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Bancarotta ideologica?

Volete prenderlo sul serio? Ma lo sentite come parla? Usa la parola “tecnocrate”! Sembra un sociologo degli anni Settanta!

(da un episodio di APB, serie cancellata dopo la prima stagione)

Non so esattamente cosa scrivere, ma mettiamola così: la sinistra, non solo in Italia, sta scivolando verso la bancarotta ideologica. Ho la sensazione persistente che le varie anime della sinistra continuino, imperterrite, a mancare il punto fondamentale. Da un lato, quello radicale, c’è uno “sloganismo” inconcludente, fatto di rivendicazioni fuori dalla realtà, parole d’ordine antiquate, idee riciclate e una generale disperazione; dall’altro, il lato moderato, c’è un appiattimento imbarazzante sul liberismo, con il silenzio sullo sfruttamento, la rassegnazione rispetto al potere economico, i tentativi spesso patetici di salvare il salvabile con un po’ di assistenzialismo e tante promesse sul futuro che migliorerà. Ora, io non ho una ricetta pronta per aprire una nuova strada, ma direi che non mi sento rappresentato da nessuno. Continua a leggere


Considerazioni attuali, 2

1 – Su Trump. Il problema non è tanto che sia diventato Presidente. Il problema è che sia stato scelto come candidato repubblicano, che sia arrivato a quel punto. Una volta scelto, le possibilità erano del 50% e anche di più, non solo per l’antipatia che Hilary può suscitare, ma soprattutto perché è normale che dopo otto anni di presidenza democratica, gli americani vogliano cambiare rotta. Ma Trump? Proprio Trump? Emblema dell’antipolitica, è l’espressione dell’America più chiusa e ignorante, più “caciarona” ed egoista. I dubbi sul sistema elettorale, secondo me, sono più pregnanti di quelli sugli hacker russi; in ogni caso Trump è stato votato in massa ed è un segnale drammaticamente forte per la politica occidentale. Questi primi mesi sono forse stati più scandalosi di quanto si potesse immaginare, ma in fin dei conti non dovrebbero sorprendere più di tanto. Un incompetente, smargiasso e menefreghista, che sta pagando le cambiali firmate in campagna elettorale e che, come di consueto, sta anche cambiando idea ogni cinque minuti. Però è stato anche l’unico a scagliarsi contro i magnati (suoi colleghi) per difendere i disoccupati dell’entroterra, come ha detto Michael Moore.

2 – Sulla Corea del Nord. Il fatto che uno Stato praticamente in ginocchio, che vive della carità estorta con le minacce, sia ora al centro dei problemi internazionali recenti, è segnale di un’intenzione latente che in realtà non lo riguarda: destabilizzare la Cina. Direi che è l’unica ragione per andare a stuzzicare la bellicosità di un cane addormentato. Il guaio è che questo cane potrà anche prendere un sacco di bastonate, ma se decide di mordere lascerà una cicatrice profonda. Dubito, sinceramente, che i paesi vicini vogliano davvero una nuova guerra alle porte di casa. O meglio, la ripresa della guerra. Comunque, in generale, Kim Jong Un mi ha deluso, speravo che un giovane che ha pure studiato all’estero avesse la capacità e il coraggio di cambiare qualcosa rispetto agli antenati, invece, come spesso accade, il frutto non cade lontano dall’albero.

3 – Sul Mein Kampf. L’associazione Free Ebrei ha curato una edizione critica del libro di Hitler, presentata come la prima “edizione critica anti fake news“. Un’edizione fondamentale, data la recente ripubblicazione incontrollata del testo, ormai di pubblico dominio. Non ho ancora avuto modo di visionare questa nuova edizione, però mi permetto di recuperare una mia vecchissima recensione, o meglio un consiglio bibliografico di un’altra edizione critica, meno nota, ma secondo me di pregio: Giorgio Galli, Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, Kaos Edizioni 2002.

[riadatto comunque il testo come se lo scrivessi oggi]

Mi ricordo che, [moltissimo] tempo fa su un forum, qualcuno chiese informazioni su quest’opera e quando io raccomandai questa edizione ci furono alcuni commenti piuttosto discutibili in proposito; ad esempio che “questa è l’unica edizione che puoi comprare senza chiederla a bassa voce”, per dire che nell’egemonia culturale di non si sa bene chi, solo adeguandosi ai padroni (quelli veri, che il berlusca vede[va] ovunque) puoi scegliere cosa leggere. O ancora, che “dovrebbero farlo leggere nelle scuole insieme al Manifesto del P.C., perché sono testi alla base dei guai dello scorso secolo”, equiparando così due testi totalmente diversi, confondendo le cause con gli effetti e demonizzando i libri come facevano i naz… oh. Ma guarda un po’.

