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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi.

Le rivoluzioni del 1917

L’anno scorso si è commemorato il centesimo anniversario della Rivoluzione russa. Avevo pubblicato alcuni appunti di studio per ripercorrere l’evoluzione delle idee che hanno accompagnato i moti rivoluzionari attraverso tutto l’Ottocento e gli inizi del Novecento, passando dal populismo (da intendersi in un’accezione diversa da quella attuale) al marxismo e alla formazione dei gruppi più importanti. Oggi, a un anno di distanza, voglio ripercorrere proprio gli eventi del 1917. In ogni caso, per una minuziosa ricostruzione storico-politica degli eventi rivoluzionari dal Febbraio all’Ottobre, dalla prospettiva personale di protagonista degli eventi, si veda: Trotsky L. D., Storia della Rivoluzione russa, Newton&Compton, Roma 1994.

Le rivoluzioni del 1917 scoppiano in un quadro di crisi resa irreversibile dalla Grande guerra. La decisione dell’Impero russo di entrare in guerra, tra l’altro al fianco di potenze liberali quali la Francia e il Regno Unito, contro gli Imperi autocratici prussiano e austro-ungarico, è dettata da interessi commerciali e geopolitici della stessa entità di quelli che avevano spinto alla guerra contro il Giappone. Dello stesso livello, se non peggiore, sono però anche le forze armate, che sin dai primi mesi di conflitto si rivelano impreparate e inefficienti. Una eclatante successione di sconfitte, con perdite enormi tra morti e feriti, oltre a deficienze gravi nell’equipaggiamento e approvvigionamento dei soldati, porta nel giro di due anni alla quasi totale dissoluzione dell’esercito. Nel 1916 la tensione sociale è in costante aumento, il divario tra le città e le campagne cresce ed è aggravato dall’ostilità tra operai e contadini, mentre l’inflazione è fuori controllo; la situazione disastrosa al fronte, dove i tedeschi continuano a conquistare vaste regioni, spinge la popolazione a schierarsi contro la guerra con proteste e scioperi sempre più frequenti, che il governo reprime brutalmente. La crisi del sistema di controllo statale diventa lampante quando iniziano a verificarsi defezioni nella polizia e nell’esercito, con i soldati che si rifiutano in varie occasioni di sparare sui manifestanti.

Il 1917 si apre con una crisi alimentare senza precedenti, che impone il razionamento con tessere e file per l’approvvigionamento, cui però non si riesce a far fronte. Una nuova ondata di proteste e rivolte fomenta lo sciopero delle officine Putilov (1), a Pietrogrado, che in pochi giorni coinvolge un numero enorme di operai. La Rivoluzione di Febbraio costituisce la prima rivoluzione di massa dopo il gennaio del 1905, cui partecipano larghi strati della popolazione: il 23, circa novantamila operai in sciopero si uniscono alle donne che manifestano per la Giornata internazionale della Donna (2); il 24 gli scioperanti salgono a duecentomila; il 25 lo sciopero è generale. Il 26 si diffondono gli scontri armati, ma gran parte dei soldati fraternizza con gli insorti. Infine, il 27, gli insorti occupano la Fortezza di Pietro e Paolo, liberano i prigionieri politici e saccheggiano l’armeria. Lo Zar, tornato dal quartier generale, ordina di sciogliere la Duma, nonostante il parere contrario dei suoi ministri, ma i deputati si rifiutano di obbedire, si alleano con il rinato Soviet degli operai e dei soldati di Pietrogrado e formano il famoso Governo provvisorio, di orientamento liberale. Ai primi di marzo, Nicola II abdica, il granduca Michail rinuncia al trono e la storia dello zarismo si chiude definitivamente. La famiglia reale viene arrestata pochi giorni dopo.

La portata della Rivoluzione di Febbraio è spesso stata sottovalutata e, come talvolta accade con i giudizi dati in epoche successive, ritenuta semplicemente il preludio di quella d’Ottobre; in realtà è un evento autonomo, con caratteristiche peculiari e gravido di possibilità, almeno all’inizio. Con essa cade un’autocrazia durata trecento anni, si passa alla forma repubblicana, si riconoscono pienamente i diritti civili a lungo attesi, aprendo a possibilità democratiche mai sperimentate in precedenza. È una rivoluzione in gran parte spontanea, di amplissima partecipazione popolare e basata sulla commistione di disperazione costante, anelito al cambiamento e desiderio di pace, tanto al fronte quanto in casa. Ogni evento delle giornate di Febbraio è stato provocato da operai, soldati e contadini e molti dei susseguenti cambiamenti di rotta è stato frutto di un movimento popolare di massa, spesso disorganizzato e privo di una coscienza esatta dell’azione, a fronte di una classe politica invero colta alla sprovvista: nessuno dei partiti organizzati, nemmeno i bolscevichi, si aspettava una rivolta vittoriosa come questa (pare che lo stesso Lenin, in una intervista rilasciata in gennaio a Zurigo, avesse detto che con tutta probabilità la sua generazione non avrebbe visto la rivoluzione).

