un maschilista, ancora ritengo che tra uomini e donne intercorrano varie differenze, paritetiche senza dubbio, ma che ci rendono diversi anche a voler scombinare radicalmente ruoli e spazi sociali. In parte perché, come spiegherò, c’è secondo me un problema “epistemologico” negli studi di genere, o almeno nell’atteggiamento a questi correlato del femminismo militante, che inficia alcuni aspetti della lotta politica e rischia di aprire un vulnus piuttosto pericoloso.

La discussione è stata comunque costruttiva e mi ha dato da pensare. Dato che però, in un mio eventuale riassunto, il dibattito perderebbe la sua vivacità e che, in ogni caso, il mio punto di vista sarebbe dominante, come anche l’interpretazione delle parole altrui, ho deciso di recuperare i commenti sul social e di riportarli qui integralmente. Da notare che la discussione si è presto sdoppiata, procedendo in parallelo, a causa del commento di un’altra mia amica, pure femminista; quindi ho riportato le due conversazioni una dopo l’altra, anche se si sono svolte in contemporanea. I nomi, per ovvie ragioni, sono stati occultati.

In un prossimo articolo vorrei provare a mettere in ordine logico le mie varie considerazioni sorte da questa occasione, ancora in corso di evoluzione, non definitive, a proposito del femminismo e delle sue questioni epistemologiche. Non so quando ne avrò il tempo, ma sento di doverlo fare.

*

Resoconto pseudo-stenografico del dibattito

Sono intervenuti:

  • Me Medesimo (eggrazie);
  • Femminista Militante (che ha pubblicato la foto);
  • Amica Femminista (che ha iniziato la conversazione parallela);
  • Sociologa Impegnata (chiamata in causa per far breccia nella mia testa marmorea);
  • Uomo Veemente (riportato qui perché io ho preso le mosse dalla risposta al suo commento).

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Postdemocrazia e ‘Modello Singapore’

[Alcune note da uno studio che sto facendo]

Il concetto di Colin Crouch della postdemocrazia si riferisce al declino della democrazia liberale in favore di nuove forme di democrazia autoritaria, in cui esiste ancora il “guscio” formale delle istituzioni democratiche, ma i contenuti sono reindirizzati ai rapporti tra élites politiche ed economiche, piuttosto che tra soggetti e classi sociali. Secondo Crouch, la democrazia liberale era già un modello in cui la promozione della rappresentanza politica aveva travolto la partecipazione politica; l’ascesa dei paesi asiatici sullo scacchiere globale, dopo decenni di regimi non democratici gestiti da partiti politici o militari, ha implementato un tipo di democrazia che si rivela autoritaria fin dall’inizio.

Probabilmente, l’apparente successo di questo tipo di governance, come il gigantesco sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese o la ricostruzione del potere geopolitico della Federazione Russa, influenza e accelera il declino della democrazia nei paesi occidentali, dando credibilità alle oligarchie e, d’altra parte, a movimenti populisti. Questi ultimi tendono ad esprimere leader autoritari, più preoccupati delle soluzioni rapide (piegando la legge ai loro progetti), dell’uso della forza (nonostante i diritti civili) e della comunicazione diretta con i loro seguaci attraverso i social network (evitando la stampa “ostile”), piuttosto che discutere, dibattere per trovare soluzioni condivise ai problemi pubblici.

Per quanto riguarda le oligarchie, è possibile avere diversi esempi di amministrazione tecnocratica nei paesi asiatici con il più alto tasso di sviluppo. Ossia, il grande avanzamento tecnologico che sta modernizzando l’Asia non va di pari passo con le possibilità di inclusione dei cittadini, nel senso democratico occidentale. Ciò costituisce una apparente contraddizione con le promesse di integrazione sociale delle nuove tecnologie. Nel momento in cui l’accesso alle informazioni e alla comunicazione acquista una libertà mai raggiunta prima, la politica si ritira dalla sfera pubblica e diventa amministrazione direzionata all’efficienza, mentre oligarchie tecnocratiche si sostituiscono ai tradizionali apparati partecipativi (come i partiti politici).