Va bene, comunque sia, questa edizione a cura di Giorgio Galli non è l’unica di cui è possibile non vergognarsi, ma piuttosto l’unica edizione decente [fino a quest’anno], intendendo con questo aggettivo che il testo originale ed integrale dettato da Hitler è corredato da un’ampia sezione di approfondimento, che contestualizza sia storicamente, sia culturalmente un’opera che non può essere “bevuta” in modo acritico. Nessuno più dello stesso curatore esprime meglio il concetto:

«Questa riedizione del Mein Kampf ha un triplice significato. Il rifiuto etico-intellettuale di ogni tabù e di qualunque forma di censura. La storicizzazione di un testo la cui lettura deve rappresentare un imperituro monito. La denuncia di rimozioni e mistificazioni all’ombra delle quali si vorrebbero legittimare disinvolti quanto pericolosi revisionismi storiografici. È opinione diffusa che il Mein Kampf hitleriano sia un libro dell’orrore, un compendio di farneticazioni. Si può continuare a ritenerlo tale, ma solo dopo averlo letto (e quasi nessuno, oggi, all’inizio del Terzo millennio, lo ha davvero letto), debitamente contestualizzato, e ben compreso nella sua autentica dimensione non già di causa bensì di effetto degenerativo della cultura occidentale»

Giorgio Galli è un affermato storico dalla produzione vasta, sia per numero di libri e articoli, sia per orizzonti di ricerca; alla storiografia “classica” aggiunge lo studio delle culture esoteriche e i rapporti che queste hanno con gli eventi storici. Interessantissimo è il suo Hitler e il nazismo magico: le componenti esoteriche del Reich millenario, edito da BUR, che pure vi consiglio.

4 – Su femministe e body shaming. Non mi tornano i conti: oggi le femministe si battono tanto (e giustamente) contro il predominio delle discriminazioni, dei pregiudizi e delle “classificazioni” della bellezza femminile fatte dagli uomini, però non le sento parlare mai, e dico MAI, di ciò che le stesse donne fanno alle loro simili – per esempio del body shaming assurdo che le donne magre fanno contro le donne grasse. In paesi come gli Stati Uniti escono spesso e volentieri notizie di ragazze grasse prese in giro o insultate per aver scelto vestiti che non nascondo il loro corpo, e fin troppi commenti del genere vengono da altre ragazze. Ho letto oggi di una ragazza in sovrappeso su Twitter che postava selfie con abiti corti e bikini, insultata da altre ragazze (magre); qualche giorno fa, di una impiegata in un negozio di vestiti che si è licenziata dopo che il responsabile del franchising – una donna – le aveva intimato di non pubblicizzare i vestiti in vendita indossandoli, perché non era una modella e non dava una buona immagine (indovinate un po’? Era grassa). Ora, queste due ragazze hanno saputo rispondere a tono e sono state pure incisive, ma quando mai c’è stata una levata di scudi femminista per loro? Forse tra donne non bisogna “combattersi”? O meglio, non bisogna educarsi al rispetto reciproco? Non è una forma di violenza anche il body shaming tra femmine?


Referendum: vale la pena parlarne?

Avevo programmato una serie di articoli in cui mi proponevo di esaminare nella maniera più compiuta il significato della riforma costituzionale, in vista del referendum di ottobre (fortunatamente spostato a dicembre). Il mio scopo era arrivare al voto con piena coscienza di cosa significhi modificare la Costituzione e quali conseguenze può avere questa particolare serie di modifiche.

Volevo, e certo voglio ancora, evitare di votare “per partito preso”, a favore o contro i promotori per questioni ideologiche, di simpatia/antipatia, di sensazione “a pelle” rispetto all’idea di toccare quello che dovrebbe essere il testo sacro della nostra società civile. Perché votando per partito preso avrei dovuto considerare i 56 (!) costituzionalisti che si dicono contrari, tra cui Zagrebelsky, e in più Rodotà (quindi sono 57?); avrei dovuto accettare il fatto che, forse immaturamente, trovo piuttosto antipatico Renzi e il suo stuolo di gggiovani entusiasti; e che l’idea di modificare la Costituzione nata dall’antifascismo non è affatto allettante.

No, io voglio capire. Perché invece la riforma potrebbe anche andarmi bene. E se invece non mi va, è perché so che è sbagliata, almeno per me. Allora prendo i vecchi testi di diritto, seguo i dibattiti, leggo le analisi e, ovvio, i documenti, a partire dalla tavola sinottica che, a una prima occhiata, promette bene.