La particolarità della situazione rivoluzionaria è ben evidenziata dal modo in cui il potere si trasferisce dall’autocrazia ai rappresentanti del popolo. Si costituiscono nello stesso giorno il Governo provvisorio, formato dagli eletti della Duma (generalmente di orientamento liberale), e il Soviet degli operai e dei soldati, formato dai rappresentanti di fabbrica (che riunisce menscevichi, socialisti rivoluzionari e vari senza partito). Entrambi gli organismi hanno una propria legittimità e rappresentano rispettivamente la borghesia liberale e il coacervo di fazioni socialiste e anarchiche proletarie. Si attesta così una dualità di potere che si regge su un equilibrio alquanto precario: nei primi tempi, gli interessi dei due organismi sono virtualmente identici e questo permette la prospettiva della convocazione di una Assemblea costituente; ma nel momento in cui appaiono le contraddizioni, il conflitto diventa inevitabile. Il Governo provvisorio ha in mano il controllo politico istituzionale, il Soviet quello militare, dei trasporti e delle comunicazioni.

L’uomo più in vista del Governo provvisorio è A. F. Kerenskij, unico socialista, impegnato in politica sin dal 1905, in qualità di avvocato difensore di vari prigionieri politici. Appartiene ai trudovichi (letteralmente “lavoratori”, ma traducibile come “laburisti”), un gruppo del Partito dei socialisti rivoluzionari che unisce tendenze populiste e nazionaliste in difesa degli interessi della piccola borghesia. Sebbene contrario ai crediti di guerra, Kerenskij riconosce la necessità di difendere il territorio russo. La sua abilità oratoria e la sua opposizione all’autocrazia lo hanno presto reso molto popolare, tanto da essere stato arrestato e poi tenuto d’occhio dalla polizia per tutto il periodo di attività parlamentare, fino al Febbraio, quando si afferma come capo rivoluzionario figura in certo modo super partes tra i liberali e i socialdemocratici. Nominato Ministro della Guerra, Kerenskij si prodiga per la continuazione del conflitto, andando apertamente contro le rivendicazioni popolari. La motivazione è la difesa della patria e delle conquiste democratiche della rivoluzione, cui segue l’organizzazione di un’offensiva militare nel corso del mese di luglio, detta “Offensiva Kerenskij”, che dopo un iniziale successo si conclude con l’ennesima, dura sconfitta russa.

Sul fronte dei soviet, i bolscevichi sono inizialmente in netta minoranza, dato che Lenin e diversi altri rivoluzionari sono bloccati all’estero da tempo; ma la risonanza delle giornate di Febbraio preoccupa gli Imperi centrali, che temono una ripresa della fiducia nazionalista in Russia e quindi una nuova offensiva. Coscienti delle proteste popolari russe contro la guerra e delle strategie pacifiste dei socialdemocratici, le autorità tedesche decidono di far rientrare in patria diversi rivoluzionari, tra i quali Lenin, su un treno speciale, sperando che la sua azione politica sia coerente con la critica della guerra. Alla metà di aprile, il capo dei bolscevichi arriva a Pietrogrado trovando un partito molto propenso al compromesso con la maggioranza menscevica e con il Governo, nel quadro della dualità di potere; quindi espone un cambio di tattica nelle famose Tesi di aprile, costituenti il nucleo del futuro programma bolscevico. In questo documento viene innanzitutto condannata l’idea di continuazione del conflitto come “difesa della rivoluzione”, in quanto la guerra è strettamente legata gli interessi del capitale, dunque è una guerra imperialista (3) e appoggiarla vuol dire rinunciare in via definitiva alla possibilità del passaggio alla fase socialista della rivoluzione. Si ribadiscono la nazionalizzazione e la redistribuzione delle terre, la soppressione dell’esercito, la creazione di un’unica banca nazionale e il controllo della produzione sociale da parte dei soviet. E il punto più importante: “la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai”, trasformato nel celebre slogan tutto il potere ai Soviet, che impone la fine della dualità di potere, la rottura con il Governo provvisorio e la continuazione della rivoluzione verso il socialismo.

