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Aforismi a buon mercato, vol. 5

24 – Neofascisti alla riscossa. Ultimamente i neofascisti stanno tornando alla ribalta, o forse meglio sul “bagnasciuga”, conquistando parecchie pagine di giornali tra lidi a tema e ronde in spiaggia, protestando perché la democrazia proibisce loro di inneggiare all’antidemocrazia. Ora, io penso che tra la libera espressione del pensiero e l’apologia del fascismo corra una differenza profonda quanto la Fossa delle Marianne: innanzitutto, l’espressione di un pensiero antidemocratico è legittima finché rimane tale, ossia un’espressione; a questa si può ribattere con l’espressione di altre idee, e si rientra nella dialettica democratica che da questo confronto trae la sua forza. Anche per questo, rivendicare il proprio diritto a esprimersi contro la democrazia invocando la libertà di espressione è una contraddizione in termini, che non ha bisogno di commenti. Però l’apologia del fascismo non rientra nella libertà d’espressione, per evidenti ragioni storiche: qualunque azione, e sottolineo AZIONE, che riconduca al fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un reato. Dire che “si stava meglio quando si stava peggio” è un’espressione; aprire un lido dove “vige il regime” e si minaccia violenza contro chi non concorda, è reato. Dire che “gli ambulanti stranieri fanno concorrenza sleale” è un’espressione; andare a cacciarli con una squadra di camerati è reato. Dire che la democrazia fa schifo è un’espressione; usarla per essere antidemocratici è… demenza. Dovremmo fare sul serio i conti col fascismo, e per questo dobbiamo tornare a studiare la storia in modo critico.

25 – Paolo Villaggio saluta e se ne va. Ho sempre pensato che fosse un attore di grandissimo talento, rimasto però “incastrato” nel personaggio di Fantozzi; le poche volte in cui ha fatto ruoli differenti, è stato eccezionale. I film, soprattutto quelli diretti da Luciano Salce, sono un mito intramontabile; ma vi consiglio caldamente di recuperare i libri di Fantozzi, sicuramente i primi tre, dove il carattere iperbolico di personaggi e situazioni è al suo apice. Credo sia stato l’ultimo artista del gruppo di genovesi che comprendeva, tra gli altri, Fabrizio de André, a rimanere in vita fino a oggi. Com’era umano… E lo dico in senso ampio: negli ultimi anni aveva fatto di tutto per rendersi antipatico, con esternazioni assurde e idee balorde contro popoli, culture, etnie e tutto ciò che si può normalmente insultare. Eppure, per me non c’è riuscito. Possa riposare in pace. Come ricordarlo? Sono troppe le scene fantastiche e geniali tra cui scegliere, tanto varrebbe postare i film interi. Che mito. Consiglio anche di recuperare la sua autobiografia Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda.

26 – Gay Pride. Personalmente non sono granché avvezzo a questo genere di spettacoli, ma questo articolo mi trova d’accordo: se penso a come è stato “normalizzato” il carnevale, che non è più nulla al di fuori degli eventi storici, capisco cosa potrebbe voler dire smorzare il Gay Pride. Come ha detto qualcuno (probabilmente Oscar Wilde), “se quando parli non offendi nessuno, vuol dire che non hai detto niente”; e poi, ciò che va contro il persistente moralismo da baciapile non può essere così male… anzi, in effetti è proprio il moralismo che giustifica l’oscenità. Quando non ci sarà più disprezzo per il Pride (e per ciò che rappresenta, la libera scelta sessuale), allora sì che questo diventerà inutile. Credo perciò che ci vorrà molto tempo.