Ma proprio il dibattito, nelle forme più generali, si rivela uno schifo. La solita partita “scapoli contro ammogliati” che si gioca ormai da anni nel nostro paese, e forse si è sempre giocata. Volevo provare ad andare oltre quell’errore fatale che Renzi per primo ha commesso, la personalizzazione del quesito, il voto come plebiscito su un governo che rimane pur sempre tecnico. La riforma è buona per il paese o no? Cosa cambia nelle nostre vite? Il pericolo di una minore rappresentanza, di una minore democraticità delle decisioni, è reale? O è meglio “modernizzare”, se è questo che succede, per uscire dal pantano?

Eh, boh. Dipende: te sei contro Renzi o no? (detto con accento toscano)

Avevo pure pensato di partecipare al dibattito su qualche giornale; un mio amico avvocato (che le idee chiare su come votare le ha) mi ha sconsigliato di prendere posizione, anche solo di espormi con qualche riflessione, perché “sennò ti etichettano”. Etichettarmi? Io voglio parlare del merito e valutare i pro e i contro. “No, no, tutto si è ridotto a dire da che parte stai. Se ti dichiari contrario, sei antirenziano e stai in compagnia di Berlusconi; favorevole, sei renziano e vai a braccetto con la Merkel. Tipo. Meglio se ti informi da solo e voti in silenzio”.

Trovo tutto ciò squallido. E ancora non sono sicuro su come votare. Ci sono validi argomenti per entrambe le decisioni, ma sono seppelliti da una valanga di minchiate che distraggono, come sempre, dal punto fondamentale, il cuore della questione. Illusioni, allarmismi, ricatti morali e la solita rabbia a malapena repressa della maggioranza “silenziosa” (che straparla quando dovrebbe ascoltare e si ammutolisce quando dovrebbe gridare). Deprimente, tutto ciò è deprimente, ancora una volta. Persino peggio del referendum sulle trivelle, che era ridicolo ma almeno non riguardava l’identità istituzionale del paese. Dico, identità istituzionale del paese. Roba che a pensarci dovrebbe far scorre almeno un brivido lungo la schiena. Questo sulla Costituzione doveva essere una cosa seria… tsé, mi viene da ridere a scriverlo.

Dunque, vale la pena parlarne? Per me stesso, direi di sì. Forse farò comunque lo sforzo di continuare la serie. In fin dei conti, una idea ce l’avrei e potrei almeno argomentare quella, visto che propendo per il…

Ops. Quasi.


Considerazioni attuali

Avrei voluto riservare questo titolo per qualcosa di un po’ più corposo e organizzato, ma sinceramente non ne trovo uno migliore. Si rifà, in tutta evidenza, alle Considerazioni inattuali di Nietzsche, quattro saggi su varie questioni culturali del suo tempo; come riporta Diego Fusaro sul suo sito: “esse sono inattuali poichè enunciano tesi contrastanti con i valori dominanti e operano per costruire un nuovo futuro, anzichè per avere successo nell’immediato e conquistare l’attualità“. Nel mio caso, al contrario, volevo scrivere qualcosa di assolutamente inserito nel contesto odierno e concentrato sul particolare, sul momentaneo, come impressioni a caldo su eventi e notizie. Non per il successo, ma per una sorta di cronaca personale, prima di lasciar perdere. In seguito, forse, approfondirò alcuni punti. Allora, comincio oggi con una sorta di “rubrica” che si affianca agli aforismi a buon mercato e alle citazioni a iosa.

1 – Sulla Turchia. I militari hanno avuto storicamente il ruolo di guardiani della Costituzione laica e democratica voluta da Ataturk. Nel corso del secolo sono intervenuti varie volte, quando percepivano che i movimenti religiosi stavano prendendo piede, ponendo in pericolo la modernità turca, la sua eccezionalità laica nel mondo islamico. Questa volta non è stato diverso, per i militari; ma lo è stato per la popolazione, che è molto più a favore di Erdogan che dei “discepoli” di Ataturk. La dittatura che sta prendendo piede sarà sempre più una teocrazia. E Ataturk resterà una foto appesa a un chiodo.

2 – Sulla Francia. Questa volta non me la sento di criticare troppo il governo francese, per la mancanza di contromisure. Il terrorismo ha assunto una forma nuova: l’immolazione dei pazzi. L’ISIS non organizza ogni singolo attentato, ogni singola strage. Si “adagia sugli allori” di azioni mostruose compiute da gente disturbata, che nella violenza del terrorismo islamico propagandato dall’organizzazione reale trovano ispirazione, motivazione, giustificazione per sfogare la propria frustrata e fallimentare esistenza. Questo rende il terrorismo internazionale perfettamente adeguato al mondo globalizzato: un terrorismo senza confini, senza contorni definiti, senza solidità organica, un terrorismo liquido e reticolare che può colpire ovunque, più dei vecchi terroristi degli anni Settanta. Perché non c’è più bisogno di covi e armerie, di direzioni centrali, di schemi a cerchi concentrici eccetera. Basta un pazzo violento con armi non convenzionali, come un camion, per gettare una nazione intera nel lutto e nel panico. L’ISIS dà il suo avallo postumo e si ha il terrorismo. In questo caso, islamico.

