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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi.

Six years around

Sei anni di blog e quasi me ne scordavo! Festeggiamo con rock brutale! 😀

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Populismo e rivoluzione in Russia nel secolo XIX

La rivoluzione in Russia non è scoppiata all’improvviso, nel 1917, con le sue straordinarie conseguenze sul mondo moderno. Piuttosto, è stata una costante degli ultimi duecento anni, come del resto in tutta Europa. Il populismo è stato il motore della rivoluzione russa nell’Ottocento, ben prima che il marxismo acquisisse una qualche importanza; gli intellettuali cominciano a interpretare la realtà dell’Impero degli Zar e, dalle più diverse posizioni, giungono all’idea di dover cambiare lo stato di cose. In linea generale, si tratta di un movimento che fa appello allo spirito del popolo per creare una comunità coesa, giusta, “socialista” nel senso che si dava a questa parola prima del materialismo storico. Di seguito, appunti per un excursus.

L’Impero russo, rispetto agli Stati europei all’inizio del XIX secolo, si basa ancora sul sistema feudale, conservando l’istituto della servitù della gleba. Nel Settecento vi erano stati significativi sforzi di modernizzazione della cultura e delle istituzioni grazie a regnanti quali Pietro il Grande e Caterina II, con il “trapianto” di idee dall’Europa occidentale: la nascita del pensiero filosofico in Russia si attesta con l’arrivo dall’estero di discepoli del razionalismo tedesco e dell’illuminismo francese, che influenzano profondamente la formazione della futura intelligencija. Temi quali la condizione contadina, la natura dell’autocrazia zarista e la definizione della spiritualità del popolo russo si sviluppano in correnti di pensiero che, nel corso dell’Ottocento, arricchendosi dell’idealismo di Schelling e Hegel, caratterizzeranno la fondamentale tensione riformatrice del populismo.

Tuttavia la società soffre ancora di arretratezza, la cultura è ancora appannaggio delle élite, e la solidità politica dello zarismo rende inutile qualsiasi discorso concreto di riforma. L’organizzazione sociale si può schematizzare, semplificando, nella piramide aristocrazia-funzionari-contadini, dove la prima è composta da grandi proprietari terrieri, da intellettuali di varia estrazione e da ufficiali dell’esercito, la seconda dalla vasta rete di burocrati che costituiscono l’ossatura dell’apparato statale zarista, e la terza è l’immensa classe lavoratrice, largamente analfabeta, spesso in condizioni di estrema povertà e, naturalmente, del tutto priva di rappresentanza. L’influenza delle idee occidentali è perciò ristretta alla cerchia delle persone istruite e, tra queste, gli ufficiali dell’esercito si rendono presto conto che la modernizzazione del Paese è un problema di estrema urgenza.

Nascono così alcune società segrete in varie parti dell’Impero, i cui membri convergono sull’obiettivo comune di realizzare una liberalizzazione della politica e dell’economia russe, con l’abolizione della servitù della gleba e l’indipendenza da influenze straniere sia esterne (gli europei alleati dello Zar) che interne (gli stranieri occupanti alte cariche dello Stato); divergono però su modi e dinamiche: una parte intende trasformare l’autocrazia zarista in monarchia costituzionale con decentralizzazione del potere, l’altra propone la svolta verso una repubblica parlamentare in cui, al contrario, i poteri si accentrino. Queste divergenze non cambiano però il piano di fondo, detronizzare lo Zar e attuare il cambiamento radicale attraverso la rivolta violenta, considerata l’unica via possibile per la trasformazione.

L’esito di questa prima presa di coscienza della realtà socio-politica di Russia è il moto decabrista del dicembre 1825. In occasione dell’incoronazione di Nicola I a Pietroburgo, alcune truppe della Guardia imperiale nella piazza del Senato fanno scattare la rivolta, mentre nel sud del Paese altri reparti provocano una sommossa. Entrambe le sollevazioni sono immediatamente schiacciate, la conseguente repressione si conclude con l’impiccagione dei cinque principali congiurati e la deportazione di molte altre persone ai lavori forzati. Sebbene fallimentare, la rivolta dei decabristi è oggi considerata all’origine di importanti correnti di pensiero come il patriottismo slavofilo, al pari delle teorie filosofiche e politiche, nonché ispiratrice di riforme che saranno attuate nella seconda metà dell’Ottocento. I decabristi possono essere considerati come la scintilla che accende il moderno fuoco rivoluzionario nel paese che, sotto il regno di Nicola I, si attesta come il più reazionario d’Europa (non a caso lo Zar crea una sezione speciale della polizia politica il cui compito è il controllo e la repressione delle espressioni culturali liberali e socialiste).