27 – “Perché non esiste una giornata dell’orgoglio eterosessuale?”. Per alcuni semplici motivi che sono stati compendiati dai ragazzi di un bar gay di Bologna, in una immagine di cui riporto il contenuto: perché nessuno ti uccide se sei eterosessuale; perché nessuno ti impedisce di sposarti, adottare e avere diritti coniugali; perché la tua famiglia non ti butta in mezzo a una strada se scopre che sei eterosessuale; perché nessuna religione condanna l’eterosessualità; perché nessuno ti grida “eterosessuaaaaleeee” per offenderti; perché non serve fingere di essere “amico” del tuo fidanzato per paura di essere aggredito. A me pare ovvio, ma non lo è per molta gente. E questo vale, in modi diversi, per la giornata della donna (“perché non c’è la giornata dell’uomo?”), o in alcuni paesi della coscienza/storia nera (“perché non c’è una giornata della coscienza bianca?”). D’altra parte, senza voler eliminare le differenze, o meglio senza volerle nascondere sotto un tappeto e far finta che non ci siano, è sempre bene tendere a parlare di persone, prima che di maschi e femmine, bianchi e neri, etero e omo. Siamo tutti persone. Questo è ciò che ci accomuna tutti. Quando insultiamo, picchiamo, arrestiamo o uccidiamo qualcuno per il suo orientamento sessuale o per le caratteristiche somatiche, stiamo innanzitutto negando che quella sia una persona, un essere che ha la stessa nostra umanità.

28 – Alla vecchia maniera. Mi chiedo se davvero essere razionali e “moderati” sia la strada giusta, con certa gente. La conciliazione, talvolta, sembra rassicurare chi ha torto e indebolire chi è nel giusto. Forse bisognerebbe semplicemente scendere in guerra e andare fino in fondo, non importa cosa succeda. Tagliare teste al momento giusto, per non ritrovarsi con untori e piromani dopo. Di tutte le citazioni che ho raccolto in questi anni, quella che mi sta tornando in mente più spesso negli ultimi giorni è una di Theodore Roosevelt: “Don’t hit at all if it is honorably possible to avoid hitting; but never hit soft” ossia “non colpire affatto, se è onorevolmente possibile evitare di colpire; ma non colpire mai piano”. Al di là della mia inelegante traduzione, direi che il messaggio è piuttosto chiaro. Finché non ci sei costretto, finché non puoi farne a meno, evita di andare allo scontro, se non ce n’è davvero bisogno; ma una volta che ci sei costretto, non devi trattenerti in nessun modo, non devi avere “pietà” per chi ha fatto l’errore di mettersi contro di te. C’è anche un detto brasiliano che ribadisce il concetto, non so se riesco a renderlo bene: “eu do um boi para nao entrar na briga, mas do uma boiada para nao sair“, che grossomodo significa “posso dare via un bue per non entrare in conflitto, ma do via una mandria per non uscirne”. In certi momenti, non c’è ragionevolezza che tenga. Bisogna entrare in guerra e combatterla fino alla fine. Sarà brutto, ma è vero. E penso sia altrettanto vero quello che diceva John Wayne in uno dei suoi poco simpatici film: “you have to be a man, before you can be a gentleman“, cioè “bisogna essere uomini, prima di poter essere gentiluomini”, un po’ come dire che puoi anche essere elegante e saperci fare, ma se all’occorrenza non sai tirar fuori il tuo barbaro interiore, essere civile non ti serve a nulla.

