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Considerazioni attuali, 2

1 – Su Trump. Il problema non è tanto che sia diventato Presidente. Il problema è che sia stato scelto come candidato repubblicano, che sia arrivato a quel punto. Una volta scelto, le possibilità erano del 50% e anche di più, non solo per l’antipatia che Hilary può suscitare, ma soprattutto perché è normale che dopo otto anni di presidenza democratica, gli americani vogliano cambiare rotta. Ma Trump? Proprio Trump? Emblema dell’antipolitica, è l’espressione dell’America più chiusa e ignorante, più “caciarona” ed egoista. I dubbi sul sistema elettorale, secondo me, sono più pregnanti di quelli sugli hacker russi; in ogni caso Trump è stato votato in massa ed è un segnale drammaticamente forte per la politica occidentale. Questi primi mesi sono forse stati più scandalosi di quanto si potesse immaginare, ma in fin dei conti non dovrebbero sorprendere più di tanto. Un incompetente, smargiasso e menefreghista, che sta pagando le cambiali firmate in campagna elettorale e che, come di consueto, sta anche cambiando idea ogni cinque minuti. Però è stato anche l’unico a scagliarsi contro i magnati (suoi colleghi) per difendere i disoccupati dell’entroterra, come ha detto Michael Moore.

2 – Sulla Corea del Nord. Il fatto che uno Stato praticamente in ginocchio, che vive della carità estorta con le minacce, sia ora al centro dei problemi internazionali recenti, è segnale di un’intenzione latente che in realtà non lo riguarda: destabilizzare la Cina. Direi che è l’unica ragione per andare a stuzzicare la bellicosità di un cane addormentato. Il guaio è che questo cane potrà anche prendere un sacco di bastonate, ma se decide di mordere lascerà una cicatrice profonda. Dubito, sinceramente, che i paesi vicini vogliano davvero una nuova guerra alle porte di casa. O meglio, la ripresa della guerra. Comunque, in generale, Kim Jong Un mi ha deluso, speravo che un giovane che ha pure studiato all’estero avesse la capacità e il coraggio di cambiare qualcosa rispetto agli antenati, invece, come spesso accade, il frutto non cade lontano dall’albero.

3 – Sul Mein Kampf. L’associazione Free Ebrei ha curato una edizione critica del libro di Hitler, presentata come la prima “edizione critica anti fake news“. Un’edizione fondamentale, data la recente ripubblicazione incontrollata del testo, ormai di pubblico dominio. Non ho ancora avuto modo di visionare questa nuova edizione, però mi permetto di recuperare una mia vecchissima recensione, o meglio un consiglio bibliografico di un’altra edizione critica, meno nota, ma secondo me di pregio: Giorgio Galli, Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, Kaos Edizioni 2002.

[riadatto comunque il testo come se lo scrivessi oggi]

Mi ricordo che, [moltissimo] tempo fa su un forum, qualcuno chiese informazioni su quest’opera e quando io raccomandai questa edizione ci furono alcuni commenti piuttosto discutibili in proposito; ad esempio che “questa è l’unica edizione che puoi comprare senza chiederla a bassa voce”, per dire che nell’egemonia culturale di non si sa bene chi, solo adeguandosi ai padroni (quelli veri, che il berlusca vede[va] ovunque) puoi scegliere cosa leggere. O ancora, che “dovrebbero farlo leggere nelle scuole insieme al Manifesto del P.C., perché sono testi alla base dei guai dello scorso secolo”, equiparando così due testi totalmente diversi, confondendo le cause con gli effetti e demonizzando i libri come facevano i naz… oh. Ma guarda un po’.