Naturalmente, Lenin è anche cosciente delle difficoltà di attuare queste tesi senza un “ostinato e paziente” lavoro di “spiegazione” degli errori politici del Governo provvisorio e della maggioranza menscevica, ponendo in primo piano il lavoro politico a breve scadenza rispetto a qualsivoglia azione sul medio e lungo termine. Le sue tesi sono avversate da molti esponenti dei Soviet, in particolare da Plechanov, ormai in completa opposizione ai bolscevichi, e dal Governo provvisorio, che vede in questo programma la longa manus del nemico tedesco, accusando pertanto Lenin di essere un agente al soldo della Germania. In luglio, con l’inizio dell’Offensiva Kerenskij, a Pietrogrado riprendono le manifestazioni per la pace, che si trasformano presto in una rivolta; i bolscevichi sono contrari, ritenendola prematura, ma tentano comunque di prenderne il controllo per incanalarla verso obiettivi realistici. La rivolta delle “giornate di Luglio” è repressa dai reparti dell’esercito fedeli al Governo e i bolscevichi sono messi fuori legge. Lenin fugge in Finlandia.

Il disastro dell’Offensiva Kerenskij, intanto, affossa del tutto la residua popolarità del Ministro e del Governo provvisorio. In agosto un generale, Kornilov, tenta di accordarsi con Kerenskij per riportare l’ordine con un intervento militare, ma una volta compreso il rischio di un colpo di stato controrivoluzionario, il Ministro rifiuta e si ritrova con le truppe di Kornilov a marciare su Pietrogrado. Sono proprio i bolscevichi del soviet cittadino a organizzare le difese e a contare con un ampio appoggio della popolazione, sconfiggendo il generale. Il partito ne esce enormemente rafforzato e in poco tempo conquista la maggioranza nel Soviet; in settembre ne viene eletto presidente Lev Trotsky, appena uscito dal carcere e passato dai menscevichi ai bolscevichi.

Tutto il potere ai bolscevichi

Il periodo tra settembre e ottobre vede alcune novità. Il Soviet di Pietrogrado costituisce un comitato militare rivoluzionario che lo pone in contrasto diretto col Governo provvisorio; la dualità di potere non è più solo politica, contando entrambi gli organismi su proprie guarnigioni armate. Inoltre, entrambi emanano direttive che spesso si annullano a vicenda, contribuendo a rendere ancor più difficili i rapporti. La possibilità di prendere il potere è causa di tensioni all’interno dei bolscevichi, perché mentre Lenin vede maturata la capacità del popolo di prendere in mano il proprio destino e quindi di decidere al di là della mediazione degli stessi soviet, altri come G. E. Zinoviev e L. B. Kamenev sono convinti che una vittoria relativamente facile sarebbe soppiantata dalle difficoltà di far fronte alla crisi di approvvigionamento delle città, preferendo all’insurrezione un’alleanza strategica con altri partiti socialisti, in vista dell’elezione dell’Assemblea costituente. Le voci di una insurrezione provocano la reazione sdegnata di Gorkij, che scrive articoli molto duri su una rivista socialista indipendente, paventando il caos totale, dovuto all’immaturità delle coscienze civili e morali delle fasce di popolazione che avrebbero partecipato; qui si ritrova la diversa concezione rivoluzionaria su quali siano i requisiti adatti per passare all’azione, se cioè la “maturità” debba essere culturale, dei soggetti in quanto persone, o delle condizioni materiali e sociali, che permettono di far progredire le persone al seguito degli eventi storico-politici. Come Gorkij la pensano i liberali, i menscevichi e una parte dei bolscevichi; il resto del partito leninista, dopo diverse riunioni preparatorie, decide invece di assumere in concreto il ruolo di avanguardia rivoluzionaria e provocare quella trasformazione che dovrà avviare la costruzione del futuro socialista.

Il clima della capitale riflette quello dell’intero paese. La Rivoluzione di Febbraio è stata un ciclone che ha spazzato via il vecchio regime e ne ha abbattuto o nascosto i simboli, ma in generale ogni cosa è rimasta in uno stato di sospensione, in cui la guerra sembra non avere fine, la fame continua a fomentare rivolte, il Governo continua a reprimere il dissenso con le armi. In questo periodo iniziano le requisizioni forzate di grano dalle campagne, mentre l’attività politica di base, con propaganda talvolta irresponsabile e agitazioni di ogni tipo si sperimenta, in effetti, una ebollizione sociale costante, continuata anche dopo la risposta alle “giornate di Luglio” e accresciuta con l’Affare Kornilov. Il punto è che la decisione dei bolscevichi di passare all’azione, certamente sotto la forte spinta di Lenin, non è basata solo ed unicamente su una posizione ideologica, ma sulla concreta situazione sociale che ha permesso a questo particolare partito di recuperare credito e dunque, ora, di porsi alla testa di un movimento di operai e di soldati sufficientemente vasto da dare senso all’azzardo del potere. Il Governo Provvisorio ha rapidamente perso la sua legittimità agli occhi delle fasce sociali artefici del Febbraio e le possibilità di una evoluzione democratico-borghese della Rivoluzione sono infime. Le alternative realistiche sono o una nuova fase rivoluzionaria improntata al socialismo (alla cui testa potrebbero mettersi tanto i bolscevichi, quanto i socialisti rivoluzionari), o una dittatura militare reazionaria che recuperi alcune forme di autoritarismo pre-rivoluzionario conciliandole con una forma repubblicana sotto il controllo dell’esercito.

