Archivi del mese: aprile 2012

Note sull’anarco-individualismo americano

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Negli ultimi tempi sto rispolverando lo studio di tutta una serie di posizioni politiche radicali sorte tra America ed Europa il cui senso non mi è mai stato ben chiaro, dato che mescolano elementi politico-economici normalmente considerati agli antipodi. Qui di seguito pubblico alcune vecchie note, a mo’ di introduzione; più avanti riprenderò la riflessione su nuovi materiali.


Anarchia, individualismo e prospettiva capitalista

L’Anarchia di stampo anglosassone si distingue da quella russo-europea in quanto è basata sul principio, prettamente anglosassone, della libertà individuale che scaturisce dalla proprietà privata e dal libero mercato, senza vincoli di alcun genere.

Il principio base dell’anarchismo è la contrapposizione allo Stato in qualunque forma, sia esso una dittatura, un governo democratico o un comitato rivoluzionario. Lo Stato è visto come un male in sé, fonte di ogni ingiustizia, corruzione e oppressione. Dalla critica radicale delle forme dello Stato nascono l’idea della libertà totale e della responsabilità nell’autogestione.

Se in Europa l’anarchismo è spesso stato più vicino all’estrema sinistra per comuni obiettivi di lotta (pur restandone fermamente diviso a causa dell’ottica in certo modo “statalista” di socialismo e comunismo), nel mondo anglosassone ha invece sviluppato una posizione molto più aderente al sistema liberale, distaccandosene per la visione radicale del problema dello Stato: essendo quest’ultimo una gabbia per le libertà individuali, se ne deve abolire completamente l’esistenza, che mira a frenare e imbrigliare il mercato e la proprietà privata e quindi, attraverso ciò, ad assoggettare l’individuo. La libertà e i diritti individuali sono basati, come è tradizione per gli anglosassoni, proprio sulla proprietà e il commercio privati, dunque persino il Welfare State (lo Stato sociale) è una catena che limita la libertà dei cittadini di autodeterminarsi attraverso il proprio lavoro, perché “ogni tassa è una rapina e ogni Stato è un ladro” (vedi le idee di Murray Newton Rothbard, fondatore del movimento libertariano).

L’ingerenza dello Stato nell’economia deve essere abolita e con essa il controllo statale su qualsivoglia aspetto della vita, compresa la sicurezza (forze dell’ordine a contratto) e cose come le comunicazioni, i trasporti, la sanità ecc., che devono passare nelle mani dei privati in un regime di concorrenza. Continua a leggere

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Liberazione per alcuni, mini bandierine patriottiche per altri

Questa di oggi non è una data per tutti. Non è una festa di pacificazione. Non è una ricorrenza che ci unisce in un solo popolo. E’ il simbolo della sconfitta dell’aberrazione nazifascista, della vittoria dei partigiani antifascisti (comunisti, cattolici e azionisti), dell’inizio di una nuova storia per il Paese e per il popolo italiano. Una storia di democrazia, per quanto fragile; una storia di pace, per quanto ipocrita; una storia nella Costituzione, per quanto labile. La pacificazione nazionale e la consapevolezza degli sconfitti non possono in alcun modo sminuire la vittoria degli Alleati, non possono in alcun modo rivalutare la barbarie di uno stato-fantoccio quale fu la RSI, perché chi combatté per i residui del fascismo, combatté per un’Italia morta e divorata e chi oggi sostiene di reintrodurre nella memoria nazionale anche l’esperienza dei “ragazzi di Salò” sta semplicemente giustificando la mostruosità omologante del fascismo e sputando sulla patria. Se avessero vinto loro, avrebbero una propria data per commemorare la loro violenza. Noi abbiamo la nostra e non si tratta solo di violenza, si tratta di un’Italia che loro non avrebbero mai voluto. L’unico modo accettabile di superare la cosa è comprendere infine la bontà della Liberazione dal nazifascismo e, semmai, andare avanti senza più scannarsi su quella pagina di storia.

Un esponente della destra finiana recentemente scomparso, del quale purtroppo non ricordo il nome*, disse tempo fa che l’antifascismo non è un valore e che la pacificazione nazionale è necessaria per  voltare pagina, rispettando anche i vinti. Personalmente credo che l’antifascismo non sia un valore nel momento in cui ci si ferma alla pura contrarietà, senza coniugarla a un valore positivo e propositivo quale può essere il liberalismo, il socialismo ecc.; ma ciò è piuttosto raro, il fatto stesso di contrapporsi al fascismo, alla sua violenza, alla sua volgarità, indica una adesione a principi democratici inequivocabili. Julius Evola, vate del tradizionalismo, aveva a noia il fascismo per svariati motivi (l’aura di modernità, l’alleanza con la Chiesa, la retorica patriottarda, talune concezioni “socialisteggianti” dei rapporti di lavoro e via dicendo), eppure non si potrebbe mai ascrivere all’antifascismo, perché quest’ultimo non è un contenitore vuoto, è l’insieme dei valori propositivi che il fascismo stesso esclude. La pacificazione nazionale poi non aiuta a voltare pagina, quanto piuttosto a far dimenticare cosa ha agito con tutte le sue forze contro l’idea di patria democratica che abbiamo oggi, perché in merito ai vinti (di cui un noto giornalista italiano, del quale non mi va di fare il nome a causa dell’antipatia che mi suscita, ha fatto una vera e propria ossessione) si può, al massimo, comprendere umanamente la sofferenza nella sconfitta, ma non rispettarne la scelta.

*Mirko Tremaglia (aggiornamento 2017)