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Aforismi a buon mercato, vol. 5

24 – Neofascisti alla riscossa. Ultimamente i neofascisti stanno tornando alla ribalta, o forse meglio sul “bagnasciuga”, conquistando parecchie pagine di giornali tra lidi a tema e ronde in spiaggia, protestando perché la democrazia proibisce loro di inneggiare all’antidemocrazia. Ora, io penso che tra la libera espressione del pensiero e l’apologia del fascismo corra una differenza profonda quanto la Fossa delle Marianne: innanzitutto, l’espressione di un pensiero antidemocratico è legittima finché rimane tale, ossia un’espressione; a questa si può ribattere con l’espressione di altre idee, e si rientra nella dialettica democratica che da questo confronto trae la sua forza. Anche per questo, rivendicare il proprio diritto a esprimersi contro la democrazia invocando la libertà di espressione è una contraddizione in termini, che non ha bisogno di commenti. Però l’apologia del fascismo non rientra nella libertà d’espressione, per evidenti ragioni storiche: qualunque azione, e sottolineo AZIONE, che riconduca al fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un reato. Dire che “si stava meglio quando si stava peggio” è un’espressione; aprire un lido dove “vige il regime” e si minaccia violenza contro chi non concorda, è reato. Dire che “gli ambulanti stranieri fanno concorrenza sleale” è un’espressione; andare a cacciarli con una squadra di camerati è reato. Dire che la democrazia fa schifo è un’espressione; usarla per essere antidemocratici è… demenza. Dovremmo fare sul serio i conti col fascismo, e per questo dobbiamo tornare a studiare la storia in modo critico.

25 – Paolo Villaggio saluta e se ne va. Ho sempre pensato che fosse un attore di grandissimo talento, rimasto però “incastrato” nel personaggio di Fantozzi; le poche volte in cui ha fatto ruoli differenti, è stato eccezionale. I film, soprattutto quelli diretti da Luciano Salce, sono un mito intramontabile; ma vi consiglio caldamente di recuperare i libri di Fantozzi, sicuramente i primi tre, dove il carattere iperbolico di personaggi e situazioni è al suo apice. Credo sia stato l’ultimo artista del gruppo di genovesi che comprendeva, tra gli altri, Fabrizio de André, a rimanere in vita fino a oggi. Com’era umano… E lo dico in senso ampio: negli ultimi anni aveva fatto di tutto per rendersi antipatico, con esternazioni assurde e idee balorde contro popoli, culture, etnie e tutto ciò che si può normalmente insultare. Eppure, per me non c’è riuscito. Possa riposare in pace. Come ricordarlo? Sono troppe le scene fantastiche e geniali tra cui scegliere, tanto varrebbe postare i film interi. Che mito. Consiglio anche di recuperare la sua autobiografia Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda.

26 – Gay Pride. Personalmente non sono granché avvezzo a questo genere di spettacoli, ma questo articolo mi trova d’accordo: se penso a come è stato “normalizzato” il carnevale, che non è più nulla al di fuori degli eventi storici, capisco cosa potrebbe voler dire smorzare il Gay Pride. Come ha detto qualcuno (probabilmente Oscar Wilde), “se quando parli non offendi nessuno, vuol dire che non hai detto niente”; e poi, ciò che va contro il persistente moralismo da baciapile non può essere così male… anzi, in effetti è proprio il moralismo che giustifica l’oscenità. Quando non ci sarà più disprezzo per il Pride (e per ciò che rappresenta, la libera scelta sessuale), allora sì che questo diventerà inutile. Credo perciò che ci vorrà molto tempo.

27 – “Perché non esiste una giornata dell’orgoglio eterosessuale?”. Per alcuni semplici motivi che sono stati compendiati dai ragazzi di un bar gay di Bologna, in una immagine di cui riporto il contenuto: perché nessuno ti uccide se sei eterosessuale; perché nessuno ti impedisce di sposarti, adottare e avere diritti coniugali; perché la tua famiglia non ti butta in mezzo a una strada se scopre che sei eterosessuale; perché nessuna religione condanna l’eterosessualità; perché nessuno ti grida “eterosessuaaaaleeee” per offenderti; perché non serve fingere di essere “amico” del tuo fidanzato per paura di essere aggredito. A me pare ovvio, ma non lo è per molta gente. E questo vale, in modi diversi, per la giornata della donna (“perché non c’è la giornata dell’uomo?”), o in alcuni paesi della coscienza/storia nera (“perché non c’è una giornata della coscienza bianca?”). D’altra parte, senza voler eliminare le differenze, o meglio senza volerle nascondere sotto un tappeto e far finta che non ci siano, è sempre bene tendere a parlare di persone, prima che di maschi e femmine, bianchi e neri, etero e omo. Siamo tutti persone. Questo è ciò che ci accomuna tutti. Quando insultiamo, picchiamo, arrestiamo o uccidiamo qualcuno per il suo orientamento sessuale o per le caratteristiche somatiche, stiamo innanzitutto negando che quella sia una persona, un essere che ha la stessa nostra umanità.

