Archivio dell'autore: GoatWolf

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi.

Quando ero un otaku

Ho visto ieri sera per la prima volta il film Black Rain – Pioggia sporca (R. Scott, USA 1989), che non so perché mi era sfuggito. Ottimo film, come tutti i thriller e quelli d’azione degli anni Ottanta. Mi ha fatto tornare in mente il periodo in cui ero un otaku, ossia un “appassionato in modo ossessivo verso la sottocultura giapponese di fumetti, cartoni e videogiochi” – un nerd nipponico insomma.

Giappone che passione

Tra le molteplici passioni dell’adolescenza, una predominante era verso tutto ciò che riguardava il Giappone. Adoravo tutto quel che veniva da questo Paese, a cominciare da manga e anime, fino alla cultura, la storia e l’arte (ho seguito persino dei campionati di sumo). Ma se queste ultime mi interessano ancora oggi, come del resto tutta l’Asia, la passione per fumetti e cartoni animati è svanita, neppure gradualmente. Comunque sia, forse non ero un vero e proprio otaku, perché ho conosciuto gli appassionati veri e sapevano anche i minimi dettagli di serie, personaggi e autori; io non sono mai arrivato a questi eccessi, però di serie ne ho seguite un sacco e di soldi ne ho spesi parecchi. Contando che ero un nerd anche in altre direzioni (tra fumetti americani, film di genere, collezionismo ecc.), se non avessi avuto passioni, oggi sarei molto più ricco. Al di là di questo, mi affascinavano i dettagli, le parole che si potevano e dovevano usare per descrivere certe cose (tipo “gaijin“), avrei anzi voluto saperne di più sulla vita quotidiana, le “piccole differenze”, per dirla alla Pulp Fiction (ma anche quelle grandi, grandissime). All’epoca non era facile scoprirle, senza internet, ma molte le ho conosciute grazie ai manga.

Tra manga e anime

Un elenco parziale delle serie che ho letto/visto comprende:

  • Ken il guerriero
  • City Hunter
  • Occhi di gatto
  • Dragon Ball
  • Cara dolce Kyoko
  • Ranma 1/2
  • Alexander
  • Inuyasha
  • Cowboy BeBop
  • Neon Genesis Evangelion
  • Lupin III
  • Ghost in the Shell
  • Trigun
  • La Clinica dell’Amore
  • Excel Saga
  • L’Uomo Tigre
  • Berserk

Della maggior parte ho sia letto il manga (a volte solo pochi numeri) che visto l’anime, ma di alcuni solo quest’ultimo. Nella maggior parte dei casi, l’adattamento è quasi letterale: per esempio Slam Dunk differisce di poco tra le due versioni, mentre altri sono completamente diversi, come Excel Saga (due opere differenti con gli stessi personaggi) o Ghost in the Shell (il film d’animazione del ’95 è un’opera coerente e affascinante, il manga da cui è tratto è stupido, raffazzonato e pure disegnato male).

Il mio preferito resta ancor oggi Ken il guerriero. Per quanto esagerato sia, è pieno di elementi interessanti, relazioni sofferenti e personaggi meno scontati di quanto sembri. Sono tutti “nemici-amici”, ognuno coi suoi traumi e le sue posizioni morali. Mi ha sempre colpito l’ambientazione post-atomica, che mi ha fatto poi scoprire Mad Max. E poi, che scontri! Mi piace la prima serie, già la seconda la trovo pacchiana ed esagerata, ma comunque godibile.

Sempre sul genere della violenza, sin da piccolo adoravo l’Uomo Tigre, che è una delle cose più violente che abbia mai visto, eppure non mi disturbava granché. Rivisto oggi devo dire che l’anime è disegnato orrendamente, invece il manga è molto ben fatto. Ero anche appassionato di wrestling, quindi ci stava tutto.

Una serie che non mi è mai piaciuta finché non ho letto il manga, è Dragon Ball: l’anime lo trovo davvero irritante, con decine di puntate incentrate su una sola mossa e mille inquadrature degli spettatori con facce strane. Il fumetto invece ha un ottimo ritmo e dà esattamente il tempo giusto a ogni scontro: alcune battaglie che nel cartone durano sei o sette puntate quando sono brevi, nel fumetto si risolvono in un unico numero.

Invece, una serie che mi ha fatto scoprire una sorta di lato romantico (da nerd senza una donna che mi facesse impazzir) è Cara dolce Kyoko, o Maison Ikkoku, titolo originale molto migliore. Non potevo non rispecchiarmi in Godai, timido studente che si innamora della giovane padrona di casa, ritrovandomi così a fare il tifo per lui; senza contare che i siparietti con gli altri personaggi erano esilaranti. Anche le altre opere della stessa autrice, Rumiko Takahashi, mi sono piaciute molto, in particolare Ranma 1/2 e Inuyasha.

Altro autore che apprezzo molto è Tsukasa Hojo, creatore di City Hunter e Occhi di gatto, ma anche di diverse opere brevi, come Rash!! (una commedia su di una dottoressa brillante e determinata nel risolvere problemi altrui, creando sempre scompiglio), e socialmente interessanti, come Family Compo, che tratta di una famiglia diversa dalle altre, direi in anticipo sui tempi: normalissima a prima vista, se non fosse che il marito/padre è una donna e la moglie/madre è un uomo, contornati da altri personaggi molto particolari, caratterizzati da una sessualità non convenzionale, ma vissuta con grande naturalezza.