In ottobre, l’ebollizione sociale raggiunge il culmine; a differenza di luglio, i tempi sembrano sufficientemente maturi per passare ai fatti con maggiori probabilità di successo. Trotsky è il principale pianificatore dell’insurrezione, che viene fissata nella stessa data del II Congresso panrusso dei soviet. Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre, le truppe rivoluzionarie occupano tutti i punti nevralgici della città: le poste, la centrale telefonica, la stazione ferroviaria, la banca di Stato, i palazzi governativi e infine il Palazzo d’Inverno, sede del Governo provvisorio; i ministri sono arrestati, Kerenskij riesce a fuggire dopo aver opposto un ultimo tentativo di resistenza. Al mattino viene dichiarata la Repubblica dei Soviet. La rapidità e la coordinazione dei reparti bolscevichi rendono l’Ottobre una delle insurrezioni meno violente della storia, anche se di lì a poco gli eventi prenderanno una piega drammatica.

Il giorno dopo, 26 ottobre, i rivoluzionari mantengono le promesse dello slogan “pace con la Germania, terra ai contadini” tramite due decreti fondamentali, emanati dal neoeletto Consiglio dei commissari del popolo, le cui implicazioni sono però lontane dal risolvere del tutto la situazione. Il Decreto sulla pace, primo atto ufficiale del governo degli operai, dei soldati e dei contadini, contiene due appelli: uno alle potenze belligeranti e in particolare alla Germania per la cessazione delle ostilità e l’inizio delle trattative, senza annessioni né indennità territoriali ed economiche; un altro al proletariato dei paesi europei più avanzati, affinché si unisca alla Repubblica sovietica per affrancare il mondo dalla guerra e costruire insieme il futuro socialista. Sebbene in questo caso specifico non si parli di rivoluzione europea, il coinvolgimento del proletariato internazionale nel processo di pace ne può diventare il preludio, comunque superando la crisi nazionalista causa del fallimento della Seconda Internazionale; intanto, si gettano le basi per la controversa pace di Brest-Litovsk. Il successivo Mandato contadino sulla terra ratifica in via formale il processo già realizzato di fatto dai contadini dopo il Febbraio: abolizione dei diritti di proprietà fondiaria, confisca e redistribuzione degli appezzamenti secondo le misure stabilite dai soviet rurali, mantenimento dell’ordine pubblico durante il passaggio di regime. Nei successivi due anni, circa centocinquanta milioni di ettari saranno occupati e redistribuiti; questo processo di riforma radicale è in concreto un passaggio della terra dai grandi proprietari ai comitati contadini, ossia la formazione della piccola proprietà terriera che, nei dibattiti socialdemocratici degli anni precedenti, è posta all’origine della formazione della borghesia. I bolscevichi, in sostanza, accettano il rischio della transizione borghese, incanalandola però in un tentativo di conciliazione tra due mondi ancora in conflitto, la città e la campagna, gli operai e i contadini, entrambi rivoltosi, attivi e reciprocamente ostili.

Un pragmatismo che si rivela fondamentale nella difesa della rivoluzione, a maggior ragione se si tiene in conto l’attività delle organizzazioni operaie a partire dal mese di marzo, con l’intromissione dei comitati di fabbrica nei processi di produzione e le spinte per l’autogestione, fino alle rivendicazioni di ripartizione delle fabbriche come proprietà collettiva, in maniera analoga a quanto accade nelle campagne; ma anche questa tendenza, almeno in parte, si rivela in contraddizione con i piani per uno sviluppo industriale generale, che richiede accentramento e piani direzionali su larga scala, a opera di uno Stato-imprenditore i cui obiettivi pongono già un limite all’autogestione operaia. I decreti sulla giornata di otto ore e il controllo operaio, pur ratificando anche in questo caso processi già in atto, non risolvono le contraddizioni sorte da questa difformità di obiettivi tra governo e organizzazioni operaie, aumentando le tensioni tra nuovi scioperi e misure disciplinari in risposta. A questo stato di cose si aggiunge la decisione più che controversa di sciogliere l’Assemblea costituente, convocata già dal Governo Provvisorio per la fine di novembre e rinviata al gennaio del 1918: la netta predominanza di deputati eletti tra le fila dei socialisti rivoluzionari, che come si è visto è l’altro grande partito radicato nelle masse, spinge i bolscevichi a non accettare alcun compromesso, negando così la possibilità di dare un fondamento giuridico al nuovo Stato tramite l’equilibrio delle forze in campo. I bolscevichi ottengono infatti solo 175 su 707, mentre i socialisti rivoluzionari di varie tendenze ne ottengono oltre 400, il resto diviso tra rappresentanti di gruppi nazionali, cadetti e menscevichi (oramai realmente in minoranza).

