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Sui monumenti (della discordia)

Colombo a Valladolid

Monumento a Cristoforo Colombo, Valladolid, Spagna

Ultimamente, le discussioni che sto avendo sui social network mi risultano più interessanti di quanto potrei scrivere sul blog io stesso. Ne ho riportate diverse in questo periodo [tag “dibattito“, articoli “della discordia”], perché restituiscono con vivacità lo scambio di idee realizzato sul momento, senza troppe riflessioni successive. Questa elaborazione in corso d’opera, proprio per il fatto di non essere definitiva, mi dà la possibilità di fissare le idee e le argomentazioni sul momento, permettendomi poi di ritornarci senza perdere la freschezza del punto di vista.

Perciò riporto un’altra discussione, avuta con una compagna, sulla questione dei monumenti, a partire da quello a Montanelli, tornato alla ribalta in quanto simbolo dell’indulgenza verso il nostro passato colonialista. Ora, sul primo atto di protesta contro il monumento avevo già scritto un anno fa Anacronismo nei giudizi (un abbozzo), in cui avevo un punto di vista leggermente diverso da oggi; ma appunto perché era un abbozzo, non poteva rimanere identico adesso, con un contesto ancora in evoluzione che impedisce di fissare nuovamente il punto della situazione.

Quanto riporto, in realtà, non si riferisce tanto al caso Montanelli, perché come si vedrà ho appianato certi dubbi che avevo (e comunque concordo in pieno con l’obiezione di partenza); mi riferisco invece alla questione più in generale dei monumenti come memoria collettiva, e al significato della loro rimozione, delle possibilità di modificare la costruzione collettiva della memoria storica come parte dell’identità nazionale. Io ritengo che, al netto dei giudizi odierni, che hanno una loro ragione ben giustificata, la questione sia comunque molto complessa, più di quanto si riesca ad esprimere in una normale discussione.

Segnalo intanto alcuni articoli che secondo me forniscono spunti interessanti:

  • “Cosa fare con le tracce scomode del passato”, di Igiaba Scego, uno degli articoli migliori che abbia letto, tra i molti sbraitanti e isterici di entrambe le parti. Io la penso sostanzialmente come l’autrice: il passato va ri-contestualizzato in maniera critica, aggiungendo narrazioni e memorie anziché eliminarle.
  • “La disputa delle statue”, di Enrico Gullo, una bella disamina storica tra storia dell’arte, damnatio memorie e rivolte.
  • Una video risposta di Alessandro Barbero su Leopoldo II del Belgio, il re che riservò per sé, come sua proprietà privata, l’intero Stato libero del Congo, in cui le atrocità contro la popolazione locale ispirarono, superandola però di gran lunga in mostruosità, la fantasia di scrittori come Joseph Conrad, con il suo Cuore di tenebra.

E ora il dibattito:

montanelli

lei [rivolta alla generalità] – È interessante notare come gli strenui difensori del monumento a Montanelli siano quasi sempre uomini, che entrano a gamba tesa nel dibattito sullo stupro decidendo che va contestualizzato. Impostare il dibattito sulle statue sul “sono tutti figli del proprio tempo” è estremamente miope o pretestuoso. Mio nonno pure era figlio del tempo di Montanelli, ma non è rimasto un sostenitore del regime dopo la caduta, non ha depistato le indagini su Piazza Fontana, non ha mai rivendicato il passato colonialista dell’Italia e lo stupro di una minore perchè inferiore come razza, non ha mai sostenuto la destra più estrema. Siccome parliamo di un contemporaneo di cui viene millantato un contributo fondamentale all’Italia che omette questi aspetti, e non di un colonizzatore del XV secolo, ha senso ammettere che alle figure controverse si fa fatica a dedicare statue. Un dibattito ci deve essere. La coerenza non deve essere nostra nel voler abbattere tutte le statue, ma vostra nell’avere il coraggio di scrivere che gli orrori del colonialismo italiano, il fascismo e la violenza sui minori sono meno importanti di una mente brillante. Peraltro, pure le statue dei colonizzatori del XV secolo, in alcuni contesti, sono legittimamente non gratae: provate a piazzare in Irlanda un busto di Guglielmo III d’Inghilterra e vedete se non vi fanno il culo.