Va bene, comunque sia, questa edizione a cura di Giorgio Galli non è l’unica di cui è possibile non vergognarsi, ma piuttosto l’unica edizione decente [fino a quest’anno], intendendo con questo aggettivo che il testo originale ed integrale dettato da Hitler è corredato da un’ampia sezione di approfondimento, che contestualizza sia storicamente, sia culturalmente un’opera che non può essere “bevuta” in modo acritico. Nessuno più dello stesso curatore esprime meglio il concetto:

«Questa riedizione del Mein Kampf ha un triplice significato. Il rifiuto etico-intellettuale di ogni tabù e di qualunque forma di censura. La storicizzazione di un testo la cui lettura deve rappresentare un imperituro monito. La denuncia di rimozioni e mistificazioni all’ombra delle quali si vorrebbero legittimare disinvolti quanto pericolosi revisionismi storiografici. È opinione diffusa che il Mein Kampf hitleriano sia un libro dell’orrore, un compendio di farneticazioni. Si può continuare a ritenerlo tale, ma solo dopo averlo letto (e quasi nessuno, oggi, all’inizio del Terzo millennio, lo ha davvero letto), debitamente contestualizzato, e ben compreso nella sua autentica dimensione non già di causa bensì di effetto degenerativo della cultura occidentale»

Giorgio Galli è un affermato storico dalla produzione vasta, sia per numero di libri e articoli, sia per orizzonti di ricerca; alla storiografia “classica” aggiunge lo studio delle culture esoteriche e i rapporti che queste hanno con gli eventi storici. Interessantissimo è il suo Hitler e il nazismo magico: le componenti esoteriche del Reich millenario, edito da BUR, che pure vi consiglio.

4 – Su femministe e body shaming. Non mi tornano i conti: oggi le femministe si battono tanto (e giustamente) contro il predominio delle discriminazioni, dei pregiudizi e delle “classificazioni” della bellezza femminile fatte dagli uomini, però non le sento parlare mai, e dico MAI, di ciò che le stesse donne fanno alle loro simili – per esempio del body shaming assurdo che le donne magre fanno contro le donne grasse. In paesi come gli Stati Uniti escono spesso e volentieri notizie di ragazze grasse prese in giro o insultate per aver scelto vestiti che non nascondo il loro corpo, e fin troppi commenti del genere vengono da altre ragazze. Ho letto oggi di una ragazza in sovrappeso su Twitter che postava selfie con abiti corti e bikini, insultata da altre ragazze (magre); qualche giorno fa, di una impiegata in un negozio di vestiti che si è licenziata dopo che il responsabile del franchising – una donna – le aveva intimato di non pubblicizzare i vestiti in vendita indossandoli, perché non era una modella e non dava una buona immagine (indovinate un po’? Era grassa). Ora, queste due ragazze hanno saputo rispondere a tono e sono state pure incisive, ma quando mai c’è stata una levata di scudi femminista per loro? Forse tra donne non bisogna “combattersi”? O meglio, non bisogna educarsi al rispetto reciproco? Non è una forma di violenza anche il body shaming tra femmine?


Conan il Cimmero

Uno dei film che mi hanno sempre accompagnato sin da bambino, cui sono legato perché lo vidi insieme a mio padre la prima volta, è Conan il Barbaro (J. Milius, 1982). Mi affascina tutte le volte che lo vedo. Magia, passione, mistero, violenza, coraggio, vendetta, si mescolano in un vortice dal sapore nietzscheiano. Il fantasy è da allora diventato uno dei miei generi preferiti. Ho ritrovato questo articolo che scrissi 9 anni fa per un forum di cinefili sul rapporto tra il personaggio letterario e la sua versione cinematografica, e voglio riproporlo con qualche aggiunta.

Da anni sto andando avanti, pur con lunghe pause, con i racconti di R.E. Howard (ripubblicati da Mondadori in quattro volumi) e devo dire che lo spirito di fondo è stato molto ben reso da quell’altro pazzo di John Milius; dico “quell’altro” perché lo stesso creatore di Conan non doveva essere molto giusto di testa. A dire il vero, su Howard ho sentito versioni contrastanti: da un lato era un introverso, completamente succube di una madre castrante, dal temperamento abbastanza quieto, amante dello sport e, come si evince da ciò che scriveva, un intellettuale; dall’altro era un paranoico che la sera si chiudeva in casa sbarrando porte e finestre, caricando tutte le armi che aveva perché convinto che i suoi concittadini aspettassero l’occasione d’ammazzarlo. E quando scriveva, entrava in un mondo esclusivamente suo dove i suoi personaggi e le loro avventure erano reali come egli stesso.

