Archivi del mese: settembre 2013

Ancora aforismi a buon mercato

10 – Contraddizioni. Io credo che l’individuo sia sopravvalutato, nel senso che viene considerato in grado di controllare completamente la propria vita, quando in realtà ognuno di noi fa parte di un contesto, in cui è immerso e da cui è plasmato e influenzato costantemente, su cui si può incidere solo fino a un certo punto e per il resto richiede adattamento; non sono neanche sicuro che i pensieri siano effettivamente individuali, vista l’esposizione ininterrotta a parole ed eventi altrui, esterni, che però agiscono ci condizionano. Eppure mi rendo conto di essere, di fatto, un individualista: lavoro da solo, studio da solo, evito i gruppi, non mi associo e sono egocentrico. Ossia, la mia vita contraddice la mia filosofia.

11 – Constatazioni. A leggere testi vecchi di secoli si ritrovano le stesse situazioni odierne. E’ pertanto inutile avere nostalgia per il passato, perché molto probabilmente era identico al tempo presente. La tecnologia procede, la natura umana no. D’altra parte è per questo che esistono le spinte progressiste: se già con esse ci spostiamo in avanti di un millimetro al secolo, figuriamoci senza. Esempio: la Prefazione al Trattato teologico-politico di Spinoza, dove parla della superstizione.

– La superstizione non ha origine dalla ragione –
“ Se gli uomini potessero dirigere tutte le loro cose con sagge e certe decisioni, oppure se la fortuna fosse loro sempre favorevole, non sarebbero soggetti ad alcuna superstizione. Ma, poiché spesso si trovano in difficoltà tali che non sanno prendere alcuna decisione, e poiché di solito, a causa degli incerti beni della fortuna che essi desiderano smoderatamente, fluttuano miseramente tra la speranza e la paura, il loro animo è quanto mai incline a credere a qualsiasi cosa: quando è preso dal dubbio, esso è facilmente sospinto or qua or là, e tanto più quando esita agitato dalla speranza e dalla paura, mentre nei momenti di fiducia è pieno di vanità e presunzione.
Credo che nessuno ignori queste cose, benché io sia convinto che la maggior parte degli uomini non conoscano se stessi. Chiunque sia vissuto tra gli uomini, infatti, non può non aver osservato che la maggior parte di loro, nelle circostanze favorevoli, ancorché ignorantissimi, sono così tronfi di sapienza da ritenersi offesi se qualcuno voglia dar loro consigli; mentre nelle avversità non sanno da che parte voltarsi e implorano consiglio al primo che capita, e non c’è consiglio così insulso, così assurdo o inutile ch’essi non seguano; poi, anche per i motivi più insignificanti, tornano a sperare il meglio e, di nuovo, a temere il peggio; se infatti, mentre sono in preda alla paura, vedono accadere qualcosa che fa loro ricordare qualche bene o male passato, ritengono che ciò annunci un evento favorevole o sfavorevole, e perciò, sebbene per cento volte si riveli inefficace, lo chiamano buono o cattivo presagio. Se, poi, con grande meraviglia vedono qualcosa d’insolito, lo credono un prodigio che indica l’ira degli dèi o della suprema divinità, prodigio che perciò essi – uomini schiavi della superstizione e contrari alla religione – ritengono empio non placare con offerte o preghiere; e a questo modo fingono un’infinità di cose e, quasi che tutta la natura impazzisse insieme a loro, la interpretano in maniera meravigliosa.
Così stando le cose, vediamo che sono attaccatissimi a ogni sorta di superstizione soprattutto coloro che desiderano smoderatamente il beni incerti, e che tutti, specialmente quando si trovano in pericolo e non sono in grado di soccorrere se stessi, implorano con preghiere e lacrime da donnicciuola l’aiuto divino, e chiamano cieca la ragione (perché non sa mostrare la via certa per raggiungere le cose vane che essi desiderano) e vana l’umana sapienza; invece i deliri della loro immaginazione, i loro sogni e le loro puerili sciocchezze li credono responsi divini, anzi, credono che dio sia avverso ai sapienti e che abbia scritto i suoi decreti non nella mente, ma nei visceri degli animali, o che gli stolti, i folli e gli uccelli li annunzino per effetto dell’ispirazione divina e per istinto. Fino a tal punto il timore fa impazzire gli uomini!
La paura, dunque, è la causa che dà origine, mantiene e favorisce la superstizione. […]
Da questa causa della superstizione segue dunque che tutti gli uomini sono a essa sottoposti per natura (checché ne dicano coloro secondo i quali ciò dipenderebbe dal fatto che tutti i mortali hanno qualche idea confusa della divinità); segue inoltre che essa deve essere oltremodo varia e instabile come tutte le stravaganze della mente e gli impeti della follia, e, infine, che è sostenuta con la speranza, l’odio, l’ira, l’inganno. Nessuna meraviglia, giacché la superstizione ha origine non dalla ragione, ma soltanto da un affetto, per di più efficacissimo.
Quanto è facile, perciò, che gli uomini siano presi da qualsivoglia genere di superstizione, altrettanto difficile è fare in modo che essi persistano in un unico e medesimo genere. Al contrario, poiché il volgo rimane sempre in uno stato di miseria, proprio per questo non sta mai a lungo in quiete, ma gli piace soprattutto ciò che è nuovo e non l’ha ancora deluso: instabilità che fu causa di molti tumulti e di guerre atroci. Infatti, come appare evidente dalle cose ora dette, e come osservò molto bene lo stesso Rufo (IV, 10), «niente riesce più della superstizione a dirigere la moltitudine»; onde avviene che questa sia facilmente indotta, col pretesto della religione, ora ad adorare come dèi i loro re, ora a esecrarli e a detestarli come una peste comune al genere umano. Allo scopo di evitare questo male, ci si è dedicati con il massimo impegno a ornare la religione, vera o falsa, di un culto e un apparato tali che essa fosse avvertita come un fardello sempre più grave e venisse costantemente osservata da tutti con il massimo scrupolo; cosa che è riuscita assai bene ai Turchi, i quali ritengono illecito perfino il discutere e riempiono il giudizio di ciascuno di tanti pregiudizi da non lasciare nella mente nessuno spazio alla retta ragione, neppure per dubitare.”

