Sul Drago Rampante

Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà.
– Napoleone Bonaparte

Il mercato delle auto sta per essere invaso dalle macchine cinesi, su cui saranno montati tutti gli optional possibili e avranno prezzi economici, competitivi per chiunque. Inoltre stanno sorgendo marche di qualità e persino di lusso, con la scritta “Made and created in China“, a rivendicare l’originalità del prodotto cinese. La crescita del colosso asiatico non solo è inarrestabile da parte dei concorrenti, ma per la stessa Cina: il ritmo di crescita costringe l’economia cinese a mantenere un livello di produzione altissimo, perché cadute percentuali minime implicano la disoccupazione per centinaia di migliaia di persone. Addirittura costruiscono città intere per il mercato immobiliare, anche se poi gli appartamenti restano invenduti e i centri commerciali vuoti.

Il “capitalismo rosso” (nostra espressione giornalistica per indicare il Socialismo con caratteristiche cinesi) è un capitalismo di stato, dove è appunto lo stato a essere il principale investitore e gestore sul libero mercato; chiunque va lì per fare affari viene valutato dal governo e se non può rispettare determinati standard non ottiene il permesso di entrare nell’economia del Paese. All’estero, il rapporto con i paesi del Terzo Mondo non si basa unicamente sull’acquisto di risorse in cambio di dollari, ma sullo scambio: risorse energetiche in cambio di infrastrutture, petrolio e gas naturale in cambio di ospedali e fabbriche.

A tutto ciò si aggiunge una mentalità collettivistica per noi inconcepibile e un disprezzo dei diritti dei lavoratori per noi anche comprensibile (e per alcuni desiderabile), ma inaccettabile dopo decenni di lotte sindacali (tra l’altro gettate al vento dai vari Marchionne e da lavoratori senza più potere di contrattazione).

Di fronte a notizie del genere è comprensibile preoccuparsi, ma in fondo non è questo il culmine trionfale dell’unico sistema economico sopravvissuto, l’unico insieme di valori e pratiche che sia uscito apparentemente indenne dai tumulti dell’era moderna?

Nell’euforia degli anni Novanta dopo lo scioglimento dell’URSS, tale Francis Fukuyama ha parlato chiaro e tondo di “fine della storia” (in effetti un’idea hegeliana non del tutto estranea al marxismo), per cui la forma economica definitiva oltre la quale non si andrà più è il capitalismo innestato sulla democrazia. Fine della storia in tutti i sensi, non ci sono più valide alternative, e se si presentano sono sicuramente peggiori del sistema attuale, o perché fallimentari sul piano produttivo, o perché illiberali sul piano politico. Questo mi fa tornare in mente una dichiarazione di Sabina Guzzanti agli studenti in rivolta qualche anno fa: “ricordatevi, ragazzi, che senza capitalismo non c’è democrazia… vabbé, uno dice la Cina, ma in Cina si vive di merda…”. Contando che tutti quegli studenti erano quanto meno di sinistra per non dire oltre, è calato il gelo dove fino a pochi secondi prima c’erano entusiasmo e aspettativa😀 , ma nessuno ha comunque voluto polemizzare. Io però ho continuato a pensarci e a chiedermi se il capitalismo non potesse svilupparsi senza democrazia (si vedano anche gli esempi dei paesi mussulmani), se allora il benessere diffuso valesse le forme di sfruttamento capitalistiche, se piuttosto la traiettoria del capitalismo non fosse in se stessa antidemocratica e dovesse fare i conti suo malgrado con sistemi politici rappresentativi, stati assistenziali, sindacati e altre forze sociali; e credo di aver intuito quale sia il meccanismo di fondo.

Il capitalismo porta alla democrazia per reazione, per risolvere col dibattito gli scontri sociali dovuti alle iniquità del sistema economico liberista. Per questo la Cina è un caso significativo: da un lato dimostra le potenzialità di un capitalismo libero dal rispetto dei diritti, dall’altro sta vivendo momenti di apertura democratica preferendo risolvere gli scontri sociali con le parole, laddove possa evitare la repressione violenta giudicandola controproducente. D’altra parte la tendenza attuale è di avvicinarsi al modello americano di mercato del lavoro, ma il rischio di cedere a forme autoritarie sembra piuttosto concreto e forse più vicino a certe tradizioni europee. I paesi del B.R.I.C. vantano una crescita economica superlativa, però solo il Brasile e l’India hanno una forma democratica (sulla Russia non possiamo prenderci in giro, le manipolazioni putiniane sono talmente evidenti che la forma democratica è ridotta a orpello). In ogni caso è innegabile lo spostamento del baricentro mondiale verso questi paesi e la loro influenza: essa crescerà sempre più anche sulle nostre attitudini politico-economiche.

