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Lo sviluppo del marxismo in Russia tra XIX e XX secolo

Riprendiamo il percorso storico e teorico iniziato con gli appunti su “Populismo e rivoluzione in Russia“, ricostruendo per quanto possibile la diffusione del marxismo nella Russia zarista, il suo sviluppo e le battaglie ideologiche dei gruppi che a esso si sono ispirati. Il periodo preso in considerazione va grossomodo dal 1872 al 1909.

La crisi del populismo, tanto sul piano pratico quanto su quello teorico, lascia un vuoto politico negli ambienti intellettuali della società russa. Tuttavia si creano nuove possibilità di elaborazione ideale; il dibattito politico-filosofico si arricchisce della ricerca di categorie concettuali più adatte all’interpretazione della realtà del Paese, alle prese con la nascita di forme di produzione capitalistiche, che favoriscono l’interesse per i frutti più “estremi” della critica hegeliana, ovvero le teorie economiche e filosofiche di Karl Marx e Friedrich Engels. La diffusione del marxismo in Russia viene spinta dalla traduzione del primo libro de Il Capitale nel 1872, a opera di alcuni ex-populisti che nel corso degli anni Ottanta costituiscono a Ginevra la prima associazione russa dichiaratamente marxista, “Emancipazione del lavoro”, di cui fanno parte Vera Zasulič e Georgij Plechanov. Questi è il primo ad accettare l’idea di una fase di sviluppo capitalistico come fase di transizione verso il socialismo, avversata invece da gran parte dei populisti, scrivendo una serie di opere che contribuiranno alla base teorica della socialdemocrazia russa.(1)

L’associazione, critica nei confronti del populismo e interessata a diffondere il socialismo scientifico, fonda una collana editoriale dedicata alla pubblicazione e alla diffusione in Russia delle traduzioni di tutte le opere di Engels e Marx allora disponibili; questa iniziativa riesce in effetti a emarginare le idee populiste e a porre le basi per la fondazione di un partito socialdemocratico vero e proprio.

Il successo del marxismo si innesta sul fallimento del populismo come teoria sociale, fornendo dal canto suo le ragioni scientifiche per continuare a credere, idealisticamente, nella possibilità del cambiamento. La stretta correlazione tra teoria e prassi è uno degli elementi che avvicinano l’analisi marxista al pensiero filosofico russo: la palingenesi dell’umanità passa per la riforma profonda delle condizioni sociali, ovvero la natura ideale dell’autorealizzazione è dominata dai problemi reali della materialità quotidiana; dunque, comprendere le leggi oggettive delle dinamiche sociali, che provocano storture e ingiustizie, apre la strada alla soluzione dei problemi tanto materiali quanto morali dell’umanità.

La stessa nascente borghesia trova nelle tesi di Marx sullo sviluppo storico-economico delle società la propria vocazione palingenetica, ritenendosi la forza trainante che fa uscire l’Impero dal feudalesimo per portarlo, attraverso lo sviluppo di se stessa, verso il socialismo. In un certo senso, il populismo ha propugnato una fede nella trasformazione, mentre il marxismo ne offre la “certezza” scientifica. Inoltre, il populismo rivoluzionario aveva visto minate alla base alcune concezioni ideali di fondamentale importanza: il popolo contadino si era rivelato molto più vicino allo zarismo e al suo sistema arcaico, anziché alle istanze progressiste dell’intelligencija; di conseguenza, realizzare il socialismo senza passare per la fase capitalistico-borghese, intesa come fase di maturazione sociale preparatoria, diventava impensabile.

Questo sviluppo capitalistico di fine secolo, conseguente all’abolizione del sistema feudale, non è comparabile con quello europeo e americano, ma dal punto di vista russo è impressionante. Quanto più ci si avvicina al Novecento e alla Grande guerra, tanto più i ritmi di sviluppo dell’industria, del capitale di base e del prodotto interno lordo crescono vertiginosamente; il mercato interno inizia ad espandersi sia per i mezzi di produzione che per i beni di consumo, mentre aumentano anche i depositi nelle Casse di risparmio; la Siberia diventa la nuova frontiera, popolandosi di agricoltori e lavoratori che accrescono ulteriormente la produzione e l’esportazione di prodotti e materie prime. Anche i trasporti, in particolare le ferrovie, aumentano il chilometraggio nell’ordine di decine di migliaia. La Russia, insomma, affronta un periodo tutt’altro che sonnolento per entrare nella modernità. Proprio per questo, la solidità dell’autocrazia continua a frustrare ogni tentativo di riforma, aumentando la pressione di antagonismi sociali sempre più acuti, «e l’esperienza della storia insegna che, quando le trasformazioni sono mature e il potere non risulta in grado di realizzarle, o la società comincia a marcire, o comincia la rivoluzione» (Gorbaciov).

La complessità del movimento marxista in Russia si evolve altrettanto velocemente. I marxisti legali, guidati da Struve e annoverante, tra gli altri, Bulgakov,  Berdjaev e Frank, sono il primo gruppo a vedersi riconosciuto dalla censura il permesso di diffondere legalmente le proprie idee: sono loro a ritenere la borghesia come la vera forza progressista nel contesto semifeudale che caratterizza l’Impero russo, insistendo perciò sulla necessità del capitalismo fino a ritenere sufficiente l’approdo alla fase democratica riformista, attraverso cui realizzare gradualmente la via al socialismo. In questo modo, il capitalismo perde la sua natura di sistema basato sullo sfruttamento per diventare un obiettivo fine a se stesso, di cui il socialismo scientifico rappresenta il massimo sviluppo e perfezionamento. Le istanze rivoluzionarie sono pertanto abbandonate, la minaccia da queste paventata scompare, e ciò spiega la tolleranza delle autorità nei loro confronti.(2)

Un altro gruppo è quello degli economicisti di Kuskova e Prokopovič, i quali operano una forte riduzione del marxismo a determinismo economico, ritenendo ogni espressione e azione umana un semplice frutto della base economica della società; lo stesso socialismo è un’evoluzione naturale dell’economia, perciò non può essere realizzato dall’azione di una classe o di un partito, in quanto il vero soggetto storico creativo è l’economia stessa. Il compito del proletariato si risolve piuttosto in un’azione rivendicativa dei diritti derivanti dallo sviluppo economico, e dei loro interessi immediati. Questa rigida posizione determinista, avversata dagli altri marxisti russi, contribuisce a escludere gli economicisti dalla scena politica all’inizio del Novecento, anticipando le critiche all’indirizzo simile intrapreso dalla Seconda Internazionale.(3)

I marxisti rivoluzionari sono invece costretti alla clandestinità. Tra loro, il pensatore più importante a cavallo dei due secoli è Plechanov, autore di scritti politico-filosofici fondamentali per il marxismo russo. Il suo primo contributo è la traduzione della seconda edizione del Manifesto del partito comunista (1882), di cui Marx apprezza la fedeltà all’originale tedesco, contrariamente alla prima edizione tradotta da Bakunin e “tradita” con una terminologia anarchica estranea al contenuto. In seguito, Plechanov continua la collaborazione con Engels e Kautsky, a partire dalle traduzioni di cui si è detto, per poi condurre studi approfonditi sul materialismo storico e la situazione sociale della Russia: tra le sue opere più importanti nello sviluppo del marxismo vanno ricordate Il socialismo e la lotta politica, del 1883 (ritenuto da Lenin l’equivalente russo del Manifesto), e Sul problema dello sviluppo della concezione monistica della storia del 1895, in cui pone la concezione materialistica della storia in contrapposizione alle idee populiste.

L’autorevolezza filosofica che acquista alla fine dell’Ottocento lo fa assurgere a “padre del marxismo russo” e viene considerato un maestro da molti giovani rivoluzionari, tra i quali Martov e Lenin, rispettivamente futuri capi delle fazioni menscevica e bolscevica del POSDR. La linea di interpretazione di Plechanov viene definita come “marxismo ortodosso”, sia per la contrapposizione netta al riformismo di Eduard Bernstein, sia per i caratteri che assume sul piano teorico: il pensiero marxista, in special modo sulla scia delle opere dell’ultimo Engels, comprende in sé le leggi materialiste dialettiche su cui si fondano la realtà naturale e la sfera sociale, quindi anche discipline filosofiche come l’etica, la logica, e via dicendo. In tal modo, non è solo un metodo bensì un sistema, una concezione teorico-pratica della rivoluzione, della società umana e del loro sviluppo storico e naturale. Plechanov difende perciò il marxismo da riduzioni e deviazioni, tentando di recuperarne la dimensione filosofica di matrice hegeliana; per questo si batte contro i marxisti legali accusandoli di propagandare le idee di Bernstein, e scrive un pamphlet contro il rigido determinismo degli economicisti. 