3 – Sul nome del terrore. Il problema di usare l’aggettivo “islamico” subito dopo “terrorismo”, seppur corretto, è che c’è una marea di xenofobi e reazionari pronta a cogliere ogni occasione per alimentare l’odio, la chiusura e la divisione. D’altra parte, è pur vero che i terroristi odierni sono i primi a definirsi “islamici” e che talvolta, nonostante tutto, la prudenza può essere eccessiva e le cose vanno pur chiamate con il loro nome. Io non ho problemi a farlo. Basta essere coscienti del fatto che “terrorismo islamico” o “di matrice islamica”, o “islamista” e via dicendo, non è e non può essere sinonimo di Islam in generale. Non lo dico per difendere una religione, bensì per riaffermare il laicismo razionale di fronte a tutte le religioni: è naturale che la religione c’entri con il terrorismo, per tutta una serie di motivi, primo fra tutti il potere di persuasione incomparabile della (presunta) parola divina; ma non è possibile né giusto generalizzare la violenza dei mussulmani aderenti al terrorismo come tratto distintivo di TUTTI i mussulmani esistenti.

4 – Su Carlo Giuliani. Ricordo il grande tumulto del G8 di Genova come qualcosa di pazzesco. Fu uno scontro non solo di piazza, ma politico e sociale che coinvolse l’intera nazione. La morte di Giuliani ne fu uno dei momenti peggiori, come l’irruzione nella scuola Diaz. Dopo quindici anni, le ferite sono ancora aperte e come ha detto ZeroCalcare dopo l’oscuramento della sua pagina FB, “la questione di Genova in realtà non è finita, che ci sono ancora pezzi di apparati che continuano a fare una guerra accanita e che sulla narrazione di quelle giornate ci sta ancora uno scontro in corso che non è pacificato per niente”. Personalmente, non ritengo Carlo Giuliani un “martire”, ma certo neppure un delinquente. E’ un ragazzo che è morto durante una durissima protesta di piazza, in parte per la sua scelta di combattere contro le forze dell’ordine, in parte per la violenza e l’incompetenza di quelle stesse forze. In quella situazione è persino andata bene, paradossalmente, che non ce ne siano rimasti di più a terra, come invece succedeva negli anni Settanta. Il fatto che ancora oggi la storia della sua morte accenda il furore delle masse, vuol dire che su di essa si sono concentrate tensioni più grandi, che riguardano tutta la società italiana in un contesto e in un lasso di tempo molto più ampi, e che non possono essere liquidate con leggerezza. Per una visione un po’ più “neutrale”, forse può andar bene la pagina di Wikipedia su di lui, per quanto è possibile.

5 – Sulla Brexit. Nessuno ci credeva, nemmeno io che ho sempre sospettato degli inglesi per aver tenuto, sin dall’inizio dell’UE, un piede fuori dalla porta. Nessuno se lo aspettava, tanto è vero che i più interessati all’Europa, i giovani, hanno disertato le urne, lasciando campo ai vecchi isolazionisti. Per disinteresse, come dice Letta, o per sciatta presunzione classista, come dice ‘sto tizio qui, in ogni caso il risultato ha implicazioni ancora difficili da quantificare. Il Regno Unito potrebbe, stavolta sul serio, dividersi: nel 2014 gli scozzesi votarono contro l’indipendenza proprio per non perdere i vantaggi dell’unione, anche rispetto all’Europa. I movimenti anti-euro e xenofobi potrebbero guadagnare forza, aprendo a scenari foschi (come pensa Lerner), o anche perderla, a seconda di cosa succeda all’Inghilterra. Tutto risulta persino più imprevedibile dell’ipotizzata Grexit, che comunque pare ormai scongiurata. Ma direi che resta interessante l’articolo di Ezio Mauro “Il rancore degli esclusi e la politica che abdica“.

 


Note sulla riforma costituzionale

Ritengo importante iniziare adesso un percorso di studio delle proposte di riforma costituzionale, per come si sono sviluppate nel corso degli anni, in modo da arrivare al referendum di ottobre con la migliore preparazione possibile. Voglio partire dal contesto storico, dai dibattiti che hanno caratterizzato le varie Commissioni bicamerali, e comprendere quanto serve a votare con coscienza, cioè il senso delle riforme, dei cambiamenti, delle ragioni dietro al testo costituzionale e cosa comporta mutarlo. Per fare questo, mi avvarrò di un libro uscito all’epoca della Commissione D’Alema (1997), che spiega il quadro generale; del mio vecchio manuale di diritto pubblico, scritto da G.U. Rescigno, e dei testi di diritto costituzionale, tutti risalenti all’università; di tutti gli articoli che stanno uscendo in questo periodo su quotidiani e riviste; della consulenza di avvocati e giuristi amici miei; e ovviamente della Costituzione stessa.