io [rispondendo tra gli altri] – Su Montanelli concordo. Sebbene in Etiopia la vendita delle bambine alla stregua del bestiame fosse “normale”, non lo era certo in Italia. Lui ne ha approfittato da colonialista invasore, che sapeva benissimo quanto nella sua stessa cultura di origine fosse riprovevole sposare una bambina, dando sfogo a quelle pulsioni altrimenti (giustamente) represse. Sui conquistatori del XV secolo invece no, o almeno non del tutto. Cristoforo Colombo fu un “genocida”? Forse lo è per noi e il nostro metro di valutazione odierno, ma non si può valutare la storia con occhi anacronistici, si rischia seriamente di perdere profondità di campo e appiattire tutto sull’opinione corrente, come se fosse sempre stata valida, mentre non lo è affatto. So che questa posizione è impopolare adesso, anche perché quando si parla di “contestualizzare” ci sono sempre quelli che partono per la tangente della giustificazione e del revisionismo (politico), ma la questione è complessa, difficile e contorta, in quanto ogni giudizio e ogni presa di posizione etica, morale e civile è frutto appunto della storia, dei suoi processi e delle sue vicissitudini, che ci hanno portato dopo secoli a vedere con occhi diversi il passato, a condannarlo e quindi a superarlo. Superamento che non equivale a giustificazione, ripeto, ma per essere valido deve comunque ri-contestualizzare il passato e tenerlo presente per ciò che è stato. Altrimenti si rischia di perdere la base su cui la condanna e la riprovazione odierne affondano la loro radice.

lei – Sui personaggi storici faccio più fatica ad avere un’opinione, onestamente, e secondo me è anche, molto, una questione di contesto geografico. L’altro giorno ad esempio leggevo di una statua di uno dei conquistadores spagnoli abbattuta in Messico. Vuoi dar loro torto? Il monumento è simbolo universale della celebrazione dei meriti e glorificazione della persona. A meno che non si tratti di una testimonianza storico-artistica (e non è quasi mai il caso di queste statue pubbliche), trovo fuori luogo che una piazza ospiti la figura di un personaggio che ha influito barbaramente sulla storia di quella nazione. Facevo l’esempio dell’Irlanda perché una celebrazione dell’occupazione inglese sarebbe impensabile, forse perché si tratta di storia recente. Non lo è in Regno Unito, perché si tratta di un personaggio chiave della loro storia. Secondo me la differenza sta qui: un monumento celebrativo non è un monito, è una esaltazione, e in alcuni casi è veramente fuori luogo. Per ricordare l’Olocausto non erigi una statua ad Hitler, fai un monumento sulla strage. Questo non significa che il pensiero di Montanelli vada censurato, anzi, semplicemente la sua figura non va celebrata in una piazza. Sempre sulla colonizzazione, lessi in passato articoli rispetto al fatto che non ci si dovrebbe riferire alla “scoperta” dell’America, bensì alla sua “conquista”: è una sfumatura, ma già solo nel lessico si implica una concezione della Storia eurocentrica, che per alcune culture è semplicemente offensiva.

io – Il monumento ha in effetti una doppia valenza, che dipende dall’intenzione con cui è fatto – appunto, monito o esaltazione – ma inevitabilmente anche da come è percepito e contestualizzato, in quanto l’esposizione pubblica crea l’esperienza politica di condivisione di un messaggio. Il contesto geografico e la distanza storica sono elementi importanti, che concorrono in varia misura alla valutazione (un processo discorsivo e dialettico, su cui gravano anche le posizioni ideologiche e il diverso grado di cultura dei soggetti). Per questo dico che la faccenda è complessa: personaggi come il Marchese di Pombal, o Leopoldo II del Belgio, spesso sono celebrati nella madrepatria e odiati nelle ex-colonie; ma, pur non potendo dare torto a chi se ne vuole disfare, è possibile negare o rimuovere il peso che essi hanno avuto sulla storia dei paesi colonizzati? Altro e diverso esempio: a Odessa, in Ucraina, nonostante la guerra con la Russia, nessuno si sogna di eliminare il monumento a Caterina II, per la quale la città è sorta. Il problema, dal mio punto di vista in evoluzione (che non è comunque di conservazione a tutti i costi), è di approfondire e arricchire la memoria e, per quanto possibile, modificare la percezione del messaggio monumentale. Se è vero infatti che la parola “monumento” deriva dal latino “monère” che significa “ricordare”, allora più che distruggere e abbattere dovremmo rimodulare la funzione del ricordo, specie se un’esaltazione ormai indebita può lasciare spazio a una nuova memoria condivisa.