Proprio Milius, in un’intervista per i contenuti speciali del dvd, racconta suggestivamente la nascita di Conan nella mente di Howard: una sera, chiuso in casa per la pioggia, Howard non sa cosa scrivere e indugia pigramente davanti alla scrivania, quando un tuono improvviso riempie l’aria di un’atmosfera elettrica. Howard sente dietro di sé una presenza imponente, i cui muscoli si contraggono mentre stringe un’enorme ascia… e una voce imperiosa gli parla: “Io sono Conan il Cimmero e se non scrivi esattamente tutto quello che ti dico, ti spacco in due con la mia ascia”. Così Howard comincia a scrivere nervosamente, in preda al panico, senza fermarsi fino al mattino, quando nella luce dell’alba riesce a riprendere il controllo di sé. Ma subito riprende il lavoro, perché sa che quando si farà di nuovo buio Conan tornerà, con la sua ascia.

Ora, Milius non è poi tanto lontano da Howard; è un appassionato d’armi (fa parte dell’associazione pro-armi di cui è presidente Charlton Eston, la NRA), un “machista” che crede nei saldi legami maschili di uomini forti e coraggiosi, forse anche un po’ frustrato per sogni infranti che si riversano nei suoi lavori, in cui visioni pessimistiche si incrociano con lo spirito indomito di combattenti della vita. Stando a Wikipedia si autodefinisce un “anarchico zen”, più volte accusato di essere reazionario, eppure mai definitivamente etichettato come tale. Chi meglio di lui, guerriero della macchina da presa, poteva girare un film su Conan? E infatti il suo barbaro è quanto di più vicino al superuomo di Howard, rozzo e violento, ma anche sincero e leale, mito umano di un mondo leggendario, quello hyboriano, di poco successivo alla caduta di Atlantide.

Nel film è riassunta una parte della sua storia, con molti riferimenti a svariati racconti, e inventando di sana pianta tutto il resto. La differenza più grande, a livello narrativo, è la presenza nettamente minore di elementi fantastici rispetto ai racconti, in cui le assurdità della magia sono all’ordine del giorno; e tuttavia questa scelta mette in risalto l’irrompere nel mondo hyboriano di stregoni, mostri e demoni (chi non è rimasto colpito dalla scena in cui gli spiriti dei morti tentano di prendere Conan, o dalla trasformazione di Thulsa Doom?). Ma più di tutto è lo spirito di fondo che ne esce rappresentato in maniera eccellente: quel che Howard ha creato è una moderna saga nordica, in cui il super-barbaro rappresenta ciò che in fondo è una parte di noi stessi in quanto uomini, selvaggi, primordiali, protesi alla lotta per la sopravvivenza, con le nostre terribili paure, ma anche con la forza di superarle, di rialzarci dopo le inevitabili cadute.

E il coraggio della sincerità nei rapporti col prossimo. Un punto ricorrente nell’opera di Howard è la critica alla civilizzazione: quanto più l’uomo si innalza dal suo stato bestiale, tanto più degenera nella meschinità e nella codardia, protetto da una società ipocrita che ha il suo credo in falsi valori che nascondono miserevoli tornaconti personali. La barbarie diventa sinonimo di libertà, di sincerità, di ricerca di quella forza per combattere sempre, incessantemente, che al vero Howard, nella bigotta e limitante cittadina del Texas in cui era nato e cresciuto, mancava. R.E. Howard, infatti, si suiciderà dopo la perdita della madre, all’età di 30 anni.