Intanto consiglio di tenere a mente cosa prevede la riforma costituzionale Boschi, che è stata approvata e per la quale il referendum sarà confermativo.

Per cominciare questa serie di ricerche, partirò dalle basi, perciò perdonate il tono “manualistico” di questo articolo (e probabilmente anche dei prossimi).

Nel corso della storia repubblicana, l’esigenza di dare attuazione alla Costituzione e adeguarla ai mutamenti sociali ed economici è passata per varie fasi, sin dagli anni Settanta. La riforma costituzionale, e quindi la riforma di tutte le istituzioni, è stata tentata in varie occasioni, con la formazione di tre Commissioni bicamerali nel corso degli anni, il cui compito era di stendere un progetto e sottoporlo al Parlamento. In nessuna di queste occasioni si è raggiunto un tipo di riforma soddisfacente o completo.

Le Commissioni bicamerali sono state:

  • Commissione Bozzi, del 1983;
  • Commissione DeMita-Iotti, del 1993;
  • Commissione D’Alema, del 1997.

Funzionamento della Bicamerale – Formata da rappresentanti di entrambe le Camere, la Commissione nomina un comitato interno cui spetta la stesura di un progetto di riforma. Se il progetto è approvato, deputati e senatori propongono emendamenti da sottoporre all’esame della Commissione. Raggiunto l’accordo sul testo, il progetto definito viene proposto dalla Commissione al Parlamento. Se il progetto è approvato da entrambe le Camere, si passa al processo legislativo vero e proprio, di cui fa parte obbligatoriamente il referendum.

Punti salienti delle riforme istituzionali, sempre al centro dei lavori bicamerali:

  • Revisione della forma di Stato. La tendenza è sempre stata improntata al federalismo, cioè alla ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, con la motivazione di accrescere l’efficienza dell’apparato statale e renderlo più vicino ai cittadini, alle realtà locali (principio di sussidiarietà). Le questioni principali sono la riforma del Senato (punto “dolente” su cui oggi si concentrano gran parte delle polemiche per la riforma Boschi), che verte sulla sua trasformazione da Camera elettiva su base regionale a Camera delle Regioni vera e propria, per aumentarne la rappresentatività; l’attribuzione delle competenze residue agli Enti locali, mediante la specificazione nel testo costituzionale delle competenze principali spettanti allo Stato (“inversione” dell’art. 117, già attuata); il federalismo fiscale, ossia l’autonomia delle Regioni in materia di tassazione; ridefinizione territoriale delle Regioni in base a criteri di funzionalità economico-finanziaria.
  • Revisione della forma di governo. Il rafforzamento dell’esecutivo è motivato dall’esigenza di una maggiore capacità e prontezza d’intervento, da cui deriverebbe inoltre una maggiore stabilità contro le continue crisi istituzionali. Vari i modelli cui i progetti di riforma si sono ispirati: il semi-presidenzialismo alla francese, in cui il Presidente, capo dello Stato, gode di ampi poteri (come la nomina e la revoca del Primo Ministro). Nel sistema francese, se il Presidente ha la maggioranza dell’Assemblea Nazionale, esercita nella pratica anche il potere esecutivo; se non ce l’ha, nomina il Primo Ministro, capo del governo, proposto dalla maggioranza avversa, il quale esercita qindi il potere esecutivo al posto del Presidente. Il cancellierato tedesco, in cui il Cancelliere (ossia il Presidente del Consiglio) ha un ruolo di preminenza per assicurare la stabilità dell’esecutivo. Viene indicato indirettamente dal popolo essendo il capo della coalizione vincente, stabilisce la politica di governo, nomina e revoca i ministri, può chiedere al Presidente federale lo scioglimento del Bundestag se non ottiene la fiducia, ma lui stesso non può venir sfiduciato se non viene prima designato il nuovo cancelliere; il rapporto tra cancelliere e Assemblea è preminente rispetto a quello tra Gabinetto e Assemblea. Infine, almeno dai testi che sto consultando ora, si è discusso di una forma particolare di elezione diretta del premier, in cui il Presidente del Consiglio verrebbe eletto con lo stesso metodo dei sindaci e dei Consigli comunali, con elezione del candidato più votato o secondo turno di ballottaggio; finora, un sistema simile è rinvenibile in Israele.
  • Revisione del modo di formazione del Parlamento. Cioè, la riforma del sistema elettorale. Su questo punto se ne sono viste tante, di cotte e di crude. In generale, è abbastanza evidente che il sistema di formazione degli organi istituzionali influenza le funzioni e le prerogative degli organi stessi. Il modello italiano “classico” è stato, dal 1946 al 1993, il proporzionale. I tentativi di riforma hanno sempre spinto verso un sistema maggioritario con quota proporzionale; negli anni il dibattito principale si è dato tra chi voleva rafforzare la quota e chi voleva abolirla o ridimensionarla, oscillando tra un maggioritario a turno unico e uno a doppio turno. Le tre leggi elettorali che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni, lungi dal prendere una strada così netta, sono state la Legge Mattarella (soprannominata “Minotauro” e “Mattarellum”) del 1993, che ha introdotto il maggioritario con varie specificazioni; la Legge Calderoli (soprannominata “Porcellum”), dichiarata incostituzionale,  del 2005; la Legge elettorale italiana del 2015 (soprannominata “Italicum”), in vigore dal prossimo 1° luglio 2016 per la sola Camera dei Deputati.
  • Revisione del sistema delle garanzie. La giustizia ordinaria, amministrativa e costituzionale è caratterizzata da procedimenti e discipline volti a garantire i diritti dei soggetti e i loro legittimi interessi. Si è discusso della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, per migliorarne il ruolo di garante dell’indipendenza della Magistratura. Della separazione delle carriere tra giudice e Pubblico Ministero, per garantire una maggiore imparzialità nell’esercizio del potere e una specializzazione nel ruolo. Di azioni disciplinari contro i magistrati che abusano dei loro poteri. Dell’allargamento dell’accesso alla Corte costituzionale ai soggetti “deboli” come minoranze parlamentari e altri.

