Archivi del mese: ottobre 2018

Addenda sugli studi di genere

Nell’articolo Neomarxismi postmoderni e dove trovarli, ho esposto in breve e parzialmente le idee dello psicologo canadese J. Peterson contro l’idea dell’identità sessuale costruita socialmente (qui sopra, un esempio che Peterson contesta). Questa idea, o meglio questo campo di studi, viene spesso definito “teoria del gender” da chi lo avversa (solitamente reazionari di ogni risma), senza però avere la preparazione e le argomentazioni del nuovo guru della destra americana.

Per fare un po’ di chiarezza sulla questione riporto un breve testo, scritto da non so chi su Facebook, che sottolinea i termini esatti riguardo a ciò che fa incazzare reazionari e conservatori, tra i quali Peterson. Ricordo che lo avevo ricopiato un paio di anni fa, quindi immagino si riferisca a qualche polemica di allora. Eccolo:

1) Non esiste un’ideologia gender. Esistono gli studi scientifici di genere. Non sono nati oggi, ma negli anni ’70 e ’80 dalla cultura femminista. Non negano l’esistenza dei generi, ma analizzano l’identità sessuale su un piano multidimensionale:
– sesso biologico, ossia le caratteristiche biologiche e anatomiche (il pene, la vagina) che si hanno alla nascita;
– genere, vale a dire la categoria sociale che definisce il genere maschile e il genere femminile;
– l’identità di genere, se e in che misura ci si percepisce, ci si sente uomini se nati uomini e donne se nate donne;
– ruoli di genere, cioè l’insieme delle aspettative che la società ha sui comportamenti e sugli atteggiamenti che uomini e donne dovrebbero avere per via del loro sesso biologico;
– orientamento sessuale, quindi l’attrazione fisica ed emotiva verso persone persone dello stesso sesso e/o di sesso opposto.

Stabilito questo, gli studi di genere affermano che l’identità di genere degli individui non è determinata dal sesso biologico, ossia dall’organo anatomico che ci si ritrova tra le gambe (la vagina e il pene). Si può essere nati biologicamente maschi, ma avere un’identità femminile (e viceversa): non riconoscere questo, significherebbe negare, per fare un esempio terra-terra, l’esistenza di persone transessuali. Ad essere determinati/influenzati dalla società sono i ruoli di genere che, non a caso, mutano nel corso del tempo e variano a seconda del contesto culturale, religioso e politico a cui si fa riferimento. Si pensi al ruolo delle donne e degli uomini nella società: dalle prime, in passato, ci si aspettava una dedizione totale e totalizzante nei confronti dei figli e delle faccende domestiche; i secondi, al contrario, dovevano occuparsi della carriera, del lavoro. Oggi, questa distinzione si è assottigliata: ad esempio, le donne possono fare carriera e c’è anche maggiore attenzione ai congedi di paternità, per permettere anche agli uomini di occuparsi dei figli. Nel 2015 abbiamo avuto la prima donna italiana nello spazio e nel 2016, forse, avremo la prima presidente donna degli USA (Hillary Clinton). Altri esempi: si può essere donne al 100% giocando a calcio e si può essere maschi alfa indossando pantaloni rosa e praticando danza classica, malgrado le aspettative (i famosi ruoli di genere) della società prevedano altro.

2) Non esiste un fantomatico emendamento «gender» che prevederebbe l’insegnamento della masturbazione. Esiste un emendamento (ddl “buona scuola”, comma 12 dell’articolo 2) che prevede solamente e semplicemente questo: «Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori».

Segnalo inoltre un libro: Judith Butler, Fare e disfare il genere (Mimesis) 2004, di cui il recensore dà questa descrizione:

“Judith Butler è la più celebre filosofa degli studi di genere. L’idea base attorno alla quale ruota il suo lavoro è che il genere sia un processo (il genere è “performativo”), che si crea si disfa in continuazione. Non esiste una forma “normale” del desiderio, che è invece intrinsecamente queer: né eterossesuale né omosessuale né altro, ma in continua mutazione. Proprio perché le categorie di sesso, genere e sessualità necessitano la ripetizione di atti performativi nel tempo, questi hanno una forza normativa, disegnano norme e convenzioni che stabiliscono i confini e le condizioni della nostra vita. Nelle parole della stessa filosofa, «l’Io si ritrova, allo stesso tempo, costituito da norme e dipendente da norme; ciò, tuttavia, non esclude che l’Io possa provare a vivere in modo da mantenere con quelle norme un rapporto critico e trasformativo». Le norme sociali che «strutturano la nostra vita comportano desideri che non si originano da noi», e non sono date una volta per tutte, anzi, è necessario ripeterle e metterle continuamente in scena, per mantenere saldi i loro confini. È anche per questo carattere precario dei generi, quindi, che nasce l’astio per il diverso, che, pur senza danneggiarci direttamente, con la sua semplice presenza ha il potere di mettere in dubbio le nostre certezze. La Butler pone l’identità in un innovativo equilibrio tra natura e cultura, tra l’essere predeterminata e l’essere costruita socialmente. Per la filosofa si tratta di un mutuo feedback tra quel che è definito dal contesto in cui si vive e le proprie scelte: accettare la recita in voga o improvvisare qualcosa di diverso. Un libro importante, anche per ricordare l’innocua mutevolezza e varietà del desiderio erotico.”