Nonostante l’oppressivo regime zarista, verso la metà dell’Ottocento si sviluppa nelle università quel vasto movimento intellettuale chiamato narodničestvo, ossia “populismo”, che porta avanti la critica delle condizioni socio-politiche dell’Impero, predicando l’emancipazione dei contadini e una profonda riforma sociale. Tale populismo si caratterizza sul piano teorico per due correnti di pensiero principali: gli slavofili e gli occidentalisti. I primi hanno una prospettiva filosofica che fonde misticismo ed etica, rivalutando la religiosità e il carattere spirituale della cultura russa in favore delle riforme interne, ma contro l’esotismo delle idee liberali europee; lo sviluppo della Russia deve essere autonomo, rintracciare al suo stesso interno gli elementi per il cambiamento, seguendo linee conformi alla propria storia. La riforma sociale si basa quindi sul ritorno alle forme antiche di organizzazione collettivistica dei contadini, estranee al concetto di proprietà privata in quanto basate sulla comunità nomade, e considerate al tempo stesso un freno alle pulsioni rivoluzionarie di ispirazione socialista moderna. Non lo Stato, bensì il popolo è la vera forza organica della nazione; l’ordine sociale deve pertanto recuperare il rapporto deteriorato tra l’autocrazia e il popolo contadino, eliminando la servitù della gleba, basata sullo sfruttamento del lavoro stanziale, e riformando la relazione tra i padroni della terra e i lavoratori nel senso di una comunità patriarcale, tenuta insieme dallo spirito religioso cristiano: una nuova obščina (1) che possa fondere tradizione e riforma, recuperare l’idea di comunità cristiana, eliminando al tempo stesso i soprusi del sistema feudale e i pericoli dell’influenza culturale straniera.

È insomma una corrente populista patriottica e nazionalista, conservatrice dell’ordine a patto di riformarlo per salvarne le fondamenta. Questo tipo di conservatorismo, i cui principali esponenti sono Aksakov e Samarin, è simile alle correnti del romanticismo tedesco e i suoi elementi idealistici, seppur di “destra”, sono in ogni caso incompatibili con l’assolutismo rigidamente gerarchico dello zarismo: la critica principale è rivolta a Pietro il Grande per la sua modernizzazione che ha fiaccato l’originaria comunità popolare russa inserendola in un contesto di produzione crescente, ma questa modernizzazione è alla base del potere attuale dello Zar e dei grandi proprietari terrieri, dunque esiste una differenza profonda tra la conservazione reazionaria del potere politico e la conservazione idealistica e morale degli slavofili.

Gli occidentalisti, invece, possono essere considerati riformatori democratici radicali. Influenzati dall’idealismo hegeliano e in particolare dalle sue interpretazioni di Bauer, Ruge e Feuerbach, ritengono inevitabile lo sviluppo moderno della Russia e anzi propugnano una crescente occidentalizzazione della cultura e della società. L’idea alla base della loro filosofia della storia è che ogni nazione vive due grandi epoche, una in cui è immediatamente naturale e quindi è soprattutto “popolo”, e un’altra in cui si realizza come Spirito cosciente e diventa “nazione” in senso proprio, passando da una concezione comunitaria omogenea e statica a una concezione dinamica e progressiva, democratica e borghese come proposta dalla Rivoluzione francese. La crescita umana del popolo ha bisogno di quegli elementi di libertà individuale che dispiegano le potenzialità socializzanti di un nuovo ceto medio progressista, la cui azione trasformatrice porta la nazione a costruire una civiltà universalistica e partecipativa, eliminando le differenze sociali più stridenti. Il liberalismo degli occidentalisti è perciò da intendersi più come un mezzo per il progresso dell’intera società attraverso l’autonomia della sfera individuale, che non un individualismo economico come quello europeo di matrice anglosassone.

Su questo punto però si crea una spaccatura nel movimento, tra l’idea di uno sviluppo borghese inevitabile e la possibilità di un’evoluzione socialista; Herzen è il sostenitore più agguerrito di questa seconda prospettiva, il quale critica la cupidigia della borghesia europea con la sua costante ricerca di profitti e volge in positivo lo storico isolamento del popolo russo, “salvatosi” dallo spirito borghese occidentale e quindi pronto a uno sviluppo differente, che realizzi le idee primigenie del liberalismo. Riprendendo la questione dell’obščina dagli slavofili, Herzen crede che il contadino sia molto più propenso al socialismo e che l’uomo del futuro sia possibile in Russia quanto e più che nella Francia rivoluzionaria o nel resto d’Europa. In tal senso, le sue conclusioni sono viste come anti-occidentali dagli altri esponenti del movimento; a maggior ragione, non si tratta ancora di un socialismo marxista, perché non pone particolare attenzione al momento economico. È in sostanza una posizione teorica che riesce a conciliare l’occidentalismo e lo slavofilismo, con la proposta di un socialismo prettamente “russo” che prospetta il futuro dell’Impero in un’evoluzione progressiva separata dalle dinamiche europee, un progresso alternativo la cui visione ha grande influenza sul populismo maturo, propriamente rivoluzionario, che si sviluppa tra gli anni Sessanta e i Settanta.