28 – Alla vecchia maniera. Mi chiedo se davvero essere razionali e “moderati” sia la strada giusta, con certa gente. La conciliazione, talvolta, sembra rassicurare chi ha torto e indebolire chi è nel giusto. Forse bisognerebbe semplicemente scendere in guerra e andare fino in fondo, non importa cosa succeda. Tagliare teste al momento giusto, per non ritrovarsi con untori e piromani dopo. Di tutte le citazioni che ho raccolto in questi anni, quella che mi sta tornando in mente più spesso negli ultimi giorni è una di Theodore Roosevelt: “Don’t hit at all if it is honorably possible to avoid hitting; but never hit soft” ossia “non colpire affatto, se è onorevolmente possibile evitare di colpire; ma non colpire mai piano”. Al di là della mia inelegante traduzione, direi che il messaggio è piuttosto chiaro. Finché non ci sei costretto, finché non puoi farne a meno, evita di andare allo scontro, se non ce n’è davvero bisogno; ma una volta che ci sei costretto, non devi trattenerti in nessun modo, non devi avere “pietà” per chi ha fatto l’errore di mettersi contro di te. C’è anche un detto brasiliano che ribadisce il concetto, non so se riesco a renderlo bene: “eu do um boi para nao entrar na briga, mas do uma boiada para nao sair“, che grossomodo significa “posso dare via un bue per non entrare in conflitto, ma do via una mandria per non uscirne”. In certi momenti, non c’è ragionevolezza che tenga. Bisogna entrare in guerra e combatterla fino alla fine. Sarà brutto, ma è vero. E penso sia altrettanto vero quello che diceva John Wayne in uno dei suoi poco simpatici film: “you have to be a man, before you can be a gentleman“, cioè “bisogna essere uomini, prima di poter essere gentiluomini”, un po’ come dire che puoi anche essere elegante e saperci fare, ma se all’occorrenza non sai tirar fuori il tuo barbaro interiore, essere civile non ti serve a nulla.

29 – Lavoro. Tutto questo degrado nel mondo dei diritti del lavoro, è dovuto al fatto che il socialismo è “morto”. Uso le virgolette perché, da un punto di vista dialettico, il socialismo è l’antitesi del capitalismo, e fin quando ci sarà il capitalismo, ci saranno risposte sociali alle diseguaglianze che tale sistema economico genera. Quindi non si può realmente considerare morto il socialismo (preso nella sua accezione più generale e ampia). Il punto è però che siamo in un momento storico del tutto privo di alternative, anzi, alla gggente le alternative sembrano l’ennesima utopia che blocca gli ingranaggi dell’economia. Il socialismo è “morto” perché nessuno ci crede più, il cambiamento è “morto” perché non ci sono esempi di grande successo rispetto all’unico modello economico rimasto. In sostanza non c’è una base popolare, né culturale, né tanto meno una soggettività definita, per portare avanti un vero movimento per i diritti del lavoro. Le classi subalterne sono atomizzate, l’individualismo è diventato una leva commerciale, siamo ormai consumatori a tempo pieno, chi più chi meno. Fare qualcosa di più grande, un progetto a medio e lungo termine, ormai è visto come una rinuncia alla libertà (consumatrice) individuale, se non addirittura come un passo verso il suicidio economico, vista la concorrenza con paesi estremamente aggressivi sul piano della produzione… “e tu vieni a propormi di diminuire l’orario di lavoro, di aumentare le tutele sociali, di concedere questo e quello, quando in Cina non esistono sindacati e l’economia va come un treno? Ah no, grazie!“, questa una delle possibili risposte. A me piace pensare che sia solo una fase, e che con il tempo e con l’aumento delle diseguaglianze, un rispensamento avvenga, e con esso una rivalutazione dei diritti e dei doveri; ma per ora, scusate il pessimismo leopardiano, un altro mondo è impossibile.