In ogni caso, il tempo per le decisioni politiche pacifiche si esaurisce quasi subito. Il Trattato di Brest-Litovsk sancisce una pace con la Germania a condizioni durissime, che prevedono la cessione di vasti territori ricchi di risorse e il pagamento di sei milioni di marchi per risarcimento di guerra; nel frattempo, le forze controrivoluzionarie si riorganizzano nell’esercito dei “bianchi”, che aggrediscono da più punti il territorio sotto il diretto controllo dei bolscevichi (corrispondente grossomodo alla Russia europea). Generali quali Krasnov, Denikin, Vrangel, Judenič e Kolčak, riportano vittorie importanti contro i “rossi” grazie all’aiuto delle potenze straniere, che vedono nel bolscevismo un pericolo simile a un’epidemia di peste: il governo degli operai, dei soldati e dei contadini diventa un mito che alimenta le speranze nella rivoluzione europea e mondiale, le sue azioni scompaginano consolidate usanze diplomatiche con la pubblicazione di trattati segreti e ricusazioni di impegni presi dall’autocrazia zarista (o dal Governo Provvisorio), per cui è necessario distruggere un tale governo e insieme a esso le velleità insurrezionali dei lavoratori in Europa. La Russia diventa una vera e propria “fortezza assediata”, che difende la sua rivoluzione con due organizzazioni destinate a essere i pilastri del futuro potere sovietico: l’Armata Rossa, organizzata e diretta da Trotsky contro l’Armata Bianca, e la Čeka, la “Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio” diretta da F. Dzeržinskij per colpire il nemico interno.

 

NOTE

(1) Erano state tra i “punti caldi” della rivoluzione del 1905 e rappresentano una delle realtà operaie principali del Paese. Nel corso della Grande guerra promuovono almeno quarantadue scioperi, cui partecipano circa centosessantamila operai.

(2) Fino al 1918 la Russia utilizzò il calendario giuliano, indietro di tredici giorni rispetto a quello gregoriano; quindi il 23 febbraio corrisponde al 8 marzo. Per lo stesso motivo l’anniversario della “rivoluzione d’ottobre” cade il 7 novembre.

(3) Sulla natura dell’imperialismo, concetto nuovo diffusosi in quegli anni grazie agli studi di R. Hilferding, Lenin scrisse una delle sue opere più famose, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, nel 1916. La mutazione in corso del capitalismo da industriale a finanziario implica il passaggio dall’esportazione delle merci (caratteristica del vecchio capitalismo fondato sulla libera concorrenza) all’esportazione di capitali (nuovo capitalismo monopolistico), dovuta al fatto che nei paesi economicamente più avanzati il capitalismo ha raggiunto una maturità tale da non avere più spazi interni per espandersi. La ricerca di nuovi spazi per investimenti redditizi porta a rivolgere l’attenzione all’esterno, verso i paesi meno sviluppati, dividendo l’intera superficie terrestre fra i monopoli. Questa fase ultima ha come conseguenze la speculazione finanziaria, la conflittualità irrazionale tra ricerca del profitto e bisogni della popolazione, la guerra come strumento di conquista dei nuovi spazi.

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Addenda sugli studi di genere

Nell’articolo Neomarxismi postmoderni e dove trovarli, ho esposto in breve e parzialmente le idee dello psicologo canadese J. Peterson contro l’idea dell’identità sessuale costruita socialmente (qui sopra, un esempio che Peterson contesta). Questa idea, o meglio questo campo di studi, viene spesso definito “teoria del gender” da chi lo avversa (solitamente reazionari di ogni risma), senza però avere la preparazione e le argomentazioni del nuovo guru della destra americana.