Per concludere questo primo articolo, lascio il parere negativo di Zagrebelsky sulla riforma Boschi.

 

 


Tengo ‘o quorum italiano!

trivelle

Il “referendum sulle trivelle” mi ha ricordato, per certi versi, quello sull’acqua pubblica di qualche anno fa. In quell’occasione i Radicali, esperti di referendum, puntarono su due aspetti negativi dell’iniziativa: la sostanziale disinformazione che gravava sul quesito reale e il problema (perenne) del quorum.

Sul primo punto, si è verificato un problema simile anche oggi, ma in maniera più pronunciata. Questo referendum è stato una grande perdita di tempo e di denaro pubblico, oltre che uno sfruttamento della buona fede e del senso civico di tanta gente, per dar forza a una battaglia che non era quella posta dal quesito referendario. Perché?

A) Tutti hanno promosso il Sì “contro le trivelle”, “per salvare il mare”, “per dire no ai combustibili fossili e sì alle energie alternative”, “per non inquinare ancora il mare” e via dicendo, con una propaganda ingannevole infarcita di elementi ecologisti, dando l’illusione che la vittoria del Sì avrebbe fatto smantellare le piattaforme e fermato lo sfruttamento dei giacimenti marittimi. L’idea era eticamente lodevole, come lo sono gran parte delle iniziative per la salvaguardia dell’ambiente, ma non era la motivazione reale né, soprattutto, l’oggetto del referendum. La vittoria del Sì non avrebbe fermato nulla, avrebbe solo ribadito un limite temporale che era stato rimosso per alcune (non per tutte) le trivelle. Le piattaforme interessate erano quelle entro le 12 miglia nautiche dalla costa: alcune avrebbero finito di estrarre gas e petrolio tra vent’anni, e che in base alla modifica di legge avrebbero esteso il lavoro fino all’esaurimento del giacimento. Nuove piattaforme, entro le 12 miglia, non ce ne sarebbero state comunque, quindi lo sfruttamento non sarebbe aumentato neanche volendo (altro che regalo alle compagnie petrolifere). Oltre le 12 miglia, tutto rimane com’era prima in ogni caso, con nuove concessioni, nuove piattaforme, sfruttamento illimitato. Dov’è la vittoria? A pettinarsi la chioma.