12 – Cinismo. Credo che diventare cinici sia una fase transitoria eppure necessaria della maturazione. Prima o poi viene il dubbio che l’impegno e la partecipazione siano inutili. Il dubbio che la maggior parte della gente lì a lamentarsi dei politici corrotti e ladri, poi nel loro quotidiano cerchino tutti i vantaggi e le scorciatoie possibili, alla faccia del duro lavoro per guadagnarsi quel che vogliono. Possiamo avere tutto il disgusto legittimo contro le caste, le élite dominanti, ma davvero non vorremmo farne parte? Davvero non saremmo tentati di guadagnare un po’ a spese di qualcun’altro, un generico anonimo cittadino di cui non ce ne può importare nulla? Sforzi inutili, energie sprecate, impegni buttati dalla finestra, quando tutto quel che si vuole è lì, a portata di mano, al modico prezzo di… vendersi. Mi torna in mente la frase finale di Tutti dentro.

13 – Poteri forti. Più penso all’espressione “poteri forti”, meno senso ha. Esistono forse dei “poteri deboli”? No, un potere è forte di per sé, o non è potere. E se tali poteri forti sono occulti, o sono gruppi di interesse o di pressione, perché non chiamarli così? Che significa “potere forte”? Il potere è già, ha già, un interesse forte e pressante.

14 – Misure e battute. Trovo semplicemente disgustose le stupide prese in giro di ragazze grasse, tanto su internet quanto su ogni altro media. Di tutte le cose irriverenti che si possono trovare, queste sono soltanto una dimostrazione di cretineria, diseducazione e mancanza di quelle palle che gli idioti fanno a gara per dimostrare. E ora chiamatemi pure moralista.

15 – Doppio abuso. Negli anni Ottanta i film horror erano cool perché tutto era hand made, oggi invece è tutto computer generated e di questo se ne abusa. E non è giusto.

16 – Scoop. Ho scoperto che “piantata in asso” è sbagliato! La frase giusta sarebbe “piantata in Nasso”, dal mito greco di Teseo e Arianna, la quale, dopo aver aiutato l’eroe a uscire dal labirinto del minotauro, venne abbandonata sull’isola di Nasso proprio da Teseo, che non voleva portarsela dietro perché già pensava ad altre donne.

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Il Gigante Verde-Oro

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Brasile. Uno dei paesi a più alto tasso di sviluppo economico assieme alla Cina (di cui ho parlato qui), all’India, alla Russia, al Sudafrica e alla Corea del Sud. Uno dei paesi geograficamente più estesi del mondo, ricco di risorse e potenzialità. Caratterizzato da una piramide sociale con una punta di super-ricchi (gente che va da casa a lavoro in elicottero) e una base di sottoproletari al limite della fame. In mezzo, una classe media in aumento, ma dal futuro incerto.

All’inizio dell’estate il Brasile è venuto alla ribalta internazionale per le proteste contro il governo, contro i suoi sprechi, la sua corruzione, le sue politiche schizofreniche sui beni pubblici. Si ripetono scene e situazioni di protesta di strada già diffuse in altre parti del mondo. Eppure il governo è retto dalla prima donna presidente, Dilma Rousseff, appartenente al partito di Lula, una delle figure più apprezzate della sinistra internazionale. Un partito, il PT (Partido dos Trabalhadores) che regge il paese ormai da dieci anni, avendo ottenuto sempre moltissimi voti. Questo, tra l’altro, dopo decenni di opposizione radicale e una rapida correzione di rotta nel 2003 verso posizioni “roosveltiane”, pur restando sempre e comunque alveo di tutte le speranze di rinnovamento profondo della società brasiliana. Come mai, tutto a un tratto, sembra essere diventato così degno di biasimo? Continua a leggere