29 – Lavoro. Tutto questo degrado nel mondo dei diritti del lavoro, è dovuto al fatto che il socialismo è “morto”. Uso le virgolette perché, da un punto di vista dialettico, il socialismo è l’antitesi del capitalismo, e fin quando ci sarà il capitalismo, ci saranno risposte sociali alle diseguaglianze che tale sistema economico genera. Quindi non si può realmente considerare morto il socialismo (preso nella sua accezione più generale e ampia). Il punto è però che siamo in un momento storico del tutto privo di alternative, anzi, alla gggente le alternative sembrano l’ennesima utopia che blocca gli ingranaggi dell’economia. Il socialismo è “morto” perché nessuno ci crede più, il cambiamento è “morto” perché non ci sono esempi di grande successo rispetto all’unico modello economico rimasto. In sostanza non c’è una base popolare, né culturale, né tanto meno una soggettività definita, per portare avanti un vero movimento per i diritti del lavoro. Le classi subalterne sono atomizzate, l’individualismo è diventato una leva commerciale, siamo ormai consumatori a tempo pieno, chi più chi meno. Fare qualcosa di più grande, un progetto a medio e lungo termine, ormai è visto come una rinuncia alla libertà (consumatrice) individuale, se non addirittura come un passo verso il suicidio economico, vista la concorrenza con paesi estremamente aggressivi sul piano della produzione… “e tu vieni a propormi di diminuire l’orario di lavoro, di aumentare le tutele sociali, di concedere questo e quello, quando in Cina non esistono sindacati e l’economia va come un treno? Ah no, grazie!“, questa una delle possibili risposte. A me piace pensare che sia solo una fase, e che con il tempo e con l’aumento delle diseguaglianze, un rispensamento avvenga, e con esso una rivalutazione dei diritti e dei doveri; ma per ora, scusate il pessimismo leopardiano, un altro mondo è impossibile.

30 – La Giusta Causa. È una fiamma che non si estingue mai. Brucia ardente fino a consumare il cielo. E quando sembra solo brace, ecco che un tizzone ardente scoppia e dà fuoco alla prateria.

31 – Vuoto di potere, potenza del vuoto. Non posso definirmi “anarchico” perché sono convinto della necessità dello Stato, o comunque di una istituzione sovraindividuale che possa conciliare gli interessi dei singoli, che possa garantire alcuni servizi basilari e mettere ordine nel caos degli egoismi. Però, quando si tratta di prendere alcune decisioni sulla propria vita privata, decisioni che non pregiudicano gli altri, allora non solo sono anarchico, ma pure egoista, come l’Unico di Max Stirner. E ritengo che ognuno di noi abbia il diritto di decidere cosa fare della propria vita, fino all’ultimo, senza che un gruppo di potere ispirato a qualsivoglia ideologia politica o spirituale ci imponga la propria volontà e il proprio pensiero. Ma attenzione: l’imposizione non è solo quella dovuta a regole, leggi e norme che vietano, permettono, distinguono e sanzionano; è anche quella dovuta alla mancanza di regole, al “vuoto normativo” che impedisce di prendere decisioni, impedisce di portare avanti un discorso, impedisce di mettere un punto fermo sulle questioni e chiarire i confini entro cui (o contro cui) muoversi. Perché è proprio in questo vuoto che i gruppi di potere riversano le loro speranze di conservazione e influenza, mettendo la polemica al posto del dibattito.

32 – Estremismo e radicalità. Io faccio una distinzione tra radicali ed estremisti. Essere radicali, come diceva Marx, vuol dire prendere le cose alla radice; ossia andare al fondo dei problemi, a mettere in discussione le basi e i principi, a trovare soluzioni che cambino al cuore la situazione, anche gradualmente, anche con lentezza, ma in profondità. Essere estremisti, invece, vuol dire andare sempre per la via più rapida, più violenta, più dura, più inflessibile, finendo con il chiudersi nell’irragionevolezza di un settarismo ossessivo e pericoloso, che crea più guai di quanti ne risolve. Personalmente, mi ritengo un radicale.

33 – Società educante. La situazione politica nazionale richiede di formare nuovi cittadini, uomini e donne di talento capaci di aprire nuove strade. In un futuro che ora sembra lontano, quando tutti usufruiranno di una scuola decente, la parte della scuola sarà in sé piccola e temporanea, mentre tutta la società diventerà (cioè dovrà diventare) una grande scuola permanente.

