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Cinquant’anni dopo

Oggi è il cinquantesimo anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara. Il suo mito ha forse superato la sua realtà di uomo, trasformandolo in una icona ideale che rischia di mascherare, almeno in parte, la concretezza della sua azione. D’altra parte, come sempre in questi casi (a maggior ragione con i miti radicali della sinistra), la ricerca dell’uomo dietro il mito dà adito al processo contrario, la demonizzazione della figura in cui si concentrano nefandezze e incongruenze, offuscando ancora una volta la realtà. Io dico che senza persone come Guevara, senza radicali che uniscano passione e realismo, non si conoscerebbero i propri limiti, l’estensione delle proprie idee e del proprio campo di azioni. Accanto a questo, è necessario fare un lavoro di presa di coscienza sulla realtà del mito e comprenderne la collocazione storica e culturale, per poterlo valutare. Guevara agì in un mondo di forti contrapposizioni, dominato dallo scontro tra modelli di organizzazione sociale e produttiva a prima vista inconciliabili, in particolare nell’America Latina, dove all’iniquità economica si accompagnava spesso la brutalità del potere politico, rendendo impossibile lottare pacificamente. Per questo bisogna comprendere che la violenza era una caratteristica fondamentale e imprescindibile della lotta rivoluzionaria, così come della repressione controrivoluzionaria. E che la rivoluzione aveva un significato molto più concreto e profondo di oggi, era non solo una speranza in un “altro mondo possibile”, ma soprattutto il tentativo di realizzazione di forme effettive di governo e organizzazione sociale diverse, improntate a progetti politici definiti. Certo, ascoltando alcuni discorsi o leggendo alcuni scritti proprio di Guevara, si notano toni visionari e persino messianici, immagini della politica mondiale che riprendono il dualismo tra Bene e Male, con una conseguente intransigenza che oggi non ha più molto senso. Però è questo il punto: oggi forse no, ieri invece sì, perché non era un’epoca di mezze misure. Nel suo tempo, Che Guevara è stato ciò che serviva al mondo per definire sé stesso. La sua morte lo ha trasformato in un mito per generazioni. Cinquant’anni dopo, rimane un esempio, positivo o negativo che sia, di dove può arrivare una persona che creda fermamente nell’unione di teoria e pratica per cambiare le cose.

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Jerry Lewis, 1926-2017


Altri tre, tra i molti

John Hurt, un grande, che non avevo già omaggiato per la “stanchezza” di tutte queste morti; Powers Boothe, volto e voce straordinari; e Chris Cornell, stanotte, all’improvviso, voce di uno dei miei gruppi preferiti in assoluto. Insomma sono ormai ridotto ad accendere lumicini sulle tombe di chi mi ha regalato momenti di relax, svago, emozioni. Forse dovrei cambiare il sottotitolo del blog in “produzione strutturale di pensieri imperfetti E NECROLOGI“. D’altro canto non posso farne a meno. Non ho mai avuto molti amici, se se ne vanno anche quegli artisti che, senza saperlo, mi hanno fatto compagnia e aiutato indirettamente, il minimo che possa fare è ricordarli qui.


Valentino Parlato, 1931-2017

valentino-parlato

“Il messaggio del comunismo è il messaggio di progresso, del fatto che bisogna sempre andare oltre le condizioni del presente, in quanto c’è sempre diseguaglianza e oppressione. Abbiamo cominciato nel 1789 con la Rivoluzione francese: Liberté, Égalité, Fraternité. Questa Égalité, questa Fraternité, questa Liberté non ci sono per tutti, e il comunismo è la lunga lotta per migliorare queste condizioni. Io credo che sia impossibile, nel mondo umano, arrivare alla realizzazione totale della libertà, dell’eguaglianza, della fraternità. Questo sarebbe creare il paradiso in terra. Il paradiso in terra è impossibile, perché allora la società si fermerebbe, saremmo tutti contenti, tranquilli, riposati. Non è questo. È la ricerca, è andare avanti, è migliorare, questo è il comunismo. È un processo, è una lotta, è i movimenti.”


Quel Bob Morton era un genio

Robocop è uno di quei film fondamentali che mi hanno segnato. Duro, affascinante, sarcastico, sopra le righe, raccontava di un mondo dedito al profitto contro ogni sciocca idea di umanità. E il personaggio di Bob Morton, creatore del poliziotto-robot, è quanto di più antipatico possa esserci: vuole essere più e meglio di Dick Jones, ma nel suo stesso campo, sul suo stesso piano, la spietata corsa al potere del denaro, e per farlo si appropria del corpo di Alex Murphy, distruggendolo e ricreandolo dentro una macchina non per la sicurezza, non per la giustizia, non per salvare Murphy o chiunque altro, ma per vincere nella competizione corporativa, per farci un mucchio di soldi, per affondare nella coca e nelle squillo di lusso. Antipatico, spocchioso, arrogante, insopportabilmente yuppie. Eppure riesce a creare un capolavoro di biomeccanica, una incredibile fusione di uomo e macchina, un eroe, in cui l’umanità riaffiorerà malgrado tutto.

Un personaggio del genere non avrebbe potuto essere interpretato da chiunque. Non riesco a immaginarlo fatto da qualcun’altro, non in quel momento, non in quel film. Per questo voglio ricordare Miguel Ferrer, che di personaggi antipatici e difficili era un esperto, con la scena della nascita di Robocop.


Fine d’anno

E l’anno si chiude con la scomparsa di George Michael e Carrie Fisher. Dicevamo? Necrologi per un’ecatombe.

Leila, anche le principesse muoiono (ilSole24Ore)


до свидания

Quest’anno maledetto non finisce più.

Cos’è il Coro dell’Armata Rossa (il Post)

Ricordiamolo con un paio di classici:

E un paio di canzoni moderne:

Leonid Kharitonov, che avete sentito nelle esibizioni più vecchie qui riportate, ha rilasciato un video di condoglianze per i membri del Coro di cui ha fatto parte per vent’anni (sottotitoli in inglese):