Nel 1855 sale al trono Alessandro II, sovrano di ampie vedute e decisamente meno autoritario del padre. La comprensione della realtà russa, della necessità di modernizzazione per stare al passo con le altre potenze europee, nonché la consapevolezza del rischio di rivolte popolari, portano il nuovo Zar a decretare l’abolizione della servitù della gleba nel 1861: tale evento, preparato da alcuni anni di discussioni con i grandi latifondisti e gli intellettuali delle riviste autorizzate (in particolare la rivista Sovremennik), è la chiave di volta nella storia della rivoluzione russa. In un certo senso è esso stesso una “rivoluzione” dall’alto, un cambiamento realizzato al fine di far progredire il paese, senza per questo lasciare spazio all’iniziativa degli strati popolari, assicurando così una riforma sociale controllata e controllabile. L’abolizione della servitù introduce elementi di proprietà privata e redistribuzione delle terre tra le comunità di contadini che le lavorano, ma allo stesso tempo mantiene molti dei privilegi dei proprietari terrieri, come la corresponsione di tasse e il controllo della circolazione delle persone tramite passaporti interni. I contadini, ora proprietari della casa in cui vivono, restano inoltre legati alla comunità rurale per via della terra in comune, di cui possono acquistare appezzamenti dalla comunità stessa, ma che spesso non sono in grado di mantenere; perciò rivendono ad altri contadini più ricchi i loro appezzamenti, migrando poi verso le città per diventare operai nelle nascenti fabbriche.

In questa situazione, che segue un andamento simile alla modernizzazione europea, si crea un malcontento dovuto alla sensazione, che oggi potremmo definire “gattopardesca”, per cui il grande cambiamento abbia in realtà assicurato la sopravvivenza dello status quo. Alcune rivolte scoppiano nelle campagne, prontamente represse dall’esercito. Il populismo si sviluppa allora in varie correnti, accomunate dalla tensione concreta verso la rivoluzione. Negli anni Sessanta e Settanta si arriva alla formazione di vari circoli rivoluzionari, tra le cui figure principali vanno ricordate quelle di Černyševskij, Lavrov, Bakunin, Tkačëv.

Černyševskij elabora una sua interpretazione del materialismo tedesco e dell’utilitarismo inglese, per cui la materia è la base della realtà, ogni funzione della mente è spiegabile su tale base e l’unica conoscenza valida è quella condotta attraverso l’analisi empirica. È di conseguenza logico che le azioni umane seguano quelle “leggi della natura” che in realtà sono i meccanismi di funzionamento delle forze e delle proprietà della materia: per questo Černyševskij propone un comportamento morale improntato all’egoismo razionale, che spinge l’individuo a ricercare il maggior vantaggio e il maggior piacere per se stesso; accettando che anche gli altri individui siano egoisti, si rende conto che attraverso la cooperazione (e non la competizione di tutti contro tutti, come ci si aspetterebbe da una società egoistica irrazionale) sarà possibile perseguire il maggior bene per il maggior numero, rendendo possibile il futuro socialista in opposizione al capitalismo della borghesia europea. È evidente come la radicalità di queste idee, a maggior ragione nella Russia zarista, comporti anche una radicalità politica che esplode a seguito della delusione per l’ambiguità dell’abolizione del sistema feudale. Černyševskij cura una rubrica nuova, intitolata “Politica”, in cui attacca ripetutamente le scelte politiche dello Zar e dei grandi proprietari terrieri, in difesa di una riforma dell’obščina per creare un nuovo sistema di cooperative, in cui i contadini avrebbero avuto il reale possesso delle terre e i mezzi per sviluppare un’agricoltura moderna. Ciò avrebbe consentito lo sviluppo di un’economia forte come quella capitalistica, saltando però le fasi intermedie ed evitando i lati negativi del capitalismo (riconducibili all’irrazionalità della competizione spietata).Queste idee filosofiche sono espresse in articoli pubblicati su Sovremennik, in lettere ad amici e familiari, e nel romanzo Che fare? (2) del 1863.

