Archivi categoria: Politica

Considerazioni attuali, 4

Sommario

  1. AggiornamentoSu Cesare Battisti
  2. Sui “rossobruni”
  3. Sulle armi
  4. Su Darwin in Turchia
  5. Sull’antisemitismo per bambini
  6. Su Bolsonaro
  7. Sui bot, cioè i falsi profili social
  8. Sulle fake news così assurde che vengono prese sul serio
  9. Su South Park: una apologia

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Note sull’educazione nei regimi totalitari

libro e moschetto

Nel sistema fortemente strutturato dei totalitarismi, l’educazione fu un mezzo di enorme importanza per la formazione del cittadino-modello. L’educazione totalitaria annullava i diritti e le aperture democratiche, subordinava i bisogni individuali a quelli del regime e si estendeva oltre la scuola, per organizzare anche il tempo libero degli studenti. Lo Stato, che con l’avvento della società di massa aveva assunto un ruolo guida nell’organizzazione delle società moderne, nei regimi totalitari venne esaltato ed esasperato nelle sue qualità (e quindi anche nei suoi limiti) come apparato unificante del pensiero e dell’azione; l’educazione e le pratiche pedagogiche divennero perciò tutt’uno con i programmi di sviluppo economico, politico e sociale, portando la pianificazione nazionale a livelli mai raggiunti prima a cavallo tra XIX e XX secolo. In questo ambito, l’attenzione al tempo libero come momento di educazione e indottrinamento ulteriore, costituì uno dei punti più originali, ancorché coercitivi, della formazione extrascolastica totalitaria.

Tuttavia, è bene non scadere in comparazioni superficiali. I tre principali totalitarismi europei, ossia fascismo, nazismo e stalinismo, presentano non solo punti in comune, come ci si aspetterebbe, ma anche differenze piuttosto importanti. Continua a leggere


Aforismi a buon mercato, vol. 7

Aforismi 51 – 61

Sommario

  • L’originale imitato da tutti
  • Complimenti per la coerenza
  • Nun te reggae più
  • Quattro punti consequenziali
  • La questione della metafisica
  • Gentilianamente
  • Filosofi oggi?
  • Caducità della conoscenza e della tecnologia
  • Attualità e inattualità di un’opera
  • Stimolato da Furio Jesi
  • Sì però a sinistra?

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Le rivoluzioni del 1917

L’anno scorso si è commemorato il centesimo anniversario della Rivoluzione russa. Avevo pubblicato alcuni appunti di studio per ripercorrere l’evoluzione delle idee che hanno accompagnato i moti rivoluzionari attraverso tutto l’Ottocento e gli inizi del Novecento, passando dal populismo (da intendersi in un’accezione diversa da quella attuale) al marxismo e alla formazione dei gruppi più importanti. Oggi, a un anno di distanza, voglio ripercorrere proprio gli eventi del 1917. In ogni caso, per una minuziosa ricostruzione storico-politica degli eventi rivoluzionari dal Febbraio all’Ottobre, dalla prospettiva personale di protagonista degli eventi, si veda: Trotsky L. D., Storia della Rivoluzione russa, Newton&Compton, Roma 1994. Per uno studio generale recente, consiglio: A. Salomoni, Lenin e la Rivoluzione russa, Giunti, 1998.

