I quaderni nazisti di Heidegger

L’uscita di questo articolo sta suscitando, tra gli studiosi di Heidegger, non poche perplessità. A me invece sta solo confermando quello di cui ero già convinto: che il caro Martin, per quanto a modo suo, avesse aderito in maniera del tutto convinta al regime nazista.

Heidegger è un pensatore ormai molto influente negli àmbiti accademici, tanto che non si può fare a meno di citarlo o di vederselo citare in risposta a interventi, articoli, saggi ecc.; quanto meno, non è possibile evitare di confrontarsi con il suo pensiero, o parte di esso, poiché le sue critiche esistenzialiste all’era moderna trovano vasta eco nei problemi peculiari della globalizzazione: dall’annullamento dell’individuo nei numeri statistici, alla soverchiante potenza della tecnica non solo in ambito pratico, ma soprattutto in ambito culturale ed etico. Io, a causa dell’antipatia che questo filosofo mi suscita, non ho mai approfondito granché il suo pensiero, e devo dire che spesso sento di dover colmare questa lacuna, per poter affrontare al meglio certi temi. Le critiche da lui portate alla modernità, certo valide e profonde, ma di stampo regressivo, vengono ormai preferite a quelle dei principali esponenti della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse ecc.), indebitamente ritenute “sorpassate” perché legate alla cultura marxista e all’epoca in cui furono sviluppate. Il problema è che l’epoca fu grosso modo la stessa di Heidegger, dagli anni Trenta ai Sessanta, con la visione di grandi contrapposizioni tra regimi totalitari e democrazie capitalistiche, la nascita e lo sviluppo sempre più veloce della società di massa e dei suoi elementi massificanti. La differenza, per quanto mi è dato comprendere al momento, sta nella diversa prospettiva intellettuale: esistenzialista nel caso di Heidegger, quindi concentrata sulla vita dell’uomo, sul suo esserci e sull’essere in generale; marxiana nel caso della Scuola, cioé non prettamente politica (ossia marxista), ma incentrata sull’analisi materialistica dei rapporti sociali, politici e culturali che condizionano gli individui, anche sul piano psicologico. Se la Scuola di Francoforte è perciò legata all’analisi di una configurazione sociale che oggi, per molti versi, è mutata, la critica heideggeriana assume una connotazione atemporale, valida al di là delle epoche contingenti, perché fa riferimento alla natura umana in modo “diretto”.

Cosa vuol dire tutto ciò? Che Heidegger, dapprima relegato ai margini del mondo accademico in quanto compromesso con il regime nazista, è diventato di fatto l’autore più studiato della filosofia contemporanea. Continua a leggere


Evil Dead – storia di una saga

Evil Dead

Ecco qui una saga particolarmente fortunata, bella in ogni suo capitolo. Saga che io ho visto “a ritroso”, partendo dall’ultimo fino al primo. Bruce Campbell, protagonista della trilogia nei panni di Ash, è ormai diventato un mito. Sam Raimi ormai lo conoscono tutti come il regista della prima trilogia di Spider-Man e di serie tv di successo negli anni novanta, Hercules e Xena: principessa guerriera. La saga di Evil Dead presenta un tipo di male invincibile, inestinguibile, destinato a risvegliarsi sempre, eppure immotivato, quasi naturale, privo di complessità. Se non fosse per gli elementi di commedia, sarebbe una saga lovecraftiana, dato anche il riferimento principale: tutto ruota attorno al libro maledetto per eccellenza, il Necronomicon, “rilegato in pelle umana e scritto con il sangue, contenente antiche formule per il risveglio di forze arcane che dimorano negli infimi recessi della natura umana” (sebbene sia opportuno sottolineare che nei film si chiama Necronomicon Ex-Mortis e ha una storia diversa). Continua a leggere


Nuovi aforismi a buon mercato

Dopo oltre un anno dall’ultima infornata, ritornano le perle di saggezza che sparo in giro (e che forse era meglio dimenticare). Di solito sono commenti estemporanei, slegati tra loro, che potrei sviluppare ma anche no.

