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Il profeta odiato

Trotsky 2Lev Trotsky è stato uno degli uomini più odiati al mondo. Non come dittatori o terroristi ben noti, non come figura diabolica su cui il biasimo è unanime. Molti non lo ricordano nemmeno, eppure ha fatto parte di quelle piccole minoranze di persone che, per essersi trovate dal lato perdente di una fazione perennemente in conflitto, hanno finito per essere contro tutto e tutti. E per questo non hanno avuto pace né speranza, finendo con l’essere odiate in ogni caso, da qualunque punto di vista, anche quando non hanno potuto far nulla di cui essere accusati.

Trotsky è stato un personaggio storico di enorme importanza, nonché di grandissima levatura intellettuale e politica. Assieme a Lenin e agli altri bolscevichi, è stato fautore della Rivoluzione d’Ottobre, organizzatore dell’Armata Rossa e uno dei teorici marxisti più fecondi del Novecento. Tra le sue responsabilità, soprattutto durante la guerra civile, c’è la repressione della rivolta di Kronstadt, un episodio terribile che basterebbe a screditare il fondamento rivoluzionario bolscevico, ma che in quel momento era stato ritenuto “necessario” e non sarebbe stato mai rinnegato in seguito. Il ruolo effettivo di Trotsky non è del tutto chiaro, ma essendo lui il firmatario dell’ultimatum dato ai marinai di Kronstadt, è coinvolto nella responsabilità dell’evento. Più in generale, è alla sua figura che i controrivoluzionari fanno riferimento come incarnazione demoniaca del Terrore rosso, di cui fu comunque uno degli organizzatori. Continua a leggere

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Lo sviluppo del marxismo in Russia tra XIX e XX secolo

Riprendiamo il percorso storico e teorico iniziato con gli appunti su “Populismo e rivoluzione in Russia“, ricostruendo per quanto possibile la diffusione del marxismo nella Russia zarista, il suo sviluppo e le battaglie ideologiche dei gruppi che a esso si sono ispirati. Il periodo preso in considerazione va grossomodo dal 1872 al 1909.

La crisi del populismo, tanto sul piano pratico quanto su quello teorico, lascia un vuoto politico negli ambienti intellettuali della società russa. Tuttavia si creano nuove possibilità di elaborazione ideale; il dibattito politico-filosofico si arricchisce della ricerca di categorie concettuali più adatte all’interpretazione della realtà del Paese, alle prese con la nascita di forme di produzione capitalistiche, che favoriscono l’interesse per i frutti più “estremi” della critica hegeliana, ovvero le teorie economiche e filosofiche di Karl Marx e Friedrich Engels. La diffusione del marxismo in Russia viene spinta dalla traduzione del primo libro de Il Capitale nel 1872, a opera di alcuni ex-populisti che nel corso degli anni Ottanta costituiscono a Ginevra la prima associazione russa dichiaratamente marxista, “Emancipazione del lavoro”, di cui fanno parte Vera Zasulič e Georgij Plechanov. Questi è il primo ad accettare l’idea di una fase di sviluppo capitalistico come fase di transizione verso il socialismo, avversata invece da gran parte dei populisti, scrivendo una serie di opere che contribuiranno alla base teorica della socialdemocrazia russa.(1)

L’associazione, critica nei confronti del populismo e interessata a diffondere il socialismo scientifico, fonda una collana editoriale dedicata alla pubblicazione e alla diffusione in Russia delle traduzioni di tutte le opere di Engels e Marx allora disponibili; questa iniziativa riesce in effetti a emarginare le idee populiste e a porre le basi per la fondazione di un partito socialdemocratico vero e proprio.

Il successo del marxismo si innesta sul fallimento del populismo come teoria sociale, fornendo dal canto suo le ragioni scientifiche per continuare a credere, idealisticamente, nella possibilità del cambiamento. La stretta correlazione tra teoria e prassi è uno degli elementi che avvicinano l’analisi marxista al pensiero filosofico russo: la palingenesi dell’umanità passa per la riforma profonda delle condizioni sociali, ovvero la natura ideale dell’autorealizzazione è dominata dai problemi reali della materialità quotidiana; dunque, comprendere le leggi oggettive delle dinamiche sociali, che provocano storture e ingiustizie, apre la strada alla soluzione dei problemi tanto materiali quanto morali dell’umanità.

La stessa nascente borghesia trova nelle tesi di Marx sullo sviluppo storico-economico delle società la propria vocazione palingenetica, ritenendosi la forza trainante che fa uscire l’Impero dal feudalesimo per portarlo, attraverso lo sviluppo di se stessa, verso il socialismo. In un certo senso, il populismo ha propugnato una fede nella trasformazione, mentre il marxismo ne offre la “certezza” scientifica. Inoltre, il populismo rivoluzionario aveva visto minate alla base alcune concezioni ideali di fondamentale importanza: il popolo contadino si era rivelato molto più vicino allo zarismo e al suo sistema arcaico, anziché alle istanze progressiste dell’intelligencija; di conseguenza, realizzare il socialismo senza passare per la fase capitalistico-borghese, intesa come fase di maturazione sociale preparatoria, diventava impensabile.