La Repubblica Popolare Cinese, per quanto non abbia mai sperimentato metodi di democrazia occidentale, ne è l’esempio più evidente: lo Stato, a partire dalle riforme degli anni Ottanta, usa il libero mercato e le dinamiche dell’economia capitalista come strumenti per la modernizzazione, mantenendo uno stretto controllo sulla macroeconomia. L’innovazione tecnologica ha ormai raggiunto livelli competitivi anche per le economie occidentali e lo sviluppo dell’intero sistema segue un’unità di intenti che garantisce stabilità politica. Eppure, la Cina popolare non è il primo e neppure il più influente modello di società autoritaria. Il primato va alla città-stato di Singapore, che ha costruito la sua fortuna su un inquadramento socio-economico di democrazia autoritaria sin dagli anni Sessanta.

Singapore è una delle capitali mondiali dell’informatica, con la più alta conoscenza elettronica tra i cittadini; già negli anni Novanta aveva il più alto numero di robot operanti nei servizi, in rapporto alla popolazione. A ciò si aggiungono un’economia di libero mercato quasi priva di ingerenze governative e un bassissimo grado di corruzione. L’amministrazione statale mantiene un’alta efficienza nel controllo del traffico, dell’ordine pubblico, della gestione dei rifiuti, nella pianificazione urbana, nell’estetica dei luoghi pubblici, grazie all’automazione della sorveglianza, all’integrazione dei sistemi digitali e a una educazione sotto stretto controllo. Vengono lanciate spesso “campagne sociali” al fine di raggiungere determinati obiettivi, come il miglioramento della salute attraverso la pratica dell’esercizio fisico, la diffusione di modi di fare cortesi verso i turisti o la raccolta dei rifiuti nei parchi pubblici. In ogni luogo si possono trovare cartelli che invitano a fare attenzione, o a non creare problemi con comportamenti inopportuni, o annunciano nuove iniziative collettive.

Sul fronte dell’educazione formale, il mantenimento di un alto livello di conoscenza tecnologica si riflette nel controllo delle università, perché diano spazio agli studi tecnico-scientifici e, al tempo stesso, scoraggino contestazioni studentesche e formazioni giovanili di tipo politico; il pensiero calcolante è produttivo, mentre il pensiero critico è considerato potenzialmente destabilizzante. I cittadini vengono educati al pieno autocontrollo nella vita pubblica e in quella privata, ottenendo così un grande successo nel lavoro e, al contempo, un alto grado di conformismo, di repressione della diversità e del possibile dissenso, funzionale alla democrazia autoritaria. Lo Stato è, in sostanza, un “computer” che regola la società, seguendo una logica binaria: a ogni problema, corrisponde una soluzione; se, per esempio, le statistiche indicano un problema di denatalità, viene lanciata una campagna per incoraggiare il matrimonio e la procreazione.

Il benessere e la ricchezza generate giustificano la riduzione della democrazia, formalmente istituzionalizzata, a un esercizio di retorica.


Tienanmen, 1989

1989-proteste-di-Piazza-Tienanmen

Visto l’articolo precedente, in cui comunque avevo sottolineato la totale responsabilità di Deng Xiaoping nelle repressioni, non posso però esimermi dal ricordare questo evento, trent’anni dopo.

Personalmente, ricordo quell’anno in maniera molto vaga. Ero piccolo. Però ricordo la preoccupazione generale per quel che succedeva. Negli anni dell’adolescenza e della contrapposizione, non avevo giustificato, ma avevo cercato dei distinguo, per salvare il salvabile; per esempio, il fatto che alcuni studenti si richiamassero a Mao contro l’autoritarismo del governo centrale, che in qualche modo richiamava lo spirito – non la prassi – della Rivoluzione Culturale. E forse anche questo poté contribuire all repressione: Deng e gli altri dirigenti erano stati vittime del “bombardamento sul quartier generale” promosso da Mao.

Oggi vedo solo brutalità e orrore, e l’oblio forzato di questi eventi in Cina è profondamente odioso. Per quanto i margini di conflitto sociale siano ristretti in un sistema autoritario, la ragion di stato non può arrivare a tanto, nemmeno in un paese asiatico (che già di per sé non è incline al perdono). Il prezzo per l’apertura puramente economica è stato troppo alto, certo lo è dal nostro punto di vista.

La questione, in fin dei conti, è sempre la stessa: ogni Paese risolve i propri problemi come crede, ma se il diritto internazionale ha un senso, è proprio quello di spingere e richiamare tutti i Paesi al rispetto di diritti che sono stati conquistati con grande sacrificio, perché comunque ne valeva la pena, e la vale tutt’ora.