La fondazione del Partito Operario Socialdemocratico Russo, nel 1898 a Minsk in condizioni di semiclandestinità, segna il primo passo verso la nuova politica rivoluzionaria in Russia. Scopo principale è riunire tutte le organizzazioni socialiste di vario orientamento nell’Impero. La critica al populismo e alle sue premesse teoriche sull’eccezionalità della situazione russa vengono definitivamente sancite con l’adozione del marxismo come concezione teorico-pratica della rivoluzione; si riconosce però anche una continuità con lo spirito rivoluzionario, in particolare con l’esperienza di Narodnaja volja. Rottura e continuità, dunque, che non si limitano a un’affermazione di principio: Lenin  riprende diverse questioni poste dal giacobinismo dell’organizzazione nei suoi scritti, e tornerà anche in anni successivi sul populismo e sui rapporti tra i grandi movimenti rivoluzionari russi, riconoscendo il valore delle sofferenze e delle lotte ottocentesche come prodromo alla rivoluzione proletaria.

Dopo il primo Congresso del POSDR sorge un giornale clandestino, l’Iskra (“Scintilla”), cui collaborano Lenin, Martov, Plechanov, Zasulič e Struve, tra gli altri. Nel primo numero sono presenti l’articolo di Lenin I compiti urgenti del nostro movimento e quello di Martov I nuovi amici del proletariato russo, in cui entrambi sottolineano la necessità dell’unione tra lotta economica e lotta politica: le agitazioni del frammentato movimento operaio erano principalmente lotte economiche, su salari e trattamenti sul lavoro; in polemica con gli economicisti, che prospettavano una alleanza del proletariato con i liberali per ottenere appunto benefici economici, Martov e Lenin sostengono che senza l’unità fra il movimento operaio e la socialdemocrazia, ossia senza la direzione politica coerente delle lotte, questo rischia di arenarsi in una posizione passiva, finendo col diventare un’appendice della borghesia e farne il gioco.

Bolscevismo e menscevismo – Al II Congresso del POSDR, però, le differenze tra i due iskristi sull’organizzazione del partito provocano la scissione in due correnti che presto diventeranno inconciliabili: i bolscevichi e i menscevichi. Il Partito, riunito tra Londra e Bruxelles nel 1903, riunisce molti gruppi di diverso orientamento, che concordano sui punti fondamentali di un Programma pensato per conciliare le posizioni moderate e radicali. Articolato in due parti, nella prima pone gli obiettivi a lungo termine e quindi la prospettiva storica e teorica del partito, cioè il superamento del capitalismo, l’instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del socialismo (programma “massimo”); nella seconda pone invece gli obiettivi immediati di azione politica: eliminazione dell’autocrazia e istituzione della repubblica, diritti civili e politici per tutti secondo il modello costituzionale, diritti sociali per operai e contadini come la giornata lavorativa di otto ore, una nuova riforma agraria per il superamento definitivo del feudalesimo, ecc (programma “minimo”). Questo programma viene votato quasi all’unanimità.

Sullo Statuto, invece, le discussioni si accendono proprio tra gli iskristi, perché l’organizzazione del partito è il punto su cui si scontrano due concezioni dalle conseguenze decisamente diverse. Per Martov, i membri del partito dovevano potersi esprimere in modo autonomo rispetto ai dirigenti centrali, mentre per Lenin era necessaria l’unità d’azione del partito, secondo il metodo che diverrà poi noto come centralismo democratico. Le definizioni proposte per l’articolo 1 differivano di poco sul piano semantico, ma nella sostanza erano il mezzo di affermazione della linea organizzativa principale di entrambe le fazioni: quella di Lenin richiedeva ai membri la partecipazione attiva ad una delle organizzazioni del partito; quella di Martov accettava la presenza di tutti coloro che, sotto la direzione del partito, collaborassero con una delle sue organizzazioni (anche senza farne parte direttamente).

La votazione dà la vittoria a Martov, ma nelle sedute successive Lenin ottiene i voti sul controllo del comitato di redazione dell’Iskra e sulla composizione degli organi centrali del partito; nonostante la sconfitta sulle regole, Lenin approfitta del momento favorevole per chiamare la sua azione bolševiki, ossia “maggioritari”, mentre quella di Martov (e di Plechanov, che si schiera con lui) accetta di chiamarsi menševiki, cioè “minoritari”.

Il dissenso sulle regole e i requisiti dei membri del partito va molto oltre una battaglia congressuale. Lenin ha espresso chiaramente le sue idee sull’organizzazione nel famoso scritto del 1902 Che fare?, in cui si prospetta la figura del rivoluzionario di professione, organizzato in un partito centralizzato e disciplinato, con pochi membri totalmente dediti al lavoro politico, in grado di mettersi alla testa del movimento operaio come avanguardia del proletariatoMartov e i menscevichi accusano i loro avversari di voler così trasformare quello che dovrebbe essere un partito di massa in un’organizzazione giacobina; l’idea di “avanguardia” alla testa del proletariato tradisce inoltre l’idea autenticamente marxiana della presa di coscienza della classe lavoratrice e della sua maturazione verso il cammino rivoluzionario. L’impostazione menscevica riprende una idea evoluzionista del materialismo storico, guardando cioè all’evoluzione sociale per tappe indicata da Marx ed Engels, per cui nella Russia ancora semifeudale c’è bisogno di una rivoluzione condotta dalla borghesia che, secondo i menscevichi, va aiutata nel suo compito storico, sostenuta perché possa avviare la modernizzazione capitalistica propedeutica al socialismo, alla formazione di una vera classe operaia cosciente e preparata, alla istituzione di una repubblica liberale come in Occidente.

La socialdemocrazia ha un ruolo di rappresentanza delle istanze economiche del proletariato in un quadro liberale, arrivando ad abbassare il tenore politico delle sue azioni in favore dello sviluppo di una politica democratico-borghese. Le lotte economiche di cui la socialdemocrazia si farebbe carico, nelle intenzioni di Martov, renderebbero il partito aperto a tutti gli operai di qualsiasi orientamento, attivi o in sciopero, quindi un partito largo, di massa. Dunque, la rivoluzione socialista del programma “massimo” viene sospesa a tempo indefinito, mentre il programma “minimo” assume il ruolo centrale nell’alleanza stabile con i liberali per una rivoluzione democratica.

Questo evoluzionismo sociale viene criticato e rigettato totalmente dall’analisi di Lenin, il quale sostiene nello scritto Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, del 1905, che i compiti e gli obiettivi della fase preliminare della rivoluzione socialista hanno certamente un carattere democratico-borghese, ma la realtà della borghesia russa non lascia spazio a illusioni sul fatto che possa farsi guidare verso il socialismo. L’acquisizione dei diritti tramite una rivoluzione democratica spingerebbe semmai alla conservazione del sistema liberale, con la consapevolezza, ottenuta proprio grazie al marxismo, che il periodo di egemonia borghese verrebbe presto o tardi superato in favore del socialismo. Pertanto la borghesia russa si trasformerebbe in una forza controrivoluzionaria, pronta a sfruttare il terreno democratico per giungere a un compromesso con l’autocrazia zarista, anziché rovesciarla, trovando il modo di attuare una modernizzazione controllata dall’alto e in opposizione alle rivendicazioni di carattere socialista del proletariato. Il progetto di una rivoluzione democratica propedeutica a quella socialista, insomma, può essere realizzato in Russia solo da una forza che abbia come obiettivo concreto il socialismo stesso, agendo così da garante per un processo unico e continuo; questa forza è il Partito Socialdemocratico che, in quanto avanguardia del proletariato, aiuta quest’ultimo a realizzare una rivoluzione democratica contro la borghesia, anziché con essa.

