Archivio dell'autore: GoatWolf

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basti sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi.

Slavoj Zizek and Jordan Peterson!

A dream comes true: Zizek and Peterson finally have debated. The two intellectuals are, respectively, the “gurus” of left-wing and right-wing movements around the world. Many people, since Peterson fame has rised, hoped for this debate (includin myself), asking in many occasions to Zizek to express some thoughts about the canadian psychologist’s points of view. I think they’re both very intelligent and witty persons, with a creative mind, and the debate should not be just a “counter attack” on each other, but a real intellectual confrontation from radically different visions and backgrounds, and also  many similarities. I am more on the Zizek side, but I like some of Peterson’s critics; they both make a clear point on the critical thinking, against ideologies and power systems, as also go in deep analisys of the human nature and culture. And they’re always deeply sincere in expressing themselves.

Enough, let’s go down to businness and enjoy this fulfilled dream.

Annunci

Makarenko: disciplina e responsabilità

MakarenkoQuesto primo aprile è ricorso l’ottantesimo anniversario della morte di Anton S. Makarenko (1888-1939), importante pedagogista sovietico, oggi sconosciuto ai più. Io stesso lo conosco solo da un paio d’anni, e solo perché nella stessa epoca, interessandomi di Nadežda K. Krupskaja, pedagogista anche lei (ma più nota per essere stata la moglie di Lenin), ho scoperto varie questioni dell’educazione in URSS tra la Rivoluzione e l’ascesa di Stalin. Makarenko si è distinto per il recupero della marginalità sociale e l’uso di una disciplina militaresca nelle colonie e nelle comuni che ha gestito. Il suo obiettivo era di educare e formare l’individuo alla responsabilità nei confronti della collettività.

A lungo dimenticato, ultimamente ne hanno ristampato il capolavoro: Poema pedagogico, scritto negli anni Trenta, in cui, con uno stile letterario e romanzato, descrive la vita nella Colonia Gorkij, dove venivano rieducati i ragazzi orfani che delinquevano. Il fatto che fosse un pedagogista sovietico lo pone, com’è ovvio, al crocevia ideologico dove finiscono tutti gli schierati: lo devo tenere in conto perché è comunista? O lo devo tralasciare, per lo stesso motivo? Lo devo forse “epurare” della sua ideologia e ri-attualizzarlo? O devo prenderlo per ciò che è, storicizzandolo?

Secondo alcuni si tratta di un “prodotto” in linea con lo stalinismo, disciplinare e inquadrante; secondo altri, il livello politico è molto basso, quasi una “patina” sovrapposta per convenienza su teorie non ideologiche. Come al solito, la questione è un po’ più complessa: Makarenko non fu mai ufficialmente sostenitore del bolscevismo, né iscritto al partito; fu soprattutto attraverso la convivenza con la moglie Galina S. Salko che il pedagogista si avvicinò, gradualmente, all’ideologia sovietica. Tuttavia non si può negare che nella pedagogia makarenkiana si accolga il concetto di “uomo nuovo” come modello di individuo integrato nel collettivo, la cui formazione si espleta attraverso il lavoro. Il pedagogista sovietico, allora, può essere considerato un educatore approdato in maniera personale alle concezioni ideologiche dell’URSS, come complemento delle proprie concezioni educative.

La carriera di Makarenko – Da ispettore scolastico della neonata Repubblica dei Soviet, concentrò la sua azione sui dimenticati della nazione, gli orfani e i bambini abbandonati a se stessi durante la guerra civile russa (1918-1921), che riunì in comuni di studio e lavoro organizzate secondo una disciplina militaresca, dove studenti e insegnanti formavano un collettivo. La situazione dell’epoca era drammatica: decine di migliaia di orfani, lasciati a sé stessi, vivevano in condizioni miserevoli e spesso diventavano criminali, commettendo gravi atti contro le persone e il patrimonio pubblico.