lei – Sii onesto, il monumento inteso come statua, e non la stele con una scritta, ha indiscutibilmente valore celebrativo. Tanto più che la maggioranza di questi sono in posa eroica o rappresentati con gli strumenti del mestiere. È poi semplicistico dissezionare l’argomento Montanelli e mettere invece nello stesso calderone i personaggi storici di qualunque nazione ed epoca. I conquistadores hanno contribuito grandemente alla cultura e al benessere delle popolazioni europee, ma hanno causato gravissimi danni a quelle autoctone. Il senso di entitlement di decidere cosa è celebrabile e cosa no, in questo caso non lo sento, bisognerebbe ascoltare dei portavoce di quelle culture. I Turchi hanno gettato la Grecia in un Medioevo culturale per secoli, i Britannici hanno quasi causato l’estinzione degli Irlandesi, vietando l’espressione della loro cultura, della lingua, depredando i raccolti i tempi di carestia. Insomma, per dire, questa è la fine che ha fatto l’ultimo monumento dedicato ad un conquistatore inglese.

io – Non sto dicendo che la statua non sia celebrativa, sto però dicendo che oltre a vandalizzare e abbattere – che se permetti è anch’esso un modo semplicistico di risolvere le questioni – si dovrebbe pensare a costruire un diverso significato per la statua. È egualmente facile dire “sono tutti razzisti/genocidi/fascisti/assassini” e dar di piglio al martello; ma un conto è eliminare gli eccessi, come alla fine di una dittatura (e qui abbiamo l’intera Europa orientale a fare a gara di rimozioni); un altro è appiattire tutto sul discorso dell’interpretazione corrente e su determinati aspetti della memoria senza tenerne in conto altri, che poi è lo stesso problema di quando le statue furono posizionate (celebrare le vittorie e dimenticare i soprusi). Posso fare ancora un paio di esempi: visto che ho citato l’Est, a Budapest ho visitato il Memento Park, un parco fuori città dove sono state riposizionate le statue e i monumenti del regime comunista, in un primo tempo destinate alla demolizione o a qualche capannone chiuso a chiave. L’idea di farci un parco non è piaciuta a tutti, perché si temeva di ridare valore esaltante ai simboli della dittatura; però alla fine ha prevalso l’idea di farne appunto un monito storico (oltre che una attrazione turistica, ovvio), e infatti la celebrazione per le strade cittadine non c’è più, mentre il parco ha un’aria tutto sommato “precaria” e con una sala tutta dedicata a dire peste e corna del regime abbattuto. Altro esempio, diverso per tempo e luogo: Napoli, centro storico. L’ultima volta che ci sono stato ho fatto caso ai nomi delle vie, tutte dedicate ai fautori dell’Unità d’Italia. Beh, pur essendo storicamente a favore dell’idea risorgimentale, quella consapevolezza di non avere alcuna memoria del Regno di Napoli, come se oltre 500 anni di storia fossero stati semplicemente spazzati via, mi ha dato parecchio fastidio (e io i Borbone li disprezzo tanto quanto i Savoia, eh). Se non fosse per quei rimbecilliti dei neoborbonici, un pensierino per la rivendicazione della storia pre-unitaria del Sud lo farei anch’io. Infine, che ne diciamo di questo?

lei – Esatto, il Memento Park secondo me è un ottimo esempio perché non le hanno buttate lì a caso, ma hanno creato un contesto di riflessione. Per come la penso io, si potrebbe lasciare la statua e aggiungere una didascalia, per dire. Infatti la statua di Montanelli con la vernice rosa di Non Una di Meno l’avrei assolutamente lasciata così, è uno dei più begli esempi di arte performativa visti in questi anni. Allo stesso tempo però sono in favore di quei movimenti storici che per mettere in discussione lo status quo ricorrono anche alla distruzione di simboli, chiaramente se non si tratta di manufatti dal valore storico-artistico. Queste statue non lo sono, sono manufatti artigiani. Per esempio il paragone con Palmira mi sembra talmente fuori luogo da essere incommentabile. Il caso di Lenin è un altro ancora: se gli si rimprovera l’azione cruenta nella rivoluzione civile, è un conto (lui stesso si e’ scusato con i popoli russi); se lo si considera un’estensione di Stalin attribuendogli gulag e genocidi no, non è onesto. Non so se dalle ceneri di queste proteste nascerà qualcosa, spero di sì altrimenti sarà solo rabbia civile senza sbocco. Quel che mi disturba della faccenda Montanelli sai cos’è? La difficoltà dell’instaurare un dibattito intellettualmente onesto senza buttare in mezzo altre figure per confondere le acque.