La cosa straordinaria è rendersi conto di quanto ci abbiano preso Marx ed Engels su queste faccende, nonostante le chiare differenze con la situazione della loro epoca, dalle potenzialità di ascesa della Cina allo spostamento del potere economico dall’area atlantica a quella pacifica. Oggi si stanno ripresentando con caratteri inediti forme pre-novecentesche di sviluppo capitalistico, avvicinando in qualche modo il rapporto capitale-lavoro, o meglio capitale-vita sociale, a quei tipi di sfruttamento sfrenato rinvenibili a cavallo tra XIX e XX secolo, con l’importante differenza sia tecnologica che ideologica (volendo intendere quest’ultima come costruzione di idee e valori adatti a una posizione culturale dominante) data dalla fine del movimento operaio – e dunque dalla rinuncia alle alternative del moderno – assieme alla globalizzazione tanto mercantile quanto virtuale. Non a caso le attuali posizioni politiche di partito non sanno più rispondere alle domande dei popoli: il partito come struttura organizzata non è più adatto ai compiti che svolgeva nella società di massa del secolo scorso, lasciando il campo a movimenti nuovi e ancora indefiniti, dai no-global ai sindacati di base e alle associazioni di settore; questo ricorda la situazione ai tempi di Marx, quando con il termine “partito” non si indicava ciò che intendiamo noi ancora oggi, bensì l’adesione a una posizione politica rinvenibile in qualsiasi gruppo, associazione o coalizione, come si evince chiaramente dal Manifesto del partito comunista laddove esamina la posizione dei comunisti rispetto agli altri partiti d’opposizione, volendo intendere più una sorta di corrente interna a tutti i movimenti di lavoratori che un gruppo consolidato in una struttura bene o male indipendente.

Devo dedicare un po’ di tempo a rileggere i loro articoli in merito (attualmente ristampati in India, Cina, Russia, a cura di B. Maffi, ed. Il Saggiatore)… intanto per chi fosse interessato lascio un bell’articolo riassuntivo del “Caffé Geopolitico” sull’ascesa cinese, un’intervista sullo stesso tema e, naturalmente, rinvio alla lettura dei libri di Federico Rampini e Renata Pisu usciti negli ultimi anni.

Aggiornamento 2016: ho sostituito alcuni link non più attivi e ne ho aggiunti altri di anni successivi; segnalo anche il nuovo Statuto del Partito Comunista Cinese adottato al XVIII Congresso (2012).

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

6 responses to “Sul Drago Rampante

  • redpoz

    Intanto una nota di confronto storico: il “Made in Germany” venne imposto dalla Gran Bretagna come misura di discriminazione dei prodotti tedeschi… ed in breve tempo divenne sinonimo di qualità!

    Ma veniamo alla Cina:
    – giusto quanto scrivi nel primo paragrafo, cui aggiungerei solo a) che manca totalmente di welfare per i lavoratori (anche se alcuni servizi statali mancanti sono compensati dal basso costo di quelli privati), b) che la mentalità collettivistica è ancorata alla storia: anche in europa prima della modernizzazione era così…
    – il marxismo è fortemente convinto della fine della storia, idea che non posso condividere.
    – capitalismo e democrazia: non credo vadano necessariamente di pari passo. giustamente citi i paesi mussulmani (arabia saudita in primis), cui aggiungerei singapore e fino a qualche decennio fa sud corea…
    le cose possono essere collegate, all’interno della modernizzazione, ma non necessariamente.
    – che si arrivi alla democrazia per reazione è un’ipotesi interessante, sulla quale credo Bobbio (“l’età dei diritti”) almeno in parte concorderebbe.
    – concordo sui BRIC: l’equilibrio mondiale è prevalentemente economico, e si sta spostando con essi.

    scusa la risposta sintetica….

    • GoatWolf

      Tranquillo, non possiamo mica scrivere rotoli di papiro ogni volta…😀
      Sarò brevissimo anch’io.

      Sul concetto di fine della storia nel marxismo: dovremmo entrare nello spinoso campo della definizione di “marxismo” per determinare se questo concetto sia davvero così forte o meno (sono le idee del solo Marx, o di Marx ed Engels? Oppure di Marx, Engels e tutti coloro i quali si sono definiti loro seguaci? O magari soltanto dei seguaci? E dei soli seguaci vittoriosi, o anche dei seguaci sconfitti e dimenticati? ecc. ecc.), ma proprio non mi pare il caso. Posso dire che secondo me, almeno nelle idee di Karl Marx, questo concetto non c’è e anzi, sembra sia uno dei punti contro cui si è battuto nel suo emanciparsi da Hegel; però è pur vero che se da un punto di vista di studio filosofico-scientifico del capitalismo ha fatto bene a sbarazzarsene, dal punto di vista politico già Engels ha cercato di recuperare una radice teleologica cui aggrappare le sorti di un movimento d’opposizione che forse necessitava di una speranza, di un motivo per cui rialzarsi dopo ogni sconfitta. E i successivi esponenti di quel movimento hanno probabilmente seguito più Engels di Marx, però non mi pare sia andato al di là di dichiarazioni ideologiche.