Per non parlare di Hayao Miyazaki, autore di capolavori cinematografici quali La città incantata, Porco Rosso (i miei favoriti), Nausicaa della Valle del Vento e molti altri.

Sul fronte esclusivamente anime, quelli che passavano su Mtv erano pure ottimi: Cowboy Bebop e Trigun saziavano la mia sete di fantascienza, soprattutto il primo; tra l’altro, il personaggio di Spike (lo ho scoperto adesso) è ispirato a un altro personaggio televisivo giapponese, interpretato da Yusaku Matsuda, attore antagonista in Black Rain – Pioggia sporca! Sempre su Mtv passava Alexander, che trovai davvero accattivante, una delle poche rivisitazioni dell’epoca classica a non essere stravolta, bensì reinterpretata in chiave fantastica.

Generi? Di nome ne conosco solo uno, hentai. E ho detto tutto.

Non posso non menzionare, poi, il Re dei Mostri: Godzilla, che da noi i veri nerd conoscono come Gojila (nome originale, frutto della contrazione delle parole “gorilla” e “kujila”, che vuol dire “balena” in giapponese – forse per dare l’idea di qualcosa di grande e forte). Il film del 1954 è un capolavoro, i seguenti sono più che altro lotte tra mostri giganti e spreco di munizioni dell’esercito, con alti e bassi in termini di qualità, ma sempre divertenti. Se volete una bella introduzione alla saga e al mondo dei kaiju, niente di meglio della GodzillaThon su Cinemassacre.

La passione per queste cose era tale, che per un po’ mi dilettai anche a disegnare i miei personaggi preferiti e a immaginare storie che li coinvolgessero. E come dicevo, mi svenavo per questo vizio. Tra videocassette, tankobon e dvd, se mi decidessi a vendere potrei recuperare parecchio. Oddio. Dipende da quanti otaku sono rimasti in circolazione.

Un bel dì vedremo…?

Tutto a un tratto, la passione è svanita. Non solo: come un ex fumatore, ho cominciato a detestare manga e anime. A trovarli irritanti. Perché i fumetti giapponesi sono ripetitivi, terribilmente ripetitivi. E non mi riferisco solo alle storie, i cui schemi si ripetono anche da noi. Dico nei dettagli, nelle espressioni facciali, nelle emozioni, nelle reazioni, nella caratterizzazione stereotipata dei personaggi. In ogni manga puoi ritrovare il timido, lo spaccone, il bel tenebroso, la timida, la fredda, la spigliata, il duro, l’idiota, il mangione, il silenzioso, lo/la straniero/a. In ogni anime puoi trovare, per esempio, quello che ha avuto un trauma da piccolo e si è fatto una promessa, di solito assurda, che non può rompere nemmeno a costo della vita; o quella che per seguire la carriera ha sacrificato l’amore (e anche l’educazione verso gli altri); o il tizio navigato che risolve tutto con rozza efficacia, mentre gli altri si fanno mille scrupoli morali di difficile comprensione; o ancora il nobile, tutto d’un pezzo e con un codice d’onore più rigido di un samurai, che vince a forza di proclami morali. Se si tratta di guerrieri, poi, sono talmente forti, bravi, resistenti e invincibili, che dopo aver preso un colpo atomico in faccia, beh… polverone, l’antagonista sorride soddisfatto perché era ovvio che vincesse lui, eventuali testimoni con occhi sbarrati emettono gorgoglii, poi una sagoma dell’eroe nel polverone, l’antagonista cambia espressione, il polverone si dissipa, l’eroe appare con un sorrisetto del cazzo e la lotta ricomincia, solo che stavolta l’antagonista le prende quasi senza reagire. Variando qua e là, sono sicuro che la scena ve la ricordate pure voi, in un anime qualsiasi.

E dopo un po’ diventa noioso e irritante. A un punto tale che oggi, quando mi capita di vedere qualcosa di nuovo, sento lo stomaco contrarsi e la testa riempirsi di “ecco, mo fa così e colì” (e di solito ci prendo), “ah è arrivato il bel tenebroso”, “ora la dura e fredda lo guarda male, poi si scioglie”, “e te pareva”, “madonna sempre gli stessi”, ecc. ecc., insomma roba da minchioni. Giusto l’hentai si salva. Ma quello è un’altra storia. Nel senso che si salva per altri motivi. Ahem.

Tornerò ad apprezzare tutto questo? Supererò l’irritazione profonda che mi fa venir voglia di usare lame e spade come Sato nel film di Scott? Non lo so, ma detto sinceramente, credo che la nave bianca sia affondata e il ritorno in porto sia impossibile. Però ancora conservo bei ricordi. Mi ha arricchito. Non rinnegherei mai Godzilla, Kenshiro, Excel, Spike, Jigen, Tiger Mask o Hunter. Fanno parte di me.

Perciò, どうもありがとう!

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L’ultimo della ‘golden age’

Perché cazzo ho saputo solo adesso della morte di “Fast” Eddie Clarke??? Cristo! Prima Phil “Philty Animal” Taylor, poi Ian “Lemmy” Kilmister e ora lui. “Ora” no, a gennaio, porca miseria. È la fine della classica line-up dei Motörhead, durata dal 1979 al 1982, che ci ha regalato pietre miliari del rock quali OverkillBomberAce of SpadesIron Fist e il live No Sleep ‘til Hammersmith, primo dei concerti-capolavoro del gruppo. Un gran chitarrista, forse anche uno stronzo, ma a noi interessa il chitarrista. R.I.P.