30 – La Giusta Causa. È una fiamma che non si estingue mai. Brucia ardente fino a consumare il cielo. E quando sembra solo brace, ecco che un tizzone ardente scoppia e dà fuoco alla prateria.

31 – Vuoto di potere, potenza del vuoto. Non posso definirmi “anarchico” perché sono convinto della necessità dello Stato, o comunque di una istituzione sovraindividuale che possa conciliare gli interessi dei singoli, che possa garantire alcuni servizi basilari e mettere ordine nel caos degli egoismi. Però, quando si tratta di prendere alcune decisioni sulla propria vita privata, decisioni che non pregiudicano gli altri, allora non solo sono anarchico, ma pure egoista, come l’Unico di Max Stirner. E ritengo che ognuno di noi abbia il diritto di decidere cosa fare della propria vita, fino all’ultimo, senza che un gruppo di potere ispirato a qualsivoglia ideologia politica o spirituale ci imponga la propria volontà e il proprio pensiero. Ma attenzione: l’imposizione non è solo quella dovuta a regole, leggi e norme che vietano, permettono, distinguono e sanzionano; è anche quella dovuta alla mancanza di regole, al “vuoto normativo” che impedisce di prendere decisioni, impedisce di portare avanti un discorso, impedisce di mettere un punto fermo sulle questioni e chiarire i confini entro cui (o contro cui) muoversi. Perché è proprio in questo vuoto che i gruppi di potere riversano le loro speranze di conservazione e influenza, mettendo la polemica al posto del dibattito.

32 – Estremismo e radicalità. Io faccio una distinzione tra radicali ed estremisti. Essere radicali, come diceva Marx, vuol dire prendere le cose alla radice; ossia andare al fondo dei problemi, a mettere in discussione le basi e i principi, a trovare soluzioni che cambino al cuore la situazione, anche gradualmente, anche con lentezza, ma in profondità. Essere estremisti, invece, vuol dire andare sempre per la via più rapida, più violenta, più dura, più inflessibile, finendo con il chiudersi nell’irragionevolezza di un settarismo ossessivo e pericoloso, che crea più guai di quanti ne risolve. Personalmente, mi ritengo un radicale.

33 – Società educante. La situazione politica nazionale richiede di formare nuovi cittadini, uomini e donne di talento capaci di aprire nuove strade. In un futuro che ora sembra lontano, quando tutti usufruiranno di una scuola decente, la parte della scuola sarà in sé piccola e temporanea, mentre tutta la società diventerà (cioè dovrà diventare) una grande scuola permanente.

34 – Sfogo filosofico di sette anni fa. È ovvio che Hegel risolvesse tutto sul piano astratto, cristo! Era un idealista che proveniva da approfonditi studi teologici, che doveva fare? E comunque l’unica scienza che sa trovare qualche dato plausibile per l’unità del Tutto è la fisica quantistica, che alcuni accusano di essere metafisica! Prendiamo Hegel per quel che è, diamine… Lo dico perché sto studiando il pragmatismo americano che, unitamente ad altri filosofi della scienza europei, ha una posizione radicalmente antimetafisica e ovviamente Hegel è considerato una peste bubbonica. Io, pur non essendo hegeliano, ne vorrei difendere la profondità, perché non c’è bisogno di accettare la metafisica per assumerne il metodo, che apre la mente come discorso simbolico e può giovare proprio alla pragmaticità. Voglio dire che capisco certe critiche, ma a volte sembrano più una definizione identitaria che un giusto esame critico… Persino Popper riconosceva il valore del pensiero astratto come progettualità immaginifica!

35 – Di pancia e di testa. La vendetta si basa sulle emozioni, la giustizia sui principii. Ecco perché non possono confondersi.