Per approfondire: Trivelle sì, trivelle no? Facciamo due conti (Il Sole 24 ore) – Pro e contro il referendum sulle trivellazioni (il Post)Sei risposte ai dubbi sulle trivelle (Internazionale)

B) Per esplicita ammissione di una parte dei promotori, il vero obiettivo era di dare “un forte messaggio politico” al governo. Il che va visto da due prospettive: quella civile ed ecologista, dei vari comitati sinceramente convinti di fare del bene, le cui motivazioni e slogan ho già accennato; e quella d’interesse partitico e correntistico, per cui tutti sono saliti sul carrozzone del Sì allo scopo di dare un colpo al governo, cioè a Renzi, rifilandogli una sconfitta come un pestone sul piede. Nel primo caso, come ho detto, si tratta di un miscuglio di informazioni inesatte o imprecise, illusioni e manipolazione della coscienza civile, che nulla hanno a che vedere con la richiesta del quesito. Nel secondo, di un atteggiamento opportunista per cui qualsiasi cosa va bene pur di andare contro il governo, che è un modo di fare stupido, irrazionale e alla lunga anche pericoloso, per i problemi che può aiutare a creare. Questo non è un modo sano e giusto di intendere la politica, e purtroppo vedo dai molti commenti in queste ore che l’illusione ha sviato molta gente dal vero punto in questione: che siamo stati presi in giro.

Per approfondire: Cosa votano i partiti? (il Post)

E visto che lo ho nominato, riporto dal vecchio blog alcune mie impressioni dopo il referendum del 2011 sull’acqua pubblica:

2 – All’atto di votare, mi sono trovato di fronte a schede pressoché incomprensibili. Se non mi fossi informato a dovere prima, avrei votato solo per sentito dire. Abrogare norme non è uno scherzo (e nemmeno approvarle), quindi è necessario dibattere e informarsi per bene. Ho letto i commi da abrogare e non ho trovato un chiaro riferimento alla privatizzazione dell’acqua, per come se ne è parlato in campagna referendaria. Ho pensato ai numerosi interventi sul tema, tutti molto convincenti e ben fatti, con analisi dei testi e dei termini; l’interpretazione delle norme è difficile, si possono vedere da molti punti di vista e non è facile comunicare il contenuto esatto di esse. Per semplificare si corre allora il rischio di fuorviare. Tutto si riduce a un “sì” o un “no” SULLA QUESTIONE DI PRINCIPIO più che sulla norma in sé stessa. Allora il parere popolare, la decisione, la volontà dei cittadini, si esprime sul principio, non sulla legge. Ciò implica, come hanno fatto notare alcuni Radicali (…), la sostanziale inutilità giuridica del referendum, in quanto le norme abrogate non cambiano realmente le carte in tavola, votando “Sì” non si può star certi che l’acqua non sarà comunque privatizzata, perché le capriole dei politici sui testi delle norme rendono sempre possibile trovare una via d’uscita. L’unica cosa su cui si può fare affidamento è l’espressione stessa di un dissenso rispetto a certe politiche, ossia la chiara presa di posizione contro il principio di privatizzazione dei beni comuni e di sviluppo di energie pericolose: è chiaro che, fatta salva l’indifferenza del potere alla volontà dei cittadini, chiunque d’ora in poi si metta a dire “costruiremo centrali nucleari nel rispetto delle norme europee” o “affideremo ai privati la gestione degli acquedotti” perderà consensi, quindi ci penserà due volte prima di procedere su questa strada. [ah! quanta ingenuità. Non potevo certo sapere che per lungo tempo non avremmo più votato per il governo, e che ciò ha reso molto più facile aggirare la volontà popolare]

L’altro problema è la soglia del quorum. In Italia è sempre stata molto alta, in questo caso il 50%+1 degli aventi diritto al voto: come si poteva credere che una materia su cui nessuno aveva le idee chiare potesse attrarre così tanta gente? Io stesso ho capito di cosa si trattasse nell’ultima settimana. Renzi è stato vigliacco nell’imitare Craxi invitando la gente ad andare al mare, ma non ha fatto altro che sfruttare una falla del sistema. Non c’è bisogno di affannarsi a spiegare le ragioni del No, è molto più facile promuovere l’astensione per invalidare il risultato. Nel 2011 la pensavo così:

3 – Il referendum non dovrebbe avere un quorum da raggiungere. Dovrebbe valere qualunque sia la percentuale di votanti, perché l’importante è decidere tra un sì e un no, dare una risposta definitiva. Invece il quorum svuota di valore una delle due scelte possibili, perché sfrutta l’indolenza, l’indifferenza e l’ignoranza delle persone come arma attraverso l’astensionismo. Nell’ultimo referendum la destra ha proposto l’astensione per cercare di sfruttare l’indecisione a favore del No, anziché dire di andare a votare direttamente No. E’ un trucco da vigliacchi che fa solo male al Paese, perché oltre a essere sleale aiuta a disinteressarsi della partecipazione a questioni di interesse generale. Senza il quorum, tutti si affannerebbero non solo a informarsi, ma anche a partecipare attivamente per ottenere una risposta il più possibile condivisa. In questo caso si sarebbe avuto un dibattito enorme anche per le ragioni del No e avremmo avuto tutti da guadagnarci; ora invece ci sono un mucchio di cretini che accusano di demagogia quelli del Sì: benissimo, e loro cosa hanno fatto? Qual è la loro demagogia? Prima di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altri, guardino la trave nel loro.