io – Come accennavo, nemmeno io sono acriticamente a favore della conservazione a ogni costo, perché la storia è fatta di eventi e movimenti anche violenti. Oggi hanno un senso diverso da prima e domani ne avranno un altro. Il fatto è che si tende a ragionare per vie generali e a evitare le distinzioni, per cui se sei contro la violenza e la distruzione, devi esserlo sempre e in ogni caso. Ma anche nel momento più polemico si può pensare a modi diversi di costruire una memoria diversa: in opposizione a quella di Montanelli, se ne potrebbe piazzare una simboleggiante Destà dall’altra parte, con una bella targa che spieghi tutto. Io credo che chi ha deciso per la statua a Montanelli debba trovare altri argomenti per celebrarlo, anziché giustificare tutta la sua vita, come se non avesse nulla di cui vergognarsi; ammettere che il giovane fascista fece una porcata e concentrarsi sul resto della sua vita, contribuirebbe forse a togliere legna dal fuoco e a spostare il punto su una memoria dell’uomo che non si risolva solo ed unicamente su quella storia. Insomma, la statua gliela hanno fatta perché? Era loro amico perché? Era loro maestro perché? Poi possiamo continuare a discordare, ma non staremmo a opinare l’inopinabile. Sono d’accordo, poi, che la tragedia di Palmira (col barbaro assassinio di Khaled al-Asaad, che invece meriterebbe in pieno un monumento) sia un paragone insensato e volgare.

[Una nota in conclusione, che c’entra poco ma voglio riportarla: l’importanza dei colonizzatori nella storia dei paesi coinvolti, cui accenno in una delle prime risposte, la intendo, per così dire, al di là del bene e del male; su Colombo, anche prima che si cominciasse a vandalizzarne i monumenti, c’è un’opinione per cui non dovrebbe essere ricordato lui quale “scopritore” delle americhe, bensì vari altri personaggi tra vichinghi e altri nordeuropei, o di altri paesi di cui si hanno comunque prove. Ma qui sta il punto: chi ha cambiato la storia? Chi, con i suoi viaggi, ha reso possibile la scoperta/conquista? Chi ha cambiato per sempre la visione del mondo e le vite di milioni di persone? Ecco perché, secondo me, non si tratta solo di giudicare la storia col metro odierno, seppur condannando cose orribili. Ecco perché, ricontestualizzando e avviando nuove costruzioni memoriali, è importante mantenere i monumenti.]


Le rivoluzioni del 1917

L’anno scorso si è commemorato il centesimo anniversario della Rivoluzione russa. Avevo pubblicato alcuni appunti di studio per ripercorrere l’evoluzione delle idee che hanno accompagnato i moti rivoluzionari attraverso tutto l’Ottocento e gli inizi del Novecento, passando dal populismo (da intendersi in un’accezione diversa da quella attuale) al marxismo e alla formazione dei gruppi più importanti. Oggi, a un anno di distanza, voglio ripercorrere proprio gli eventi del 1917. In ogni caso, per una minuziosa ricostruzione storico-politica degli eventi rivoluzionari dal Febbraio all’Ottobre, dalla prospettiva personale di protagonista degli eventi, si veda: Trotsky L. D., Storia della Rivoluzione russa, Newton&Compton, Roma 1994. Per uno studio generale recente, consiglio: A. Salomoni, Lenin e la Rivoluzione russa, Giunti, 1998.