La semplice correzione punitiva non bastava e Makarenko, ricevuto l’incarico di gestire una comune, trasse dall’esperienza quotidiana alcuni principi teorici: intanto, la rieducazione dei ragazzi ex-delinquenti non deve essere impostata a partire dall’entità del loro crimine, come se questo li “marchiasse” in maniera lombrosiana, bensì dalla constatazione che si ha a che fare con esseri umani come gli altri, degni perciò di una fiducia di base; poi, le attività da svolgere non possono avere un carattere libertario, come una parte della pedagogia sperimentale sovietica propone (riprendendo le idee di Rousseau), bensì un indirizzamento verso obiettivi specifici; infine, la scelta della disciplina militaresca non va ridotta alla severità umiliante della vecchia scuola zarista, ma intesa come mezzo di formazione della personalità individuale nella sua pienezza, che coincide con la vita nella collettività.

Le diverse esperienze, raccolte nelle opere più famose, costituirono il laboratorio da cui è emersa la pedagogia della prospettiva: l’individuo deve tener presente che ogni sua azione è legata a quelle degli altri, in una rete di rapporti, relazioni, cause ed effetti; specularmente, il collettivo deve possedere la generale consapevolezza che la vita associata è il risultato delle interazioni individuali. Ciò comporta due linee di prospettiva nell’educazione, per cui allo sviluppo delle capacità individuali deve corrispondere lo sviluppo delle relazioni del collettivo, il cui collante è la disciplina, intesa come formazione di valori etici e morali attraverso la collaborazione e la partecipazione alla vita in comune.

Senza questa  presa di coscienza, la prospettiva individuale tende a generare atteggiamenti egoistici, che portano all’irresponsabilità verso le esigenze e i problemi della collettività; allo stesso modo, la prospettiva collettiva tende a sfaldarsi e a non fornire più scopi e obiettivi. Una disciplina cosciente, motivata, che faccia comprendere ai membri del collettivo il perché di ogni decisione, anche punitiva, rafforza quella convergenza di prospettive e ha come risultato la responsabilità, dell’individuo di fronte alla società e viceversa.

Makarenko estese tale idea all’educazione in seno alla famiglia:i genitori hanno la responsabilità di educare i propri figli a essere consapevoli di far parte di una società:

Il bambino non deve pensare in nessun caso che la vostra opera di direzione della famiglia e di lui stesso sia per voi un piacere o una distrazione. Egli deve sapere che voi non rispondete soltanto di voi stessi, ma anche di lui di fronte alla società sovietica. Non bisogna temere di dire apertamente e fermamente ai figli che essi vengono educati, che devono imparare ancora molte cose, che devono crescere come dei buoni cittadini, che i genitori sono responsabili del raggiungimento di questo fine e che non temono tale responsabilità. Facendo sentire questa vostra responsabilità potrete anche ricorrere al principio dell’aiuto e potrete far rispettare una eventuale esigenza. In alcuni casi l’esigenza deve essere espressa nella forma più rigorosa, tale da non ammettere obiezioni. Fra l’altro bisogna dire che si può esprimere utilmente una esigenza soltanto se nell’immaginazione del bambino si è già formato il concetto dell’autorità basata sulla responsabilità. Anche nella più tenera età egli deve sentire che i suoi genitori non convivono con lui su un’isola deserta.

Terminando la nostra lezione, riassumiamo brevemente quanto si è detto. Primo: occorre che in famiglia vi sia il principio di autorità. Secondo: bisogna però distinguere la giusta autorità dalla falsa autorità, basata su principi artificiali e che tende a ottenere l’obbedienza con qualsiasi mezzo. Terzo: la vera autorità si basa sulla vostra autorità di cittadino, sul vostro sentimento di cittadino, sul vostro comportamento, sulla vostra conoscenza della vita del bambino, sull’aiuto che gli date e sulla vostra responsabilità per la sua educazione.

[Tratto da Consigli ai genitori]

Inutile sottolineare come oggi questa prospettiva, in tempi di bullismo folle nella scuola, corroborato spesso da genitori fuori di senno, abbia una sua attualità, specie contando che non è una invocazione del ritorno – anacronistico e impossibile – alle bacchettate, ma un lavoro di formazione caratteriale di ampia visione, che coinvolgerebbe l’intera società.