Qui suona il riff più famoso della band:

Eddie Clarke su Wikipedia

Motorhead classic

La formazione della golden age.


Considerazioni attuali, 3

1 – Sul razzismo estivo. Ogni giorno che passa e vedo nuove notizie di pestaggi, aggressioni e persino uccisioni di gente di colore (italiana o straniera, mussulmana o cattolica, di genere maschile o femminile, regolare o clandestina) in ogni parte d’Italia, ho sempre meno voglia di restare qui. Tutta questa violenza immotivata non è una “reazione” (a cosa, poi?), è uno sfogo di istinti bassissimi e irrazionali, moralmente sdoganato da un gruppo di delinquenti al vertice dello Stato. In quale fossa settica stiamo scivolando? L’educazione generazionale non ha fallito, è stata semplicemente eliminata. Sono disgustato e provo una vergogna mortale per il mio Paese.

2 – Sulla qualità del razzismo in Brasile. La mia esperienza in questa nazione, dove il razzismo è un problema endemico, mi ha mostrato un diverso modo di intendere il problema. In un certo senso, è un razzismo “fluido”: se i neri sono certamente discriminati e occupano le fasce più povere ed emarginate della popolazione, è anche vero che un nero ricco è trattato come un bianco, poiché più del colore della pelle conta il colore dei soldi [mmh, sarà che per una volta hanno ragione i capitalisti democratici? Che i soldi annullano le differenze?]. Allo stesso modo, un bianco povero è considerato spazzatura come i neri poveri. Questo però non vuol dire che un nero sia accettato in quanto nero; essere “nero” sembra dispregiativo di per sé, quindi un nero ricco, o amico dei bianchi, non è proprio “nero”, semmai è scuro, pardo, cafe-com-leite, o altre gradazioni più o meno esistenti, che non sono nero (insomma, berlusconianamente abbronzato). Se invece è un povero emarginato, per quanto chiara sia la sua pelle, resta sempre un preto (ossia “nero” inteso come colore, in portoghese) – e a proposito di linguaggio: al contrario che da noi, lì è il nome del colore a essere offensivo, perciò preto riferito a una persona è da razzisti, mentre negro è politicamente corretto. Molto usata anche la locuzione afro-brasileiro, sebbene alcuni movimenti per l’orgoglio nero parlino di raça negra, ossia di “razza”; non ho approfondito molto la questione, ma questo modo di usare il termine può essere inteso anche come “stirpe”, o “famiglia”, o più in generale a indicare un gruppo riconoscibile. Comunque sia, il Brasile è un altro esempio di come la diversità, senza l’educazione al rispetto e alla convivenza, non basta da sola a rendere più tollerante e aperta una società.

3 – Sulle anatre “rosse” in un barile. Il mio amico di destra, Roque, ne spara di continuo contro i “rossi”, e ha gioco facile, come sparare alle anatre in un barile. Una delle sue battute preferite è sottolineare il fatto che “non si vede mai nessuno fuggire dagli Stati Uniti per raggiungere Cuba“, oppure, specularmente, che “i venezuelani scappano in Brasile, i cubani negli USA, i coreani del nord nella Corea del Sud, ma tu continua pure a credere al tuo amichetto che ti dice che il socialismo è meraviglioso“. Certamente è una provocazione, ma solo fino a un certo punto. Se penso a tutti i tedeschi orientali che sono scappati in occidente, anche a costo della vita (specialmente a causa del Muro), non posso certo negare che una dittatura socialista sia innanzitutto una dittatura, con tutto quel che comporta. Ma il punto è la dittatura, non il socialismo, almeno non del tutto. Il socialismo si adatta benissimo ai contesti democratici. Ci sono differenze molto grandi tra una situazione e l’altra, non si può fare di tutta l’erba un fascio, attaccandosi alle apparenze più evidenti per negare anche ciò che va oltre. Sarebbe come dire “il sole sorge a est, dà una volta lungo tutto il cielo e tramonta a ovest, ma tu continua pure a credere alla teoria eliocentrica“. Suvvia. Il socialismo non è meraviglioso, ma tenta di recuperare quella giustizia che il capitalismo stronca. Nacque nel XIX secolo per questo. Le illusioni sulla bontà del capitalismo, sul fatto che funziona, si infrangono costantemente sulle sue stesse contraddizioni.

4 – Sulle ultime novità dall’America Latina. In ogni caso, tra un pazzo furioso come Maduro, un infido come Ortega e altre situazioni imbarazzanti (si pensi a Lula), mi rendo conto che è difficile trovare un buon terreno per difendere le sinistre radicali. Non che la stagione progressista latinoamericana appena conclusa non sia stata foriera anche di cose buone, ma se qualcuno riponeva in essa una speranza di rinascita internazionale, è stato deluso.