Per fare un po’ di chiarezza sulla questione riporto un breve testo, scritto da non so chi su Facebook, che sottolinea i termini esatti riguardo a ciò che fa incazzare reazionari e conservatori, tra i quali Peterson. Ricordo che lo avevo ricopiato un paio di anni fa, quindi immagino si riferisca a qualche polemica di allora. Eccolo:

1) Non esiste un’ideologia gender. Esistono gli studi scientifici di genere. Non sono nati oggi, ma negli anni ’70 e ’80 dalla cultura femminista. Non negano l’esistenza dei generi, ma analizzano l’identità sessuale su un piano multidimensionale:
– sesso biologico, ossia le caratteristiche biologiche e anatomiche (il pene, la vagina) che si hanno alla nascita;
– genere, vale a dire la categoria sociale che definisce il genere maschile e il genere femminile;
– l’identità di genere, se e in che misura ci si percepisce, ci si sente uomini se nati uomini e donne se nate donne;
– ruoli di genere, cioè l’insieme delle aspettative che la società ha sui comportamenti e sugli atteggiamenti che uomini e donne dovrebbero avere per via del loro sesso biologico;
– orientamento sessuale, quindi l’attrazione fisica ed emotiva verso persone persone dello stesso sesso e/o di sesso opposto.

Stabilito questo, gli studi di genere affermano che l’identità di genere degli individui non è determinata dal sesso biologico, ossia dall’organo anatomico che ci si ritrova tra le gambe (la vagina e il pene). Si può essere nati biologicamente maschi, ma avere un’identità femminile (e viceversa): non riconoscere questo, significherebbe negare, per fare un esempio terra-terra, l’esistenza di persone transessuali. Ad essere determinati/influenzati dalla società sono i ruoli di genere che, non a caso, mutano nel corso del tempo e variano a seconda del contesto culturale, religioso e politico a cui si fa riferimento. Si pensi al ruolo delle donne e degli uomini nella società: dalle prime, in passato, ci si aspettava una dedizione totale e totalizzante nei confronti dei figli e delle faccende domestiche; i secondi, al contrario, dovevano occuparsi della carriera, del lavoro. Oggi, questa distinzione si è assottigliata: ad esempio, le donne possono fare carriera e c’è anche maggiore attenzione ai congedi di paternità, per permettere anche agli uomini di occuparsi dei figli. Nel 2015 abbiamo avuto la prima donna italiana nello spazio e nel 2016, forse, avremo la prima presidente donna degli USA (Hillary Clinton). Altri esempi: si può essere donne al 100% giocando a calcio e si può essere maschi alfa indossando pantaloni rosa e praticando danza classica, malgrado le aspettative (i famosi ruoli di genere) della società prevedano altro.

2) Non esiste un fantomatico emendamento «gender» che prevederebbe l’insegnamento della masturbazione. Esiste un emendamento (ddl “buona scuola”, comma 12 dell’articolo 2) che prevede solamente e semplicemente questo: «Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori».

Segnalo inoltre un libro: Judith Butler, Fare e disfare il genere (Mimesis) 2004, di cui il recensore dà questa descrizione:

“Judith Butler è la più celebre filosofa degli studi di genere. L’idea base attorno alla quale ruota il suo lavoro è che il genere sia un processo (il genere è “performativo”), che si crea si disfa in continuazione. Non esiste una forma “normale” del desiderio, che è invece intrinsecamente queer: né eterossesuale né omosessuale né altro, ma in continua mutazione. Proprio perché le categorie di sesso, genere e sessualità necessitano la ripetizione di atti performativi nel tempo, questi hanno una forza normativa, disegnano norme e convenzioni che stabiliscono i confini e le condizioni della nostra vita. Nelle parole della stessa filosofa, «l’Io si ritrova, allo stesso tempo, costituito da norme e dipendente da norme; ciò, tuttavia, non esclude che l’Io possa provare a vivere in modo da mantenere con quelle norme un rapporto critico e trasformativo». Le norme sociali che «strutturano la nostra vita comportano desideri che non si originano da noi», e non sono date una volta per tutte, anzi, è necessario ripeterle e metterle continuamente in scena, per mantenere saldi i loro confini. È anche per questo carattere precario dei generi, quindi, che nasce l’astio per il diverso, che, pur senza danneggiarci direttamente, con la sua semplice presenza ha il potere di mettere in dubbio le nostre certezze. La Butler pone l’identità in un innovativo equilibrio tra natura e cultura, tra l’essere predeterminata e l’essere costruita socialmente. Per la filosofa si tratta di un mutuo feedback tra quel che è definito dal contesto in cui si vive e le proprie scelte: accettare la recita in voga o improvvisare qualcosa di diverso. Un libro importante, anche per ricordare l’innocua mutevolezza e varietà del desiderio erotico.”