Questa idea di educazione alla responsabilità è in fondo l’altra faccia dell’educazione alla libertà. Non è un caso che il pedagogista sovietico parlasse di autorità basata sulla responsabilità: nel suo rifiuto delle idee di quegli educatori che riproponevano l’educazione naturale e la spontaneità dell’Emilio, Makarenko non riproponeva a sua volta una sciocca severità, sterile nella sua venerazione di una disciplina ottusa e violenta. Il carattere militare delle colonie e delle comuni in cui i ragazzi abbandonati venivano rieducati aveva un doppio scopo: 1) di rispondere a una emergenza sociale cui nessun’altra iniziativa, nel contesto dei tumulti post-rivoluzionari, era riuscita a far fronte in modi efficaci; 2) di cercare una via nuova per coinvolgere quei ragazzi nella loro stessa formazione etica e morale, renderli partecipi di una vita in comune che è per sua natura un’esperienza educante.

La polemica con i seguaci di Rousseau riguardava proprio la disciplina militaresca, che veniva vista come “educazione alla schiavitù”. La reazione libertaria all’educazione zarista dopo la Rivoluzione fu ovvia, le possibilità offerte dalla sperimentazione educativa furono potenzialmente vastissime. Ma l’influenza di quelle idee “rousseauiane” era considerata da Makarenko rischiosa per la concezione individualistica che ne sta alla base: l’educazione incentrata sull’individuo tende a isolarlo dalla società, a prenderlo nella sua unicità, senza tener conto della collettività cui dovrebbe essere preparato a partecipare.

Nell’idea reazionaria di disciplina è insita la sfiducia verso l’essere umano, la convinzione che solo raddrizzando i “rami storti” con durezza si possano creare uomini validi, cosa che non si discosta granché da un atteggiamento volto a salvare il salvabile. Nell’opera makarenkiana vi sono invece fiducia e ottimismo verso l’umanità, le sue potenzialità e il progresso di cui è capace; ma ne emerge anche la consapevolezza che la libertà implica dei limiti, l’azione implica la consapevolezza delle conseguenze, l’egoismo tendenziale dell’individuo deve essere controbilanciato dal senso di responsabilità del gruppo di cui è parte integrante.

Senza questa educazione alla responsabilità, la libertà perde il senso della crescita personale, scade nell’arbitrio, nella prospettiva assolutamente egoistica di un laissez-faire  che conduce alla sopraffazione dei deboli da parte dei forti, rinforzando le diseguaglianze sostanziali e sminuendo l’uguaglianza formale. In questo modo si rinuncia alla libertà, ricadendo nell’autoritarismo e nello stato di minorità denunciato da Kant.

Per la biografia: Makarenko: BIOGRAFIA come Diario Pedagogico, consultabile sul sito dell’Associazione Italiana Makarenko.

Alcune opere attualmente in commercio:

  • Poema pedagogico (1935), Red Star Press, 2017 (anche Pgreco, 2017)
  • Consigli ai genitori (1937), La Città del Sole, 2006
  • La pedagogia scolastica sovietica (1938), Armando Editore, 2009

 


Anacronismo nei giudizi (un abbozzo)

Il monumento a Indro Montanelli è stato imbrattato, qualche giorno fa, da alcune attiviste che non accettano l’omaggio a un uomo il quale, da giovane fascista colonialista (24 anni aveva), andò in Etiopia e lì si comprò una moglie dodicenne. Sul momento ho pensato a un giudizio anacronistico, perché per quanto riprovevole sia l’episodio, lo si sta giudicando con gli occhi di oggi, con la mentalità e la cultura di oggi, che si è affermata e rafforzata dopo la fine del fascismo e del colonialismo, grazie a una guerra spaventosa (lasciamo da parte i rigurgiti neofascisti/leghisti degli ultimi tempi e prendiamo il meglio della nostra civiltà).

Certo, quando mi capitò anni fa di sentir parlare Montanelli da Bisiach [qui un video parziale dell’intervista, non ne ho trovato uno integrale] di questa sua sposa bambina, Destà, mi fece ribrezzo, senza alcuna giustificazione. Eppure qualcosa mi pareva “corretta” nella posizione di Montanelli, perché nel dire che le ragazzine africane “a quell’età sono già donne”, stava sottolineando una diversità culturale, per me inaccettabile, ma pur sempre reale (che poi lui ne abbia approfittato venendo da un’altra cultura, razzista sì, ma che già distingueva tra adolescenza ed età adulta, è altra storia).

Poi ho letto questo articolo: “Teniamola, la statua di Montanelli, ma con la vernice rosa”, di G. Marchetta, e mi sono sorte spontanee alcune considerazioni. Continua a leggere


Keith Flint, 1969-2019

 


Una vecchia masturbazione mentale

Quello che segue è uno dei miei primi articoli sul vecchio blog. Risale al 2005. Una riflessione in corso d’opera, oserei dire, su questioni che da allora si sono trasformate e ritrasformate nella mia mente. Oggi non la vedo più così, ma leggendo ora un certo libro, di cui parlerò tra un po’ di tempo, mi è tornata in mente questa vecchia masturbazione mentale. La riporto qui com’era, senza apportare modifiche, nemmeno nei punti dove il linguaggio mi irrita, la sintassi mi preoccupa, gli errori si affastellano e le idee mi imbarazzano.

***

domenica, 20 febbraio 2005
Superamento/annullamento di sé

Prendete un film come “Fight Club”; dico il film e non il libro perché quest’ultimo non l’ho ancora letto, nonostante lo abbia da tempo.
Prendete poi un libro apparentemente fatto per scherzo, “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita” e aggiungeteci qualche breve e sommaria ricerca sulla dottrina del Buddha.
Infine, prendete Carmelo Bene che va al Maurizio Costanzo Show per una serata “Uno contro tutti” e la trasforma in “Nessuno contro tutti” con uno sproloquio assurdo e iperbolico contro la mediocrità che in effetti, per lui, è la civiltà stessa.
Scoprite il filo rosso che congiunge questi elementi (apprò, ‘sta storia del filo rosso l’ho sentita in un manga, ma la usano ovunque, che origine ha?) e avrete difronte un quadro a suo modo inquietante. Continua a leggere


Due citazioni ad hoc

citazione levi 2

citazione trotsky 4


Per Rosa

Rosa_Luxemburg

Rosa Luxemburg

1871 – 1919

∼∼ Opere ∼∼

***

Brano di una lettera a Sonja Liebknecht del dicembre 1917,
dal carcere femminile di Breslavia

«È il mio terzo Natale in gattabuia, ma non fatene una tragedia. Sono calma e serena come sempre. Ieri sono rimasta a lungo sveglia (adesso non riesco ad addormentarmi prima dell’una, però devo essere a letto già alle dieci), così, al buio, i miei pensieri vagano come in sogno. Ieri dunque pensavo: quanto è strano che, senza alcun motivo particolare, io viva sempre in un’ebbrezza gioiosa. Me ne sto qui, ad esempio, in questa cella oscura, sopra un materasso duro come la pietra, intorno a me nell’edificio regna come di regola un silenzio di tomba, sembra di essere rinchiusi in un sepolcro: attraverso la finestra si disegna sul soffitto il riflesso della lanterna accesa l’intera notte davanti al carcere. Di tanto in tanto si sente, cupo, lo sferragliare di un treno che passa in lontananza; oppure, più vicina, proprio sotto la finestra, la guardia che si schiarisce la voce e per sgranchirsi le gambe fa lentamente qualche passo con i suoi stivaloni. La sabbia stride in modo così disperato, sotto quei passi, che nella notte scura e umida si sente risuonare tutta la desolazione e lo sconforto dell’esistenza. Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell’oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità. E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare. E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta orecchio. In quei momenti penso a voi, a quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un prato dai mille colori. Non intendo in alcun modo saziarvi di ascetismo, di gioie immaginarie. Vi concedo, anzi, ogni reale piacere dei sensi. Vorrei soltanto donarvi, in aggiunta, la mia inesauribile letizia interiore, così da poter essere serena riguardo a voi, pensando che attraversate l’esistenza avvolta in un mantello trapunto di stelle, in grado di proteggervi da quanto è meschino, dozzinale e angosciante.»