Le rivoluzioni del 1917 scoppiano in un quadro di crisi resa irreversibile dalla Grande guerra. La decisione dell’Impero russo di entrare in guerra, tra l’altro al fianco di potenze liberali quali la Francia e il Regno Unito, contro gli Imperi autocratici prussiano e austro-ungarico, è dettata da interessi commerciali e geopolitici della stessa entità di quelli che avevano spinto alla guerra contro il Giappone. Dello stesso livello, se non peggiore, sono però anche le forze armate, che sin dai primi mesi di conflitto si rivelano impreparate e inefficienti. Una eclatante successione di sconfitte, con perdite enormi tra morti e feriti, oltre a deficienze gravi nell’equipaggiamento e approvvigionamento dei soldati, porta nel giro di due anni alla quasi totale dissoluzione dell’esercito. Nel 1916 la tensione sociale è in costante aumento, il divario tra le città e le campagne cresce ed è aggravato dall’ostilità tra operai e contadini, mentre l’inflazione è fuori controllo; la situazione disastrosa al fronte, dove i tedeschi continuano a conquistare vaste regioni, spinge la popolazione a schierarsi contro la guerra con proteste e scioperi sempre più frequenti, che il governo reprime brutalmente. La crisi del sistema di controllo statale diventa lampante quando iniziano a verificarsi defezioni nella polizia e nell’esercito, con i soldati che si rifiutano in varie occasioni di sparare sui manifestanti. Continua a leggere


L’educazione atea nel Rapporto Ilitchev

rapporto ilitchev

Tempo fa, l’UAAR aveva pubblicato un articolo sul blog di MicroMega intitolato “Il Fatto separato dai fatti”, in cui si lamentava per le dabbenaggini scritte da uno dei collaboratori sul loro festival laico e umanistico, organizzato per la settimana successiva; in entrambi gli articoli si faceva riferimento a un certo “rapporto Ilitchev”, uscito in Unione Sovietica per dare un programma coerente alla diffusione dell’ateismo in seno al popolo. Io avevo già trovato, per puro caso e senza saperne nulla, il testo in una vecchia edizione su eBay, inserendolo nella lista dei desideri; dopo averlo visto citato negli articoli della discordia, mi sono deciso a comprarlo per capire cos’è esattamente.

Riferimento bibliografico: L’educazione atea. Rapporto Ilitchev alla Commissione Ideologica del P.C.U.S. Testo e commento, Edizione «Orientamenti sociali» ICAS, con premessa di M. Puccinelli e commento di V. Rovigatti, collana “Studi e documenti”, Roma 1964. [l’immagine qui sopra è un particolare della copertina]

 

Che cos’è il Rapporto Ilitchev

IlicioffTrovare notizie in merito è stato davvero poco semplice, per la scarsità di fonti (e di interesse) sul tema; alcune cose lo ho tradotte con Google Translator da pagine russe. Il Rapporto Ilitchev alla Commissione ideologica del PCUS, presentato come «Attività per rafforzare l’educazione ateistica della popolazione» nella riunione a Mosca del 25 novembre 1963, fu pubblicato nel gennaio seguente e ripreso dalla stampa internazionale con un certo clamore, soprattutto dalle associazioni cattoliche. Fu redatto da Leonid Fëdorovič Il’ičëv (pron. “ilicioff“), giornalista, ideologo e scrittore, che tra il 1961 e il 1965 fu Presidente della Commissione ideologica e Segretario del Comitato centrale (una carica assunta assieme ad altri membri nel periodo di gestione collegiale del potere).

Questo scritto apparve al culmine di una vasta campagna antireligiosa promossa da Krusciov tra il 1958 e il 1964; tratta fondamentalmente dell’estensione di un’educazione ateistica a ogni livello della società sovietica, non solo a scuola, partendo dalla premessa dell’insufficienza della propaganda contro i culti e le sette religiose adottata in URSS fino a quel momento. In Italia, la prima edizione fu curata da una rivista cattolica che accompagnò la traduzione dal francese del testo con un commento fortemente polemico sui pericoli dell’azione comunista attraverso il PCI, considerato mera estensione del PCUS. La paura di fondo era di una inedita campagna per l’ateismo in Italia, condotta attraverso l’insegnamento scolastico improntato al materialismo scientifico e alla propaganda ideologica su tutti i fronti.