Le proteste (contro la corruzione, la censura e per il rinnovo della classe dirigente) furono represse con l’accusa di essere “controrivoluzionarie”. Ma, parafrasando il John Reed interpretato da Warren Beatty, se si reprime il dissenso, si uccide la rivoluzione, perché la rivoluzione è dissenso.


Una nota sul Piccolo Timoniere

DENG XIAOPING

Più mi informo sul sistema cinese, più scopro di avere una sorta di ammirazione per quest’uomo. Il suo pragmatismo è contagiante, la sua interpretazione politica è illuminante.

È riuscito dove Gorbaciov ha fallito – anche se è stato molto più brutale con gli oppositori, confermando che il sistema monopartitico non tollera dissensi.

Il fatto è che non riesco proprio a vedere questa “svolta capitalista” in Cina come un abbandono del comunismo. Di quello maoista sì, ma l’aver conservato la struttura fondata dai rivoluzionari sta rendendo possibile la piena realizzazione della NEP e delle idee di Bucharin, senza uno Stalin a penalizzare tutto (nel senso di rendere il lavoro “penale”, forzato, come punizione, condanna alla schiavitù).

Quel che, secondo me, non capiscono coloro i quali dicono che la Cina è “comunista solo a parole” e ha “abbracciato il capitalismo“, sia che si tratti di comunisti, sia che si tratti soprattutto di neoliberisti, è che la nuova potenza asiatica ha mantenuto una traiettoria ideale collettivistica. Ovvero, non ha “abbracciato il capitalismo” come ideologia, ma solo come mezzo per realizzare i suoi scopi (scopi collettivi secondo la dirigenza del PCC). In pratica sta sfruttando il capitalismo per modernizzare il Paese e arricchire la popolazione (poco? Certo più delle politiche disastrose di Mao).

Se lo Stato mantiene il controllo e la direzione della macroeconomia, vuol dire che sta direzionando il mercato libero per far sì che vada dove si vuole che vada: a farlo qui in occidente, i neoliberisti metterebbero mano alla pistola.

Certo, parliamo sempre di modelli. La realtà è cosa diversa: la repressione del dissenso, la violenza istituzionale, il controllo e la censura culturali, l’arroganza generale del potere, sono tutte cose profondamente odiose. Tienanmen fu un orrore (e Deng ne fu massimo responsabile), come sono orrori la situazione del Tibet e la vicenda del Falun Gong.

Ma dal punto di vista ideale, credo di aver trovato nella Cina moderna quel modello di costruzione del socialismo che già mi aveva colpito nell’autogestione jugoslava.

Perché non ha senso cercare una via alternativa alla modernità e al progresso, se si finisce in povertà e arretratezza. Il comunismo dovrebbe rendere più giusta la società facendo star meglio le persone, non peggio.

È un peccato che non esistano traduzioni delle opere di Deng Xiaoping, ma ho trovato un blog con i Selected Works in tre volumi, tutti in inglese. Voglio approfondire le sue idee, anche perché ho scoperto che, ognuno dal suo punto di vista, abbiamo fatto la stessa valutazione di Mao: grande rivoluzionario, pessimo presidente. Io per onestà intellettuale, lui forse più per interesse politico, ma siamo d’accordo sulla questione di fondo.

Oltre tutto, sebbene io non sia in generale una persona pragmatica, sono però per la ricerca di soluzioni razionali, e l’attenzione per la competenza tecnica mi interessa molto più che la posizione ideologica (“non importa di che colore è il gatto, l’importante è che acchiappi i topi“). Mi piace il controllo, ma non una centralizzazione paralizzante. Ritengo poi che lo Stato sia una struttura ormai divenuta ineliminabile e che perciò debba essere utilizzato per il vantaggio e il benessere di tutti, non per opprimere, né per coprire i privilegi. In qualche modo, avendo superato dialetticamente il furore dell’adolescenza, sono approdato a un diverso approccio al comunismo, più simile ai riformisti come Nagy, Dubcek, Gorbaciov, ma con punte di radicalità come Tito e, appunto e forse più di tutti, Deng.

Per me il comunismo è progresso e giustizia. Senza questo orizzonte, senza industria, ricchezza redistribuita, produzione socializzata e razionalizzata ma fluente, si capovolge tutto, e si arriva al socialismo reazionario, nazionalista e ruralista, che tanto piace ai neofascisti. A quel punto è meglio il neoliberismo.
[naaa, almeno una socialdemocrazia]