36 – Moralismo biografico. E alla fine mi ritrovo a sentirmi dire che Marx era un figlio di ‘ndrocchia perché non ha mai lavorato in vita sua, sfruttava la moglie che era ricchissima (!) ed era mantenuto da Engels. Ora, a parte che:

  • 1) Marx era giornalista, corrispondente di vari giornali, tra cui americani, ma il lavoro intellettuale continua a non essere visto come un lavoro “vero”; avrebbe potuto essere professore universitario se solo si fosse conformato alle idee di merda dello stato prussiano, che lo rese il ribelle che era; l’unico altro lavoro “vero” come impiegato alle ferrovie gli fu negato perché aveva una calligrafia illegibile.
  • 2) La moglie, Jenny Von Westphalen, appartenente a una ricca famiglia aristocratica, era stata allontanata dalla famiglia e praticamente diseredata per aver scelto come marito un sovversivo, che lei ha preferito seguire nelle sue peregrinazioni fino a ritrovarsi nelle periferie proletarie di Londra, a tenere a bada una caterva di figli e i creditori, sempre pronti a pignorare qualcosa.
  • 3) Engels lo manteneva, questo è vero. Lo aiutava economicamente per quanto gli fosse possibile, grazie al suo lavoro nell’industria del padre. Senza di lui, questo amico come se ne incontrano una volta nella vita (se se ne incontrano), Marx e famiglia sarebbero rimasti peggio che con le pezze al culo come già erano. Se si ritiene scabroso aiutare ed essere aiutati, si è anticomunisti, senza dubbio.

Dico, a parte tutto questo, che cosa c’entrano le mancanze della vita quotidiana con la produzione intellettuale? Cosa ci interessa di Marx, le bollette scadute, i creditori incazzati, o le idee che hanno cambiato il modo di rapportarsi alla modernità? Che caspita di visione moralisteggiante e ipocrita è mai questa di stare a vedere come un pensatore si comportava, come camminava, come cacava?? Siamo seri, su!

[Lettura consigliata: Francis Wheen, Karl Marx. Una vita, ottima biografia scritta da un giornalista inglese, in cui l’umanità di Marx, con tutte le sue mancanze, è esposta con la naturalezza di chi vuole scrostare il mito e trovare l’uomo, non certo per invalidarne le idee bensì per comprenderne la materialità, comune a tutti noi.]

37 – Meritocrazia. In base a cosa si giudica il merito? All’impegno, al tipo di lavoro svolto, ai risultati conseguiti? Magari tutte e tre le cose. Bene. E allora perché tanti sostenitori della meritocrazia sono anche contrari a tassazioni come la tassa di successione, che impone un tributo sul ricevimento di un’eredità? Secondo quali “meriti” una persona riceve le ricchezze di famiglia? Il merito di essere sopravvissuta? La realtà è che molti di quelli che parlano di meritocrazia sono ipocriti tanto quanto coloro parlano di liberalismo e poi chiedono l’intervento dello Stato per salvare imprese “non meritevoli”, perché incapaci di stare sul mercato. Perché, in fin dei conti, poca gente ha davvero intenzione di stare a esaminare i meriti: potrebbe scoprire di non averne alcuno.

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Festa del Lavoro


La grande prova

Obama a Cuba, stretta di mano con Castro (la Repubblica)

Cuba sta cercando la pacificazione con gli USA. Dopo la riapertura dell’ambasciata l’anno scorso, Obama fa visita a Castro per dare continuità al percorso diplomatico che porrà fine, così si spera, all’embargo e quindi all’isolamento internazionale di Cuba. Qualche anno fa, forse, e dico forse, avrei pianto. Oggi, penso che il regime castrista abbia finalmente preso la decisione giusta.

Gli USA hanno soffocato abbastanza l’isola dissidente, e i castristi hanno soffocato abbastanza i dissidenti dell’isola. È giunta l’ora di cambiare, di aprirsi nuovamente al mondo e trovare nuove vie per essere dignitosi senza richiedere sacrifici inutili.

È vero che il pericolo per Cuba di tornare a essere un puttanaio americano c’è sempre, ma se può venire qualcosa di buono dagli ultimi vent’anni di testarda resistenza, dovrebbe essere la capacità di non lasciarsi fottere, bensì di ingaggiare relazioni serie, basate sulla parità, tra adulti consenzienti. Solo ora, davvero, si vedrà di che tempra sono i figli e i nipoti della Rivoluzione, che prima di essere socialista fu patriottica.

