Populismo e rivoluzione in Russia nel secolo XIX

La rivoluzione in Russia non è scoppiata all’improvviso, nel 1917, con le sue straordinarie conseguenze sul mondo moderno. Piuttosto, è stata una costante degli ultimi duecento anni, come del resto in tutta Europa. Il populismo è stato il motore della rivoluzione russa nell’Ottocento, ben prima che il marxismo acquisisse una qualche importanza; gli intellettuali cominciano a interpretare la realtà dell’Impero degli Zar e, dalle più diverse posizioni, giungono all’idea di dover cambiare lo stato di cose. In linea generale, si tratta di un movimento che fa appello allo spirito del popolo per creare una comunità coesa, giusta, “socialista” nel senso che si dava a questa parola prima del materialismo storico. Di seguito, appunti per un excursus.

L’Impero russo, rispetto agli Stati europei all’inizio del XIX secolo, si basa ancora sul sistema feudale, conservando l’istituto della servitù della gleba. Nel Settecento vi erano stati significativi sforzi di modernizzazione della cultura e delle istituzioni grazie a regnanti quali Pietro il Grande e Caterina II, con il “trapianto” di idee dall’Europa occidentale: la nascita del pensiero filosofico in Russia si attesta con l’arrivo dall’estero di discepoli del razionalismo tedesco e dell’illuminismo francese, che influenzano profondamente la formazione della futura intelligencija. Temi quali la condizione contadina, la natura dell’autocrazia zarista e la definizione della spiritualità del popolo russo si sviluppano in correnti di pensiero che, nel corso dell’Ottocento, arricchendosi dell’idealismo di Schelling e Hegel, caratterizzeranno la fondamentale tensione riformatrice del populismo.

Tuttavia la società soffre ancora di arretratezza, la cultura è ancora appannaggio delle élite, e la solidità politica dello zarismo rende inutile qualsiasi discorso concreto di riforma. L’organizzazione sociale si può schematizzare, semplificando, nella piramide aristocrazia-funzionari-contadini, dove la prima è composta da grandi proprietari terrieri, da intellettuali di varia estrazione e da ufficiali dell’esercito, la seconda dalla vasta rete di burocrati che costituiscono l’ossatura dell’apparato statale zarista, e la terza è l’immensa classe lavoratrice, largamente analfabeta, spesso in condizioni di estrema povertà e, naturalmente, del tutto priva di rappresentanza. L’influenza delle idee occidentali è perciò ristretta alla cerchia delle persone istruite e, tra queste, gli ufficiali dell’esercito si rendono presto conto che la modernizzazione del Paese è un problema di estrema urgenza.

Nascono così alcune società segrete in varie parti dell’Impero, i cui membri convergono sull’obiettivo comune di realizzare una liberalizzazione della politica e dell’economia russe, con l’abolizione della servitù della gleba e l’indipendenza da influenze straniere sia esterne (gli europei alleati dello Zar) che interne (gli stranieri occupanti alte cariche dello Stato); divergono però su modi e dinamiche: una parte intende trasformare l’autocrazia zarista in monarchia costituzionale con decentralizzazione del potere, l’altra propone la svolta verso una repubblica parlamentare in cui, al contrario, i poteri si accentrino. Queste divergenze non cambiano però il piano di fondo, detronizzare lo Zar e attuare il cambiamento radicale attraverso la rivolta violenta, considerata l’unica via possibile per la trasformazione. Continua a leggere

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Centenario della Rivoluzione d’Ottobre

100 1917 2017


Questioni di genere, in genere

220px-womanpower_logoI recenti scandali di Cosby e Weinstein, con la campagna “quellavoltache” e l’esternazione di storie terribili di molestie riversate sui social, mi spingono a rispolverare alcune considerazioni su temi di genere che mi sono ronzate in testa negli ultimi anni. Con una piccola premessa – quando un uomo prova a parlare di questioni di genere, campo spinoso per ovvi motivi, rischia spesso di passare per maschilista o addirittura reazionario. Io davvero non vorrei essere frainteso, ma se quel che scriverò di seguito darà l’impressione di essere in qualche modo sessista… beh, pazienza, non era mia intenzione. Sono solo considerazioni buttate un po’ lì, prendetele dunque alla leggera.

