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Nel centenario della morte di Theodore Roosevelt, voglio omaggiare il mio conservatore preferito con questa battaglia rap contro Winston Churchill, un altro conservatore che mi piace. Un giorno approfondirò la cosa.

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Note sull’educazione nei regimi totalitari

libro e moschetto

Nel sistema fortemente strutturato dei totalitarismi, l’educazione fu un mezzo di enorme importanza per la formazione del cittadino-modello. L’educazione totalitaria annullava i diritti e le aperture democratiche, subordinava i bisogni individuali a quelli del regime e si estendeva oltre la scuola, per organizzare anche il tempo libero degli studenti. Lo Stato, che con l’avvento della società di massa aveva assunto un ruolo guida nell’organizzazione delle società moderne, nei regimi totalitari venne esaltato ed esasperato nelle sue qualità (e quindi anche nei suoi limiti) come apparato unificante del pensiero e dell’azione; l’educazione e le pratiche pedagogiche divennero perciò tutt’uno con i programmi di sviluppo economico, politico e sociale, portando la pianificazione nazionale a livelli mai raggiunti prima a cavallo tra XIX e XX secolo. In questo ambito, l’attenzione al tempo libero come momento di educazione e indottrinamento ulteriore, costituì uno dei punti più originali, ancorché coercitivi, della formazione extrascolastica totalitaria.

Tuttavia, è bene non scadere in comparazioni superficiali. I tre principali totalitarismi europei, ossia fascismo, nazismo e stalinismo, presentano non solo punti in comune, come ci si aspetterebbe, ma anche differenze piuttosto importanti. Continua a leggere


Aforismi a buon mercato, vol. 7

Aforismi 51 – 61

Sommario

  • L’originale imitato da tutti
  • Complimenti per la coerenza
  • Nun te reggae più
  • Quattro punti consequenziali
  • La questione della metafisica
  • Gentilianamente
  • Filosofi oggi?
  • Caducità della conoscenza e della tecnologia
  • Attualità e inattualità di un’opera
  • Stimolato da Furio Jesi
  • Sì però a sinistra?

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Magico numero

Sette mari, sette peccati capitali, sette nani, sette piani, sette stelle di hokuto, sette giorni della settimana, sette anni di blog.

Dicono che ogni sette anni si chiuda un ciclo vitale e se ne apra un altro. Dicono che in antichità il numero sette si usasse anche per indicare quantità indefinite. Dicono che… dicono tante cose. Numerologia, tarocchi, alchimia. Forse è solo disperazione.

Siamo tutti sulla stessa barca, sullo stesso scoglio, in mezzo a un mare di disperazione.

Ora che ci penso, il mio vecchio blog durò proprio sette anni, poi la piattaforma morì.

Vabbè. Alla salute.


Born into This

by Charles Bukowski

 

Born like this
Into this
As the chalk faces smile
As Mrs. Death laughs
As the elevators break
As political landscapes dissolve
As the supermarket bag boy holds a college degree
As the oily fish spit out their oily prey
As the sun is masked
We are
Born like this
Into this
Into these carefully mad wars
Into the sight of broken factory windows of emptiness
Into bars where people no longer speak to each other
Into fist fights that end as shootings and knifings
Born into this
Into hospitals which are so expensive that it’s cheaper to die
Into lawyers who charge so much it’s cheaper to plead guilty
Into a country where the jails are full and the madhouses closed
Into a place where the masses elevate fools into rich heroes
Born into this
Walking and living through this
Dying because of this
Muted because of this
Castrated
Debauched
Disinherited
Because of this
Fooled by this
Used by this
Pissed on by this
Made crazy and sick by this
Made violent
Made inhuman
By this
The heart is blackened
The fingers reach for the throat
The gun
The knife
The bomb
The fingers reach toward an unresponsive god
The fingers reach for the bottle
The pill
The powder
We are born into this sorrowful deadliness
We are born into a government 60 years in debt
That soon will be unable to even pay the interest on that debt
And the banks will burn
Money will be useless
There will be open and unpunished murder in the streets
It will be guns and roving mobs
Land will be useless
Food will become a diminishing return
Nuclear power will be taken over by the many
Explosions will continually shake the earth
Radiated robot men will stalk each other
The rich and the chosen will watch from space platforms
Dante’s Inferno will be made to look like a children’s playground
The sun will not be seen and it will always be night
Trees will die
All vegetation will die
Radiated men will eat the flesh of radiated men
The sea will be poisoned
The lakes and rivers will vanish
Rain will be the new gold
The rotting bodies of men and animals will stink in the dark wind
The last few survivors will be overtaken by new and hideous diseases
And the space platforms will be destroyed by attrition
The petering out of supplies
The natural effect of general decay
And there will be the most beautiful silence never heard
Born out of that.
The sun still hidden there
Awaiting the next chapter.