Prediamo il Venezuela: ha dato supporto a Chavez (nessuno scappò allora) e ha potuto rompere con una tradizione classista antica e brutale, ma è un altro esempio di populismo messianico che del materialismo socialista non ha tracce; ha basato tutto sulla nazionalizzazione di risorse che per secoli sono state sottratte al paese, senza però andare oltre una effimera redistribuzione assistenzialista della ricchezza, pronta ad avvitarsi su se stessa in assenza di economia reale. A me, Chavez non è mai piaciuto molto, volendo essere il nuovo Fidel Castro senza averne la storia e la statura politica; ma riconosco che come líder, nonostante un linguaggio da populista, riferimenti mistici e una buona dose di censura, ha dato un momento di “respiro” alle classi povere del paese. Ora però c’è Maduro, che è un folle (dice di parlare con lo spirito di Chavez attraverso un uccellino) e, non avendo il supporto del predecessore, se lo è costruito a forza di repressioni. Una marea di gente sta scappando, lasciando il Venezuela senza professionisti e mano d’opera, riversandosi nei paesi vicini. L’economia è al collasso, l’inflazione a livelli inimmaginabili, cibo e medicinali non esistono quasi più. L’opposizione lotta in strada e chiede aiuto per difendere la libertà e la democrazia. E tutto questo è oro puro per gli anticomunisti. Grazie, Nicolas.

E il Nicaragua? Come proteste e repressioni sta andando sulla stessa linea, ma ancora non è a quel livello. Ortega, che in teoria sarebbe una specie di eroe nazionale, essendo stato uno dei fautori della rivoluzione sandinista contro Somoza e primo presidente del Nicaragua liberato, ha passato vent’anni all’opposizione e, stanco, ha deciso di allearsi con liberisti e conservatori per tornare in auge. Del sandinismo è rimasto solo l’orpello del FSLN, che sembra giocare con la simbologia comunista più che viverla, e intanto Ortega sta facendo quello per cui Somoza fu cacciato via (nepotismo, corruzione, censura, repressione, sfruttamento). Altri già lo chiamano dittatore. Grazie anche a te, Daniel.

Infine, leggete questo vecchio articolo su Evo Morales (del 2016). Io la penso pure così. Da tempo ormai vedo le sinistre latinoamericane darsi la zappa sui piedi, tra veri e propri scandali e scivoloni di immagine come questo. So che sono fasi, che nulla resta puro quando è al potere ecc. ecc., ma dopo l’orrore delle dittature militari foraggiate dagli USA e le lotte per la democrazia e il socialismo pagate col sangue e la tortura, assistere alla corruzione e all’ “impagliaccimento” di leader e seguaci (non più di compagni, non più di collettivo politico) mi fa incazzare.

5 – Di nuovo su Trump. Ancora non riesco a credere che sia presidente. Un populista puro, in cui l’americano medio si rispecchia, anche grazie al contatto diretto garantito da Twitter – e addio alle mediazioni di apparato e di informazione. Qualunque verità scomoda diventa una fake news. Ora i giornalisti sono addirittura diventati “nemici del popolo” (per essere un anticomunista, deve apprezzare molto Stalin). Come fanno a sopportarlo, se con tutti gli altri una minima battuta fuori posto è motivo di dimissioni? Un suo amico, un italo-americano imprenditore di cui non ricordo il nome, ha detto a SkyTG24 che lui non va agli incontri internazionali come un diplomatico, che non sa farsi rispettare, bensì come un New York businessman, che pensa a portare a casa risultati. Direi che è proprio questo il problema. Trump sta entrando in guerra commerciale con mezzo mondo. Sta riportando confusione dove finalmente si era trovata un po’ di pace, come nei rapporti con l’Iran. Sta persino resuscitando le “guerre stellari” di Reagan. Una passione per gli anni Ottanta, sembrerebbe. E la risposta di Schwarzenegger, suo collega di partito, sulla questione energetica, è fantastica:


Il profeta odiato

Trotsky 2Lev Trotsky è stato uno degli uomini più odiati al mondo. Non come dittatori o terroristi ben noti, non come figura diabolica su cui il biasimo è unanime. Molti non lo ricordano nemmeno, eppure ha fatto parte di quelle piccole minoranze di persone che, per essersi trovate dal lato perdente di una fazione perennemente in conflitto, hanno finito per essere contro tutto e tutti. E per questo non hanno avuto pace né speranza, finendo con l’essere odiate in ogni caso, da qualunque punto di vista, anche quando non hanno potuto far nulla di cui essere accusati.

Trotsky è stato un personaggio storico di enorme importanza, nonché di grandissima levatura intellettuale e politica. Assieme a Lenin e agli altri bolscevichi, è stato fautore della Rivoluzione d’Ottobre, organizzatore dell’Armata Rossa e uno dei teorici marxisti più fecondi del Novecento. Tra le sue responsabilità, soprattutto durante la guerra civile, c’è la repressione della rivolta di Kronstadt, un episodio terribile che basterebbe a screditare il fondamento rivoluzionario bolscevico, ma che in quel momento era stato ritenuto “necessario” e non sarebbe stato mai rinnegato in seguito. Il ruolo effettivo di Trotsky non è del tutto chiaro, ma essendo lui il firmatario dell’ultimatum dato ai marinai di Kronstadt, è coinvolto nella responsabilità dell’evento. Più in generale, è alla sua figura che i controrivoluzionari fanno riferimento come incarnazione demoniaca del Terrore rosso, di cui fu comunque uno degli organizzatori.