Questo sviluppo capitalistico di fine secolo, conseguente all’abolizione del sistema feudale, non è comparabile con quello europeo e americano, ma dal punto di vista russo è impressionante. Quanto più ci si avvicina al Novecento e alla Grande guerra, tanto più i ritmi di sviluppo dell’industria, del capitale di base e del prodotto interno lordo crescono vertiginosamente; il mercato interno inizia ad espandersi sia per i mezzi di produzione che per i beni di consumo, mentre aumentano anche i depositi nelle Casse di risparmio; la Siberia diventa la nuova frontiera, popolandosi di agricoltori e lavoratori che accrescono ulteriormente la produzione e l’esportazione di prodotti e materie prime. Anche i trasporti, in particolare le ferrovie, aumentano il chilometraggio nell’ordine di decine di migliaia. La Russia, insomma, affronta un periodo tutt’altro che sonnolento per entrare nella modernità. Proprio per questo, la solidità dell’autocrazia continua a frustrare ogni tentativo di riforma, aumentando la pressione di antagonismi sociali sempre più acuti, «e l’esperienza della storia insegna che, quando le trasformazioni sono mature e il potere non risulta in grado di realizzarle, o la società comincia a marcire, o comincia la rivoluzione» (Gorbaciov). Continua a leggere


Populismo e rivoluzione in Russia nel secolo XIX

La rivoluzione in Russia non è scoppiata all’improvviso, nel 1917, con le sue straordinarie conseguenze sul mondo moderno. Piuttosto, è stata una costante degli ultimi duecento anni, come del resto in tutta Europa. Il populismo è stato il motore della rivoluzione russa nell’Ottocento, ben prima che il marxismo acquisisse una qualche importanza; gli intellettuali cominciano a interpretare la realtà dell’Impero degli Zar e, dalle più diverse posizioni, giungono all’idea di dover cambiare lo stato di cose. In linea generale, si tratta di un movimento che fa appello allo spirito del popolo per creare una comunità coesa, giusta, “socialista” nel senso che si dava a questa parola prima del materialismo storico. Di seguito, appunti per un excursus.

L’Impero russo, rispetto agli Stati europei all’inizio del XIX secolo, si basa ancora sul sistema feudale, conservando l’istituto della servitù della gleba. Nel Settecento vi erano stati significativi sforzi di modernizzazione della cultura e delle istituzioni grazie a regnanti quali Pietro il Grande e Caterina II, con il “trapianto” di idee dall’Europa occidentale: la nascita del pensiero filosofico in Russia si attesta con l’arrivo dall’estero di discepoli del razionalismo tedesco e dell’illuminismo francese, che influenzano profondamente la formazione della futura intelligencija. Temi quali la condizione contadina, la natura dell’autocrazia zarista e la definizione della spiritualità del popolo russo si sviluppano in correnti di pensiero che, nel corso dell’Ottocento, arricchendosi dell’idealismo di Schelling e Hegel, caratterizzeranno la fondamentale tensione riformatrice del populismo.

Tuttavia la società soffre ancora di arretratezza, la cultura è ancora appannaggio delle élite, e la solidità politica dello zarismo rende inutile qualsiasi discorso concreto di riforma. L’organizzazione sociale si può schematizzare, semplificando, nella piramide aristocrazia-funzionari-contadini, dove la prima è composta da grandi proprietari terrieri, da intellettuali di varia estrazione e da ufficiali dell’esercito, la seconda dalla vasta rete di burocrati che costituiscono l’ossatura dell’apparato statale zarista, e la terza è l’immensa classe lavoratrice, largamente analfabeta, spesso in condizioni di estrema povertà e, naturalmente, del tutto priva di rappresentanza. L’influenza delle idee occidentali è perciò ristretta alla cerchia delle persone istruite e, tra queste, gli ufficiali dell’esercito si rendono presto conto che la modernizzazione del Paese è un problema di estrema urgenza.

Nascono così alcune società segrete in varie parti dell’Impero, i cui membri convergono sull’obiettivo comune di realizzare una liberalizzazione della politica e dell’economia russe, con l’abolizione della servitù della gleba e l’indipendenza da influenze straniere sia esterne (gli europei alleati dello Zar) che interne (gli stranieri occupanti alte cariche dello Stato); divergono però su modi e dinamiche: una parte intende trasformare l’autocrazia zarista in monarchia costituzionale con decentralizzazione del potere, l’altra propone la svolta verso una repubblica parlamentare in cui, al contrario, i poteri si accentrino. Queste divergenze non cambiano però il piano di fondo, detronizzare lo Zar e attuare il cambiamento radicale attraverso la rivolta violenta, considerata l’unica via possibile per la trasformazione. Continua a leggere