Le rivoluzioni del 1917 scoppiano in un quadro di crisi resa irreversibile dalla Grande guerra. La decisione dell’Impero russo di entrare in guerra, tra l’altro al fianco di potenze liberali quali la Francia e il Regno Unito, contro gli Imperi autocratici prussiano e austro-ungarico, è dettata da interessi commerciali e geopolitici della stessa entità di quelli che avevano spinto alla guerra contro il Giappone. Dello stesso livello, se non peggiore, sono però anche le forze armate, che sin dai primi mesi di conflitto si rivelano impreparate e inefficienti. Una eclatante successione di sconfitte, con perdite enormi tra morti e feriti, oltre a deficienze gravi nell’equipaggiamento e approvvigionamento dei soldati, porta nel giro di due anni alla quasi totale dissoluzione dell’esercito. Nel 1916 la tensione sociale è in costante aumento, il divario tra le città e le campagne cresce ed è aggravato dall’ostilità tra operai e contadini, mentre l’inflazione è fuori controllo; la situazione disastrosa al fronte, dove i tedeschi continuano a conquistare vaste regioni, spinge la popolazione a schierarsi contro la guerra con proteste e scioperi sempre più frequenti, che il governo reprime brutalmente. La crisi del sistema di controllo statale diventa lampante quando iniziano a verificarsi defezioni nella polizia e nell’esercito, con i soldati che si rifiutano in varie occasioni di sparare sui manifestanti. Continua a leggere


Addenda sugli studi di genere

Nell’articolo Neomarxismi postmoderni e dove trovarli, ho esposto in breve e parzialmente le idee dello psicologo canadese J. Peterson contro l’idea dell’identità sessuale costruita socialmente (qui sopra, un esempio che Peterson contesta). Questa idea, o meglio questo campo di studi, viene spesso definito “teoria del gender” da chi lo avversa (solitamente reazionari di ogni risma), senza però avere la preparazione e le argomentazioni del nuovo guru della destra americana.

Per fare un po’ di chiarezza sulla questione riporto un breve testo, scritto da non so chi su Facebook, che sottolinea i termini esatti riguardo a ciò che fa incazzare reazionari e conservatori, tra i quali Peterson. Ricordo che lo avevo ricopiato un paio di anni fa, quindi immagino si riferisca a qualche polemica di allora. Eccolo:

1) Non esiste un’ideologia gender. Esistono gli studi scientifici di genere. Non sono nati oggi, ma negli anni ’70 e ’80 dalla cultura femminista. Non negano l’esistenza dei generi, ma analizzano l’identità sessuale su un piano multidimensionale:
– sesso biologico, ossia le caratteristiche biologiche e anatomiche (il pene, la vagina) che si hanno alla nascita;
– genere, vale a dire la categoria sociale che definisce il genere maschile e il genere femminile;
– l’identità di genere, se e in che misura ci si percepisce, ci si sente uomini se nati uomini e donne se nate donne;
– ruoli di genere, cioè l’insieme delle aspettative che la società ha sui comportamenti e sugli atteggiamenti che uomini e donne dovrebbero avere per via del loro sesso biologico;
– orientamento sessuale, quindi l’attrazione fisica ed emotiva verso persone persone dello stesso sesso e/o di sesso opposto.

Stabilito questo, gli studi di genere affermano che l’identità di genere degli individui non è determinata dal sesso biologico, ossia dall’organo anatomico che ci si ritrova tra le gambe (la vagina e il pene). Si può essere nati biologicamente maschi, ma avere un’identità femminile (e viceversa): non riconoscere questo, significherebbe negare, per fare un esempio terra-terra, l’esistenza di persone transessuali. Ad essere determinati/influenzati dalla società sono i ruoli di genere che, non a caso, mutano nel corso del tempo e variano a seconda del contesto culturale, religioso e politico a cui si fa riferimento. Si pensi al ruolo delle donne e degli uomini nella società: dalle prime, in passato, ci si aspettava una dedizione totale e totalizzante nei confronti dei figli e delle faccende domestiche; i secondi, al contrario, dovevano occuparsi della carriera, del lavoro. Oggi, questa distinzione si è assottigliata: ad esempio, le donne possono fare carriera e c’è anche maggiore attenzione ai congedi di paternità, per permettere anche agli uomini di occuparsi dei figli. Nel 2015 abbiamo avuto la prima donna italiana nello spazio e nel 2016, forse, avremo la prima presidente donna degli USA (Hillary Clinton). Altri esempi: si può essere donne al 100% giocando a calcio e si può essere maschi alfa indossando pantaloni rosa e praticando danza classica, malgrado le aspettative (i famosi ruoli di genere) della società prevedano altro.