Figura di primo piano tra i bolscevichi, era considerato l’erede “naturale” di Lenin alla guida del Partito. Ma alla morte del leader, le lotte di potere hanno messo l’uno contro l’altro Trotsky e uno stretto collaboratore di Lenin, che però fino a quel momento era una figura di secondo piano: Stalin. I due non si erano mai visti di buon’occhio. Ora erano i rappresentanti di due concezioni radicalmente diverse del socialismo: per Trotsky, la rivoluzione bolscevica avrebbe dovuto espandersi oltre i confini dell’URSS e contare con le rivoluzioni europee, che poi avrebbero guidato il proletariato sovietico nella costruzione di un socialismo internazionale. Per Stalin, le rivoluzioni europee avevano già fallito (stiamo parlando del 1925 circa) e il socialismo poteva e doveva essere costruito in URSS senza contare su appoggi esterni. Lo scontro teorico tra rivoluzione permanente e socialismo in un solo paese diventò ben presto una lotta fratricida tra le varie fazioni bolsceviche, altre figure di primo piano della Rivoluzione come Zinoviev, Kamenev e Bucharin finirono con l’allearsi contro Trotsky, che alla fine degli anni Venti fu dapprima confinato ad Alma Ata, nel Kazakistan, e poi esiliato a vita dal territorio sovietico.

Da quel momento, Trotsky divenne un apolide, costretto a viaggiare da un paese all’altro in cerca di rifugio, assieme alla moglie. In URSS, fu ritenuto mandante occulto di complotti e sabotaggi, l’accusa di trotskismo divenne abituale nei grandi processi, e avrebbe mandato nel Gulag o direttamente al patibolo molti bolscevichi, a cominciare da quelli che aiutarono Stalin a liberarsi di Trotsky. All’estero, il rivoluzionario non ebbe miglior fortuna: in quanto comunista, era visto con sospetto dalle autorità dei paesi capitalisti e odiato dagli anticomunisti di ogni risma (che mettono tutti i comunisti nello stesso calderone); in quanto nemico di Stalin e grande critico della politica sovietica, era odiato anche da gran parte dei comunisti, schierati con l’URSS. L’unico governo disposto a tollerarlo fu quello del Messico, dove trascorse i suoi ultimi anni in compagnia della moglie e dei comunisti contrari a Stalin, tra cui gli artisti Frida Kahlo e Diego Rivera, a Coyoacán. Non furono comunque anni tranquilli. Agenti sovietici tentarono di assassinarlo crivellando di colpi la sua dimora, mettendo in allarme il nervoso governo messicano; dal canto suo, Trotsky non aveva intenzione di cedere alla violenza, continuando a scrivere libri e articoli di vario tenore sulla politica internazionale, sui crimini di Stalin e sull’organizzazione di un’effimera Quarta Internazionale. La fine arrivò il 20 agosto del 1940, quando uno dei suoi collaboratori, in realtà un agente stalinista riuscito a infiltrarsi nella cerchia più stretta, lo colpì in testa con una picozza, procurandogli una ferita mortale che lo avrebbe ucciso il giorno dopo, il 21.

Nel resto del secolo, la sua eredità teorica è stata raccolta da vari gruppi riuniti nella Quarta Internazionale, destinati per lungo tempo alla stessa “battaglia di retroguardia” del loro ispiratore, invisi ai partiti comunisti e alle istituzioni democratiche liberali. Il trotskismo è rimasto una corrente minoritaria, appassionatamente critica e rivoluzionaria, talvolta fuori dal tempo, ma anche fuori dagli schemi della Guerra fredda. Esponenti di grande rilievo sono stati l’economista Ernest Mandel (autore del Trattato di economia marxista), lo storico Isaac Deutscher (autore di una biografia di Trotsky in tre volumi: Il profeta armato, 1879-1921; Il profeta disarmato, 1921-1929; Il profeta esiliato, 1929-1940) e il politico Livio Maitan (curatore delle opere di Trotsky in italiano). Al di là dei suoi eredi politici, bisogna ricordare George Orwell, socialista antisovietico, che nei suoi romanzi più celebri, La fattoria degli animali e 1984 (dei quali ho parlato qui), rende riconoscibile Trotsky nei personaggi del maiale Palla di Neve, creativo e fedele ai principi dell’animalismo, e di Goldstein, acerrimo quanto evanescente nemico del Grande Fratello.

Sono sempre stato affascinato dalla figura di Trotsky. Non ho mai condiviso i giudizi così negativi su di lui. Alcuni lo ritengono un incapace, che si è fatto fregare da Stalin pur avendo un grande vantaggio su di lui, dovuto alla sua posizione nel partito e nell’esercito, oltre che alla sua autorevolezza intellettuale; altri ripropongono pedissequamente le accuse staliniane, ritenendo che il trotskismo in generale sia una forma di anticomunismo, volendo minare la legittimità dell’URSS – e quindi del comunismo – attraverso l’attacco alle politiche dittatoriali del sistema; altri ancora vedono nelle sue idee solo una forma di idealismo fuori dalla realtà, estremo e inapplicabile, che avrebbe portato alla distruzione dell’Unione Sovietica in pochi anni; oppure lo accusano di ingenuità, non sapendo riconoscere nella sua stessa opera rivoluzionaria i germi del totalitarismo. Mi sembrano frutto della sfortuna di Trotsky nel corso della sua vita.

Io credo che i suoi scritti siano un patrimonio di teoria e di critica marxista che, raccolto con giudizio, può ancora dare molto alla politica della sinistra. Sa essere tanto rigoroso e cosciente, quanto Stalin sa essere didascalico e rigido. Vedo nella sua sofferente figura una sorta di eroe tragico, sconfitto dopo una vittoria gloriosa, ucciso (politicamente) quando il mondo era sull’orlo del cambiamento cui lui stesso aveva contribuito. E infine ucciso (concretamente) quando non aveva più nulla, distrutto, umiliato e odiato da quasi tutti. Il suo è l’unico nome degli epurati da Stalin a non essere stato riabilitato mai, nemmeno durante l’era di Gorbaciov.