Lavrov è un seguace del positivismo e ritiene che il progresso, contrariamente a quanto propugnato da un materialismo percepito come ingenuo, non consiste solo nell’accumulazione di beni e conoscenze, ma che esso fa parte di uno sviluppo umano a più dimensioni, non da ultima quella morale: è impossibile separare l’azione progressiva da un valore morale che ne consenta la valutazione, pertanto le classi privilegiate, le quali godono appieno dello sviluppo della civiltà, hanno anche il dovere morale di rendersi conto del debito che hanno nei confronti delle classi subalterne, del lavoro con cui esse hanno costruito il benessere delle élite, senza peraltro parteciparvi. Il valore morale è definito “soggettivo” in quanto risiede nella coscienza del soggetto umano operante nella storia e quindi artefice del proprio destino; la conseguente critica allo sviluppo borghese, sviluppata insieme a Michajlovskij, riguarda la riduzione dell’uomo a ingranaggio passivo del processo di produzione attraverso la sistematica divisione del lavoro, per cui il progresso reale è riservato ad alcuni membri della società e precluso ad altri. Una minima divisione e una massima differenziazione individuale devono invece essere alla base dell’organizzazione sociale per lo sviluppo della solidarietà e della giustizia, con cui promuovere l’elevazione umana generalizzata. Lavrov concepisce dunque il progresso come una categoria morale e su ciò basa l’appello all’intelligencija di retribuire il popolo per la loro condizione agiata: “andare al popolo” diventa la parola d’ordine per studenti e giovani intellettuali, i quali non possono permettersi di restare indifferenti di fronte all’incedere della sperequazione sociale. Saldare il debito morale con i contadini consiste perciò nell’andare di persona nelle campagne, incontrare il popolo, conoscerne la realtà quotidiana e far conoscere il socialismo, unico ideale in grado di contribuire al bene di tutti: la rivoluzione, secondo Lavrov, diventa possibile solo attraverso l’educazione morale del popolo.

Bakunin ha invece una posizione molto più radicale: il popolo russo è già socialista e rivoluzionario, per istinto. Proprio grazie all’obščina, esso concepisce la terra come proprietà comune e ha esperienza nell’autoamministrazione, contro la gerarchia burocratica dello Stato che è visto solo come apparato oppressivo. La liberazione popolare può realizzarsi solo con l’immediata distruzione dello Stato, condotta dalla classe contadina; contro le tesi marxiste, Bakunin ritiene che questa classe sia l’unica a poter attuare la rivoluzione, in quanto il proletariato industriale seguirebbe la logica del capitalismo impadronendosi dello Stato e perpetuando i suoi meccanismi repressivi. La miseria in cui versa la popolazione delle campagne, inoltre, è tale da rendere spontanea la sollevazione, senza alcuna necessità di educazione politica da parte degli intellettuali. Altrettanto, l’organizzazione rivoluzionaria spetta a cellule anarchiche clandestine, completamente dedite alla causa, il cui compito non è però di dirigere le masse, bensì di operare come fomentatori dei sentimenti di rivolta già presenti in esse. Il futuro anarchico della Russia si sarebbe poi concretizzato per naturale evoluzione in una federazione di libere comunità rurali.

Tkačëv, infine, è fautore di una linea giacobina. Accetta l’idea delle cellule rivoluzionarie clandestine, ma rifiuta lo spontaneismo delle masse. Ritiene che la presa di coscienza delle masse attraverso l’educazione sia insufficiente, così come l’azione puramente sobillatrice; le cellule rivoluzionarie devono invece agire secondo un’organizzazione ben congegnata e fornire una direzione razionale alla rabbia e alla frustrazione accumulate dal popolo, incanalandole verso obiettivi concreti. La rivoluzione non può essere attuata, per Tkačëv, dalla maggioranza scatenata e volubile, bensì da una minoranza di rivoluzionari di professione con un programma delineato e le capacità di portare a compimento la trasformazione. In ciò è ravvisabile una chiarezza organizzativa che sarà più tardi presente nel bolscevismo come “avanguardia del proletariato”.

Il portato teorico di questi come di numerosi altri esponenti del populismo, trova il suo sbocco nell’associazione rivoluzionaria Zemlja i volja (“Terra e libertà”) che nell’ultimo quarto del secolo diventa l’organizzazione più attiva nell’Impero russo. L’associazione si riunisce su un programma generale per la costruzione del socialismo russo che riprende tutte le questioni sulla proprietà comune della terra, dell’autodeterminazione e dell’autogoverno delle comunità agricole, cui affianca la costituzione di cellule impegnate in attività cospirative di lotta contro lo Stato. La scelta di passare ad azioni concretamente insurrezionali deriva soprattutto dalla constatazione del fallimento dei tentativi lavroviani di educazione morale e politica del popolo: gli studenti che hanno risposto all’appello di “andare al popolo” si sono presto resi conto dell’arretratezza e dell’impreparazione dei contadini sui problemi politici e sociali, rivelando quasi impossibile una presa di coscienza della propria condizione. Nessun moto rivoluzionario, dunque, ma la reazione delle autorità con numerosissimi arresti per sobillazione. Da qui, la necessità di affiancare alla propaganda pacifica un’organizzazione armata per la difesa contro i funzionari statali; obiettivo comune è l’abbattimento dell’autocrazia e la rivalutazione della comunità rurale contro ogni possibile sviluppo capitalistico aperto dall’abolizione della servitù della gleba. (3)