2) Non esiste un fantomatico emendamento «gender» che prevederebbe l’insegnamento della masturbazione. Esiste un emendamento (ddl “buona scuola”, comma 12 dell’articolo 2) che prevede solamente e semplicemente questo: «Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori».

Segnalo inoltre un libro: Judith Butler, Fare e disfare il genere (Mimesis) 2004, di cui il recensore dà questa descrizione:

“Judith Butler è la più celebre filosofa degli studi di genere. L’idea base attorno alla quale ruota il suo lavoro è che il genere sia un processo (il genere è “performativo”), che si crea si disfa in continuazione. Non esiste una forma “normale” del desiderio, che è invece intrinsecamente queer: né eterossesuale né omosessuale né altro, ma in continua mutazione. Proprio perché le categorie di sesso, genere e sessualità necessitano la ripetizione di atti performativi nel tempo, questi hanno una forza normativa, disegnano norme e convenzioni che stabiliscono i confini e le condizioni della nostra vita. Nelle parole della stessa filosofa, «l’Io si ritrova, allo stesso tempo, costituito da norme e dipendente da norme; ciò, tuttavia, non esclude che l’Io possa provare a vivere in modo da mantenere con quelle norme un rapporto critico e trasformativo». Le norme sociali che «strutturano la nostra vita comportano desideri che non si originano da noi», e non sono date una volta per tutte, anzi, è necessario ripeterle e metterle continuamente in scena, per mantenere saldi i loro confini. È anche per questo carattere precario dei generi, quindi, che nasce l’astio per il diverso, che, pur senza danneggiarci direttamente, con la sua semplice presenza ha il potere di mettere in dubbio le nostre certezze. La Butler pone l’identità in un innovativo equilibrio tra natura e cultura, tra l’essere predeterminata e l’essere costruita socialmente. Per la filosofa si tratta di un mutuo feedback tra quel che è definito dal contesto in cui si vive e le proprie scelte: accettare la recita in voga o improvvisare qualcosa di diverso. Un libro importante, anche per ricordare l’innocua mutevolezza e varietà del desiderio erotico.”


Considerazioni attuali, 3

Sommario

  1. Sul razzismo estivo
  2. Sulla qualità del razzismo in Brasile
  3. Sulle anatre “rosse” in un barile
  4. Sulle ultime novità dall’America Latina
  5. Di nuovo su Trump

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Il profeta odiato

Trotsky 2Lev Trotsky è stato uno degli uomini più odiati al mondo. Non come dittatori o terroristi ben noti, non come figura diabolica su cui il biasimo è unanime. Molti non lo ricordano nemmeno, eppure ha fatto parte di quelle piccole minoranze di persone che, per essersi trovate dal lato perdente di una fazione perennemente in conflitto, hanno finito per essere contro tutto e tutti. E per questo non hanno avuto pace né speranza, finendo con l’essere odiate in ogni caso, da qualunque punto di vista, anche quando non hanno potuto far nulla di cui essere accusati.

Trotsky è stato un personaggio storico di enorme importanza, nonché di grandissima levatura intellettuale e politica. Assieme a Lenin e agli altri bolscevichi, è stato fautore della Rivoluzione d’Ottobre, organizzatore dell’Armata Rossa e uno dei teorici marxisti più fecondi del Novecento. Tra le sue responsabilità, soprattutto durante la guerra civile, c’è la repressione della rivolta di Kronstadt, un episodio terribile che basterebbe a screditare il fondamento rivoluzionario bolscevico, ma che in quel momento era stato ritenuto “necessario” e non sarebbe stato mai rinnegato in seguito. Il ruolo effettivo di Trotsky non è del tutto chiaro, ma essendo lui il firmatario dell’ultimatum dato ai marinai di Kronstadt, è coinvolto nella responsabilità dell’evento. Più in generale, è alla sua figura che i controrivoluzionari fanno riferimento come incarnazione demoniaca del Terrore rosso, di cui fu comunque uno degli organizzatori. Continua a leggere