17 – Imperfezione di fabbrica. Ho cambiato un po’ il sottotitolo del blog, da “Produzione Strutturale di Pensiero” (scelto per motivi estetico-concettuali abbastanza evidenti) a “produzione strutturale di pensieri imperfetti”. Via le maiuscole, che non servivano se non a dare l’impressione che mi prendessi troppo sul serio; e dentro il plurale e l’imperfezione, perché il mio non è un pensiero necessariamente strutturato, nel senso che non è sistematico, non è un piano generale di interpretazione che fa combaciare ogni aspetto della realtà. E se anche lo fosse, non è esposto in questo blog. Qui “produco” una serie di pensieri, che solo in ultima istanza formano una struttura, nel senso che sono connessi in una visione, una concezione del mondo. Pensieri imperfetti, però, perché c’è sempre qualcosa che manca, o che non funziona a dovere, come tutto nella vita, tra errori, dubbi, ripensamenti, ignoranze, timori e furori. Per citare la presentazione del blog: “la perfezione è una forzatura verso una completezza illusoria, racchiusa in un obiettivo finale che non lascia spazio a dubbi ed errori, cosa del tutto contraria al divenire costante della realtà. Imperfetto è mutevole, cangiante, aperto, vivo”.

18 – Il compagno Nietzsche. Io credo che molte persone non si rendano davvero conto che Nietzsche era sostanzialmente un reazionario. Intendiamoci: il più intelligente dei reazionari, il più acuto, profondo e colto, fascinoso nello scrivere e gradevole da leggere. Ma pur sempre un reazionario. Si batte, è vero, contro la morale, contro il cristianesimo, contro lo Stato, la Chiesa e i concetti idealistici, però da un punto di vista reazionario, non rivoluzionario. Poi, senza dubbio, sul nazismo ci avrebbe pisciato sopra come su qualunque altra forma di decadenza moderna, ma ciò non toglie che bisogna pur prenderlo per quel che era, e che scriveva con chiarezza. Può essere l’amico di destra, non il compagno di viaggio di Marx. Anche se alla fine le sue martellate filosofiche giovano un po’ a tutti, lui non ha mai inteso la liberazione come qualcosa per tutti. Il superuomo, o oltreuomo che dir si voglia, non è l’evoluzione dell’uomo in quanto tale. Se lo fosse, sarebbe troppo emersoniano, radicalmente democratico. No, l’individuo superiore, l’individuo che va oltre la sua condizione di uomo, è parte di un gruppo ristretto. Eppure, badate bene: l’individuo, non una razza, non un popolo, non una nazione.

19 – Umanismo e Tecnica. E’ davvero possibile essere umanisti oggi? La tecnica, come forma mentale, è ormai l’essenza del mondo moderno e non c’è romanticismo che tenga, siamo persone immerse nel vivere tecnologico, espressione della tecnica intesa come uso strumentale delle forze e delle energie improntato all’efficienza e alla velocità. Il vero nichilismo, la vera distruzione di ogni teoria dei valori è questa, non la psicanalisi o il marxismo, e nemmeno il “niccianesimo”, è l’eclissi della cultura umanista, del pensiero incentrato sui bisogni dell’essere umano, in favore della ricerca dell’innovazione e della realizzazione di tutto ciò che è possibile in quanto possibile. Non dico affatto, come invece i postmodernisti, che “tutto va verso il nulla”, anzi, tutto va verso il Tutto, la totalità della tecnicizzazione della vita, che non può più tornare indietro. Non voglio fare un discorso alla Heidegger, il problema non è criticare la tecnica in sé, o pensare a impossibili e antistorici ritorni a qualcosa che è passato. Piuttosto, trovare il modo di adattarci a ciò che noi stessi abbiamo creato. In questo senso è giusto essere umanisti, perché adattarsi non vuol dire perdere di vista la persona umana. Ma è possibile? Possiamo scavare un posto per l’umanità in un mondo che sembra andare avanti senza di essa? Possiamo ancora dare valore e utilità alla filosofia?

20 – L’autocritica fa bene a tutti. Ricordo che una volta, una mia collega di università commentò così la nostra situazione di studenti di filosofia: “siamo astratti, troppo lontani dalla dimensione dialogica e, lasciamelo dire, anche presuntuosi”. Col tempo, ho imparato quanto fosse vero. E non credevo si potesse davvero esserlo, data la natura critica di quegli studi. E’ come una sindrome da torre d’avorio, da casta platonica, a fronte della produzione di interpretazioni cui è la realtà a doversi adattare. Ho sempre pensato che la bontà di studiare, per esempio, Hegel, risiedesse nell’ampliamento della creatività dell’intelletto, nell’acquisire una visione organica della realtà, senza per questo dover essere hegeliani, idealisti, convinti che lo spirito produca la realtà come una fiamma che produca il fiammifero. Ma capisco anche cosa intendesse Popper, pur nella sua presunzione di aver capito e risolto tutti i maggori problemi filosofici. Sarà vero che esistono filosofi “oracolari” contrapposti a filosofi “sentinella”? I primi, autoreferenziali, oscuri e magari imbroglioni; i secondi, attenti e pronti a smascherare, lanciare allerte e risolvere problemi veri. Forse no, forse è una demarcazione troppo netta, però mi fa pensare anche alla definizione di Feuerbach data da quella mia stessa collega: “non un filosofo, ma un uomo in perenne ricerca”. Io credevo che la filosofia fosse perenne ricerca, ma da quel che vedo molti la intendono come un punto di arrivo, l’empireo del pensiero da cui dominare le miserevoli umane vicende, con quello sguardo di sufficiente compatimento di chi ha già capito tutto. “Uomini di mondo” che del mondo non sanno nulla. Teorici senza prassi, pericolosi quanto gli idolatri della prassi priva di teorie, aperti e disponibili all’ideologia intesa come falsa coscienza. E’ quanto meno triste.