Il problema fondamentale è che la Russia non è però pronta per una rivoluzione socialista. Il cammino verso il socialismo comporta una trasformazione democratico-borghese sul piano politico, cui però non corrisponde la trasformazione economica; il processo unico dell’analisi leniniana è rischioso, in quanto nel paese non ci sono i mezzi di produzione sufficientemente sviluppati per consolidare la futura società socialista. Per questo è indispensabile che la rivoluzione non si risolva soltanto in Russia, ma che si diffonda al livello internazionale, soprattutto nei paesi di capitalismo avanzato dove la classe lavoratrice è già cosciente e predisposta al socialismo. Sebbene ai primi del Novecento il marxismo sia in ribasso nella cultura politica europea, soprattutto tedesca, lasciando spazio al revisionismo riformista, i bolscevichi sono convinti che il successo di una rivoluzione socialista nel loro paese possa risvegliare lo spirito di rivolta delle masse sfruttate, facendo scoppiare la rivoluzione in Europa. In questo modo, il proletariato russo ancora impreparato riceverebbe l’aiuto dal proletariato internazionale per costruire il socialismo.

La rivoluzione del 1905 – La situazione socio-politica russa, all’inizio del Novecento, è tutt’altro che tranquilla. I processi di modernizzazione e lo sviluppo capitalistico in atto nell’economia e nelle forme sociali, non trovando sbocchi nella possibilità di riforme, aumentano la pressione e lo scontro con lo zarismo, sfociando in nuove agitazioni nelle campagne e nelle città e ridando persino vita alle pratiche terroristiche dei socialisti rivoluzionari.

L’incapacità dell’autocrazia di comprende la realtà del proprio paese raggiunge il culmine nel gennaio del 1905: a seguito di uno sciopero generale cui aderiscono oltre duecentocinquantamila operai, il sindacato autorizzato “Unione dei lavoratori di fabbrica” organizza una marcia a Pietroburgo per portare una petizione allo Zar Nicola II chiedendo la concessione di riforme politiche ed economiche. Il Ministero dell’Interno non ha autorizzato la manifestazione, quindi l’esercito imperiale apre il fuoco e reprime con brutalità una manifestazione pacifica, scandita da inni sacri e icone religiose, lasciando a terra centinaia di morti e migliaia di feriti. La reazione a questa violenza inaudita è una sollevazione generale, cui si accompagna la nascita di sindacati autonomi, partiti politici ben definiti e la creazione di una nuova forma di democrazia assembleare di base, il soviet (“consiglio”), un organismo rassomigliante al mir delle comunità rurali, in cui operai e in seguito anche soldati si riuniscono per discutere delle azioni da intraprendere.

Con l’espandersi dei disordini in tutto il territorio dell’Impero, Nicola II concede la creazione della Duma, una camera di rappresentanti di varia estrazione, e fa redigere un manifesto in cui concede alcuni diritti civili fondamentali, senza per questo lasciare spazio ad alcun discorso costituzionale. Il soviet di Pietroburgo diventa presto una sorta di parlamento “parallelo”, mentre anche in altre città i comitati di sciopero si trasformano in soviet che prendono in carico le funzioni pubbliche. I tentativi di cooperazione tra città e campagna però non riescono e il fronte rurale cede, in quanto meno organizzato; le truppe imperiali, una volta pacificate le campagne, riescono a schiacciare le resistenze militari nelle città. Ripreso il controllo, il regime restaura molte forme del vecchio potere, ridimensiona la Duma affiancandole un Consiglio di Stato dominato dallo Zar, ma in qualche modo l’autocrazia è costretta a cedere sul parlamentarismo, varando una “legge fondamentale” nell’aprile del 1906.

Nel decennio successivo a questa prima rivoluzione russa del Novecento, i partiti politici assumono caratteri moderni nell’organizzazione e nel funzionamento; il POSDR, da cui erano già usciti diversi gruppi in rotta con gli iskristi, continua a essere scisso nelle due fazioni di Lenin e Martov, aggravando le cose in occasione del III Congresso, cui partecipano i soli bolscevichi, che modificano l’art. 1 dello Statuto nella versione di Lenin, mentre i menscevichi rifiutano gli inviti per protesta, organizzando una Conferenza separata. Tra il V Congresso e le varie Conferenze, il dissidio diventa insanabile e dal 1912 le due fazioni operano come partiti distinti.

Le altre anime del bolscevismo – Anche all’interno del bolscevismo diverse correnti si formano con intenti e visioni diverse, le più importanti delle quali sono l’empiriomonismo di Aleksandr Bogdanov e la “costruzione di Dio” afferente al gruppo di Maksim Gorkij. Le due visioni arrivano a collimare nell’esperienza della Scuola di Capri e l’affascinante tentativo di creare una cultura completamente proletaria che unisca la spiritualità religiosa, rivista in chiave terrena, con la coscienza critica del socialismo, in alternativa alla cultura borghese e alle idee di Lenin.

Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905 e il successivo periodo reazionario che costringe alla fuga o alla prigione molti rivoluzionari, le dispute sulle tattiche e le strategie da adottare in vista di una nuova rivoluzione dividono i bolscevichi in due ali: Bogdanov è a capo dell’ala sinistra, radicale, e argomenta che nel proletariato non possono far breccia le astratte formule marxiste, esso deve prendere coscienza di ciò per cui vale la pena lottare attraverso una visionarietà ideale, che restituisca il senso della rivoluzione, la conquista dell’utopia, la formazione dell’uomo nuovo, un futuro migliore della miseria presente; questo, più che discorsi e formule economiche, può riaccendere la scintilla del fervore rivoluzionario. La produzione filosofica di Bogdanov approfondisce la distanza ideologica dalle posizioni di Lenin, tramite la reinterpretazione del marxismo alla luce dell’empiriocriticismo sviluppato da Mach e Avenarius. La teoria della conoscenza empiriocriticista è compatibile con il marxismo, sostiene Bogdanov, in quanto riconcilia il materialismo con l’idealismo, avendo annullato sul piano della conoscenza la distinzione tra fenomeno fisico e fenomeno psichico, ritenuta una falsificazione dell’esperienza, laddove tra individuo e ambiente non vi è separazione reale.

L’unione di marxismo ed empiriocriticismo, cui dà il nome di empiriomonismo, si fonda sul concetto di esperienza come principio cardine della realtà: per Bogdanov l’esperienza esiste come frutto del lavoro con cui l’individuo si adatta all’ambiente; il mondo dei fenomeni diviene allora il frutto del lavoro sociale di trasformazione della natura in base alle necessità e alla soddisfazione degli interessi dell’umanità. L’esperienza socialmente organizzata corrisponde alla dimensione fisica, quella individualmente organizzata alla dimensione psichica, e il lavoro sulla natura è il momento in cui le due esperienze si rivelano unite. Quando si verifica uno scarto tra le due dimensioni, ossia la falsa percezione che queste siano separate, l’espressione sociale di questo scarto è la divisione in classi; l’identità delle due dimensioni è invece espressa nel collettivo, che diventa così il principio alla base del proletariato. Esso rende possibile la riorganizzazione dell’esperienza sociale per la soddisfazione degli interessi dell’umanità, arrivando a eliminare i limiti imposti all’uomo dalla natura. Il compito della filosofia, in questo sistema, è di creare una scienza dell’organizzazione dei processi di produzione e socializzazione, intesi come processi universali. La rivoluzione politica, a questo punto, si rivela inadeguata e insufficiente a raggiungere questo risultato, che ha invece la necessità di una costante crescita culturale, nello specifico di una cultura proletaria originale.

Uno dei sostenitori più entusiasti delle prospettive aperte da questo sistema filosofico è Gorkij, il quale fa parte di un gruppo di marxisti, i bogostroiteli, ossia i “costruttori di Dio”, comprendente tra gli altri Lunačarskij e Bazarov, interessati a una particolarissima forma di commistione tra socialismo e religione. Riprendono l’idea di Feuerbach secondo cui l’uomo ha alienato da sé l’essenza della propria natura per proiettarla in una realtà trascendente cui dare il nome di Dio, e su questa idea elaborano una sorta di ateismo religioso, intriso della suggestione nietzschiana sulla trasvalutazione di tutti i valori che però trova l’energia vitale necessaria nella collettività in lotta per una nuova umanità solidale, piuttosto che in una individualità ribelle e anticonformista. Nel suo racconto Confessione, Gorkij descrive i “costruttori di Dio” come coloro i quali costruiscono un nuovo concetto di Dio, fatto di ragione e bellezza, che esiste nell’uomo e non al di fuori di esso, in opposizione a chi, bramoso di dominio, usa l’idea di un Dio esterno all’uomo per soggiogare il mondo. Questi costruttori sono i lavoratori, che creano Dio dalla potenza del collettivo e lo aiutano a prendere coscienza della lotta per la divina costruzione universale; altre scene del racconto rendono metaforicamente l’idea della possibilità di compiere miracoli attraverso la fede ardente nelle proprie capacità, perché un popolo unito in un comune sentimento di amore e di giustizia rigenera se stesso nella forma di Dio.