Ancora oggi è una figura ambigua: in Russia hanno fatto una serie televisiva romanzata su di lui, che è stata subito accusata di travisare pesantemente molti fatti storici, inventandone alcuni e distorcendone altri, facendone emergere una figura quasi demoniaca, che ha realizzato la Rivoluzione per il proprio potere personale, mettendo persino in conto le sue origini ebraiche (in pratica gli autori hanno ripreso alcune accuse tipiche della propaganda dei Bianchi). Non ho ancora visto questa serie, quindi il giudizio non è mio, bensì di critici internazionali; il punto comunque è che Trotsky, ancora una volta, è stato presentato in modo negativo e acritico.

S240px-Lev_Trotskyenza dubbio ha le sue responsabilità e tendo a pensare che se fosse succeduto lui anziché Stalin al governo dell’URSS, le cose non sarebbero cambiate granché, dato che il suo programma, dapprima condannato dagli stalinisti, è stato poi riveduto, corretto e applicato proprio da loro (centralizzazione del governo, militarizzazione del lavoro, ecc.). Ma dubito fortemente che si sarebbero avuti i grandi processi di Mosca e l’istituzione del Gulag, che annientarono i quadri bolscevichi del partito e dell’esercito, oltre a mandare milioni di persone ai lavori forzati in Siberia, o direttamente sotto terra (queste erano emanazioni dirette del sistema creato da Stalin). Piuttosto, si sarebbe potuta avere una nuova guerra tra Russia ed Europa per il tentativo di scatenare la rivoluzione mondiale. Ma restano illazioni.

In questo giorno ho solo voluto ricordare un rivoluzionario che, con tutte le sue luci e le sue ombre, ha cambiato la Storia.

***

Qui, un suo breve discorso, risalente agli anni tra il 1937 e il 1940, sulla natura criminale e dispotica del processo di Mosca istituito contro di lui e gran parte della vecchia guardia bolscevica dall’élite stalinista, sulla base di prove false.

  • Lascio inoltre il link a un articolo biografico di Ernest Mandel, “Leon Trotsky – The man and his work”
  • E se proprio vi ho fatti interessare, ho appena trovato su YouTube una intervista – naturalmente in inglese, con possibilità di attivare i sottotitoli inglesi – a Christopher Hitchens per la BBC in tre parti (oltre all’interlocutore della radio, interviene anche lo storico Robert Service): parte 1, parte 2 e parte 3.
  • Stessa discussione su un altro programma, Uncommon Knowledge (sempre in inglese con sottotitoli inglesi).
  • “The Old Man”, recensione di Hitchens alla riedizione della biografia scritta da Deutscher (in inglese).

Un amico di destra

Quello che segue è un vecchio articolo rimasto a livello di bozza per qualche anno. Ho deciso di completarlo pur avendo cambiato, nel frattempo, alcune prospettive. In questi ultimi tempi, il degrado della politica e della società civile nel nostro Paese ha raggiunto un limite che non era stato toccato da decenni. Non potrei, in tutta sincerità, accettare tra i miei amici un sostenitore dei delinquenti che stanno stravolgendo l’integrità delle nostre istituzioni, della nostra etica civile e della nostra cultura. Purtroppo è un periodo di forte polarizzazione e, anche rifiutando la logica tribale oggi così diffusa, ci costringe comunque a prendere posizione e tracciare una linea. Ma quello che segue vuole essere un’esortazione a vedere il lato positivo di discutere con persone che la pensano all’opposto, e lo propongo proprio in reazione alla logica tribale.

***

Premesso che nelle amicizie non faccio grandi discriminazioni politiche, perché trovo sciocco basare i rapporti interpersonali su giudizi “ideologici”, mi pare piuttosto normale che ognuno di noi tenda a circondarsi di persone in qualche modo simili a sé. Di conseguenza, gran parte delle persone che posso considerare amiche hanno una visione del mondo relativamente simile alla mia; però tra la scuola, l’università e gli ambienti di lavoro e di piacere, ne ho conosciute di persone che la pensano diversamente e magari all’opposto. D’altra parte ho anche evitato di coltivare rapporti con gente che, pur avendo idee vicine alle mie, era per altri versi poco interessante o gradevole. Ci sono poi alcune conoscenze che si fanno per forza di cose, come parenti o amici stretti di amici, con cui si deve avere a che fare senza poter davvero operare una normale selezione.

Di amici di destra ne ho quindi diversi. Alcuni lo sono da sempre (di destra, intendo), altri lo sono diventati in seguito a delusioni più o meno cocenti a sinistra (questi sono i più “cattivi”). Averli, quando si è marxisti impenitenti e, loro, di tendenze reazionarie, può essere fonte di stress, ma anche di sforzi intellettuali. Uno in particolare mi stimola molto a interrogarmi su ciò che penso, perché spesso e volentieri dice cose talmente assurde da mandarmi fuori dai gangheri, eppure è così convincente e sicuro di sé che non di rado mi trovo in difficoltà a fargli capire dove sbaglia su cosa non concordo e come mai.