21 – Il buon consumatore anarchico. Tutta una rete di tabù autoimposti condiziona la vita delle persone idealiste, le quali si trovano spesso a dover rinunciare a innumerevoli cose per non contraddire la propria posizione morale. Le multinazionali, per esempio, sono mostruosità che perpetrano crimini contro l’umanità, quindi vanno evitate come la peste. Al loro posto si sceglie il locale, il biologico, il fai-da-te ecc., con il risultato di spendere tempo e risorse nella ricerca di ciò che serve, nella pia speranza di non dover comprare elementi prodotti da compagnie di cui si possa un giorno scoprire l’affiliazione a grandi gruppi d’interesse, da cui l’imbarazzo e l’aumento delle difficoltà per rimediare. Senza contare il senso di colpa che deriva dalla fruizione una tantum dei prodotti di quelle multinazionali, o le frecciatine da chi se ne accorge. Alla fine, il consumatore alternativo si libera dalla schiavitù delle multinazionali per rifugiarsi nella schiavitù della coerenza a tutti i costi. Ma non sarà l’atteggiamento verso quel panino standardizzato da fast-food a cambiare le cose, né sarà quel tablet costoso a definire sul serio la personalità del possessore. Alla fine si dà valore a cose che non ne hanno, una facciata per ribadire (forse innanzitutto a se stessi) la propria scelta. Problema: se non si adottassero certi atteggiamenti, la propria gamma di principi ne risentirebbe? E in questo caso, quanto sono forti quei principi, se hanno bisogno di “mode” alternative da seguire per ritenersi validi? Monito di Emerson: “una stupida coerenza è lo spauracchio delle piccole menti”. Bisogna essere anarchici anche verso se stessi.

22 – Polemica di campagna. Bisognerebbe eliminare le campagne elettorali. Sul serio, a che servono? I programmi, se uno vuole conoscerli (e a molta gente non interessa perché vota per partito preso) se li va a leggere su internet o in qualche sezione di partito. Per i candidati, idem. Far conoscere nuovi movimenti e partiti è prassi quotidiana, non un’esclusiva del periodo elettorale. Parlare e discutere in campagna elettorale è impossibile, si pensa solo a litigare e insultarsi. Allora, che senso ha? Ogni volta le stesse cazzate, sembra di seguire un copione prestabilito. A me è passata la voglia, questa non è politica, non è democrazia, non è partecipazione, è uno spreco di tempo e di risorse. La politica si vive tutti i giorni, la partecipazione e la democrazia sono elementi esistenziali, altro che “santini” e promesse iperboliche. Perciò diventiamo un po’ più seri, facciamo un salto di qualità e aboliamo quest’umiliazione dello spirito pubblico.

23 – Polemica da guardaroba. Ho sentito in TV una donna lamentarsi di una pacca sul sedere al primo appuntamento con un tizio che, come molti uomini, credeva di potersi prendere certe libertà solo perché lei si veste in maniera “provocante”. Lo so che commentare cose del genere è rischioso, ma sinceramente c’è un limite a tutto, anche alla pretesa di essere rispettati senza se e senza ma. Nessuno può mettere in dubbio che il rispetto sia un diritto e un dovere, però è naturale che in una società basata sull’apparenza il modo di vestirsi sia anche un modo di comunicare: se un uomo di mezza età si vestisse da adolescente, per sentirsi bene con se stesso, dovrebbe accettare anche il rischio di essere considerato ridicolo, o di essere compatito. Se una donna si veste in maniera provocante (e questa in TV sembrava una mangiatrice di uomini), sa di rischiare di essere considerata una donna facile, perché altrimenti che senso ha mettersi in mostra? E con questo non voglio fare il solito, stupido discorso del “se l’è cercata”, non è questo il punto. E’ chiaro che guardare e toccare sono due cose diverse, c’è una questione di spazi personali e di educazione. Il punto non è morale, è pratico: possiamo davvero contare sull’educazione e il rispetto degli altri? Possiamo sinceramente credere che il solo fatto di avere il diritto di essere rispettati ci protegga e ci difenda da chiunque incrociamo sulla strada? Dovrebbe essere così, ma non lo è. A quella donna vorrei dire: se ti piace essere provocante, cerca di esserlo solo nelle occasioni adatte; non sperare sempre nella buona educazione degli altri, perché purtroppo il nostro modo si basa sull’immagine e gli altri interagiscono con te sulla base di quel che vuoi mostrare. Moda e stile funzionano così. Quando io mi feci la cresta punk, sapevo che avrebbe mandato fuori dai gangheri un sacco di gente; eppure mi dava fastidio se qualcuno commentava. Ma davvero potevo pretendere che gli altri si comportassero normalmente di fronte a quel taglio di capelli? POTEVO? No. Si paga sempre un prezzo, anche ingiusto, per ogni scelta che facciamo. Dobbiamo esserne coscienti e chiederci fin dove siamo disposti a sopportare.