I “costruttori di Dio” e Bogdanov si incontrano idealmente e personalmente nell’esperienza della Scuola di Capri, allorché Gorkij, in un periodo di cure sull’isola italiana durante il 1909, ha l’idea di fondare una scuola di partito con cui promuovere lo sviluppo della cultura proletaria attraverso lo studio delle arti, della filosofia e della spiritualità. Invita sia Bogdanov che Lenin a farne parte, riuscendo a farli incontrare in un’occasione che segnerà le sorti della rivoluzione russa: le discussioni ideologiche tra i due capi bolscevichi si svolgono nel corso di una serie di partite a scacchi nella villa di Gorkij, assurgendo a partita simbolica tra due concezioni del bolscevismo che si attestano ben presto come del tutto opposte. Bogdanov e i “costruttori di Dio” costituiscono la sinistra del partito, sono radicali sul piano ideologico rispetto al pragmatismo leniniano, e ritengono le loro posizioni filosofiche meglio rispondenti alle esigenze dell’attivismo rivoluzionario; riescono infatti a far convivere il fervore fideistico delle visioni puramente ideali con la più rigorosa organizzazione, di cui la Scuola di Capri è il perfetto esempio.

Lenin, dal canto suo, rigetta la possibilità di conciliare il marxismo con la religione e contro la filosofia di Bogdanov (e i bogostroiteli) scrive Materialismo ed empiriocriticismo, in cui lo accusa di introdurre elementi indebiti dell’idealismo nelle concezioni del materialismo dialettico. Sostiene che la teoria marxiana della conoscenza si basa sul principio del rispecchiamento, per cui le percezioni e le rappresentazioni sono immagini di fenomeni la cui esistenza è indipendente dalla coscienza e dal pensiero. Sebbene in questa critica Lenin decurti almeno in parte il marxismo dei suoi stessi elementi dialettici (correggerà poi la sua interpretazione nei Quaderni filosofici), il risultato politico è di convincere il partito bolscevico ad espellere Bogdanov. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Bogdanov e il gruppo di Gorkij tornano a occuparsi della cultura proletaria fondando il Proletkult, l’organizzazione artistica e letteraria volta a creare una psicologia collettivistica contrapposta all’individualismo borghese.

NOTE

(1) Marx per primo rimase stupito dell’attenzione al suo lavoro in Russia, un paese che aveva sempre avversato come baluardo della reazione in Europa. La traduzione in lingua russa del Capitale avveniva a meno di cinque anni dall’edizione originale tedesca e precedeva di quindici anni quella inglese. Tuttavia non sopravvalutò la cosa, ritenendola più il frutto di curiosità tra i giovani intellettuali, sempre pronti a interessarsi verso quanto arrivava dall’Europa.

(2) In seguito, dopo un’iniziale alleanza con i marxisti rivoluzionari di Plechanov e la partecipazione alla fondazione del POSDR, il gruppo si sposterà su posizioni sempre più riformiste e liberali, rinunciando al materialismo storico come principio filosofico (giudicato estraneo alla capacità creatrice dell’uomo) e recuperando elementi idealistici, etici e morali di stampo religioso. Dopo lo scioglimento ufficiale del gruppo, alcuni svolteranno verso il liberalismo e l’anticomunismo, altri svilupperanno i temi della religione e della spiritualità russa nel primo ventennio del Novecento.

(3) In effetti il revisionismo marxista si sviluppa nella Seconda Internazionale attraverso varie correnti, da quella prettamente riformista di Bernstein, che abbandona i concetti di rivoluzione e dittatura del proletariato in favore di una politica di riforma costante della società borghese, a quella positivista di Kautsky, il quale assume la prospettiva delle scienze naturali e giunge a una visione fatalistica della storia, il cui esito inevitabile è il passaggio dal capitalismo al comunismo a causa delle contraddizioni interne alla struttura economica.

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Aforismi a buon mercato, vol. 6

38 – Giudizio di Putnam sull’ateismo di Feuerbach: secondo Putnam, con l’umanesimo pensato da Feuerbach si è iniziato a dire “dobbiamo eliminare Dio”; ma questo ha portato a deificare l’uomo e meno di cento anni più tardi si sono avuti due dittatori sanguinari entrambi atei, Hitler e Stalin. Questo giudizio di Putnam è manifestamente assurdo, perché butta a mare l’intera storia della civiltà, a cominciare da quella europea, e attribuisce alla crudeltà il carattere di ateismo. Tutti i grandi conquistatori dall’antichità ad oggi sono stati “deificati” nonostante il carico di morti e sofferenze su cui hanno costruito le loro fortune; il principio alla base delle repressioni politiche e militari di ogni tempo è rimasto lo stesso, sia che fossero fatte in nome di Dio che dello Stato. Le dittature totalitarie del Novecento non hanno avuto nulla a che fare con le idee di Feuerbach e per di più, se probabilmente Stalin era ateo (pur avendo studiato in seminario e parlando come un sacerdote), non lo era però Hitler, che si riempiva la bocca con “Gott mit uns!” e altre eredità spirituali teutoniche. Quindi Putnam ha detto delle sciocchezze, anche se nelle intenzioni voleva rimproverare un modo di fare ideologico in favore del pensiero critico.

39 –  L’imbecille filosofico. È una visione molto ingenua ed errata quella secondo cui la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo resta tale e quale. È vero il contrario: la nostra cultura occidentale è pervasa dalle filosofie maggiori, nessuno di noi può sottrarsi del tutto all’influenza di Kant, di Hegel, di Descartes, di Platone e di Aristotele, per dirne alcuni. Tutta gente che non faceva molto altro oltre a studiare, scrivere, discutere e scervellarsi nelle accademie. Non è necessario averli studiati per ritrovarsi in testa idee o convinzioni in qualche modo influenzate da loro, in positivo o in negativo. Ma al di là di questo, è chiaro che il compito generale dei filosofi, persino di quelli spocchiosi e antipatici che credono di sapere tutto (evidentemente antisocratici 😀 ), è di produrre “orizzonti di senso”, come direbbe Heidegger; di interpretare le situazioni alla luce della ragione con strumenti culturali adeguati e, auspicabilmente, contribuire alla formazione della consapevolezza collettiva sulle questioni che investono l’etica, la conoscenza, la politica, ecc. Dovessero costruire ponti o aerei, non studierebbero Talete, Anassimandro e Anassimene; eppure chi li costruisce può usufruire nella sua vita dei punti di vista di quei pensatori, se non altro perché la scienza ha preso le mosse dalle indagini sulla natura sorte nell’antica Grecia. Il tempo sarà anche poco (chi mai ha tempo oggi per soffermarsi a pensare), ma usarlo per chiudersi la mente in compartimenti stagni resta sempre un errore: l’azione senza ragione può essere più veloce, ma anche cieca.

40 – Una profezia facile e terribile. Quando i fautori di una ragione strumentale pura, tecnicizzante e votata solo all’utilità d’uso, vedranno finalmente realizzata quella cultura prettamente tecnologica che esaltano contro ogni astrattezza intellettuale; quando le scuole e le università abbandoneranno in via definitiva l’insegnamento e la ricerca di discipline considerate obsolete, perché improduttive, come lo studio delle lettere classiche e della filosofia; quando tutto ciò che servirà all’umanità sarà quantificabile solo in rapporto ai vantaggi e agli svantaggi della produzione e del commercio; allora cominceranno le difficoltà di comprensione, di visione complessiva, di elasticità mentale e di pensiero immaginifico che sottendono proprio all’evoluzione della tecnica e all’innovazione produttiva. E sarà lì, nel buio gelido del vuoto creativo, che le persone si renderanno conto di quanto vitale sia la cultura umanistica, di quanto fecondo sia il pensiero rivolto all’umano e al senso delle cose in cui è immerso, proprio nella prospettiva della creatività, nella vita e nella produzione stessa. Perché rinunciare all’umanesimo vuol dire, in ultima istanza, abdicare alla capacità di uscire dal proprio stato di minorità. Allora si renderanno conto che sarà necessario tornare almeno un po’ sui propri passi e che, forse, quel primo passo verso la tecnica strumentale pura non andava fatto.