Questo amico, che chiamerò Roque, è poco più giovane di me, ha fatto un sacco di esperienze lavorative più di me, legge abbastanza, si informa molto, ed è a metà tra un liberale e un nazista. Essendo straniero, va detto, ha avuto a che fare con una situazione politica un po’ diversa da quella italiana. Lo conosco da qualche anno e, da quanto mi ha raccontato, ha avuto un suo (breve) periodo a sinistra, ha sempre ammirato Che Guevara e si è persino impegnato in alcune campagne di propaganda al livello locale, durante le quali ha assistito a giochi e giochetti poco edificanti che hanno dato un primo colpo alle sue (fragili) convinzioni. Poi, ha saputo da vari mezzi di informazione (non so quanto affidabili, ma convincenti) di casi di corruzione e “inciuci” degradanti, ben lontani dalla morale sbandierata dalla sinistra e, avendo una predisposizione a vedere le cose in bianco e nero, ha abbandonato non solo la simpatia per il partito, ma pure il discernimento critico tra persone e teoria, per cui è diventato anticomunista. E per anticomunista intendo genericamente contro ogni tipo di sinistra, se non per alcuni aspetti particolari di cui dirò poi.

Il suo motto, per la frequenza con cui lo dice, è si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra – in senso letterale!). Per fare un elenco ideale, direi che Roque ritiene giusto o opportuno:

  • andare in giro armati (di pistola o almeno di coltello);
  • uccidere i criminali sul posto, se oppongono resistenza;
  • comminare la pena di morte anche per reati di corruzione;
  • risolvere le diatribe politiche con forme di lotta violenta, se la giustizia o la dialettica non funzionano;
  • punire severamente chi si comporta male, non importa cosa abbia fatto o da quale situazione provenga (niente scuse tipo “vittima della società”, insomma);
  • rivalutare l’azione dei regimi militari in quanto portatori di ordine;
  • smetterla con le continue tutele statali di categorie di persone, tra quote e sussidi, che creano parassiti e forme di discriminazione “al contrario”;
  • stessa cosa per il politically correct;
  • abolire o abbassare nettamente la tassazione, dato che non ritorna sotto forma di servizi ma solo come “mangime” per i politici;
  • viaggiare liberamente per il mondo, ma rispettare le regole altrui – quindi i migranti, specie i mussulmani, dovrebbero starsene a casa loro;
  • tenere d’occhio ebrei e massoni per le loro attività lobbistico-cospirative.

Tuttavia, quando si parla di soluzioni e realizzazioni, Roque sembra avere una gran confusione in testa. Il fatto di difendere un regime militare per l’ordine che porterebbe e allo stesso tempo predicare la possibilità di girare armati, non fa scattare in lui la contraddizione tra le esigenze di ordine e il controllo dei cittadini: come può una dittatura lasciare che i cittadini si armino? E se si ribellassero? E poi, a che servono le forze dell’ordine se i cittadini possono difendersi (e farsi “giustizia”) da soli? Poi, la tassazione: come fa uno stato, ancor più di polizia, a sostenersi se la gente non paga le tasse? I privati comunque dovrebbero pagare tasse per mantenere un apparato militare forte. Ma supponendo che non ci sia più bisogno di uno stato, che tutti i servizi compreso l’ordine diventino affare privato, come si fa a garantire a tutti l’educazione, la sanità e la sicurezza, condizioni basilari per la vita sociale, se bisogna pagare per ogni cosa? Eh sì, perché dal punto di vista sociale, Roque si lamenta anche dell’ignoranza che porta la gente a votare per carogne corrotte, che non avrebbero speranze se la gente sapesse, se si rendesse conto, se ricevesse un’educazione adeguata. Un popolo ignorante è facilmente manipolabile.

Qui c’è una vaga coerenza con il liberalismo: lo “stato minimo” dovrebbe continuare a occuparsi di quei servizi come un apparato amministrativo. Niente anarco-capitalismo, insomma. Però lo stato deve essere minimo sul serio, occuparsi solo di arbitrare e mantenere una certa coerenza sociale. Per Roque si tratta in ogni caso di una concessione al socialismo, perché è convinto che lo stato minimo sia socialista, probabilmente per una superficiale conoscenza dell’idea marxiana di estinzione dello stato. Insomma, vi è uno strano miscuglio tra individualismo, liberalismo, statalismo, militarismo e forme di stato sociale.

Tracciato questo quadro, devo dire che le sue osservazioni sono talvolta così semplici, o semplicistiche, che faccio fatica a rispondergli, dando per scontate conoscenze di principi e teorie, concordanze logiche e di valori ecc.; quello che per me è ovvio, per lui non lo è affatto. Perciò devo tornare sulle mie convinzioni e analizzarle minuziosamente per ricostruirne la genesi e l’evoluzione logica, in modo da spiegare per bene come mai non la penso come lui. E questo è un esercizio davvero interessante, oltre che impegnativo e persino stressante. D’altro canto, come posso convincerlo (sempre ammesso che debba farlo), o comunque ribattere e mantenere il punto, se io per primo non sono “fermo” sulle idee che porto avanti? Fermo, saldo, sempre pronto. Sempre cosciente. Perché invece vi assicuro che Roque è un database vivente di informazioni, che sa tirare fuori in qualsiasi momento per andare contro ciò che non gli va a genio (ossia quasi tutto); ed è bravissimo a ricercare quello che vuol sapere: se deve leggere 300 pagine su un determinato tema, non smette prima di arrivare alla fine. E ricorda tutto. Un talento personale invidiabile. L’unico problema è che non ha, secondo me, le ferramenta culturali per elaborare quelle informazioni, dato che se sono 300 pagine di cazzate, ma sono convincenti, lui le accetta e non ci sono santi che gli facciano cambiare idea.