Femminicidio: preambolo non tanto sul concetto, quanto sulla parola

Io non ho intenzione di usarla, perché la trovo una parola orrenda. C’è chi la ritiene un’invenzione delle femministe, ma è inesatto. Non è nemmeno un neologismo, se le prime origini sono state rintracciate nell’inglese femicide, in uso dal XIX secolo. Il concetto indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo, con motivazione basilarmente sessista: uccisa in quanto donna. In questo senso, pur non rappresentando una fattispecie giuridica (ossia, è un omicidio, come gli altri), si tratta di un tipo di delitto specifico come l’uxoricidio, il matricidio o l’infanticidio; la differenza è che questi ultimi sono riconosciuti come aggravanti nel nostro diritto penale, dovute alla particolare ripugnanza sociale suscitata da queste forme di morte violenta. La proposta di inserire nel codice penale il reato di femminicidio prende le mosse anche da questo punto. Perché l’uccisione di una donna in quanto tale debba configurarsi come ulteriore aggravante è oggetto di discussione, un punto fondamentale del “dibattito” (se così si può definire il mare di ciance in merito) degli ultimi anni, quindi è una questione culturale. Utile sarebbe provare a cominciare dalle origini effettive del dominio maschile nelle società lungo il corso della storia, per esempio con l’interessante libricino di Pierre Bordieu Il dominio maschile. Restando però sull’uso di tale parola, ribadisco che per me è un termine cacofonico, brutto da pronunciare, da sentire e da scrivere. Non la ho mai usata, né la userò mai in questo blog. Come sarà più chiaro in seguito, oltretutto, io preferisco parlare sempre e comunque di omicidio, un termine generico più che sufficiente a esprimere la violenza della soppressione della vita di una persona.

Quote rosa. Umilianti o necessarie?

La cosa ha vari aspetti da considerare.

Da un lato c’è l’ideale degradazione della donna a “specie protetta”, che non può farcela da sola nella conquista dei suoi spazi e deve essere aiutata dall’uomo. Cioè, finisce con l’essere una sottile discriminazione che, assicurando un posto alle donne nella vita politica, ne ammette implicitamente le minori capacità di lavoro. Ma questo è un aspetto in fondo secondario e forse moralistico.

Da un altro, così come possono essere umilianti, sono altrettanto utili laddove una naturale propensione alla mobilità sociale e politica non favorisce mai le donne quanto gli uomini. In questo senso sono davvero una garanzia e un obbligo a non premiare solo ed unicamente gli uomini. In Italia, nonostante una lunga presenza femminista e una situazione certo migliore rispetto a paesi molto più severamente sessisti (cioè adottanti leggi sessiste), il dominio maschile è comunque presente in altre forme, talvolta squallide, talvolta sottili ma pressanti. E’ meglio avere le quote rosa per pararsi il culo o far finta che le discriminazioni non ci siano?

Da un altro lato ancora, la questione riguarda il senso di questa operazione: se negare alcune possibilità di lavoro ad una donna solo perché di sesso femminile è un’odiosa e stupida discriminazione, non sarebbe altrettanto sciocco obbligare un partito o un’azienda o una qualsiasi organizzazione a promuovere una donna solo in virtù del suo sesso? Se una persona è valida nel suo lavoro e si dimostra competente, deve avere le sue possibilità al di là di ogni distinzione, giusto? E allora, perché imporre una percentuale di donne in ogni organizzazione, a rischio di dover promuovere per forza una donna incompetente solo perché è donna? Cosa cambierebbe tutto ciò dalla situazione attuale, per cui tante volte viene promosso un uomo anche terribilmente idiota, solo perché è uomo, mentre una donna che sa fare il suo lavoro viene tenuta in basso?

Il problema vero è evitare approcci sessisti: nessuno potrà mai convincermi che una donna è più brava e capace di un uomo, o lo è di meno, unicamente in virtù del suo esser femmina. Le capacità sono sempre individuali, quindi dovrebbe essere preso in considerazione l’individuo in sé. Solo quando le gerarchizzazioni delle differenze di genere saranno messe da parte e si guarderà alla persona, ci sarà davvero parità tra uomini e donne. Dunque, in merito alle quote per le donne, sono ancora confuso e in dubbio, essendoci aspetti positivi e negativi da valutare approfonditamente; propendo però per il no, e per l’educazione al rispetto di genere.