41 – Lo dicevo nel 2010 e lo ribadisco. Secondo me Berlusconi è un grande uomo di spettacolo, è simpatico, divertente e coinvolgente, quando fa i suoi siparietti fuori dalle arene politiche è persino migliore di tanti intrattenitori professionisti, perciò anch’io posso dire che se smettesse di fare politica e si dedicasse allo spettacolo lo seguirei con gusto, cambiando canale quando ricomincia a dire stronzate.

42 – Big Data et similia. Tutte le preoccupazioni sulle nuove tecnologie, con telefoni, tv e ora automobili smart, che agiscono in maniera quasi autonoma, ascoltando ciò che dici, guidando al posto tuo ecc., mi paiono preoccupazioni esagerate. Certo, bisogna stare sempre attenti, ma, al di là dei pericoli per i criminali veri, molta gente si preoccupa del controllo, del potere, della privacy, tirando in ballo Orwell e il suo 1984. Qui sta l’esagerazione, l’epoca del controllo pervasivo dell‘autorità per mantenere l’ordine è sorpassata da esigenze più lucrative: se ci spiano non è per sapere che idee politiche abbiamo, ma per mandarci pubblicità più convincenti, per offrirci prodotti più allettanti, per spingerci a comprare consumare in maniera più mirata e dispendiosa. Per un ribelle (o un paranoico) sarebbe certo più bello avere un Nemico che spia e controlla per dominare, contro cui rivoltarsi chiamando il proprio dissenso “giusta causa”, ma oggi, nel nord-ovest del capitalismo globalizzato, le cose sono a loro modo più squallide. Tra qualche secolo sarà così anche dove la gente è ora sotto un tallone di ferro.

43 – Diceva Deng Xiaoping: “Non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che acchiappi i topi”. Il pragmatismo espresso in questa massima è l’esatto opposto dell’ideologismo di Mao: infatti, secondo la logica politica maoista, il gatto deve essere del colore giusto, ossia il tecnico, il commissario, l’operaio, l’insegnante ecc. devono essere innanzitutto ideologicamente corretti nella loro impostazione, e solo dopo avere buone capacità. Nella logica di Deng, al contrario, il gatto deve innanzitutto acchiappare i topi, quindi tecnici, operai, insegnanti ecc. devono essere preparati e competenti, portare risultati, e solo dopo devono essere politicamente allineati. La differenza tra queste due concezioni, che costò caro a Deng durante la Rivoluzione Culturale, è anche lo spartiacque tra la Cina disastrata del Grande Timoniere e la Cina ultraproduttiva del Piccolo Timoniere. Anche se Mao resta il fondatore della Cina moderna, quella di oggi è figlia di Deng.

44 – Un buddha sardonico. Le risatine che mi faccio sotto i baffi quando qualcuno mi parla male di persone con certe idee, e vede in quelle idee uno dei peggiori mali del mondo, per poi dirmi che sono una persona speciale e rara, senza neppure sospettare che appartengo proprio a quelle categorie che aborrisce… ah, mi sento così zen.

45 – Il destino dell’umanità. La “tecnica”, tanto vituperata, è neutrale o no? In che senso sarebbe neutrale? E perché non lo sarebbe? Se non lo è, in che senso si muove, cosa combina, è un processo, un fine, un sistema? Cosa differenzia questa “tecnica” dalla scienza, dalla tecnologia, dalla modernità, dalla natura umana? Sarà poi vero che ci sta disumanizzando? Inizio a credere che non sia così. Che non ci sia nessun conflitto reale, solo difficoltà di adattamento. La “tecnica”, la si intenda come si preferisce (tipo Heidegger, tipo Scuola di Francoforte, tipo Bar dello Sport ecc.) è probabilmente l’unica vera forma in cui l’umanità si distingue dalle altre specie. Il “fare” e i suoi modi, con tutte le premesse e le conseguenze culturali e biologiche implicabili, è l’espressione dell’attitudine fondamentale dell’umanità a risolvere i problemi che incontra, fino a crearsene di nuovi pur di continuare a risolverne. La si chiami pure “volontà di potenza” o di dominio, la si chiami sete di conoscenza, nella prospettiva più generalmente teorico-pratica di interazione con il reale, la si chiami in qualsiasi modo; è la “tecnica” la vera caratteristica originale dell’umanità. Ne consegue che abbandonarsi, arrendersi al mondo della “tecnica” fa parte della naturale evoluzione dell’essere umano e se, di conseguenza, tutto diventa manipolabile, è perché in realtà lo è sempre stato e non avrebbe potuto essere altrimenti. La “tecnica”, qualunque cosa sia, ce lo ha solo rivelato dopo il fallimento dei nostri tentativi di ideologizzare spirito e materia. O saremmo ancora adesso ominidi vaganti nelle foreste.

46 – Sullo spauracchio delle menti limitate. La questione dell’uso di prodotti del capitalismo per promuovere la critica ad esso è una costante delle diatribe politiche sulla legittimità delle proprie posizioni. I “gendarmi della coerenza” spesso sono i primi a trovare giustificazioni acrobatiche per le proprie incoerenze. Possono essere sia compagni estremisti, sia (più spesso) avversari che pretendono di sapere come noi dovremmo comportarci in conseguenza delle nostre assurde idee. E quindi, a partire dal Rolex di Fidel Castro e il cachemire di Bertinotti, siamo ora al radical chic con l’i-Phone che posta video anticapitalisti su YouTube. Come se un comunista coerente (ma coerente secondo chi?) dovesse usare solo “cose comuniste” (tipo un social network programmato ai magazzini GUM, magari). Ora, io posso capire che quanto più radicale sia la propria posizione, tanto più diventi essenziale seguire una linea che comporta sacrifici, visto che l’intransigenza è reciproca. Il problema però è che la coerenza ha i suoi limiti, perché è essa stessa un limite: portarla sempre alle estreme conseguenze è il miglior modo di diventare incoerenti da una diversa prospettiva. Come si può evitare di sostentare il capitalismo? Se dovessimo rinunciare a dar sostegno a questo sistema economico, dovremmo smettere di fare la spesa e mangiare solo quello che riusciamo a coltivare in un angolo del giardino; dovremmo creare un combustibile organico per far funzionare i nostri sistemi elettrici staccati dalle reti; dovremmo passare all’uso intensivo e totale della bicicletta; dovremmo ricavare da soli le fibre per cucire da soli i nostri abiti; dovremmo costruircele da soli, le biciclette, e magari anche quei sistemi elettrici autonomi, o passare al caminetto e al forno a legna (alimentati da alberi cresciuti in giardino e costruiti con pietre scavate dalla terra dello stesso); e via dicendo, fino a cose ancor più assurde, solo per non dare alcun sostentamento al capitalismo. Ma questo è un regresso, oltre che un’assurdità, incoerente con il comunismo stesso: il punto non è autoescludersi per non essere complice dello sfruttamento, il punto è partecipare attivamente perché la ricchezza prodotta sia fruibile da tutti, o almeno da una larga maggioranza, anziché dai pochi che detengono la direzione economica. Il socialismo in generale è il movimento attraverso cui le classi subalterne pretendono di partecipare alla libertà e ai diritti di cui godono le élite, con un riequilibrio della situazione. La dico terra terra: internet è un mezzo di comunicazione e se “i poveri” non se lo possono permettere, chi difende i poveri non deve rinunciarvi, semmai battersi perché anche i poveri vi abbiano accesso. Fatta salva la consapevolezza della natura commerciale dei social network e, cosa ancor più importante, sottolineandone la natura effimera della partecipazione, penso che l’uso di Facebook e altri mezzi sia come l’uso del telefono e delle poste, che pure i sovversivi utilizzarono a loro tempo senza problemi.

47 – Indipendenti di parte. A volte mi chiedo come mai ci sia gente con idee chiaramente fascistoidi, sempre pronta a spalare merda su chiunque sia anche lontanamente di sinistra, o straniero, o omosessuale ecc., ma altrettanto pronta a dichiararsi “indipendente”, “né di destra né di sinistra”, “liberale” (mai aggettivo fu più abusato nella storia, specie oggi) e via dicendo. Tutto pur di non ammettere che è di destra, o meglio di estrema destra – anche se in Italia non c’è, purtroppo, molta differenza. Forse costoro si rendono intimamente conto dell’inaccettabilità delle loro posizioni, dello schifo che propugnano, e si vergognano di assumere la propria vera identità? O pensano che se non si dichiarano, non potranno essere etichettate? Gli sproloqui grondanti ignoranza e disprezzo rivelano ciò che negano.