Il Rapporto è un testo piuttosto interessante, sia come un documento storico sulla politica culturale e la cultura politicizzata sovietiche, sia in merito alla relazione tra educazione e principi religiosi o ideologici. Dal punto di vista storico, questo Rapporto segna il momento culminante della repressione dei credenti in Unione Sovietica, dopo alcuni anni di relativa libertà, nel dopoguerra, che avevano spinto a un graduale ritorno della Chiesa sulla scena sociale. La necessità di mantenere alto l’impegno ideologico dei cittadini, soprattutto grazie ai successi del regime in campo scientifico, giustificava il rafforzamento dell’educazione nei termini di una profonda estensione del concetto scientifico del mondo nella cultura del popolo. Ciò si accompagnava, naturalmente, a forme di repressione e propaganda tipiche del regime, sempre più dure e persino violente. Continua a leggere


Il profeta odiato

Trotsky 2Lev Trotsky è stato uno degli uomini più odiati al mondo. Non come dittatori o terroristi ben noti, non come figura diabolica su cui il biasimo è unanime. Molti non lo ricordano nemmeno, eppure ha fatto parte di quelle piccole minoranze di persone che, per essersi trovate dal lato perdente di una fazione perennemente in conflitto, hanno finito per essere contro tutto e tutti. E per questo non hanno avuto pace né speranza, finendo con l’essere odiate in ogni caso, da qualunque punto di vista, anche quando non hanno potuto far nulla di cui essere accusati.

Trotsky è stato un personaggio storico di enorme importanza, nonché di grandissima levatura intellettuale e politica. Assieme a Lenin e agli altri bolscevichi, è stato fautore della Rivoluzione d’Ottobre, organizzatore dell’Armata Rossa e uno dei teorici marxisti più fecondi del Novecento. Tra le sue responsabilità, soprattutto durante la guerra civile, c’è la repressione della rivolta di Kronstadt, un episodio terribile che basterebbe a screditare il fondamento rivoluzionario bolscevico, ma che in quel momento era stato ritenuto “necessario” e non sarebbe stato mai rinnegato in seguito. Il ruolo effettivo di Trotsky non è del tutto chiaro, ma essendo lui il firmatario dell’ultimatum dato ai marinai di Kronstadt, è coinvolto nella responsabilità dell’evento. Più in generale, è alla sua figura che i controrivoluzionari fanno riferimento come incarnazione demoniaca del Terrore rosso, di cui fu comunque uno degli organizzatori. Continua a leggere


Centenario della Rivoluzione d’Ottobre

100 1917 2017


A sinistra di che?

Di recente, la rediviva Unità ha ospitato un dibattito sul mantenimento del nome di Gramsci nella testata. Qualcuno ha proposto di eliminarlo, ma stranamente non si tratta di una fazione di moderati poco inclini a tenersi Gramsci come riferimento culturale: al contrario, sono stati alcuni comunisti a sottolineare la distanza politica enorme tra il PD, di cui l’Unità è ora l’organo, e il pensiero di Antonio Gramsci, fondatore insieme a Togliatti e altri del Partito Comunista Italiano (di cui il Partito Democratico è solo in parte, e sempre meno, erede). Tutto sembra essere partito da un tweet di Fassina, contro un titolo del giornale dal sapore renziano. Chi non è d’accordo con questa proposta, sostiene che Gramsci, in quanto intellettuale italiano, appartiene a tutti, e anche al di là del fatto incontestabile che il giornale fu da lui fondato nel 1924, è giusto e persino necessario che il suo nome figuri sulla testata, perché il suo pensiero non è di proprietà esclusiva di una parte politica. In pratica, Gramsci appartiene a tutta la sinistra, anche a quella moderata, anzi alla cultura italiana in generale. I detrattori però sottolineano che probabilmente il compagno Gramsci si dissocerebbe dal PD e quindi dalla linea assunta dal suo organo di stampa; Gramsci fu sempre “partigiano”, politicamente intransigente, avverso all’indifferenza e autore di acutissime analisi storiche e sociali da un punto di vista di classe. Continua a leggere