Annunci

L’educazione atea nel Rapporto Ilitchev

rapporto ilitchev

Tempo fa, l’UAAR aveva pubblicato un articolo sul blog di MicroMega intitolato “Il Fatto separato dai fatti”, in cui si lamentava per le dabbenaggini scritte da uno dei collaboratori sul loro festival laico e umanistico, organizzato per la settimana successiva; in entrambi gli articoli si faceva riferimento a un certo “rapporto Ilitchev”, uscito in Unione Sovietica per dare un programma coerente alla diffusione dell’ateismo in seno al popolo. Io avevo già trovato, per puro caso e senza saperne nulla, il testo in una vecchia edizione su eBay, inserendolo nella lista dei desideri; dopo averlo visto citato negli articoli della discordia, mi sono deciso a comprarlo per capire cos’è esattamente.

Riferimento bibliografico: L’educazione atea. Rapporto Ilitchev alla Commissione Ideologica del P.C.U.S. Testo e commento, Edizione «Orientamenti sociali» ICAS, con premessa di M. Puccinelli e commento di V. Rovigatti, collana “Studi e documenti”, Roma 1964. [l’immagine qui sopra è un particolare della copertina]

 

Che cos’è il Rapporto Ilitchev

IlicioffTrovare notizie in merito è stato davvero poco semplice, per la scarsità di fonti (e di interesse) sul tema; alcune cose lo ho tradotte con Google Translator da pagine russe. Il Rapporto Ilitchev alla Commissione ideologica del PCUS, presentato come «Attività per rafforzare l’educazione ateistica della popolazione» nella riunione a Mosca del 25 novembre 1963, fu pubblicato nel gennaio seguente e ripreso dalla stampa internazionale con un certo clamore, soprattutto dalle associazioni cattoliche. Fu redatto da Leonid Fëdorovič Il’ičëv (pron. “ilicioff“), giornalista, ideologo e scrittore, che tra il 1961 e il 1965 fu Presidente della Commissione ideologica e Segretario del Comitato centrale (una carica assunta assieme ad altri membri nel periodo di gestione collegiale del potere).

Questo scritto apparve al culmine di una vasta campagna antireligiosa promossa da Krusciov tra il 1958 e il 1964; tratta fondamentalmente dell’estensione di un’educazione ateistica a ogni livello della società sovietica, non solo a scuola, partendo dalla premessa dell’insufficienza della propaganda contro i culti e le sette religiose adottata in URSS fino a quel momento. In Italia, la prima edizione fu curata da una rivista cattolica che accompagnò la traduzione dal francese del testo con un commento fortemente polemico sui pericoli dell’azione comunista attraverso il PCI, considerato mera estensione del PCUS. La paura di fondo era di una inedita campagna per l’ateismo in Italia, condotta attraverso l’insegnamento scolastico improntato al materialismo scientifico e alla propaganda ideologica su tutti i fronti.

Il Rapporto è un testo piuttosto interessante, sia come un documento storico sulla politica culturale e la cultura politicizzata sovietiche, sia in merito alla relazione tra educazione e principi religiosi o ideologici. Dal punto di vista storico, questo Rapporto segna il momento culminante della repressione dei credenti in Unione Sovietica, dopo alcuni anni di relativa libertà, nel dopoguerra, che avevano spinto a un graduale ritorno della Chiesa sulla scena sociale. La necessità di mantenere alto l’impegno ideologico dei cittadini, soprattutto grazie ai successi del regime in campo scientifico, giustificava il rafforzamento dell’educazione nei termini di una profonda estensione del concetto scientifico del mondo nella cultura del popolo. Ciò si accompagnava, naturalmente, a forme di repressione e propaganda tipiche del regime, sempre più dure e persino violente. Continua a leggere


La morte e l’Asia

Io penso che la coscienza della propria morte sia uno dei tratti più profondi e distintivi dell’essere umano, ciò che, forse più ancora del linguaggio, lo distingue dalle altre specie animali. È dal pensiero della morte che derivano le metafisiche consolatorie sullo spirito, sull’aldilà, sulla vita oltre di essa; la morte è l’ignoto supremo, il dolore per la perdita dei propri cari è la sofferenza suprema. Sembra così difficile concepire la fine dell’esistenza, immaginare di non essere più coscienti, di non sentire più nemmeno noi stessi. E da tutto ciò derivano la paura e un grande bisogno di esorcizzarla.

Ma in Asia c’è qualcosa che in Europa (e di conseguenza e a maggior ragione in America) manca del tutto: l’accettazione. Qui siamo sempre convinti di poterci salvare in qualche modo. Cerchiamo l’antidoto a quella che consideriamo una malattia, un male in sé, ossia la mortalità. Non accettiamo la sofferenza, tanto meno la morte e le cose a essa legate. Tanto da scannarci per le questioni di testamento biologico e diritto di morire.

Accettare, da noi, significa rinunciare. In Asia, non solo questo: la rinuncia c’è, ma è di tutto ciò che è futile, superfluo, non necessario. Oltre a ciò, l’accettazione è il primo passo verso la liberazione, la possibilità di vivere la propria vita accettando il fatto che un giorno essa finirà. Eppure non finirà la vita in sé, perché in fondo noi non siamo “di passaggio”, noi siamo una particolare combinazione di cose che fanno e sempre faranno parte di tutto ciò che esiste. Scompare la coscienza individuale, ma non scompare la vita che ha prodotto quella coscienza e ne produrrà altre dopo di essa.

Penso sia una buona soluzione.