48 – Rientravo a malincuore. Quando si viaggia e si conoscono realtà differenti, non solo come turista, ma anche nella quotidianità dei luoghi e delle culture, si cambia dentro, si modificano le visioni, si acquisiscono altri ritmi e altre abitudini, sia rispetto a se stessi che al proprio orizzonte di pensieri e azioni. Quindi tornare a casa, per quanto bello sia, non è più la stessa cosa. Quel “piccolo mondo” che era la zona di conforto, il luogo conosciuto e accogliente, finisce col diventare troppo stretto. Ed è davvero difficile tornarvi e riabituarsi alla sua misura ormai ridotta. Dopo diversi mesi fuori, l’idea di tornare in Italia non mi va affatto. E ancor meno in un sobborgo a qualche chilometro dal centro città. Per la prima volta l’unica mancanza che sento è della famiglia, perché per il resto vorrei continuare a viaggiare in eterno, inseguire una dimensione esistenziale diversa, costruire qualcosa d’altro, grande, lontano, nel tempo e nello spazio. E spero che quel piccolo mondo non riesca a spegnere questo fuoco appena acceso. (Accadeva due anni fa. Il fuoco è diventato una brace sonnolenta, ma è sempre lì.)

49 – Pensare intorno al burkini. Questioni del genere, al di là delle esagerazioni cui si va incontro nei dibattiti, sono piuttosto complesse e non si possono liquidare con poche parole. Da un lato, si tratta di trovare un equilibrio tra libertà di scelta e rispetto delle diversità; dall’altro, è l’ennesimo esempio di come il corpo femminile sia “di tutti” tranne che delle dirette interessate, un terreno di scontro perenne.
Nel primo caso, il dibattito è inevitabilmente pieno di trappole: la libertà di scelta è laica, il burka/chador/velo o quel che è, è invece una imposizione religiosa, ma se c’è libertà di scelta, perché in uno Stato laico non si può scegliere di seguire i dettami della propria religione? Allo stesso modo, se la libertà di scelta arriva fino a questo punto, non si rischia di dare sempre maggiore spazio alla religione e ai suoi severi dettami, fino a tollerare che per alcuni non vi sia più la libertà di scelta? Uno Stato laico che protegge la libertà, contro l’oscurantismo religioso, ma anche per professare la religione, deve quindi tollerare l’espressione religiosa che limita, o sembra limitare, l’espressione stessa del credente che vi aderisce? Oppure dovrebbe difendere la laicità della società a ogni costo, non tollerando più le pretese religiose degli individui, per non lasciare spazio a forze retrograde come quelle religiose? Ma se lo fa, non è egualmente intollerante verso le diversità, come spesso lo sono le religioni? Qual è il confine?
Nel secondo caso invece, quello del corpo come terreno di scontro, il dibattito rischia di dare importanza a qualcosa che non dovrebbe nemmeno esistere, il “diritto” di decidere cosa la gente, soprattutto le donne, debba indossare per essere “accettabile”. Meglio intervenire per ridicolizzare la questione e i dibattiti assurdi che ne derivano, o starsene in un dignitoso silenzio e lasciare che tutto scorra nel nulla cosmico, come ogni altra notizia da social network? 
Non lo so. Mi torna però in mente Schopenhauer per entrambi i casi…

50 – La fantasia spesso è meglio della realtà, ma qualche volta la realtà ti riserva sorprese che la fantasia non immagina.


Aforismi a buon mercato, vol. 5

24 – Neofascisti alla riscossa. Ultimamente i neofascisti stanno tornando alla ribalta, o forse meglio sul “bagnasciuga”, conquistando parecchie pagine di giornali tra lidi a tema e ronde in spiaggia, protestando perché la democrazia proibisce loro di inneggiare all’antidemocrazia. Ora, io penso che tra la libera espressione del pensiero e l’apologia del fascismo corra una differenza profonda quanto la Fossa delle Marianne: innanzitutto, l’espressione di un pensiero antidemocratico è legittima finché rimane tale, ossia un’espressione; a questa si può ribattere con l’espressione di altre idee, e si rientra nella dialettica democratica che da questo confronto trae la sua forza. Anche per questo, rivendicare il proprio diritto a esprimersi contro la democrazia invocando la libertà di espressione è una contraddizione in termini, che non ha bisogno di commenti. Però l’apologia del fascismo non rientra nella libertà d’espressione, per evidenti ragioni storiche: qualunque azione, e sottolineo AZIONE, che riconduca al fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un reato. Dire che “si stava meglio quando si stava peggio” è un’espressione; aprire un lido dove “vige il regime” e si minaccia violenza contro chi non concorda, è reato. Dire che “gli ambulanti stranieri fanno concorrenza sleale” è un’espressione; andare a cacciarli con una squadra di camerati è reato. Dire che la democrazia fa schifo è un’espressione; usarla per essere antidemocratici è… demenza. Dovremmo fare sul serio i conti col fascismo, e per questo dobbiamo tornare a studiare la storia in modo critico.

25 – Paolo Villaggio saluta e se ne va. Ho sempre pensato che fosse un attore di grandissimo talento, rimasto però “incastrato” nel personaggio di Fantozzi; le poche volte in cui ha fatto ruoli differenti, è stato eccezionale. I film, soprattutto quelli diretti da Luciano Salce, sono un mito intramontabile; ma vi consiglio caldamente di recuperare i libri di Fantozzi, sicuramente i primi tre, dove il carattere iperbolico di personaggi e situazioni è al suo apice. Credo sia stato l’ultimo artista del gruppo di genovesi che comprendeva, tra gli altri, Fabrizio de André, a rimanere in vita fino a oggi. Com’era umano… E lo dico in senso ampio: negli ultimi anni aveva fatto di tutto per rendersi antipatico, con esternazioni assurde e idee balorde contro popoli, culture, etnie e tutto ciò che si può normalmente insultare. Eppure, per me non c’è riuscito. Possa riposare in pace. Come ricordarlo? Sono troppe le scene fantastiche e geniali tra cui scegliere, tanto varrebbe postare i film interi. Che mito. Consiglio anche di recuperare la sua autobiografia Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda.

26 – Gay Pride. Personalmente non sono granché avvezzo a questo genere di spettacoli, ma questo articolo mi trova d’accordo: se penso a come è stato “normalizzato” il carnevale, che non è più nulla al di fuori degli eventi storici, capisco cosa potrebbe voler dire smorzare il Gay Pride. Come ha detto qualcuno (probabilmente Oscar Wilde), “se quando parli non offendi nessuno, vuol dire che non hai detto niente”; e poi, ciò che va contro il persistente moralismo da baciapile non può essere così male… anzi, in effetti è proprio il moralismo che giustifica l’oscenità. Quando non ci sarà più disprezzo per il Pride (e per ciò che rappresenta, la libera scelta sessuale), allora sì che questo diventerà inutile. Credo perciò che ci vorrà molto tempo.

27 – “Perché non esiste una giornata dell’orgoglio eterosessuale?”. Per alcuni semplici motivi che sono stati compendiati dai ragazzi di un bar gay di Bologna, in una immagine di cui riporto il contenuto: perché nessuno ti uccide se sei eterosessuale; perché nessuno ti impedisce di sposarti, adottare e avere diritti coniugali; perché la tua famiglia non ti butta in mezzo a una strada se scopre che sei eterosessuale; perché nessuna religione condanna l’eterosessualità; perché nessuno ti grida “eterosessuaaaaleeee” per offenderti; perché non serve fingere di essere “amico” del tuo fidanzato per paura di essere aggredito. A me pare ovvio, ma non lo è per molta gente. E questo vale, in modi diversi, per la giornata della donna (“perché non c’è la giornata dell’uomo?”), o in alcuni paesi della coscienza/storia nera (“perché non c’è una giornata della coscienza bianca?”). D’altra parte, senza voler eliminare le differenze, o meglio senza volerle nascondere sotto un tappeto e far finta che non ci siano, è sempre bene tendere a parlare di persone, prima che di maschi e femmine, bianchi e neri, etero e omo. Siamo tutti persone. Questo è ciò che ci accomuna tutti. Quando insultiamo, picchiamo, arrestiamo o uccidiamo qualcuno per il suo orientamento sessuale o per le caratteristiche somatiche, stiamo innanzitutto negando che quella sia una persona, un essere che ha la stessa nostra umanità.