L’uso della lotta armata però si estende tramite l’azione del terrorismo individuale, attuato da singoli rivoluzionari che tentano di dare l’esempio al popolo con attentati, non sempre mortali, alle cariche dello Stato più in vista. In questo modo, l’uso della violenza passa dall’autodifesa all’attacco, con il chiaro intento di scardinare con la forza l’apparato statale. Si crea allora una grave spaccatura tra chi ritiene sufficiente costringere il potere a concedere le libertà civili, attraverso la promulgazione di una moderna Costituzione, e chi, sospettando che un processo costituente possa indebolire il cambiamento rivoluzionario, giudica necessaria la lotta armata sistematica per dare al popolo il coraggio di sollevarsi. Non riuscendo a risanare questa rottura, Zemlja i volja si scioglie alla fine degli anni Settanta e la sua fazione radicale si riorganizza in Narodnaja volja (“Volontà del popolo”), un gruppo terrorista disciplinato, centralizzato e totalmente dedito alla lotta frontale contro lo Stato. Il culmine della sua attività terroristica è l’uccisione di Alessandro II nel marzo del 1881, che nelle intenzioni doveva essere il simbolo definitivo della fragilità dell’autocrazia e la scintilla che avrebbe spinto finalmente il popolo a insorgere. Ma il popolo non insorge e il nuovo Zar Alessandro III, come è prevedibile, attua una repressione spietata, che porta alla condanna a morte di tutti i responsabili e alla scomparsa del gruppo poco tempo dopo. (4)

 

NOTE

(1) La obščina era la comunità rurale in cui vigeva la proprietà collettiva della terra, dove ogni contadino lavorava in comune con gli altri. Le decisioni sulla distribuzione delle terre, la riscossione delle tasse, il reclutamento di soldati per l’esercito imperiale e in alcuni casi l’amministrazione della giustizia, spettavano al mir, l’assemblea comunitaria. Dal lavoro nell’obščina i contadini traevano il loro sostentamento, cui si aggiungeva il lavoro (non pagato) nelle terre di proprietà dei latifondisti. Istituto di origine medievale, sopravvisse in varie forme fino al 1905. La sua idealizzazione, in varie maniere, è la costante delle teorie populiste.

(2) Scritto in carcere e pubblicato a puntate su Sovremennik, il romanzo presenta sotto forma di storia apparentemente romantica una critica fortemente politica, che sarà acquisita come punto di riferimento nella formazione di generazioni di rivoluzionari; da ultimo Lenin, che in omaggio a questo romanzo darà lo stesso titolo al suo famoso scritto del 1903.

(3) Bisogna ricordare che, oltre al trasferimento di molti contadini poveri verso le città e le fabbriche, un altro fenomeno era la nascita di una nuova classe di contadini ricchi, i quali acquistavano le terre da chi si trasferiva, diventando piccoli proprietari terrieri in crescente competizione con i latifondisti. Una sorta di “borghesia agricola” che presto avrebbe fatto sentire la sua voce in merito alla rivendicazione della terra.

(4) Se l’anarchismo bakuniano può essere considerato in effetti alla base del socialismo rivoluzionario nella sua accezione prettamente russa di partito dei contadini e delle campagne, è dall’esperienza di Narodnaja volja che prenderà origine e ispirazione il Partito dei Socialisti Rivoluzionari, fondato nel 1902, spesso schierato su posizioni autonomiste intransigenti, dedito al terrorismo come metodo insurrezionale, presto assurto tra le forze determinanti delle rivoluzioni del 1917.


Centenario della Rivoluzione d’Ottobre

100 1917 2017


Questioni di genere, in genere

220px-womanpower_logoI recenti scandali di Cosby e Weinstein, con la campagna “quellavoltache” e l’esternazione di storie terribili di molestie riversate sui social, mi spingono a rispolverare alcune considerazioni su temi di genere che mi sono ronzate in testa negli ultimi anni. Con una piccola premessa – quando un uomo prova a parlare di questioni di genere, campo spinoso per ovvi motivi, rischia spesso di passare per maschilista o addirittura reazionario. Io davvero non vorrei essere frainteso, ma se quel che scriverò di seguito darà l’impressione di essere in qualche modo sessista… beh, pazienza, non era mia intenzione. Sono solo considerazioni buttate un po’ lì, prendetele dunque alla leggera.