Dicono su alcuni giornali che Raúl Castro, da sempre filosovietico (e realmente comunista, prima e più di Fidel), oggi guardi alla Cina popolare come modello di sviluppo per Cuba. Da un lato è pericoloso, perché quel modello coniuga la repressione politica con lo sfruttamento economico; ma dall’altro può essere il vero “socialismo del XXI secolo”, non come la stramberia del Venezuela di Chavez (r.i.p.), bensì come modello di amministrazione del capitalismo per il bene e la crescita comuni, meno  ideologico, più pragmatico e di certo molto più vitale dell’attuale sistema cubano, ormai slegato da qualsiasi concreto internazionalismo e perciò sofferente e ripiegato su se stesso.

Senza una solida direzione del cambiamento, la Rivoluzione in primis e poi il “periodo speciale” che ha salvato il regime con sacrifici enormi dopo il 1989, saranno stati inutili. Senza però la disponibilità a cambiare le cose, Cuba sarà destinata a non contare nulla fino alla fine e a continuare nel declino. L’embargo imposto dagli USA è stato una carognata, una mossa strategica per combattere un nemico minore e solleticare le fantasie (e l’appoggio) dei dissidenti fuggiti in Florida, ma in fin dei conti altrettanto inutile per il suo scopo: ha impedito lo sviluppo della Rivoluzione, senza dubbio, ma ha fornito un incredibile motivazione al regime per rafforzare la sua contrapposizione agli USA, in stile Davide e Golia. Forse, senza l’embargo, la Rivoluzione avrebbe dovuto vedersela con un popolo privo di nemici esterni; e forse avrebbe preso già da tempo decisioni diverse, anche radicali.

Solo Obama poteva fare ciò che sino a poco tempo fa pareva impensabile. Oggi, Cuba fa un primo passo verso un futuro incerto, gravido di promesse e di difficoltà, tra il regime castrista che sembra ancora saldo, ma ha bisogno di aprirsi, e i cubani americani che non vogliono più soltanto la riconquista dell’isola, ma sperimentare un nuovo mercato. Sessant’anni di Rivoluzione arrivano ora al punto, Cuba affronta la sua grande prova: rimettersi in gioco fino alla vittoria, sempre.


Umberto e Nicolao

Nella lunga scia di perdite grandi e piccole di questo ultimo anno, che mi hanno “obbligato” a rendere il blog una specie di pagina dei necrologi, si sono aggiunti due nomi importanti della cultura. Uno era conosciuto soprattutto in ambito di storia del pensiero politico, noto a chi (come me) studiava la politica al di là dei programmi di partito e delle azioni contingenti; l’altro era celebre, riconosciuto al livello internazionale come uno dei più brillanti intellettuali italiani del secondo Novecento.

Nicolao Merker, morto il 14 febbraio, e Umberto Eco, morto il 19.

nicolao-merkerDi Merker ho letto Il socialismo vietato. Miraggi e delusioni da Kautsky agli austromarxisti, ottimo testo di storia del socialismo; Atlante storico della filosofia, una vera e propria bussola per orientarsi nel pensiero filosofico attraverso i secoli; varie introduzioni e prefazioni, tra cui la “guida alla lettura” de La sacra famiglia di Marx ed Engels, l’antologia Che cos’è l’illuminismo?, un’altra antologia di scritti di viaggio di Engels, Viandante socialista, e l’opera di Richard Osborne Storia della filosofia a fumetti. Lo ricordano il prof. Guido Liguori nell’articolo La discreta classe delle idee e MicroMega con la ripubblicazione dei suoi due articoli per la rivista, Individui o nazioni? (2001) e Della Volpe, un filosofo materialista moderno (2005).

Di Eco ho letto Il nome della rosa, di cui mi colpì la vastità di elementi filologici, storici e filosofici inserita in una trama avvincente sia per l’ambientazione che per il ritmo narrativo; Come si fa una tesi di laurea, un esempio magnifico di metodo che mi ha aiutato a fare ordine in tutti i miei studi, non solo universitari; A passo di gambero e vari altri articoli della sua rubrica su l’Espresso, da cui nel giorno della scomparsa hanno ripescato Dov’è andata la morte? (2012). Interessante anche De Bibliotheca (1981). Ho anche assistito a una sua conferenza universitaria in occasione dell’uscita di Storia della bellezza, è stato come sempre molto intelligente e ironico. Prima o poi mi dedicherò anche ad Apocalittici e integrati.

Due tristi perdite per la nostra cultura contemporanea.