28 – Alla vecchia maniera. Mi chiedo se davvero essere razionali e “moderati” sia la strada giusta, con certa gente. La conciliazione, talvolta, sembra rassicurare chi ha torto e indebolire chi è nel giusto. Forse bisognerebbe semplicemente scendere in guerra e andare fino in fondo, non importa cosa succeda. Tagliare teste al momento giusto, per non ritrovarsi con untori e piromani dopo. Di tutte le citazioni che ho raccolto in questi anni, quella che mi sta tornando in mente più spesso negli ultimi giorni è una di Theodore Roosevelt: “Don’t hit at all if it is honorably possible to avoid hitting; but never hit soft” ossia “non colpire affatto, se è onorevolmente possibile evitare di colpire; ma non colpire mai piano”. Al di là della mia inelegante traduzione, direi che il messaggio è piuttosto chiaro. Finché non ci sei costretto, finché non puoi farne a meno, evita di andare allo scontro, se non ce n’è davvero bisogno; ma una volta che ci sei costretto, non devi trattenerti in nessun modo, non devi avere “pietà” per chi ha fatto l’errore di mettersi contro di te. C’è anche un detto brasiliano che ribadisce il concetto, non so se riesco a renderlo bene: “eu do um boi para nao entrar na briga, mas do uma boiada para nao sair“, che grossomodo significa “posso dare via un bue per non entrare in conflitto, ma do via una mandria per non uscirne”. In certi momenti, non c’è ragionevolezza che tenga. Bisogna entrare in guerra e combatterla fino alla fine. Sarà brutto, ma è vero. E penso sia altrettanto vero quello che diceva John Wayne in uno dei suoi poco simpatici film: “you have to be a man, before you can be a gentleman“, cioè “bisogna essere uomini, prima di poter essere gentiluomini”, un po’ come dire che puoi anche essere elegante e saperci fare, ma se all’occorrenza non sai tirar fuori il tuo barbaro interiore, essere civile non ti serve a nulla.

29 – Lavoro. Tutto questo degrado nel mondo dei diritti del lavoro, è dovuto al fatto che il socialismo è “morto”. Uso le virgolette perché, da un punto di vista dialettico, il socialismo è l’antitesi del capitalismo, e fin quando ci sarà il capitalismo, ci saranno risposte sociali alle diseguaglianze che tale sistema economico genera. Quindi non si può realmente considerare morto il socialismo (preso nella sua accezione più generale e ampia). Il punto è però che siamo in un momento storico del tutto privo di alternative, anzi, alla gggente le alternative sembrano l’ennesima utopia che blocca gli ingranaggi dell’economia. Il socialismo è “morto” perché nessuno ci crede più, il cambiamento è “morto” perché non ci sono esempi di grande successo rispetto all’unico modello economico rimasto. In sostanza non c’è una base popolare, né culturale, né tanto meno una soggettività definita, per portare avanti un vero movimento per i diritti del lavoro. Le classi subalterne sono atomizzate, l’individualismo è diventato una leva commerciale, siamo ormai consumatori a tempo pieno, chi più chi meno. Fare qualcosa di più grande, un progetto a medio e lungo termine, ormai è visto come una rinuncia alla libertà (consumatrice) individuale, se non addirittura come un passo verso il suicidio economico, vista la concorrenza con paesi estremamente aggressivi sul piano della produzione… “e tu vieni a propormi di diminuire l’orario di lavoro, di aumentare le tutele sociali, di concedere questo e quello, quando in Cina non esistono sindacati e l’economia va come un treno? Ah no, grazie!“, questa una delle possibili risposte. A me piace pensare che sia solo una fase, e che con il tempo e con l’aumento delle diseguaglianze, un rispensamento avvenga, e con esso una rivalutazione dei diritti e dei doveri; ma per ora, scusate il pessimismo leopardiano, un altro mondo è impossibile.

30 – La Giusta Causa. È una fiamma che non si estingue mai. Brucia ardente fino a consumare il cielo. E quando sembra solo brace, ecco che un tizzone ardente scoppia e dà fuoco alla prateria.

31 – Vuoto di potere, potenza del vuoto. Non posso definirmi “anarchico” perché sono convinto della necessità dello Stato, o comunque di una istituzione sovraindividuale che possa conciliare gli interessi dei singoli, che possa garantire alcuni servizi basilari e mettere ordine nel caos degli egoismi. Però, quando si tratta di prendere alcune decisioni sulla propria vita privata, decisioni che non pregiudicano gli altri, allora non solo sono anarchico, ma pure egoista, come l’Unico di Max Stirner. E ritengo che ognuno di noi abbia il diritto di decidere cosa fare della propria vita, fino all’ultimo, senza che un gruppo di potere ispirato a qualsivoglia ideologia politica o spirituale ci imponga la propria volontà e il proprio pensiero. Ma attenzione: l’imposizione non è solo quella dovuta a regole, leggi e norme che vietano, permettono, distinguono e sanzionano; è anche quella dovuta alla mancanza di regole, al “vuoto normativo” che impedisce di prendere decisioni, impedisce di portare avanti un discorso, impedisce di mettere un punto fermo sulle questioni e chiarire i confini entro cui (o contro cui) muoversi. Perché è proprio in questo vuoto che i gruppi di potere riversano le loro speranze di conservazione e influenza, mettendo la polemica al posto del dibattito.

32 – Estremismo e radicalità. Io faccio una distinzione tra radicali ed estremisti. Essere radicali, come diceva Marx, vuol dire prendere le cose alla radice; ossia andare al fondo dei problemi, a mettere in discussione le basi e i principi, a trovare soluzioni che cambino al cuore la situazione, anche gradualmente, anche con lentezza, ma in profondità. Essere estremisti, invece, vuol dire andare sempre per la via più rapida, più violenta, più dura, più inflessibile, finendo con il chiudersi nell’irragionevolezza di un settarismo ossessivo e pericoloso, che crea più guai di quanti ne risolve. Personalmente, mi ritengo un radicale.

33 – Società educante. La situazione politica nazionale richiede di formare nuovi cittadini, uomini e donne di talento capaci di aprire nuove strade. In un futuro che ora sembra lontano, quando tutti usufruiranno di una scuola decente, la parte della scuola sarà in sé piccola e temporanea, mentre tutta la società diventerà (cioè dovrà diventare) una grande scuola permanente.

34 – Sfogo filosofico di sette anni fa. È ovvio che Hegel risolvesse tutto sul piano astratto, cristo! Era un idealista che proveniva da approfonditi studi teologici, che doveva fare? E comunque l’unica scienza che sa trovare qualche dato plausibile per l’unità del Tutto è la fisica quantistica, che alcuni accusano di essere metafisica! Prendiamo Hegel per quel che è, diamine… Lo dico perché sto studiando il pragmatismo americano che, unitamente ad altri filosofi della scienza europei, ha una posizione radicalmente antimetafisica e ovviamente Hegel è considerato una peste bubbonica. Io, pur non essendo hegeliano, ne vorrei difendere la profondità, perché non c’è bisogno di accettare la metafisica per assumerne il metodo, che apre la mente come discorso simbolico e può giovare proprio alla pragmaticità. Voglio dire che capisco certe critiche, ma a volte sembrano più una definizione identitaria che un giusto esame critico… Persino Popper riconosceva il valore del pensiero astratto come progettualità immaginifica!

35 – Di pancia e di testa. La vendetta si basa sulle emozioni, la giustizia sui principii. Ecco perché non possono confondersi.

36 – Moralismo biografico. E alla fine mi ritrovo a sentirmi dire che Marx era un figlio di ‘ndrocchia perché non ha mai lavorato in vita sua, sfruttava la moglie che era ricchissima (!) ed era mantenuto da Engels. Ora, a parte che:

  • 1) Marx era giornalista, corrispondente di vari giornali, tra cui americani, ma il lavoro intellettuale continua a non essere visto come un lavoro “vero”; avrebbe potuto essere professore universitario se solo si fosse conformato alle idee di merda dello stato prussiano, che lo rese il ribelle che era; l’unico altro lavoro “vero” come impiegato alle ferrovie gli fu negato perché aveva una calligrafia illegibile.
  • 2) La moglie, Jenny Von Westphalen, appartenente a una ricca famiglia aristocratica, era stata allontanata dalla famiglia e praticamente diseredata per aver scelto come marito un sovversivo, che lei ha preferito seguire nelle sue peregrinazioni fino a ritrovarsi nelle periferie proletarie di Londra, a tenere a bada una caterva di figli e i creditori, sempre pronti a pignorare qualcosa.
  • 3) Engels lo manteneva, questo è vero. Lo aiutava economicamente per quanto gli fosse possibile, grazie al suo lavoro nell’industria del padre. Senza di lui, questo amico come se ne incontrano una volta nella vita (se se ne incontrano), Marx e famiglia sarebbero rimasti peggio che con le pezze al culo come già erano. Se si ritiene scabroso aiutare ed essere aiutati, si è anticomunisti, senza dubbio.