34 – Sfogo filosofico di sette anni fa. È ovvio che Hegel risolvesse tutto sul piano astratto, cristo! Era un idealista che proveniva da approfonditi studi teologici, che doveva fare? E comunque l’unica scienza che sa trovare qualche dato plausibile per l’unità del Tutto è la fisica quantistica, che alcuni accusano di essere metafisica! Prendiamo Hegel per quel che è, diamine… Lo dico perché sto studiando il pragmatismo americano che, unitamente ad altri filosofi della scienza europei, ha una posizione radicalmente antimetafisica e ovviamente Hegel è considerato una peste bubbonica. Io, pur non essendo hegeliano, ne vorrei difendere la profondità, perché non c’è bisogno di accettare la metafisica per assumerne il metodo, che apre la mente come discorso simbolico e può giovare proprio alla pragmaticità. Voglio dire che capisco certe critiche, ma a volte sembrano più una definizione identitaria che un giusto esame critico… Persino Popper riconosceva il valore del pensiero astratto come progettualità immaginifica!

35 – Di pancia e di testa. La vendetta si basa sulle emozioni, la giustizia sui principii. Ecco perché non possono confondersi.

36 – Moralismo biografico. E alla fine mi ritrovo a sentirmi dire che Marx era un figlio di ‘ndrocchia perché non ha mai lavorato in vita sua, sfruttava la moglie che era ricchissima (!) ed era mantenuto da Engels. Ora, a parte che:

  • 1) Marx era giornalista, corrispondente di vari giornali, tra cui americani, ma il lavoro intellettuale continua a non essere visto come un lavoro “vero”; avrebbe potuto essere professore universitario se solo si fosse conformato alle idee di merda dello stato prussiano, che lo rese il ribelle che era; l’unico altro lavoro “vero” come impiegato alle ferrovie gli fu negato perché aveva una calligrafia illegibile.
  • 2) La moglie, Jenny Von Westphalen, appartenente a una ricca famiglia aristocratica, era stata allontanata dalla famiglia e praticamente diseredata per aver scelto come marito un sovversivo, che lei ha preferito seguire nelle sue peregrinazioni fino a ritrovarsi nelle periferie proletarie di Londra, a tenere a bada una caterva di figli e i creditori, sempre pronti a pignorare qualcosa.
  • 3) Engels lo manteneva, questo è vero. Lo aiutava economicamente per quanto gli fosse possibile, grazie al suo lavoro nell’industria del padre. Senza di lui, questo amico come se ne incontrano una volta nella vita (se se ne incontrano), Marx e famiglia sarebbero rimasti peggio che con le pezze al culo come già erano. Se si ritiene scabroso aiutare ed essere aiutati, si è anticomunisti, senza dubbio.

Dico, a parte tutto questo, che cosa c’entrano le mancanze della vita quotidiana con la produzione intellettuale? Cosa ci interessa di Marx, le bollette scadute, i creditori incazzati, o le idee che hanno cambiato il modo di rapportarsi alla modernità? Che caspita di visione moralisteggiante e ipocrita è mai questa di stare a vedere come un pensatore si comportava, come camminava, come cacava?? Siamo seri, su!

[Lettura consigliata: Francis Wheen, Karl Marx. Una vita, ottima biografia scritta da un giornalista inglese, in cui l’umanità di Marx, con tutte le sue mancanze, è esposta con la naturalezza di chi vuole scrostare il mito e trovare l’uomo, non certo per invalidarne le idee bensì per comprenderne la materialità, comune a tutti noi.]

37 – Meritocrazia. In base a cosa si giudica il merito? All’impegno, al tipo di lavoro svolto, ai risultati conseguiti? Magari tutte e tre le cose. Bene. E allora perché tanti sostenitori della meritocrazia sono anche contrari a tassazioni come la tassa di successione, che impone un tributo sul ricevimento di un’eredità? Secondo quali “meriti” una persona riceve le ricchezze di famiglia? Il merito di essere sopravvissuta? La realtà è che molti di quelli che parlano di meritocrazia sono ipocriti tanto quanto coloro parlano di liberalismo e poi chiedono l’intervento dello Stato per salvare imprese “non meritevoli”, perché incapaci di stare sul mercato. Perché, in fin dei conti, poca gente ha davvero intenzione di stare a esaminare i meriti: potrebbe scoprire di non averne alcuno.