Le rivoluzioni del 1917

L’anno scorso si è commemorato il centesimo anniversario della Rivoluzione russa. Avevo pubblicato alcuni appunti di studio per ripercorrere l’evoluzione delle idee che hanno accompagnato i moti rivoluzionari attraverso tutto l’Ottocento e gli inizi del Novecento, passando dal populismo (da intendersi in un’accezione diversa da quella attuale) al marxismo e alla formazione dei gruppi più importanti. Oggi, a un anno di distanza, voglio ripercorrere proprio gli eventi del 1917. In ogni caso, per una minuziosa ricostruzione storico-politica degli eventi rivoluzionari dal Febbraio all’Ottobre, dalla prospettiva personale di protagonista degli eventi, si veda: Trotsky L. D., Storia della Rivoluzione russa, Newton&Compton, Roma 1994. Per uno studio generale recente, consiglio: A. Salomoni, Lenin e la Rivoluzione russa, Giunti, 1998.

Le rivoluzioni del 1917 scoppiano in un quadro di crisi resa irreversibile dalla Grande guerra. La decisione dell’Impero russo di entrare in guerra, tra l’altro al fianco di potenze liberali quali la Francia e il Regno Unito, contro gli Imperi autocratici prussiano e austro-ungarico, è dettata da interessi commerciali e geopolitici della stessa entità di quelli che avevano spinto alla guerra contro il Giappone. Dello stesso livello, se non peggiore, sono però anche le forze armate, che sin dai primi mesi di conflitto si rivelano impreparate e inefficienti. Una eclatante successione di sconfitte, con perdite enormi tra morti e feriti, oltre a deficienze gravi nell’equipaggiamento e approvvigionamento dei soldati, porta nel giro di due anni alla quasi totale dissoluzione dell’esercito. Nel 1916 la tensione sociale è in costante aumento, il divario tra le città e le campagne cresce ed è aggravato dall’ostilità tra operai e contadini, mentre l’inflazione è fuori controllo; la situazione disastrosa al fronte, dove i tedeschi continuano a conquistare vaste regioni, spinge la popolazione a schierarsi contro la guerra con proteste e scioperi sempre più frequenti, che il governo reprime brutalmente. La crisi del sistema di controllo statale diventa lampante quando iniziano a verificarsi defezioni nella polizia e nell’esercito, con i soldati che si rifiutano in varie occasioni di sparare sui manifestanti. Continua a leggere


Addenda sugli studi di genere

Nell’articolo Neomarxismi postmoderni e dove trovarli, ho esposto in breve e parzialmente le idee dello psicologo canadese J. Peterson contro l’idea dell’identità sessuale costruita socialmente (qui sopra, un esempio che Peterson contesta). Questa idea, o meglio questo campo di studi, viene spesso definito “teoria del gender” da chi lo avversa (solitamente reazionari di ogni risma), senza però avere la preparazione e le argomentazioni del nuovo guru della destra americana.