Dico, a parte tutto questo, che cosa c’entrano le mancanze della vita quotidiana con la produzione intellettuale? Cosa ci interessa di Marx, le bollette scadute, i creditori incazzati, o le idee che hanno cambiato il modo di rapportarsi alla modernità? Che caspita di visione moralisteggiante e ipocrita è mai questa di stare a vedere come un pensatore si comportava, come camminava, come cacava?? Siamo seri, su!

[Lettura consigliata: Francis Wheen, Karl Marx. Una vita, ottima biografia scritta da un giornalista inglese, in cui l’umanità di Marx, con tutte le sue mancanze, è esposta con la naturalezza di chi vuole scrostare il mito e trovare l’uomo, non certo per invalidarne le idee bensì per comprenderne la materialità, comune a tutti noi.]

37 – Meritocrazia. In base a cosa si giudica il merito? All’impegno, al tipo di lavoro svolto, ai risultati conseguiti? Magari tutte e tre le cose. Bene. E allora perché tanti sostenitori della meritocrazia sono anche contrari a tassazioni come la tassa di successione, che impone un tributo sul ricevimento di un’eredità? Secondo quali “meriti” una persona riceve le ricchezze di famiglia? Il merito di essere sopravvissuta? La realtà è che molti di quelli che parlano di meritocrazia sono ipocriti tanto quanto coloro parlano di liberalismo e poi chiedono l’intervento dello Stato per salvare imprese “non meritevoli”, perché incapaci di stare sul mercato. Perché, in fin dei conti, poca gente ha davvero intenzione di stare a esaminare i meriti: potrebbe scoprire di non averne alcuno.


Festa del Lavoro


La grande prova

Obama a Cuba, stretta di mano con Castro (la Repubblica)

Cuba sta cercando la pacificazione con gli USA. Dopo la riapertura dell’ambasciata l’anno scorso, Obama fa visita a Castro per dare continuità al percorso diplomatico che porrà fine, così si spera, all’embargo e quindi all’isolamento internazionale di Cuba. Qualche anno fa, forse, e dico forse, avrei pianto. Oggi, penso che il regime castrista abbia finalmente preso la decisione giusta.

Gli USA hanno soffocato abbastanza l’isola dissidente, e i castristi hanno soffocato abbastanza i dissidenti dell’isola. È giunta l’ora di cambiare, di aprirsi nuovamente al mondo e trovare nuove vie per essere dignitosi senza richiedere sacrifici inutili.

È vero che il pericolo per Cuba di tornare a essere un puttanaio americano c’è sempre, ma se può venire qualcosa di buono dagli ultimi vent’anni di testarda resistenza, dovrebbe essere la capacità di non lasciarsi fottere, bensì di ingaggiare relazioni serie, basate sulla parità, tra adulti consenzienti. Solo ora, davvero, si vedrà di che tempra sono i figli e i nipoti della Rivoluzione, che prima di essere socialista fu patriottica.

Dicono su alcuni giornali che Raúl Castro, da sempre filosovietico (e realmente comunista, prima e più di Fidel), oggi guardi alla Cina popolare come modello di sviluppo per Cuba. Da un lato è pericoloso, perché quel modello coniuga la repressione politica con lo sfruttamento economico; ma dall’altro può essere il vero “socialismo del XXI secolo”, non come la stramberia del Venezuela di Chavez (r.i.p.), bensì come modello di amministrazione del capitalismo per il bene e la crescita comuni, meno  ideologico, più pragmatico e di certo molto più vitale dell’attuale sistema cubano, ormai slegato da qualsiasi concreto internazionalismo e perciò sofferente e ripiegato su se stesso.

Senza una solida direzione del cambiamento, la Rivoluzione in primis e poi il “periodo speciale” che ha salvato il regime con sacrifici enormi dopo il 1989, saranno stati inutili. Senza però la disponibilità a cambiare le cose, Cuba sarà destinata a non contare nulla fino alla fine e a continuare nel declino. L’embargo imposto dagli USA è stato una carognata, una mossa strategica per combattere un nemico minore e solleticare le fantasie (e l’appoggio) dei dissidenti fuggiti in Florida, ma in fin dei conti altrettanto inutile per il suo scopo: ha impedito lo sviluppo della Rivoluzione, senza dubbio, ma ha fornito un incredibile motivazione al regime per rafforzare la sua contrapposizione agli USA, in stile Davide e Golia. Forse, senza l’embargo, la Rivoluzione avrebbe dovuto vedersela con un popolo privo di nemici esterni; e forse avrebbe preso già da tempo decisioni diverse, anche radicali.

Solo Obama poteva fare ciò che sino a poco tempo fa pareva impensabile. Oggi, Cuba fa un primo passo verso un futuro incerto, gravido di promesse e di difficoltà, tra il regime castrista che sembra ancora saldo, ma ha bisogno di aprirsi, e i cubani americani che non vogliono più soltanto la riconquista dell’isola, ma sperimentare un nuovo mercato. Sessant’anni di Rivoluzione arrivano ora al punto, Cuba affronta la sua grande prova: rimettersi in gioco fino alla vittoria, sempre.


Umberto e Nicolao

Nella lunga scia di perdite grandi e piccole di questo ultimo anno, che mi hanno “obbligato” a rendere il blog una specie di pagina dei necrologi, si sono aggiunti due nomi importanti della cultura. Uno era conosciuto soprattutto in ambito di storia del pensiero politico, noto a chi (come me) studiava la politica al di là dei programmi di partito e delle azioni contingenti; l’altro era celebre, riconosciuto al livello internazionale come uno dei più brillanti intellettuali italiani del secondo Novecento.

Nicolao Merker, morto il 14 febbraio, e Umberto Eco, morto il 19.

nicolao-merkerDi Merker ho letto Il socialismo vietato. Miraggi e delusioni da Kautsky agli austromarxisti, ottimo testo di storia del socialismo; Atlante storico della filosofia, una vera e propria bussola per orientarsi nel pensiero filosofico attraverso i secoli; varie introduzioni e prefazioni, tra cui la “guida alla lettura” de La sacra famiglia di Marx ed Engels, l’antologia Che cos’è l’illuminismo?, un’altra antologia di scritti di viaggio di Engels, Viandante socialista, e l’opera di Richard Osborne Storia della filosofia a fumetti. Lo ricordano il prof. Guido Liguori nell’articolo La discreta classe delle idee e MicroMega con la ripubblicazione dei suoi due articoli per la rivista, Individui o nazioni? (2001) e Della Volpe, un filosofo materialista moderno (2005).

Di Eco ho letto Il nome della rosa, di cui mi colpì la vastità di elementi filologici, storici e filosofici inserita in una trama avvincente sia per l’ambientazione che per il ritmo narrativo; Come si fa una tesi di laurea, un esempio magnifico di metodo che mi ha aiutato a fare ordine in tutti i miei studi, non solo universitari; A passo di gambero e vari altri articoli della sua rubrica su l’Espresso, da cui nel giorno della scomparsa hanno ripescato Dov’è andata la morte? (2012). Interessante anche De Bibliotheca (1981). Ho anche assistito a una sua conferenza universitaria in occasione dell’uscita di Storia della bellezza, è stato come sempre molto intelligente e ironico. Prima o poi mi dedicherò anche ad Apocalittici e integrati.

Due tristi perdite per la nostra cultura contemporanea.


Ingrao nel 1990

Pietro Ingrao (1915-2015) al XIX congresso del PCI, nel pieno del processo noto come “svolta della Bolognina“.

[appunto, una pagina dei necrologi; ma posso davvero lasciar correre?]

Aggiornamento: link al dialogo tra Ingrao e Bobbio sulle istituzioni, pubblicato nel 1986 su MicroMega.