Femminicidio: preambolo non tanto sul concetto, quanto sulla parola

Io non ho intenzione di usarla, perché la trovo una parola orrenda. C’è chi la ritiene un’invenzione delle femministe, ma è inesatto. Non è nemmeno un neologismo, se le prime origini sono state rintracciate nell’inglese femicide, in uso dal XIX secolo. Il concetto indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo, con motivazione basilarmente sessista: uccisa in quanto donna. In questo senso, pur non rappresentando una fattispecie giuridica (ossia, è un omicidio, come gli altri), si tratta di un tipo di delitto specifico come l’uxoricidio, il matricidio o l’infanticidio; la differenza è che questi ultimi sono riconosciuti come aggravanti nel nostro diritto penale, dovute alla particolare ripugnanza sociale suscitata da queste forme di morte violenta. La proposta di inserire nel codice penale il reato di femminicidio prende le mosse anche da questo punto. Perché l’uccisione di una donna in quanto tale debba configurarsi come ulteriore aggravante è oggetto di discussione, un punto fondamentale del “dibattito” (se così si può definire il mare di ciance in merito) degli ultimi anni, quindi è una questione culturale. Utile sarebbe provare a cominciare dalle origini effettive del dominio maschile nelle società lungo il corso della storia, per esempio con l’interessante libricino di Pierre Bordieu Il dominio maschile. Restando però sull’uso di tale parola, ribadisco che per me è un termine cacofonico, brutto da pronunciare, da sentire e da scrivere. Non la ho mai usata, né la userò mai in questo blog. Come sarà più chiaro in seguito, oltretutto, io preferisco parlare sempre e comunque di omicidio, un termine generico più che sufficiente a esprimere la violenza della soppressione della vita di una persona.

Quote rosa. Umilianti o necessarie?

La cosa ha vari aspetti da considerare.

Da un lato c’è l’ideale degradazione della donna a “specie protetta”, che non può farcela da sola nella conquista dei suoi spazi e deve essere aiutata dall’uomo. Cioè, finisce con l’essere una sottile discriminazione che, assicurando un posto alle donne nella vita politica, ne ammette implicitamente le minori capacità di lavoro. Ma questo è un aspetto in fondo secondario e forse moralistico.

Da un altro, così come possono essere umilianti, sono altrettanto utili laddove una naturale propensione alla mobilità sociale e politica non favorisce mai le donne quanto gli uomini. In questo senso sono davvero una garanzia e un obbligo a non premiare solo ed unicamente gli uomini. In Italia, nonostante una lunga presenza femminista e una situazione certo migliore rispetto a paesi molto più severamente sessisti (cioè adottanti leggi sessiste), il dominio maschile è comunque presente in altre forme, talvolta squallide, talvolta sottili ma pressanti. E’ meglio avere le quote rosa per pararsi il culo o far finta che le discriminazioni non ci siano?

Da un altro lato ancora, la questione riguarda il senso di questa operazione: se negare alcune possibilità di lavoro ad una donna solo perché di sesso femminile è un’odiosa e stupida discriminazione, non sarebbe altrettanto sciocco obbligare un partito o un’azienda o una qualsiasi organizzazione a promuovere una donna solo in virtù del suo sesso? Se una persona è valida nel suo lavoro e si dimostra competente, deve avere le sue possibilità al di là di ogni distinzione, giusto? E allora, perché imporre una percentuale di donne in ogni organizzazione, a rischio di dover promuovere per forza una donna incompetente solo perché è donna? Cosa cambierebbe tutto ciò dalla situazione attuale, per cui tante volte viene promosso un uomo anche terribilmente idiota, solo perché è uomo, mentre una donna che sa fare il suo lavoro viene tenuta in basso?

Il problema vero è evitare approcci sessisti: nessuno potrà mai convincermi che una donna è più brava e capace di un uomo, o lo è di meno, unicamente in virtù del suo esser femmina. Le capacità sono sempre individuali, quindi dovrebbe essere preso in considerazione l’individuo in sé. Solo quando le gerarchizzazioni delle differenze di genere saranno messe da parte e si guarderà alla persona, ci sarà davvero parità tra uomini e donne. Dunque, in merito alle quote per le donne, sono ancora confuso e in dubbio, essendoci aspetti positivi e negativi da valutare approfonditamente; propendo però per il no, e per l’educazione al rispetto di genere.