Centenario della Rivoluzione d’Ottobre

100 1917 2017


Cinquant’anni dopo

Oggi è il cinquantesimo anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara. Il suo mito ha forse superato la sua realtà di uomo, trasformandolo in una icona ideale che rischia di mascherare, almeno in parte, la concretezza della sua azione. D’altra parte, come sempre in questi casi (a maggior ragione con i miti radicali della sinistra), la ricerca dell’uomo dietro il mito dà adito al processo contrario, la demonizzazione della figura in cui si concentrano nefandezze e incongruenze, offuscando ancora una volta la realtà. Io dico che senza persone come Guevara, senza radicali che uniscano passione e realismo, non si conoscerebbero i propri limiti, l’estensione delle proprie idee e del proprio campo di azioni. Accanto a questo, è necessario fare un lavoro di presa di coscienza sulla realtà del mito e comprenderne la collocazione storica e culturale, per poterlo valutare. Guevara agì in un mondo di forti contrapposizioni, dominato dallo scontro tra modelli di organizzazione sociale e produttiva a prima vista inconciliabili, in particolare nell’America Latina, dove all’iniquità economica si accompagnava spesso la brutalità del potere politico, rendendo impossibile lottare pacificamente. Per questo bisogna comprendere che la violenza era una caratteristica fondamentale e imprescindibile della lotta rivoluzionaria, così come della repressione controrivoluzionaria. E che la rivoluzione aveva un significato molto più concreto e profondo di oggi, era non solo una speranza in un “altro mondo possibile”, ma soprattutto il tentativo di realizzazione di forme effettive di governo e organizzazione sociale diverse, improntate a progetti politici definiti. Certo, ascoltando alcuni discorsi o leggendo alcuni scritti proprio di Guevara, si notano toni visionari e persino messianici, immagini della politica mondiale che riprendono il dualismo tra Bene e Male, con una conseguente intransigenza che oggi non ha più molto senso. Però è questo il punto: oggi forse no, ieri invece sì, perché non era un’epoca di mezze misure. Nel suo tempo, Che Guevara è stato ciò che serviva al mondo per definire sé stesso. La sua morte lo ha trasformato in un mito per generazioni. Cinquant’anni dopo, rimane un esempio, positivo o negativo che sia, di dove può arrivare una persona che creda fermamente nell’unione di teoria e pratica per cambiare le cose.


Ricordare Sacco e Vanzetti

La vicenda di Sacco e Vanzetti, oltre all’infame ingiustizia perpetrata, fu la prima storia che mi fece riflettere seriamente sulla pena di morte.

Sono stati uccisi legalmente per fornire all’opinione pubblica un capro espiatorio, sangue per lavare i peccati di qualcun’altro, sangue trovato tra gli ultimi, tra gli “inferiori”, tra i reietti, immigrati mal visti e mal tollerati, buoni solo come manovalanza a basso costo e, con loro due, come olocausti, offerte sacrificali.

Ma se nel loro caso fu una barbarie perpetrata da un sistema gretto e spietato, si potrebbe obiettare che in altri casi la pena di morte era giusta perché comminata a gente realmente colpevole che meritava di morire; un assassino stupratore di bambini merita di essere giustiziato, un serial killer, un terrorista che compie massacri, meritano la pena di morte

Ed è qui che Sacco e Vanzetti mi hanno fatto riflettere: il problema non è meritare o meno la morte, bensì il fatto stesso di dare allo Stato la possibilità di uccidere la gente. Perché la morte di un innocente è un rischio inaccettabile, la morte per un errore giudiziario, o peggio, per un calcolo politico (“governatore, le elezioni sono vicine“, tanto per dire), è un crimine insopportabile e non può, non deve, essere reso neanche lontanamente possibile.

Perché è uno sbaglio cui non si può rimediare.


Fine del Novecento

La morte di Fidel Castro ha chiuso definitivamente il XX secolo. L’ultimo personaggio di grande importanza storica del secolo scorso se n’è andato da vincitore: ha vinto resistendo contro gli USA, ha vinto sopravvivendo ad attentati e invasioni, grazie all’appoggio del popolo, ha vinto mantenendo in vita la rivoluzione quando tutto sembrava perduto. Ha vinto lasciando il potere quando non era più in grado di reggerlo, ed è morto quando è giunta la sua ora, non quando glielo auguravano i nemici. Qualcuno ha detto che però ha visto fallire il suo progetto, il socialismo caraibico: vero, almeno in parte, ed è simbolico che nel momento in cui Cuba riapre le relazioni con gli USA e fa timidi passi verso il mercato, Fidel sia scomparso. Ma, fatte salve le conquiste nell’istruzione e nella sanità, un successo proprio del suo socialismo, si può constatare come il cambiamento di rotta del regime sia iniziato autonomamente e senza traumi, senza “cadute”, senza rivolte, senza tutto quel che gli avversari aspettavano. Oggi essi esultano, ma è come esultare perché il campione in carica è andato in pensione; anzi, forse sono stati anche loro, gli esuli in Florida, ad avergli dato una mano (involontaria) nel restare saldo e godere di un largo appoggio popolare, con quel vergognoso embargo tanto preteso dai presidenti americani, che ha sempre dato qualche scusa di troppo alla durezza del regime caraibico.

Fidel ha vinto e ha preso il posto che gli spetta nella Storia.

Descansate, compañero. Hasta la victoria, siempre.