Problemi della retorica “femminista” Continua a leggere


Cinquant’anni dopo

Oggi è il cinquantesimo anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara. Il suo mito ha forse superato la sua realtà di uomo, trasformandolo in una icona ideale che rischia di mascherare, almeno in parte, la concretezza della sua azione. D’altra parte, come sempre in questi casi (a maggior ragione con i miti radicali della sinistra), la ricerca dell’uomo dietro il mito dà adito al processo contrario, la demonizzazione della figura in cui si concentrano nefandezze e incongruenze, offuscando ancora una volta la realtà. Io dico che senza persone come Guevara, senza radicali che uniscano passione e realismo, non si conoscerebbero i propri limiti, l’estensione delle proprie idee e del proprio campo di azioni. Accanto a questo, è necessario fare un lavoro di presa di coscienza sulla realtà del mito e comprenderne la collocazione storica e culturale, per poterlo valutare. Guevara agì in un mondo di forti contrapposizioni, dominato dallo scontro tra modelli di organizzazione sociale e produttiva a prima vista inconciliabili, in particolare nell’America Latina, dove all’iniquità economica si accompagnava spesso la brutalità del potere politico, rendendo impossibile lottare pacificamente. Per questo bisogna comprendere che la violenza era una caratteristica fondamentale e imprescindibile della lotta rivoluzionaria, così come della repressione controrivoluzionaria. E che la rivoluzione aveva un significato molto più concreto e profondo di oggi, era non solo una speranza in un “altro mondo possibile”, ma soprattutto il tentativo di realizzazione di forme effettive di governo e organizzazione sociale diverse, improntate a progetti politici definiti. Certo, ascoltando alcuni discorsi o leggendo alcuni scritti proprio di Guevara, si notano toni visionari e persino messianici, immagini della politica mondiale che riprendono il dualismo tra Bene e Male, con una conseguente intransigenza che oggi non ha più molto senso. Però è questo il punto: oggi forse no, ieri invece sì, perché non era un’epoca di mezze misure. Nel suo tempo, Che Guevara è stato ciò che serviva al mondo per definire sé stesso. La sua morte lo ha trasformato in un mito per generazioni. Cinquant’anni dopo, rimane un esempio, positivo o negativo che sia, di dove può arrivare una persona che creda fermamente nell’unione di teoria e pratica per cambiare le cose.


Robert Rodriguez, the fan

[the following is a translation of this older article]

The more I see movies by Robert Rodriguez, the more I believe that his work is not “original”, but the constant tribute of a fan to his favorite genres and directors. Rodriguez the fan, the passionate movie maker who searches for the emotions of his dreaming young self; I may be wrong, but  an example, from my point of view, is recognizable in Predators, third installment of the saga started in 1987 with that milestone of the action genre by John McTiernann, starring Schwarzenegger, and a good sequel in 1993, starring Glover. Rodriguez, who was going to be the director, is actually “just” the producer, but many elements of the movie are clearly an homage to the first movie: the jungle set, the prey building traps, even the end titles on Little Richard’s Long Tall Sally.

A more accurate example is the interesting experiment of Sin City. Rodrigue himself stated that he do not wanted to make a cinematic adaptation of the comic books by Miller, transporting instead the comic on the screen as it is. The complete title is in fact Frank Miller’s Sin City, not a “version” made by Rodriguez; the effort to translate almost every scene in the same visual aspect of the comic book, with strong black-and-white contrast and use of lights and shadows to express not only the atmosphere of noir movies of the Forties, but also the turbulent emotions of the characters, is a worth effort. Rodriguez knew it was the only way to make a movie out of a comic where the story is told by graphic even more than by text.