la Grande Guerra

Oggi è il centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale, anche detta “Grande Guerra”. La prima vera guerra moderna, uno scontro titanico che dall’Europa si allargò a tutto il mondo e segnò l’inizio del periodo più terribile della Storia, che secondo alcuni storici si è concluso solo con la fine della Seconda guerra mondiale, e l’inizio della guerra fredda. In effetti, tutto ciò che è venuto dopo è stato conseguenza della Grande Guerra: il Trattato di Versailles umiliò tanto la Germania sconfitta da favorire la nascita del nazionalismo nazista; la mancata promessa di territori all’Italia vittoriosa fu uno degli argomenti del primo fascismo; il rientro di Lenin in Russia aiutò lo scoppio della Rivoluzione bolscevica; la crisi politico-economica degli sconfitti rese deboli e fragili gli esperimenti democratici come la Repubblica di Weimar; la portata e le difficoltà dei combattimenti, soprattutto in trincea, diede la spinta fatale verso l’industrializzazione della guerra, l’invenzione di macchine e armi sempre più letali. Si tratta di una visione possibile a posteriori, quella di un unico arco di guerra con una “pausa” nel mezzo, come una nuova Guerra dei Trent’anni; tuttavia la premessa costituita dalla PGM fu fondamentale per lo sviluppo successivo degli eventi, perciò si può ragionevolmente ritenere che, fuori da ogni logica di inevitabilità storica, senza la Grande Guerra ci sarebbero ancora oggi gli imperi centrali.

Fu anche una guerra come non se ne erano mai viste: un massacro senza senso, peggiore, se possibile, delle guerre precedenti, soprattutto per la stagnazione nelle trincee, dove morivano a migliaia per conquistare qualche centinaio di metri. E l’uso del gas velenoso per uccidere il nemico nelle stesse trincee fu un altro lugubre presagio. Inoltre, i principali personaggi protagonisti della storia successiva si formarono proprio nella guerra, dai soldati Hitler e Mussolini allo stratega Churchill. Per l’Italia il conflitto iniziò nel 1915, con la promessa di nuovi territori a nord; alla fine del conflitto fu tra le potenze vincitrici, ma dopo gli accordi del Trattato di Versailles, quella promessa non fu mantenuta e i soldati italiani, in pratica, combatterono e morirono per niente. Il risentimento fu grande, come in Germania, costretta a un risarcimento alla Francia più che centenario, per i danni di guerra. La crisi di Wall Street del 1929 gettò benzina sul fuoco.

Ma il discorso è veramente lungo. Qui, oggi, voglio solo ricordare una data che fu anche un punto di non ritorno, l’inizio del “secolo breve” di Hobsbawm, la premessa a tutto il XX secolo e alle sue conseguenze, che viviamo sulla nostra pelle.

Aggiornamento 2016 – Voglio aggiungere la struggente 1916, dei Motorhead, sull’orrore della guerra.

16 years old when I went to the war,
To fight for a land fit for heroes,
God on my side, and a gun in my hand,
Chasing my days down to zero,
And I marched and I fought and I bled and I died,
And I never did get any older,
But I knew at the time that a year in the line,
Is a long enough life for a soldier,
We all volunteered, and we wrote down our names,
And we added two years to our ages,
Eager for life and ahead of the game,
Ready for history’s pages,
And we brawled and we fought and we whored ‘til we stood,
Ten thousand shoulder to shoulder,
A thirst for the Hun, we were food for the gun,
And that’s what you are when you’re soldiers,

I heard my friend cry, and he sank to his knees,
Coughing blood as he screamed for his mother,
And I fell by his side, and that’s how we died,
Clinging like kids to each other,
And I lay in the mud and the guts and the blood,
And I wept as his body grew colder,
And I called for my mother and she never came,
Though it wasn’t my fault and I wasn’t to blame,
The day not half over and ten thousand slain,
And now there’s nobody remembers our names,
And that’s how it is for a soldier.


Parallelismi storici: la Rivoluzione russa e quella francese

Trotsky Lenin Kamenev

Trotsky, Lenin e Kamenev, tra i maggiori fautori della Rivoluzione d’Ottobre

I bolscevichi, primo fra tutti Trotsky, amavano comparare la propria Rivoluzione con quella francese del 1789. In effetti le similitudini sono molte, a cominciare dalla storia: la Russia di inizio Novecento era retta da una monarchia assoluta, come la Francia di fine Settecento; aveva tentato invano di darsi un assetto parlamentare con la Duma, fallita grazie a quel tipo di potere oppressivo che anche in Francia aveva svilito l’importanza degli Stati Generali; aveva ancora un’economia di tipo feudale, fortemente agricola, nonostante la presenza di poli industriali moderni in alcune grandi città. Era cioé un Paese molto arretrato rispetto al resto d’Europa e vi erano le condizioni per una rivoluzione “vecchio stile”, con scontri di piazza, barricate e assalti, laddove in altre situazioni europee era impensabile (come già constatava nel 1895 Friedrich Engels). Continua a leggere