Problemi della retorica “femminista” Continua a leggere


Cinquant’anni dopo

Oggi è il cinquantesimo anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara. Il suo mito ha forse superato la sua realtà di uomo, trasformandolo in una icona ideale che rischia di mascherare, almeno in parte, la concretezza della sua azione. D’altra parte, come sempre in questi casi (a maggior ragione con i miti radicali della sinistra), la ricerca dell’uomo dietro il mito dà adito al processo contrario, la demonizzazione della figura in cui si concentrano nefandezze e incongruenze, offuscando ancora una volta la realtà. Io dico che senza persone come Guevara, senza radicali che uniscano passione e realismo, non si conoscerebbero i propri limiti, l’estensione delle proprie idee e del proprio campo di azioni. Accanto a questo, è necessario fare un lavoro di presa di coscienza sulla realtà del mito e comprenderne la collocazione storica e culturale, per poterlo valutare. Guevara agì in un mondo di forti contrapposizioni, dominato dallo scontro tra modelli di organizzazione sociale e produttiva a prima vista inconciliabili, in particolare nell’America Latina, dove all’iniquità economica si accompagnava spesso la brutalità del potere politico, rendendo impossibile lottare pacificamente. Per questo bisogna comprendere che la violenza era una caratteristica fondamentale e imprescindibile della lotta rivoluzionaria, così come della repressione controrivoluzionaria. E che la rivoluzione aveva un significato molto più concreto e profondo di oggi, era non solo una speranza in un “altro mondo possibile”, ma soprattutto il tentativo di realizzazione di forme effettive di governo e organizzazione sociale diverse, improntate a progetti politici definiti. Certo, ascoltando alcuni discorsi o leggendo alcuni scritti proprio di Guevara, si notano toni visionari e persino messianici, immagini della politica mondiale che riprendono il dualismo tra Bene e Male, con una conseguente intransigenza che oggi non ha più molto senso. Però è questo il punto: oggi forse no, ieri invece sì, perché non era un’epoca di mezze misure. Nel suo tempo, Che Guevara è stato ciò che serviva al mondo per definire sé stesso. La sua morte lo ha trasformato in un mito per generazioni. Cinquant’anni dopo, rimane un esempio, positivo o negativo che sia, di dove può arrivare una persona che creda fermamente nell’unione di teoria e pratica per cambiare le cose.


Robert Rodriguez, the fan

[the following is a translation of this older article]

The more I see movies by Robert Rodriguez, the more I believe that his work is not “original”, but the constant tribute of a fan to his favorite genres and directors. Rodriguez the fan, the passionate movie maker who searches for the emotions of his dreaming young self; I may be wrong, but  an example, from my point of view, is recognizable in Predators, third installment of the saga started in 1987 with that milestone of the action genre by John McTiernann, starring Schwarzenegger, and a good sequel in 1993, starring Glover. Rodriguez, who was going to be the director, is actually “just” the producer, but many elements of the movie are clearly an homage to the first movie: the jungle set, the prey building traps, even the end titles on Little Richard’s Long Tall Sally.

A more accurate example is the interesting experiment of Sin City. Rodrigue himself stated that he do not wanted to make a cinematic adaptation of the comic books by Miller, transporting instead the comic on the screen as it is. The complete title is in fact Frank Miller’s Sin City, not a “version” made by Rodriguez; the effort to translate almost every scene in the same visual aspect of the comic book, with strong black-and-white contrast and use of lights and shadows to express not only the atmosphere of noir movies of the Forties, but also the turbulent emotions of the characters, is a worth effort. Rodriguez knew it was the only way to make a movie out of a comic where the story is told by graphic even more than by text.

In the latter years, many movies are reprising the B-movie style, mostly due to the contribution of Rodriguez with his Planet Terror and Machete, combining the visual imperfections of exploitation movies from the Seventies and the Eighties with modern day special effects. Rodriguez’s cooperation with Tarantino on the “double feature” Grindhouse (filming Death Proof in the same manner) boosted the renewed interest for this genre; their collaboration, dating back to Desperado, is now a simbiosis: Machete itself came out of a series of fake trailers they made for Grindhouse.

From this point of view, maybe the most original movie filmed by Rodriguez is his first one, El Mariachi. This is not a negative point, indeed it confirms how early he setted the basis for his own cinema, a very personal interpretation of his passions. Because the first glimpse of Rodriguez’s career dates back to a 12-year-old boy who, watching John Carpenter’s Escape from New York, said to a friend “I will do that. I’m gonna make movies” (source: IMDB). By the way, did I mention the fact that Robert Rodriguez plays his own music in his movies, just like Carpenter?


Dieci libri e quindici film per una catena

Una famigerata catena, ma carina. O meglio, due catene, una per i libri, l’altra per i film.

Nel tuo stato elenca 10 libri che sono rimasti con te. Non metterci più di una manciata di minuti e non pensarci troppo. Non devono essere libri giusti o grandi capolavori della letteratura, ma solo libri che ti hanno colpito.