L’educazione atea nel Rapporto Ilitchev

rapporto ilitchev

Tempo fa, l’UAAR aveva pubblicato un articolo sul blog di MicroMega intitolato “Il Fatto separato dai fatti”, in cui si lamentava per le dabbenaggini scritte da uno dei collaboratori sul loro festival laico e umanistico, organizzato per la settimana successiva; in entrambi gli articoli si faceva riferimento a un certo “rapporto Ilitchev”, uscito in Unione Sovietica per dare un programma coerente alla diffusione dell’ateismo in seno al popolo. Io avevo già trovato, per puro caso e senza saperne nulla, il testo in una vecchia edizione su eBay, inserendolo nella lista dei desideri; dopo averlo visto citato negli articoli della discordia, mi sono deciso a comprarlo per capire cos’è esattamente.

Riferimento bibliografico: L’educazione atea. Rapporto Ilitchev alla Commissione Ideologica del P.C.U.S. Testo e commento, Edizione «Orientamenti sociali» ICAS, con premessa di M. Puccinelli e commento di V. Rovigatti, collana “Studi e documenti”, Roma 1964. [l’immagine qui sopra è un particolare della copertina]

 

Che cos’è il Rapporto Ilitchev

IlicioffTrovare notizie in merito è stato davvero poco semplice, per la scarsità di fonti (e di interesse) sul tema; alcune cose lo ho tradotte con Google Translator da pagine russe. Il Rapporto Ilitchev alla Commissione ideologica del PCUS, presentato come «Attività per rafforzare l’educazione ateistica della popolazione» nella riunione a Mosca del 25 novembre 1963, fu pubblicato nel gennaio seguente e ripreso dalla stampa internazionale con un certo clamore, soprattutto dalle associazioni cattoliche. Fu redatto da Leonid Fëdorovič Il’ičëv (pron. “ilicioff“), giornalista, ideologo e scrittore, che tra il 1961 e il 1965 fu Presidente della Commissione ideologica e Segretario del Comitato centrale (una carica assunta assieme ad altri membri nel periodo di gestione collegiale del potere).

Questo scritto apparve al culmine di una vasta campagna antireligiosa promossa da Krusciov tra il 1958 e il 1964; tratta fondamentalmente dell’estensione di un’educazione ateistica a ogni livello della società sovietica, non solo a scuola, partendo dalla premessa dell’insufficienza della propaganda contro i culti e le sette religiose adottata in URSS fino a quel momento. In Italia, la prima edizione fu curata da una rivista cattolica che accompagnò la traduzione dal francese del testo con un commento fortemente polemico sui pericoli dell’azione comunista attraverso il PCI, considerato mera estensione del PCUS. La paura di fondo era di una inedita campagna per l’ateismo in Italia, condotta attraverso l’insegnamento scolastico improntato al materialismo scientifico e alla propaganda ideologica su tutti i fronti.

Il Rapporto è un testo piuttosto interessante, sia come un documento storico sulla politica culturale e la cultura politicizzata sovietiche, sia in merito alla relazione tra educazione e principi religiosi o ideologici. Dal punto di vista storico, questo Rapporto segna il momento culminante della repressione dei credenti in Unione Sovietica, dopo alcuni anni di relativa libertà, nel dopoguerra, che avevano spinto a un graduale ritorno della Chiesa sulla scena sociale. La necessità di mantenere alto l’impegno ideologico dei cittadini, soprattutto grazie ai successi del regime in campo scientifico, giustificava il rafforzamento dell’educazione nei termini di una profonda estensione del concetto scientifico del mondo nella cultura del popolo. Ciò si accompagnava, naturalmente, a forme di repressione e propaganda tipiche del regime, sempre più dure e persino violente. Continua a leggere


La morte e l’Asia

Io penso che la coscienza della propria morte sia uno dei tratti più profondi e distintivi dell’essere umano, ciò che, forse più ancora del linguaggio, lo distingue dalle altre specie animali. È dal pensiero della morte che derivano le metafisiche consolatorie sullo spirito, sull’aldilà, sulla vita oltre di essa; la morte è l’ignoto supremo, il dolore per la perdita dei propri cari è la sofferenza suprema. Sembra così difficile concepire la fine dell’esistenza, immaginare di non essere più coscienti, di non sentire più nemmeno noi stessi. E da tutto ciò derivano la paura e un grande bisogno di esorcizzarla.

Ma in Asia c’è qualcosa che in Europa (e di conseguenza e a maggior ragione in America) manca del tutto: l’accettazione. Qui siamo sempre convinti di poterci salvare in qualche modo. Cerchiamo l’antidoto a quella che consideriamo una malattia, un male in sé, ossia la mortalità. Non accettiamo la sofferenza, tanto meno la morte e le cose a essa legate. Tanto da scannarci per le questioni di testamento biologico e diritto di morire.