Problemi di espressione. ‘Charlie Hebdo’ e dintorni

Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinchè tu possa dirlo.
– Voltaire

Sul momento ho voluto solo pubblicare un’immagine evocativa, ma non posso evitare di dire qualcosa. Perché dopo qualche giorno di commenti e articoli letti in giro, qualche riflessione vorrei provare a farla.

Quanto è accaduto in Francia ha qualcosa di mostruoso. Non solo per l’estrema violenza dell’assalto, con un commando che stermina una redazione giornalistica (evoluzione di attentati individuali che già hanno insanguinato l’Europa), ma anche per le conseguenze che ciò avrà nei prossimi tempi. E’ un regalo ai guerrafondai, ai neofascisti, ai reazionari intolleranti che non vedono l’ora di blindare tutto e fare muro contro muro. Una guerra tra fondamentalisti che si alimenta del sangue di chi crede nella libertà di espressione. Mi fa venire in mente quella scena di V per Vendetta dove il conduttore televisivo manda in onda una puntata censurata del suo programma, in cui faceva satira sul governo e i terroristi; la sera stessa la polizia irrompe nella sua casa, lo malmena brutalmente, lo arresta, e il capo gli dice con compiaciuto disprezzo “non fai più tanto lo spiritoso, eh?”. Continua a leggere


ceci


Pino Daniele – Je so’ pazzo

Je so’ pazzo, je so’ pazzo
e vogli’essere chi vogli’io
ascite fora d’a casa mia
Je so’ pazzo, je so’ pazzo
ho il popolo che mi aspetta
e scusate vado di fretta
Non mi date sempre ragione
io lo so che sono un errore
nella vita voglio vivere almeno un giorno da leone
e lo Stato questa volta non mi deve condannare
pecchè so’ pazzo, je so’ pazzo
ed oggi voglio parlare.
Je so’ pazzo, je so’ pazzo
si se ‘ntosta ‘a nervatura
metto ‘a tutti ‘nfaccia ‘o muro
je so’ pazzo, je so’ pazzo
e chi dice che Masaniello
poi negro non sia pù bello?
e non sono menomato
sono pure diplomato
e la faccia nera l’ho dipinta per essere notato
Masaniello è crisciuto
Masaniello è turnato
Je so’ pazzo, je so’ pazzo
nun ce scassate ‘o cazzo!

***

P.S.: triste coincidenza che il centesimo articolo sia per commemorare la scomparsa di Pino Daniele. Non son mai stato un fan accanito, ma ogni volta che passava alla radio o in tv lo ascoltavo sempre. Era certamente l’unico cantante napoletano del giorno d’oggi a suscitarmi interesse. Poveretto. Riposi in pace.


Tre anni e non sentirli

Quest’anno l’anniversario del blog cade in un giorno di lotta su cui non so esattamente cosa dire. Io sono sempre favorevole a queste proteste, anche se ormai non sembrano sortire più alcun effetto, se non morale. E neanche tanto: sempre meno solidarietà sociale, sempre più lamentele da reazionari sui disagi causati. Oggi non si pensa più al collettivo, solo all’individuale. E’ questo che stronca qualsiasi movimento, non solo la fine delle alternative del moderno. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, potrebbe fare qualcosa: questo è vero per i cambiamenti, ma lo è anche per l’inerzia, per l’indifferenza.

Comunque, per il nuovo anno del blog ho intenzione di mettere più musica, parlare di discografie, e di viaggi, che pur nelle ristrettezze del momento ho potuto fare. E magari di saghe cinematografiche, come nel vecchio blog. E infine controbilanciare con lunghi articoli noiosi e pedanti sulla filosofia e la politica. Sarebbe bello se ci riuscissi.

Ora, però, festeggiamo con King of the Hill :D


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