Oggi mi rendo pur conto che un quorum ci deve essere, altrimenti si rischierebbero dannose manipolazioni. A maggior ragione per il prossimo referendum, quello di ottobre sulla riforma costituzionale: non possono essere in pochi a votare e decidere su una questione di tale importanza, ma non possiamo neppure evitare di stimolare il dibattito e abbandonarci al lassismo astensionista. In questo caso il quorum è essenziale. Allora, come la mettiamo? Risolviamo caso per caso? O in generale abbassiamo la percentuale e che i cittadini si informino se non vogliono essere dominati da un’esigua minoranza?

In ogni caso, sembra che l’astensione sia un fenomeno aggravatosi negli ultimi anni, perché fino al 1995 non era così, basta guardare i dati delle consultazioni referendarie in Italia. Dopodiché, un tonfo totale, per assurdità dei quesiti, per disinteresse popolare, per berlusconite acuta… Unica eccezione, guarda caso, nel 2011. L’astensionismo può essere un atto politico di protesta, ma di norma è menefreghismo. Quindi va combattuto con l’educazione civica.


La grande prova

Obama a Cuba, stretta di mano con Castro (la Repubblica)

Cuba sta cercando la pacificazione con gli USA. Dopo la riapertura dell’ambasciata l’anno scorso, Obama fa visita a Castro per dare continuità al percorso diplomatico che porrà fine, così si spera, all’embargo e quindi all’isolamento internazionale di Cuba. Qualche anno fa, forse, e dico forse, avrei pianto. Oggi, penso che il regime castrista abbia finalmente preso la decisione giusta.

Gli USA hanno soffocato abbastanza l’isola dissidente, e i castristi hanno soffocato abbastanza i dissidenti dell’isola. È giunta l’ora di cambiare, di aprirsi nuovamente al mondo e trovare nuove vie per essere dignitosi senza richiedere sacrifici inutili.

È vero che il pericolo per Cuba di tornare a essere un puttanaio americano c’è sempre, ma se può venire qualcosa di buono dagli ultimi vent’anni di testarda resistenza, dovrebbe essere la capacità di non lasciarsi fottere, bensì di ingaggiare relazioni serie, basate sulla parità, tra adulti consenzienti. Solo ora, davvero, si vedrà di che tempra sono i figli e i nipoti della Rivoluzione, che prima di essere socialista fu patriottica.

Dicono su alcuni giornali che Raúl Castro, da sempre filosovietico (e realmente comunista, prima e più di Fidel), oggi guardi alla Cina popolare come modello di sviluppo per Cuba. Da un lato è pericoloso, perché quel modello coniuga la repressione politica con lo sfruttamento economico; ma dall’altro può essere il vero “socialismo del XXI secolo”, non come la stramberia del Venezuela di Chavez (r.i.p.), bensì come modello di amministrazione del capitalismo per il bene e la crescita comuni, meno  ideologico, più pragmatico e di certo molto più vitale dell’attuale sistema cubano, ormai slegato da qualsiasi concreto internazionalismo e perciò sofferente e ripiegato su se stesso.

Senza una solida direzione del cambiamento, la Rivoluzione in primis e poi il “periodo speciale” che ha salvato il regime con sacrifici enormi dopo il 1989, saranno stati inutili. Senza però la disponibilità a cambiare le cose, Cuba sarà destinata a non contare nulla fino alla fine e a continuare nel declino. L’embargo imposto dagli USA è stato una carognata, una mossa strategica per combattere un nemico minore e solleticare le fantasie (e l’appoggio) dei dissidenti fuggiti in Florida, ma in fin dei conti altrettanto inutile per il suo scopo: ha impedito lo sviluppo della Rivoluzione, senza dubbio, ma ha fornito un incredibile motivazione al regime per rafforzare la sua contrapposizione agli USA, in stile Davide e Golia. Forse, senza l’embargo, la Rivoluzione avrebbe dovuto vedersela con un popolo privo di nemici esterni; e forse avrebbe preso già da tempo decisioni diverse, anche radicali.

Solo Obama poteva fare ciò che sino a poco tempo fa pareva impensabile. Oggi, Cuba fa un primo passo verso un futuro incerto, gravido di promesse e di difficoltà, tra il regime castrista che sembra ancora saldo, ma ha bisogno di aprirsi, e i cubani americani che non vogliono più soltanto la riconquista dell’isola, ma sperimentare un nuovo mercato. Sessant’anni di Rivoluzione arrivano ora al punto, Cuba affronta la sua grande prova: rimettersi in gioco fino alla vittoria, sempre.