Accettare, da noi, significa rinunciare. In Asia, non solo questo: la rinuncia c’è, ma è di tutto ciò che è futile, superfluo, non necessario. Oltre a ciò, l’accettazione è il primo passo verso la liberazione, la possibilità di vivere la propria vita accettando il fatto che un giorno essa finirà. Eppure non finirà la vita in sé, perché in fondo noi non siamo “di passaggio”, noi siamo una particolare combinazione di cose che fanno e sempre faranno parte di tutto ciò che esiste. Scompare la coscienza individuale, ma non scompare la vita che ha prodotto quella coscienza e ne produrrà altre dopo di essa.

Penso sia una buona soluzione.


Neomarxismi postmoderni e dove trovarli

Forse non ne avete ancora sentito parlare, ma tra poco tempo sarà famoso anche da noi il prof. Jordan Peterson, psicologo dell’Università di Toronto, il cui più recente libro uscirà il mese prossimo anche in Italia. Perché sarà famoso? Per lo stesso motivo che lo ha reso famoso in America: è un trita-comunisti. Nel giro di un paio d’anni è diventato il guru della destra americana, in particolare della “alt-right“, ma in generale dei conservatori di tutto il continente, grazie ad alcuni video in cui contesta, molto abilmente, le argomentazioni a favore del politicamente corretto e delle politiche di genere. Se date un’occhiata su YouTube, oltre alle sue lezioni universitarie, troverete una caterva di video con titoli tipo “Jordan Peterson destroys left maniac”, “Transgender schooled by Peterson” e via dicendo, messi evidentemente da suoi fan che adorano vedere come lui riesce dove loro falliscono.

 

Da Toronto con furore

Ma procediamo con ordine. Lo ho conosciuto tramite questo video, in cui viene analizzato in dettaglio come lui riesca a tener testa a una giornalista che lo aggredisce usando trucchi degni del libretto di Schopenhauer sull’arte di ottenere ragione:

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Quando ero un otaku

Ho visto ieri sera per la prima volta il film Black Rain – Pioggia sporca (R. Scott, USA 1989), che non so perché mi era sfuggito. Ottimo film, come tutti i thriller e quelli d’azione degli anni Ottanta. Mi ha fatto tornare in mente il periodo in cui ero un otaku, ossia un “appassionato in modo ossessivo verso la sottocultura giapponese di fumetti, cartoni e videogiochi” – un nerd nipponico insomma.

Giappone che passione

Tra le molteplici passioni dell’adolescenza, una predominante era verso tutto ciò che riguardava il Giappone. Adoravo tutto quel che veniva da questo Paese, a cominciare da manga e anime, fino alla cultura, la storia e l’arte (ho seguito persino dei campionati di sumo). Ma se queste ultime mi interessano ancora oggi, come del resto tutta l’Asia, la passione per fumetti e cartoni animati è svanita, neppure gradualmente. Comunque sia, forse non ero un vero e proprio otaku, perché ho conosciuto gli appassionati veri e sapevano anche i minimi dettagli di serie, personaggi e autori; io non sono mai arrivato a questi eccessi, però di serie ne ho seguite un sacco e di soldi ne ho spesi parecchi. Contando che ero un nerd anche in altre direzioni (tra fumetti americani, film di genere, collezionismo ecc.), se non avessi avuto passioni, oggi sarei molto più ricco. Al di là di questo, mi affascinavano i dettagli, le parole che si potevano e dovevano usare per descrivere certe cose (tipo “gaijin“), avrei anzi voluto saperne di più sulla vita quotidiana, le “piccole differenze”, per dirla alla Pulp Fiction (ma anche quelle grandi, grandissime). All’epoca non era facile scoprirle, senza internet, ma molte le ho conosciute grazie ai manga. Continua a leggere


L’ultimo della ‘golden age’

Perché cazzo ho saputo solo adesso della morte di “Fast” Eddie Clarke??? Cristo! Prima Phil “Philty Animal” Taylor, poi Ian “Lemmy” Kilmister e ora lui. “Ora” no, a gennaio, porca miseria. È la fine della classica line-up dei Motörhead, durata dal 1979 al 1982, che ci ha regalato pietre miliari del rock quali OverkillBomberAce of SpadesIron Fist e il live No Sleep ‘til Hammersmith, primo dei concerti-capolavoro del gruppo. Un gran chitarrista, forse anche uno stronzo, ma a noi interessa il chitarrista. R.I.P.

Qui suona il riff più famoso della band:

Eddie Clarke su Wikipedia

Motorhead classic

La formazione della golden age.