Ingrao nel 1990

Pietro Ingrao (1915-2015) al XIX congresso del PCI, nel pieno del processo noto come “svolta della Bolognina“.

[appunto, una pagina dei necrologi; ma posso davvero lasciar correre?]

Aggiornamento: link al dialogo tra Ingrao e Bobbio sulle istituzioni, pubblicato nel 1986 su MicroMega.


A sinistra di che?

Di recente, la rediviva Unità ha ospitato un dibattito sul mantenimento del nome di Gramsci nella testata. Qualcuno ha proposto di eliminarlo, ma stranamente non si tratta di una fazione di moderati poco inclini a tenersi Gramsci come riferimento culturale: al contrario, sono stati alcuni comunisti a sottolineare la distanza politica enorme tra il PD, di cui l’Unità è ora l’organo, e il pensiero di Antonio Gramsci, fondatore insieme a Togliatti e altri del Partito Comunista Italiano (di cui il Partito Democratico è solo in parte, e sempre meno, erede). Tutto sembra essere partito da un tweet di Fassina, contro un titolo del giornale dal sapore renziano. Chi non è d’accordo con questa proposta, sostiene che Gramsci, in quanto intellettuale italiano, appartiene a tutti, e anche al di là del fatto incontestabile che il giornale fu da lui fondato nel 1924, è giusto e persino necessario che il suo nome figuri sulla testata, perché il suo pensiero non è di proprietà esclusiva di una parte politica. In pratica, Gramsci appartiene a tutta la sinistra, anche a quella moderata, anzi alla cultura italiana in generale. I detrattori però sottolineano che probabilmente il compagno Gramsci si dissocerebbe dal PD e quindi dalla linea assunta dal suo organo di stampa; Gramsci fu sempre “partigiano”, politicamente intransigente, avverso all’indifferenza e autore di acutissime analisi storiche e sociali da un punto di vista di classe. Continua a leggere


Valentina VS Diego

Devo dire che Valentina Nappi mi ha colpito. E’ una pornostar ormai molto nota, ma non solo e forse non principalmente per le sue prestazioni su schermo. Tiene infatti (o almeno ha tenuto fino a poco tempo fa) una pagina-blog su MicroMega, dove esprime considerazioni tutt’altro che banali su questioni di costume, politica e filosofia, talvolta in modo provocatorio, ma sempre con lucidità e proprietà di linguaggio. Una proprietà tale, che all’inizio pensavo si facesse scrivere gli articoli da qualcun altro, visto che pure io, nonostante gli sforzi, conservo qualche pregiudizio sulla natura delle persone. In effetti alcune parti dei suoi articoli sembrano scopiazzate da testi di importanti autori: corretto sarebbe riportarle come citazioni, però un possibile “plagio” credo faccia parte delle sue provocazioni e, comunque, vuol dire che lei almeno qualche testo buono lo ha letto. In ogni caso sta diventando un personaggio pubblico come altre attrici porno prima di lei, attiviste nel campo della sessualità.

Incuriosito da questa porno-intellettuale, se così si può definire, ho letto con attenzione un suo articolo che ha suscitato le vive polemiche di un altro intellettuale, stavolta non porno, ma comunque giovane e in ascesa: Diego Fusaro. Ricercatore e saggista, è noto soprattutto per la curatela delle nuove edizioni di opere di Karl Marx, con Bompiani, e per il portale “La filosofia e i suoi eroi“, creato a 16 anni per raccogliere appunti di filosofia e oggi uno dei più ricercati. Fusaro ha aspramente criticato la posizione (intellettuale) di Nappi sull’idea attuale di anticapitalismo (secondo lei assimilabile al fascismo), adducendo però argomentazioni che, pur nella loro complessità, sembrano quasi reazionarie. La questione è piuttosto interessate, al di là della polemica generatrice, perché pone in rilievo un problema teorico stringente, cioè la crisi dell’alternativa socialista al capitalismo e l’emergere della destra radicale come forza di contestazione. Prima però di dire la mia, vi consiglio di leggere i due articoli in questione per avere la visione esatta del problema, così come è posto dai duellanti:

– “Oggi il fascismo si chiama anticapitalismo” (V. Nappi)

– “Il Capitale e i suoi utili idioti: la signorina Nappi” (D. Fusaro) Continua a leggere