“Gli uomini civili sono più villani dei selvaggi perché sanno di poter essere maleducati senza che qualcuno, per questo, gli spacchi la testa. Almeno, come regola generale.”
Da La Torre dell’Elefante, 1933

Conan è un antieroe e Milius lo ha reso per ciò che era: “un guerriero, un assassino, un ladro e un predone, dagli infiniti silenzi e dagli incontenibili scoppi d’allegria, destinato a rovesciare i troni del mondo sotto un piede calzato di sandali”. Milius ricostruisce il mito, fa rivivere l’eroismo non solo di Conan, ma della mitologia nordica stessa, attraverso scene dal forte impatto visivo, scenografie e costumi estremamente curati e una splendida colonna sonora dallo stile wagneriano di Basil Poledouris. Ciò che in letteratura è definito “fantasy eroico”, nel cinema è vera mitologia.

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EAP: E Allora Paga!

eap revisited

Tipica immagine polemica sull’EAP, modificata per non essere sempre la stessa (scusi, sig. bruno). Esprime bene il concetto ed è un bel disegno.

Le polemiche sull’editoria a pagamento (d’ora in poi EAP) sono cresciute tanto quanto è cresciuta l’EAP stessa. Chiunque abbia pensato almeno una volta a pubblicare sul serio quel romanzo che ha nel cassetto o nella testa da quando era adolescente, ha avuto a che fare con proposte indecenti, polemiche infinite e dubbi amletici. Fate un giro su internet cercando notizie in merito: troverete gente che si scanna come se da questo dipendesse il futuro del mondo, critici e fautori dell’EAP che se ne dicono di tutti i colori, con condimenti variegati che vanno dall’insulto personale alla denuncia di complotto – tra coloro che denunciano l’EAP come una presa per i fondelli e un’umiliazione degli scrittori esordienti, e coloro che lavorano nell’EAP o pubblicano con essa e difendono la democratizzazione dell’editoria contro le grandi case editrici interessate solo ai best seller.

A me è capitato di avere a che fare con una famosa casa editrice a pagamento prima di conoscere tutte queste storie, cioé all’incirca una decina d’anni fa. Continua a leggere


Un altro pugno di libri

Continuando sulla scia del precedente articolo la raccolta di considerazioni brevi sui libri che ho letto negli anni, propongo altri sei libri di narrativa che mi hanno lasciato qualcosa dentro. Per quelli di Orwell in realtà ci vorrebbero due articoli a parte, ma non avendo tempo li accorpo in un’unica considerazione. Stavolta ho scritto di meno anche perché è passato già più tempo e le sensazioni cominciano a svanire, ma forse è meglio così…

{Sommario: La fattoria degli animali e 1984 – Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde – Il mondo perduto – Le miniere di Re Salomone – Fight Club} Continua a leggere


Per un pugno di libri

Ho cominciato a dedicarmi alla narrativa alcuni anni fa per ampliare la capacità di pensiero, in quanto sentivo che la saggistica da sola non riusciva a stimolare la mia mente nel suo complesso, lasciava spesso da parte la fantasia e temevo di rischiare una sorta di aridità, di mancanza di creatività, fondamentale invece per sviluppare visioni e concezioni che vadano oltre il puro dato materiale. Dunque ho inziato a leggere romanzi e racconti, persino poesie (che ho sempre avuto una certa difficoltà a capire), spaziando dalla fantascienza al minimalismo esistenziale, dall’orrore al fantasy, per viaggiare oltre la contingenza e allenare forme di pensiero creativo – e critico – attraverso l’immaginazione. Un’evasione costruttiva, alla ricerca di un’elasticità mentale che sentivo di non aver curato abbastanza. Accumulo però riflessioni sui libri che leggo senza quasi mai scriverle: ecco allora cinque libri letti negli ultimi tempi, dal più recente al più vecchio; l’articolo naturalmente è lunghissimo, perciò tanto vale leggerselo “a pezzi” 😛

{Sommario: Confessioni di una mascheraFrankensteinDraculaScorpion und Felix – Castelli di rabbia}

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