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Nuovi aforismi a buon mercato

Dopo oltre un anno dall’ultima infornata, ritornano le perle di saggezza che sparo in giro (e che forse era meglio dimenticare). Di solito sono commenti estemporanei, slegati tra loro, che potrei sviluppare ma anche no.

17 – Imperfezione di fabbrica. Ho cambiato un po’ il sottotitolo del blog, da “Produzione Strutturale di Pensiero” (scelto per motivi estetico-concettuali abbastanza evidenti) a “produzione strutturale di pensieri imperfetti”. Via le maiuscole, che non servivano se non a dare l’impressione che mi prendessi troppo sul serio; e dentro il plurale e l’imperfezione, perché il mio non è un pensiero necessariamente strutturato, nel senso che non è sistematico, non è un piano generale di interpretazione che fa combaciare ogni aspetto della realtà. E se anche lo fosse, non è esposto in questo blog. Qui “produco” una serie di pensieri, che solo in ultima istanza formano una struttura, nel senso che sono connessi in una visione, una concezione del mondo. Pensieri imperfetti, però, perché c’è sempre qualcosa che manca, o che non funziona a dovere, come tutto nella vita, tra errori, dubbi, ripensamenti, ignoranze, timori e furori. Per citare la presentazione del blog: “la perfezione è una forzatura verso una completezza illusoria, racchiusa in un obiettivo finale che non lascia spazio a dubbi ed errori, cosa del tutto contraria al divenire costante della realtà. Imperfetto è mutevole, cangiante, aperto, vivo”.

18 – Il compagno Nietzsche. Io credo che molte persone non si rendano davvero conto che Nietzsche era sostanzialmente un reazionario. Intendiamoci: il più intelligente dei reazionari, il più acuto, profondo e colto, fascinoso nello scrivere e gradevole da leggere. Ma pur sempre un reazionario. Si batte, è vero, contro la morale, contro il cristianesimo, contro lo Stato, la Chiesa e i concetti idealistici, però da un punto di vista reazionario, non rivoluzionario. Poi, senza dubbio, sul nazismo ci avrebbe pisciato sopra come su qualunque altra forma di decadenza moderna, ma ciò non toglie che bisogna pur prenderlo per quel che era, e che scriveva con chiarezza. Può essere l’amico di destra, non il compagno di viaggio di Marx. Anche se alla fine le sue martellate filosofiche giovano un po’ a tutti, lui non ha mai inteso la liberazione come qualcosa per tutti. Il superuomo, o oltreuomo che dir si voglia, non è l’evoluzione dell’uomo in quanto tale. Se lo fosse, sarebbe troppo emersoniano, radicalmente democratico. No, l’individuo superiore, l’individuo che va oltre la sua condizione di uomo, è parte di un gruppo ristretto. Eppure, badate bene: l’individuo, non una razza, non un popolo, non una nazione.

19 – Umanismo e Tecnica. E’ davvero possibile essere umanisti oggi? La tecnica, come forma mentale, è ormai l’essenza del mondo moderno e non c’è romanticismo che tenga, siamo persone immerse nel vivere tecnologico, espressione della tecnica intesa come uso strumentale delle forze e delle energie improntato all’efficienza e alla velocità. Il vero nichilismo, la vera distruzione di ogni teoria dei valori è questa, non la psicanalisi o il marxismo, e nemmeno il “niccianesimo”, è l’eclissi della cultura umanista, del pensiero incentrato sui bisogni dell’essere umano, in favore della ricerca dell’innovazione e della realizzazione di tutto ciò che è possibile in quanto possibile. Non dico affatto, come invece i postmodernisti, che “tutto va verso il nulla”, anzi, tutto va verso il Tutto, la totalità della tecnicizzazione della vita, che non può più tornare indietro. Non voglio fare un discorso alla Heidegger, il problema non è criticare la tecnica in sé, o pensare a impossibili e antistorici ritorni a qualcosa che è passato. Piuttosto, trovare il modo di adattarci a ciò che noi stessi abbiamo creato. In questo senso è giusto essere umanisti, perché adattarsi non vuol dire perdere di vista la persona umana. Ma è possibile? Possiamo scavare un posto per l’umanità in un mondo che sembra andare avanti senza di essa? Possiamo ancora dare valore e utilità alla filosofia?