In the latter years, many movies are reprising the B-movie style, mostly due to the contribution of Rodriguez with his Planet Terror and Machete, combining the visual imperfections of exploitation movies from the Seventies and the Eighties with modern day special effects. Rodriguez’s cooperation with Tarantino on the “double feature” Grindhouse (filming Death Proof in the same manner) boosted the renewed interest for this genre; their collaboration, dating back to Desperado, is now a simbiosis: Machete itself came out of a series of fake trailers they made for Grindhouse.

From this point of view, maybe the most original movie filmed by Rodriguez is his first one, El Mariachi. This is not a negative point, indeed it confirms how early he setted the basis for his own cinema, a very personal interpretation of his passions. Because the first glimpse of Rodriguez’s career dates back to a 12-year-old boy who, watching John Carpenter’s Escape from New York, said to a friend “I will do that. I’m gonna make movies” (source: IMDB). By the way, did I mention the fact that Robert Rodriguez plays his own music in his movies, just like Carpenter?


Dieci libri e quindici film per una catena

Una famigerata catena, ma carina. O meglio, due catene, una per i libri, l’altra per i film.

Nel tuo stato elenca 10 libri che sono rimasti con te. Non metterci più di una manciata di minuti e non pensarci troppo. Non devono essere libri giusti o grandi capolavori della letteratura, ma solo libri che ti hanno colpito.

Il punto è che io leggo quasi solo classici, di vario genere, però qualcosa di diverso c’è. Devo ammettere di non essere riuscito a non pensarci, perché era davvero difficile operare una selezione: forse farei prima a dire quali libri NON mi hanno colpito.

  • R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston (uscire dal proprio ambiente, scoprire cose nuove, automigliorarsi e realizzarsi, sono cose che cerco ancora oggi, anche se non sempre ho il coraggio di affrontarle)
  • A. Hyde, Le acque di Formosa (il mio primo thriller, un romanzo avvincente che è diventato subito un film nella mia testa)
  • R. Kipling, Il libro della giungla (ha delle atmosfere bellissime, mi ha fatto viaggiare lontano)
  • K.Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista (sorprendente, mi ha smontato la visione ideologica del comunismo e insegnato a comprendere sul serio la realtà socio-politica che mi circonda)
  • H.P. Lovecraft, The Commonplace Book (ossia il “taccuino”, primo approccio al Solitario di Providence, lo comprai per approfittarne e rubargli le idee! Ma mi suggestionò tantissimo e presi tutto il resto)
  • U. Eco, Il nome della rosa (non credevo che un romanzo precursore di tanti thriller a basso costo potesse invece essere una fonte inesauribile di informazioni, ho goduto e studiato allo stesso tempo)
  • G. Orwell, 1984 (spaventoso, inquietante e soffocante, ma quel che è peggio, un’anticipazione del mondo odierno)
  • H. Hesse, Siddharta (è stato il romanzo giusto al momento giusto)
  • G. Rocca, Stalin. Quel “meraviglioso georgiano” (la prima biografia che ho letto; è molto ben scritta e tiene in conto le lotte politiche interne ai bolscevichi, a differenza di un papavero come R. Conquest che si concentra solo sulla brutalità delle repressioni)
  • F. Kafka, La metamorfosi (preso dalla curiosità di conoscerne la trama, mi ha aiutato a vedere le cose da prospettive diverse – quella di uno scarafaggio gigante in famiglia è decisamente diversa – e a non trascurare l’empatia)

Menzione speciale per Jurassic Park di M. Crichton, il più avvincente thriller che abbia mai letto; ma visto che dovevo scegliere, a parità di genere ho preferito inserire quello di Hyde, per questioni affettive.
Poi La guerra dei mondi di H.G. Wells, la biografia di Marx scritta da F. Wheen, e Bukowski, Verne, Poe… uufff, troppi, troppi.

 

15 film in 15 minuti per 15 amici [da disturbo ossessivo-compulsivo!]
Regole: Non ci sono regole. Quindici minuti a disposizione per elencare film che ti hanno influenzato e ti saranno sempre cari. [ma non aveva detto che non ci sono regole?]
  • Ottobre (Ejzenštejn)
  • La corazzata Potëmkin (Ejzenštejn)
  • Orizzonti di gloria (Kubrick)
  • Full Metal Jacket (Kubrick)
  • Shining  (Kubrick)
  • Dr. Strangelove (Kubrick)
  • Predator (McTiernan)
  • Danko (Hill)
  • Terminator (Cameron)
  • Robocop (Verhoeven)
  • Total Recall (Verhoeven)
  • Reservoir Dogs (Tarantino)
  • Pulp Fiction (Tarantino)
  • Sin City (Rodriguez)
  • Taxi Driver (Scorsese)
  • Conan il Barbaro (Milius)
  • Il Seme della Follia (Carpenter)
  • Essi vivono (Carpenter)
  • La Cosa (Carpenter)
  • Grosso guaio a Chinatown (Carpenter)
  • Il Settimo Sigillo (Bergman)
  • Excalibur (Boorman)
  • The Blues Brothers (Landis) 
  • Good Bye, Lenin! (Becker)
  • Il Grande Lebowsky (fratelli Coen)

Ne aggiungo altri che non posso non nominare, non volendo sacrificare nessuno nella lista sopra:

  • Hoffa: santo o mafioso? (DeVito)
  • Brancaleone alle crociate (Monicelli)
  • I Picari (Monicelli)  
  • Gojira [Godzilla] (Honda)
  • Fight Club (Fincher)
  • K19 (Bigelow)
  • Fantozzi (Salce)
  • The Punisher (Goldblatt)
  • Il Buono, il Brutto, il Cattivo (Leone)
  • Giù la testa! (Leone)
  • Bianco, Rosso e Verdone (Leone)
  • Rocky IV (Stallone)
  • Alba Rossa (Milius)
  • La Caduta di Berlino (Chiaureli)
  • La notte dei morti viventi (Romero)
  • Zombi – Dawn of the dead (Romero)
  • Venerdì 13 Parte VI: Jason vive (McLoughlin)
  • Batman (Burton)
  • Il pianeta delle scimmie (Schaffner)
  • 20000 leghe sotto i mari (Fleischer)

Hexen Intro

The following text is the introduction to the game “Hexen”, in the PS1 version (see the video above). I listened to it so many times, I tried to write it down. Then I found the correct text on the internet and checked it. Here are my draft and the actual text, with my errors and voids in evidence.

My draft:

«Suspended within the fabric of Time and Space lies the Realm of the Chaos Sphere. […] the Serpent Riders, masters of the Sphere, have traveled the dimensions sowing (?) destruction. D’Sparil is dead. Korax, the second Rider, traveled to another world: the world of Hexen. Hexen, a world where […] has spawned corruption. Three powers rule as one in unholy trinity […]: the warlord Zedek, high captain of the Legion, he was judge and jury to all the people of Hexen; Traductus of the Church, holds their souls in captivity; and Menelkir, the sacrum master of the Arcanum, […] to spread fear and weakness among all their subjects. […] Today they will trade their […] powers with Korax […]. From the ranks of corruption, three heroes emerged […]: the destruction of the masters they once served. Their names will become a thing of legend. Baratus, Daedolon and Parias, must heal the world of Hexen for all time. […]».

Actual text:

«Suspended within the fabric of time and space lies the realm of the Chaos Sphere. For eons the Serpent Riders, masters of the sphere, have travelled the dimensions sowing destruction. D’Sparil is dead. Korax, the second rider, threatens another world: the world of Hexen. Hexen, a world where magic’s legacy has spawned corruption. Three powers rule as one unholy trinity, each led by a single man. The warlord Zedek, High Captain of the Legion is both judge and jury to all the peoples of Hexen. Traductus of the Church holds their souls in captivity… and Menelkir, the subtle master of the arcane, weaves his unholy magic to spread fear and weakness amongst all of their subjects. Restless in an uneasy alliance, these twisted leaders rule a twisted land, crushing absolutely all who would dare to oppose them. Today they will trade their worldly power with Korak for the dark gift of un-life and a mastery of forces more terrible than even their depraved minds could ever imagine. From the ranks of corruption, three heroes emerged, fighting for a single course: the destruction of the masters they once served. Their names will become a thing of legend. Baratus, Daedolon and Parias must heal the world of Hexen, for all time. The world must undergo a testing. A journey must begin.»