Per fare un po’ di chiarezza sulla questione riporto un breve testo, scritto da non so chi su Facebook, che sottolinea i termini esatti riguardo a ciò che fa incazzare reazionari e conservatori, tra i quali Peterson. Ricordo che lo avevo ricopiato un paio di anni fa, quindi immagino si riferisca a qualche polemica di allora. Eccolo:

1) Non esiste un’ideologia gender. Esistono gli studi scientifici di genere. Non sono nati oggi, ma negli anni ’70 e ’80 dalla cultura femminista. Non negano l’esistenza dei generi, ma analizzano l’identità sessuale su un piano multidimensionale:
– sesso biologico, ossia le caratteristiche biologiche e anatomiche (il pene, la vagina) che si hanno alla nascita;
– genere, vale a dire la categoria sociale che definisce il genere maschile e il genere femminile;
– l’identità di genere, se e in che misura ci si percepisce, ci si sente uomini se nati uomini e donne se nate donne;
– ruoli di genere, cioè l’insieme delle aspettative che la società ha sui comportamenti e sugli atteggiamenti che uomini e donne dovrebbero avere per via del loro sesso biologico;
– orientamento sessuale, quindi l’attrazione fisica ed emotiva verso persone persone dello stesso sesso e/o di sesso opposto.

Stabilito questo, gli studi di genere affermano che l’identità di genere degli individui non è determinata dal sesso biologico, ossia dall’organo anatomico che ci si ritrova tra le gambe (la vagina e il pene). Si può essere nati biologicamente maschi, ma avere un’identità femminile (e viceversa): non riconoscere questo, significherebbe negare, per fare un esempio terra-terra, l’esistenza di persone transessuali. Ad essere determinati/influenzati dalla società sono i ruoli di genere che, non a caso, mutano nel corso del tempo e variano a seconda del contesto culturale, religioso e politico a cui si fa riferimento. Si pensi al ruolo delle donne e degli uomini nella società: dalle prime, in passato, ci si aspettava una dedizione totale e totalizzante nei confronti dei figli e delle faccende domestiche; i secondi, al contrario, dovevano occuparsi della carriera, del lavoro. Oggi, questa distinzione si è assottigliata: ad esempio, le donne possono fare carriera e c’è anche maggiore attenzione ai congedi di paternità, per permettere anche agli uomini di occuparsi dei figli. Nel 2015 abbiamo avuto la prima donna italiana nello spazio e nel 2016, forse, avremo la prima presidente donna degli USA (Hillary Clinton). Altri esempi: si può essere donne al 100% giocando a calcio e si può essere maschi alfa indossando pantaloni rosa e praticando danza classica, malgrado le aspettative (i famosi ruoli di genere) della società prevedano altro.

2) Non esiste un fantomatico emendamento «gender» che prevederebbe l’insegnamento della masturbazione. Esiste un emendamento (ddl “buona scuola”, comma 12 dell’articolo 2) che prevede solamente e semplicemente questo: «Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori».

Segnalo inoltre un libro: Judith Butler, Fare e disfare il genere (Mimesis) 2004, di cui il recensore dà questa descrizione:

“Judith Butler è la più celebre filosofa degli studi di genere. L’idea base attorno alla quale ruota il suo lavoro è che il genere sia un processo (il genere è “performativo”), che si crea si disfa in continuazione. Non esiste una forma “normale” del desiderio, che è invece intrinsecamente queer: né eterossesuale né omosessuale né altro, ma in continua mutazione. Proprio perché le categorie di sesso, genere e sessualità necessitano la ripetizione di atti performativi nel tempo, questi hanno una forza normativa, disegnano norme e convenzioni che stabiliscono i confini e le condizioni della nostra vita. Nelle parole della stessa filosofa, «l’Io si ritrova, allo stesso tempo, costituito da norme e dipendente da norme; ciò, tuttavia, non esclude che l’Io possa provare a vivere in modo da mantenere con quelle norme un rapporto critico e trasformativo». Le norme sociali che «strutturano la nostra vita comportano desideri che non si originano da noi», e non sono date una volta per tutte, anzi, è necessario ripeterle e metterle continuamente in scena, per mantenere saldi i loro confini. È anche per questo carattere precario dei generi, quindi, che nasce l’astio per il diverso, che, pur senza danneggiarci direttamente, con la sua semplice presenza ha il potere di mettere in dubbio le nostre certezze. La Butler pone l’identità in un innovativo equilibrio tra natura e cultura, tra l’essere predeterminata e l’essere costruita socialmente. Per la filosofa si tratta di un mutuo feedback tra quel che è definito dal contesto in cui si vive e le proprie scelte: accettare la recita in voga o improvvisare qualcosa di diverso. Un libro importante, anche per ricordare l’innocua mutevolezza e varietà del desiderio erotico.”