Il punto è che io leggo quasi solo classici, di vario genere, però qualcosa di diverso c’è. Devo ammettere di non essere riuscito a non pensarci, perché era davvero difficile operare una selezione: forse farei prima a dire quali libri NON mi hanno colpito.

  • R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingstone (uscire dal proprio ambiente, scoprire cose nuove, automigliorarsi e realizzarsi, sono cose che cerco ancora oggi, anche se non sempre ho il coraggio di affrontarle)
  • A. Hyde, Le acque di Formosa (il mio primo thriller, un romanzo avvincente che è diventato subito un film nella mia testa)
  • R. Kipling, Il libro della giungla (ha delle atmosfere bellissime, mi ha fatto viaggiare lontano)
  • K.Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista (sorprendente, mi ha smontato la visione ideologica del comunismo e insegnato a comprendere sul serio la realtà socio-politica che mi circonda)
  • H.P. Lovecraft, The Commonplace Book (primo approccio al Solitario di Providence, lo comprai per approfittarne e rubargli le idee! Ma mi suggestionò tantissimo e presi tutto il resto)
  • U. Eco, Il nome della rosa (non credevo che un romanzo precursore di tanti thriller a basso costo potesse invece essere una fonte inesauribile di informazioni, ho goduto e studiato allo stesso tempo)
  • G. Orwell, 1984 (spaventoso, inquietante e soffocante, ma quel che è peggio, un’anticipazione del mondo odierno)
  • H. Hesse, Siddharta (è stato il romanzo giusto al momento giusto)
  • G. Rocca, Stalin. Quel “meraviglioso georgiano” (la prima biografia che ho letto; è molto ben scritta e tiene in conto le lotte politiche interne ai bolscevichi, a differenza di un papavero come R. Conquest che si concentra solo sulla brutalità delle repressioni)
  • F. Kafka, La metamorfosi (preso dalla curiosità di conoscerne la trama, mi ha aiutato a vedere le cose da prospettive diverse – quella di uno scarafaggio gigante in famiglia è decisamente diversa – e a non trascurare l’empatia)

Menzione speciale per Jurassic Park di M. Crichton, il più avvincente thriller che abbia mai letto; ma visto che dovevo scegliere, a parità di genere ho preferito inserire quello di Hyde, per questioni affettive.
Poi La guerra dei mondi di H.G. Wells, la biografia di Marx scritta da F. Wheen, e Bukowski, Verne, Poe… uufff, troppi, troppi.

 

15 film in 15 minuti per 15 amici [da disturbo ossessivo-compulsivo!]
Regole: Non ci sono regole. Quindici minuti a disposizione per elencare film che ti hanno influenzato e ti saranno sempre cari. [ma non aveva detto che non ci sono regole?]
  • Ottobre (Ejzenštejn)
  • La corazzata Potëmkin (Ejzenštejn)
  • Orizzonti di gloria (Kubrick)
  • Full Metal Jacket (Kubrick)
  • Shining  (Kubrick)
  • Dr. Strangelove (Kubrick)
  • Predator (McTiernan)
  • Danko (Hill)
  • Terminator (Cameron)
  • Robocop (Verhoeven)
  • Total Recall (Verhoeven)
  • Reservoir Dogs (Tarantino)
  • Pulp Fiction (Tarantino)
  • Sin City (Rodriguez)
  • Taxi Driver (Scorsese)
  • Conan il Barbaro (Milius)
  • Il Seme della Follia (Carpenter)
  • Essi vivono (Carpenter)
  • La Cosa (Carpenter)
  • Grosso guaio a Chinatown (Carpenter)
  • Il Settimo Sigillo (Bergman)
  • Excalibur (Boorman)
  • The Blues Brothers (Landis) 
  • Good Bye, Lenin! (Becker)
  • Il Grande Lebowsky (fratelli Coen)

Ne aggiungo altri che non posso non nominare, non volendo sacrificare nessuno nella lista sopra:

  • Hoffa: santo o mafioso? (DeVito)
  • Brancaleone alle crociate (Monicelli)
  • I Picari (Monicelli)  
  • Gojira (Honda)
  • Fight Club (Fincher)
  • K19 (Bigelow)
  • Fantozzi (Salce)
  • The Punisher (Goldblatt)
  • Il Buono, il Brutto, il Cattivo (Leone)
  • Giù la testa! (Leone)
  • Bianco, Rosso e Verdone (Leone)
  • Rocky IV (Stallone)
  • Alba Rossa (Milius)
  • La Caduta di Berlino (Chiaureli)
  • La notte dei morti viventi (Romero)
  • Zombi – Dawn of the dead (Romero)
  • Venerdì 13 Parte VI: Jason vive (McLoughlin)
  • Batman (Burton)
  • Il pianeta delle scimmie (Schaffner)
  • 20000 leghe sotto i mari (Fleischer)