      Personalmente non condivido nemmeno io l’idea di fine della storia, perché non credo nell’esistenza di un fine ultimo al cui raggiungimento si stendano i processi storici. Non credo poi che la storia abbia un “senso”, come se fosse un’entità che si dispiega nel corso degli eventi e dei secoli (questo è idealismo, filosofia della storia, che almeno in Marx non c’è), quanto abbia piuttosto delle tendenze, o tensioni, i cui sviluppi procedono da situazioni reali e possono essere studiati; se poi a questo studio si riesce a coniugare l’elaborazione di progetti politici, tanto di guadagnato. Sarebbero progetti più consapevoli e non puramente emozionali. Già in un progetto politico posso capire il finalismo, la tensione teleologica a realizzare qualcosa, purché non lo si estenda alla realtà delle cose in sé.

      Sul welfare in Cina: sì, è quel che intendevo parlando di disprezzo dei diritti dei lavoratori, infatti tutte quelle conquiste (al di là di quanto misere fossero) dell’organizzazione più prettamente “maoista” della società cinese sono state gradualmente abolite per passare agli esperimenti di libero mercato. Comunque è in questo che la Cina ancora si differenzia da noi, lo sviluppo capitalistico e la modernizzazione galoppante non hanno ancora inciso quel collettivismo culturale che qui è scomparso.

  • redpoz

    Non sono così ferrato in filosofia da cogliere le precise e raffinate distinzioni che fai fra Marx, Engels e le successive interpretazioni… fatto sta che anche questa dottrina, diciamo semplicemente il “comunismo” ha avuto una forte componente teleologica. Da chi o cosa derivi, non saprei…

    Concordiamo sulla fine della storia, quindi passo al welfare cinese… giusto quanto scrivi, anche se non abbiamo strumenti per valutare l’esatto impatto delle “conquiste maoiste”.
    Sicuramente permane anche un collettivismo molto forte, soprattutto nelle aree rurali, collettivismo che la dirigenza statale e del partito coltiva (anche tramite il cattolicesimo!) per evitare tensioni sociali.
    Tuttavia, la mia considerazione era soprattutto come alcuni servizi “sociali” basilari per quanto privati restino in Cina relativamente accessibili, dato il basso costo complessivo.
    Resta da vedere fino a che punto: tutto si regge sulla perenne crescita economica, come tu stesso scrivi.

    • GoatWolf

      Sulla teleologia comunista, io propendo a fare una distinzione tra gli elementi di teoria e la pratica politica intesa come impostazione ideologica; è singolare come una posizione radicalmente antimetafisica qual è il materialismo storico abbia dato adito a interpretazioni tutto sommato idealistiche, se non altro perché gli esperimenti di società comunista hanno preso forma in paesi al tempo lontani dalla modernità e il marxismo vi è stato mescolato con elementi culturali antichi, in certo modo “tradotti” in linguaggio marxista, influenzando poi la teoria stessa. D’altra parte in occidente il marxismo è stato spesso “positivizzato”, privandolo di quella elasticità interpretativa che lo distingueva da una ideologia scientifica, per assumere come dati di fatto accertati le interpretazioni sul susseguirsi dei sistemi economici (e dunque parlare di fine della storia come passaggio all’utlimo sistema economico in cui i conflitti sociali si risolvono – ma se così fosse, se si avesse la certezza che dopo il capitalismo debba inevitabilmente subentrare una forma comunistica, non ci sarebbe bisogno di rivoluzioni e prese di coscienza da parte di soggetti).
      Detto questo, è chiaro che le esperienze storiche dei regimi socialisti avevano obiettivi precisi verso cui tendere, da cui derivava una pianificazione generale della società; tutto sta a capire dove effettivamente arrivasse l’idea di comunismo e dove invece si piegasse la teoria all’interesse pratico del potere.

  • Il Gigante Verde-Oro | Fabbrica Metropolitana

    […] Uno dei paesi a più alto tasso di sviluppo economico assieme alla Cina (di cui ho parlato qui), all’India, alla Russia, al Sudafrica e alla Corea del Sud. Uno dei paesi geograficamente […]

  • La grande prova | Fabbrica Metropolitana

    […] Castro, da sempre filosovietico (e realmente comunista, prima e più di Fidel), oggi guardi alla Cina popolare come modello di sviluppo per Cuba. Da un lato è pericoloso, perché quel modello coniuga la repressione politica con lo […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: