Archivi del mese: dicembre 2011

Gli anni ’80

Tempo fa ho visto un dossier del TG2 sugli anni Ottanta, un excursus generale su ciò che quel decennio è stato nella vita italiana nei più disparati aspetti, dalla moda alla politica, dalla società allo sport; io negli anni ’80 ero un bambino, a quel periodo appartengono la prima infanzia e le scuole elementari. Ma al contrario di quanto mi potessi aspettare, ho ricordato davvero molto poco rivedendo immagini e riascoltando suoni e musiche di quel periodo.

Il mio primo ricordo di portata storica è la tragedia di Chernobyl; ricordo di come se ne parlasse sia a scuola che a casa, di come certi cibi non si potessero più mangiare, di come io immaginavo fossero le radiazioni, una specie di nuvola di cenere che si espandeva sull’Europa. E la sensazione di attesa di un allarme, più che di un allarme vero e proprio.

Ricordo le bottiglie di Stock ’84, i capelli lunghi di mia madre, i mobili in legno, tra cui la sedia a dondolo “vintage”; le vacanze al mare con gli amici di famiglia, il sole nei giardini e le storie di pirati, quel signore che nel calore silenzioso dell’ora di pranzo girava con una barchetta e vendeva bibite alla gente in acqua; gli incontri tra Gorbaciov e Reagan, una maglietta con Topolino che diceva di amare l’Unione Sovietica (ah, cosa non darei per riaverla oggi!), i programmi in tv come Drive-In, DeeJay Television, e quelli di Renzo Arbore; della scuola ricordo la signora maestra, quasi una seconda mamma, e la frase “prendete il quaderno a quadretti”, che detestavo perché voleva dire passare alla lezione di matematica…
Ricordi di felicità, come fosse stata una mia personale età dell’oro.

Ma rivedendo tutto ciò, mi rendo conto anche di come io non abbia vissuto nulla di quegli anni, affrontando l’adolescenza negli anni ’90, quando tutto stava cambiando e all’individualismo già imperante si aggiungeva una sfrenata corsa a sbarazzarsi di ogni responsabilità e vincolo positivo. “Ognun per sé e Dio, se proprio non vuol farsi gli affari suoi, per tutti”. Insomma, non ho mai partecipato ad un collettivo, ad una manifestazione, non ho mai sperimentato un’idea di aggregazione sociale, restando un osservatore, uno studioso, interessandomi al bene del mondo quando ognuno aveva perso interesse nell’altro; dedicandomi alla politica quando tutti volevano solo levarsela dai piedi e delegare agli slogan populisti la loro mentalità sociale, accettando con favore l’estensione del liberismo commerciale ad ogni aspetto della vita. E tutto ciò, unito alla mia naturale timidezza, mi ha portato a isolarmi ed essere emarginato, rallentando forse una maturazione nei rapporti sociali che solo ora, grazie al rapporto con mia moglie, sta giungendo a compimento.

Quegli anni di cambiamento quali furono gli ’80, prodromi della situazione attuale, quasi non li ho vissuti nemmeno per quanto ricordano tutti i miei coetanei, come i cartoni giapponesi di Mazinga e Ufo Robot (forse sono l’unico a non sapere a memoria quelle sigle, a eccezione di L’Uomo Tigre e Ken il Guerriero), né certamente per la fine della politica di massa degli anni ’70. Negli anni ’90, poi, sono rimasto chiuso in me stesso, senza fare quelle esperienze che si definiscono “generazionali”, e forse questo non è stato troppo male, visto che per vari aspetti non mi sono omologato. In effetti non ho un’identità culturale specifica, posso dirmi cosmopolita di fatto e occidentale, europeo, italiano per condizione, ma nulla di più ristretto. Io sono quel che sono proprio per la vita che ho condotto fino ad oggi; se sono non-dipendente anche da un’idea politica per me totale, lo devo al non aver vissuto quel passato che, oggi, non può opprimermi. Il mondo lo cambiano coloro i quali sanno cambiare se stessi senza perdersi.

Una novità però è sopraggiunta di recente: sono vittima del revival! In questo periodo, non so perché, mi è venuta all’improvviso un’infatuazione per la musica degli anni Ottanta. Ho sempre ritenuto, a posteriori, la moda e la musica di quel decennio come le più tamarre del secolo, ripudiandole nonostante la mia passione per il kitsch; proprio quella passione però mi ha fregato lasciando aperta una minuscola breccia dove scavare, così oggi quel decennio consuma la sua vendetta e io mi ritrovo marchiato a fuoco sulla fronte e sulla schiena “CHI DISPREZZA COMPRA”. E allora vai col synth pop e generi limitrofi, spaziando dai Duran Duran a Billy Idol, da Madonna a Peter Gabriel, da Katrina & The Waves a Cyndi Lauper, da Phil Collins agli Europe e via discorrendo; sono arrivato a ben quattro cd di grandi successi e devo dire di star raggiungendo una sorta di normalizzazione del rapporto con questa musica, perché in fondo è gradevole, l’uso di suoni elettronici è melodioso, al contrario delle porcherie di oggi, così come spesso sono interessanti i testi. Non ho mai apprezzato il pop in generale, ma dovendo scegliere premierei questo periodo, quasi senza considerarlo più kitsch – mentre le spalline, le pettinature cotonate, i colori sgargianti fino ad accecare e le altre esagerazioni dello stile (e della “cultura” yuppie) rimangono rabbrividevoli!


Una pulce per Sartre

Lungi da me fare davvero le pulci a Sartre sulla sua giusta difesa dell’esistenzialismo, una filosofia che io trovo fondamentale per riflettere su se stessi senza raccontarsi balle, ma ho letto un brano tratto dalla sua conferenza L’esistenzialismo è un umanismo e mi è venuto spontaneo un commento. Questo il brano:

“Vorrei qui difendere l’esistenzialismo da un certo numero di critiche che gli sono state
mosse. Innanzi tutto lo si è accusato di indurre gli uomini ad un quietismo di disperazione, poiché, precluse tutte le soluzioni, si dovrebbe considerare in questo mondo l’azione del tutto impossibile e sfociare, come conclusione, in una filosofia contemplativa; il che, essendo la contemplazione un lusso, ci riconduce ad una filosofia borghese. Tali soprattutto le critiche dei comunisti.
Ci hanno accusati, d’altra parte, di mettere in evidenza i lati peggiori dell’uomo, di mostrare ovunque il torbido, il sordido, il vischioso, e di trascurare le bellezze ridenti e gli aspetti luminosi della natura umana; per esempio, secondo la Mercier, scrittrice cattolica, d’aver dimenticato il riso del bambino. Tanto i comunisti quanto i cattolici ci accusano di essere venuti meno alla solidarietà umana, di considerare l’uomo come isolato, soprattutto perché noi muoviamo – a detta di comunisti – dalla soggettività pura, dall’ ‘ io penso ’ di Cartesio, cioè dal momento in cui l’uomo raggiunge la coscienza di sé nella moltitudine; e questa nostra posizione non ci permetterebbe più di tornare alla solidarietà con gli uomini che sono fuori dell’io e che l’io non può raggiungere nel <cogito>. Da parte dei cristiani ci si rimprovera di negare la realtà e la consistenza dell’agire umano, giacché, se sopprimiamo i comandamenti di Dio ed escludiamo valori stabili in eterno, non resterebbe altro che la gratuità pura e semplice, per cui ciascuno può fare ciò che vuole, essendo tra l’altro incapace, dal suo punto di vista, di condannare le idee e gli atti degli altri.
[…]
Il nostro punto di partenza è in effetti la soggettività dell’individuo, e questo per ragioni strettamente filosofiche. Non perché siamo borghesi, ma perché vogliamo una dottrina fondata sulla verità e non un complesso di belle teorie piene di speranza, ma senza fondamento reale. Non vi può essere, all’inizio, altra verità che questa: ‘io penso, dunque sono ’. Questa è la verità assoluta della coscienza che coglie se stessa. Ogni teoria che considera l’uomo fuori dal momento nel quale raggiunge se stesso è, anzitutto, una teoria che sopprime la verità, perché, fuori dal <cogito> cartesiano, tutti gli oggetti sono soltanto probabili; ed una dottrina di probabilità, che non sia sostenuta da una verità, affonda nel nulla. Per definire il probabile, bisogna possedere il vero. Dunque, perché ci sia una qualunque verità, occorre una verità assoluta; e questa è semplice, facile da raggiungersi, può essere compresa da tutti e consiste nel cogliere se stessi senza intermediario.
E poi, questa teoria è la sola che dia una dignità all’uomo, è la sola che non faccia di lui un oggetto. Ogni materialismo ha per effetto di considerare gli uomini, compreso il materialista, come oggetti.”

Ecco, io non credo che il materialismo sia così riduttivo nei confronti del soggetto, se almeno prendiamo in considerazione il materialismo storico. La struttura economica che sottende i mutamenti sociali, culturali e politici non è un monolite eterno e immutabile, è anch’essa una sostanza in movimento, in costante interazione con la sovrastruttura e dietro tutto questo ci sono proprio gli individui colti nella loro dimensione sociale. Ma la dimensione sociale degli individui non è slegata dalla loro dimensione privata, individuale appunto: è la somma delle paure, delle indecisioni, dei gusti, delle speranze ecc. di ogni individuo a creare un movimento economico, che proprio per la pluralità di “voci” che lo fonda non è soggetto a nessuna di queste, acquisendo una propria autonomia, ma non una propria indipendenza. Nulla è realmente “indipendente” da nulla. Quindi, il materialismo (storico, almeno) può gettare uno sguardo sociologico sugli individui, ma se negasse la loro soggettività individuale dovrebbe negarne anche quella collettiva, perché tenterebbe di slegare l’interazione tra singolo e moltitudine.
Poi, certo, non è compito del materialismo storico approfondire l’interiorità dell’individuo e quindi la pretesa dei comunisti di quel tempo (1945) è ideologica, perché disprezza un compito assunto da un’altra corrente filosofica di occuparsi di un piano che infine non rientrerebbe comunque nella filosofia materialistica, se non in determinati frangenti, e perciò tende a negare altre forme di pensiero senza che ne abbia una reale necessità, né politica né effettivamente filosofica.
Ma forse sto dimenticando i veri contorni del dibattito culturale e politico di quel tempo, rischiando di essere anacronistico…

P.S.: da qui a un anno il mondo finirà di esistere come noi lo conosciamo. O forse no. Io penso di no.


Un Altro Giorno Imperfetto

Nuovo blog, nuova vita. Avevo iniziato sette anni fa su Splinder, per vari motivi che è inutile ripetere. Quel blog era in declino già da un po’, ma c’è voluto il funerale della piattaforma per farmene distaccare. Forse perché era un angolino tutto mio. Oggi ne apro uno nuovo, con un titolo provvisorio, “Fabbrica Metropolitana”, che probabilmente rimarrà definitivo, strambo, ne ho cercati tanti ma erano tutti già sentiti, così ho preso il primo e forse il più stupido e orrendo che mi è venuto in mente. Almeno c’è questo template che mi pare adatto.

Riprendendo la descrizione nel vecchio blog, sono un 1 qualsiasi che vuol sollazzarsi scrivendo aria fritta. Io parlo di tutto con tutti, ascolto, penso, discuto, amo&odio, leggo, disegno, fumo, bevo, tento di non avere pregiudizi e per il resto è roba riservata, bruttistronzificcanaso. Hehehe, non proprio congeniale, vero? Erano tempi diversi. Oggi non sono più così scostante, però mantengo il riserbo sulla mia vita privata, in quanto molta gente si lascia influenzare da dettagli come la provenienza, l’età o il lavoro di qualcuno; il bello di internet è poter essere un’entità virtuale diversa e al tempo stesso sincera rispetto alla propria realtà. Il rischio è invece di virtualizzarsi del tutto e vivere qui anziché nella vita reale… ma quella fase credo di averla superata.

Mi piacciono la filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Dunque scriverò su queste cose, per divertimento, per sfogo e per esprimermi, evitando di riempire queste pagine di cretinate troppo personali e provando a rispettare il titolo di Fabbrica Metropolitana: un luogo di produzione, costruzione, strutturazione di pensiero, ironicamente “seghe mentali”, in acciaio metafisico, ghisa ontologica, ferro filosofico. “Fabbrica” perché adoro l’estetica degli impianti industriali; “Metropolitana” perché la metropoli è, secondo talune interpretazioni, il nuovo luogo di produzione vitale di soggettività, con tutto quel che comporta.

E allora ogni giorno sarà un altro giorno imperfetto.