In realtà, mi chiedo se, proprio a causa di questo suo modo di essere, valga la pena di affrontare chissà quali discussioni. Non credo proprio che riuscirei a fargli cambiare idea, né lui la farebbe cambiare a me. Discutere seriamente porterebbe a una rottura inevitabile. Semmai dovrei dargli suggerimenti, indicazioni, qualche direzione da seguire per ampliare il suo orizzonte, sperando che questo lo moderi un po’ nelle sue granitiche convinzioni. D’altra parte, ascoltare le sue idee mi prepara a ricercare argomenti su temi cari alla destra e rispondere in modo adeguatamente strutturato, non a lui direttamente, ma a chiunque. Con la importante differenza che, rispetto a molta gente, Roque sa sempre di cosa sta parlando, anche quando sbaglia, motiva tutte le sue affermazioni e conserva una lieve speranza di cambiare posizione se nuovi elementi siano sufficientemente convincenti (cioè molto, ma molto convincenti).

Se la pensiamo allo stesso modo, come possiamo valutare la qualità delle nostre idee? Dove si pone il limite, il confine che ci divide? Esiste una zona franca in cui incontrarsi e dialogare? E se non c’è, cosa possiamo trarre di buono dalla nostra inconciliabilità? Forse nella risposta a queste domande si trova la chiave di una convivenza sempre più difficile.


I miei dischi della Rollins Band

Rollins Band banner

Avevo già parlato di Henry Rollins pubblicando il video e il testo di una delle sue canzoni che apprezzo di più, Illumination. All’epoca però non avevo neanche uno dei suoi dischi, peraltro difficili da trovare persino nei negozi delle grandi città. Negli ultimi anni ne ho recuperato cinque, quelli degli anni ’90/2000, secondo me i più raffinati e maturi (e anche secondo i suoi detrattori, legati al suo passato punk).

Ho conosciuto Rollins grazie a Beavis & Butthead, che in un episodio commentano il video di Disconnect. Per lungo tempo è stato solo un artista “sullo sfondo”, rispetto agli altri che ascoltavo; mi colpiva che fosse così muscoloso, di solito i cantanti non hanno molta cura di se stessi, però quello che sapevo di lui era legato ai video che passavano su Mtv, ai suoi cameo cinematografici e a qualche articolo su siti specializzati. Poi, grazie a Youtube, ho cominciato ad ascoltare altre canzoni tratte dai vari album, e ho capito che non solo è un personaggio interessante, ma anche un ottimo artista, con idee musicali aperte e sempre intento a rinnovarsi, pur restando fedele alla sua linea (e specifico sua, perché sentire un punkettone che mi viene a dire “Rollins si è venduto!” avendo smesso di suonare punk è come sentire che i gatti sono erbivori perché masticano le piantine). Un artista poliedrico, non solo per le sue prove d’attore, come nel cortometraggio Deathdealer, ma anche per i suoi monologhi teatrali e i suoi programmi televisivi.

Soprattutto, posso dire che i testi sono profondi, stimolano riflessioni, raramente sono banali o scontati. So che sembra esagerato, ma in certi casi ascoltarle è come fare una seduta terapeutica, ci sono dentro questioni psicologiche, sensazioni ed emozioni intime, punti di vista esistenziali, visioni perturbanti. Dalla furia dei primi album alla sagacia degli ultimi, Rollins ha dimostrato di avere un cervello funzionante e una grande sensibilità. Da un po’ di tempo a questa parte ha smesso di suonare, perché sentiva di non avere più molto da dire e non aveva intenzione di trasformarsi in una “greatest-hits-machine”, una macchina che suona a ripetizione i suoi successi, concentrandosi su altri progetti. Un peccato? Beh, certo mi spiace, ma meglio che vederlo autodistruggersi.

E ora passiamo agli album.

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La concezione marx-engelsiana dello Stato

Marx Engels

In occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx, ho ritrovato miei vecchi appunti di studente di filosofia su un corso risalente al 2009 del prof. Guido Liguori, uno dei maggiori studiosi italiani del pensiero comunista. Li ripropongo così come sono, senza apportare modifiche.

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Storia del pensiero politico contemporaneo – Prof. Liguori
Appunti sul corso “La concezione marx-engelsiana dello Stato. Marx e Engels vs Bakunin”, II semestre 2008/2009

 – 17/03/2009

Marx, oggi, è spesso ritenuto uno scienziato sociale, un sociologo che ha descritto i rapporti tra struttura sovrastruttura, che ha reso scientifico il socialismo, mentre la politica sembra avere un ruolo secondario; non è così, il rapporto tra struttura e sovrastruttura (o, a seconda dei punti di vista, infrastruttura) non è rigido e univoco come viene spesso inteso parlando della sua scientificità, mentre l’impegno politico è una costante della vita di Marx ed Engels, basti pensare alla partecipazione all’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), di cui scrivono i programmi come il “Manifesto del Partito comunista” del 1848.

BIOGRAFIA INTELLETTUALE DI MARX – Negli anni dell’università si forma nell’area della Sinistra Hegeliana, cioè i discepoli di Hegel che interpretano la filosofia del maestro in una prospettiva progressista radicale, e si laurea in filosofia a Jena e si trasferisce a Colonia per scrivere da giornalista sulla Rheinische Zeitung (Gazzetta Renana), dove già in un articolo sulla legge contro i furti di legna evidenzia il passaggio storico dal feudalesimo al capitalismo: attraverso la mercificazione di ogni cosa, dando al denaro il ruolo più importante nei rapporti tra individui. Continua a leggere