20 – L’autocritica fa bene a tutti. Ricordo che una volta, una mia collega di università commentò così la nostra situazione di studenti di filosofia: “siamo astratti, troppo lontani dalla dimensione dialogica e, lasciamelo dire, anche presuntuosi”. Col tempo, ho imparato quanto fosse vero. E non credevo si potesse davvero esserlo, data la natura critica di quegli studi. E’ come una sindrome da torre d’avorio, da casta platonica, a fronte della produzione di interpretazioni cui è la realtà a doversi adattare. Ho sempre pensato che la bontà di studiare, per esempio, Hegel, risiedesse nell’ampliamento della creatività dell’intelletto, nell’acquisire una visione organica della realtà, senza per questo dover essere hegeliani, idealisti, convinti che lo spirito produca la realtà come una fiamma che produca il fiammifero. Ma capisco anche cosa intendesse Popper, pur nella sua presunzione di aver capito e risolto tutti i maggori problemi filosofici. Sarà vero che esistono filosofi “oracolari” contrapposti a filosofi “sentinella”? I primi, autoreferenziali, oscuri e magari imbroglioni; i secondi, attenti e pronti a smascherare, lanciare allerte e risolvere problemi veri. Forse no, forse è una demarcazione troppo netta, però mi fa pensare anche alla definizione di Feuerbach data da quella mia stessa collega: “non un filosofo, ma un uomo in perenne ricerca”. Io credevo che la filosofia fosse perenne ricerca, ma da quel che vedo molti la intendono come un punto di arrivo, l’empireo del pensiero da cui dominare le miserevoli umane vicende, con quello sguardo di sufficiente compatimento di chi ha già capito tutto. “Uomini di mondo” che del mondo non sanno nulla. Teorici senza prassi, pericolosi quanto gli idolatri della prassi priva di teorie, aperti e disponibili all’ideologia intesa come falsa coscienza. E’ quanto meno triste.

21 – Il buon consumatore anarchico. Tutta una rete di tabù autoimposti condiziona la vita delle persone idealiste, le quali si trovano spesso a dover rinunciare a innumerevoli cose per non contraddire la propria posizione morale. Le multinazionali, per esempio, sono mostruosità che perpetrano crimini contro l’umanità, quindi vanno evitate come la peste. Al loro posto si sceglie il locale, il biologico, il fai-da-te ecc., con il risultato di spendere tempo e risorse nella ricerca di ciò che serve, nella pia speranza di non dover comprare elementi prodotti da compagnie di cui si possa un giorno scoprire l’affiliazione a grandi gruppi d’interesse, da cui l’imbarazzo e l’aumento delle difficoltà per rimediare. Senza contare il senso di colpa che deriva dalla fruizione una tantum dei prodotti di quelle multinazionali, o le frecciatine da chi se ne accorge. Alla fine, il consumatore alternativo si libera dalla schiavitù delle multinazionali per rifugiarsi nella schiavitù della coerenza a tutti i costi. Ma non sarà l’atteggiamento verso quel panino standardizzato da fast-food a cambiare le cose, né sarà quel tablet costoso a definire sul serio la personalità del possessore. Alla fine si dà valore a cose che non ne hanno, una facciata per ribadire (forse innanzitutto a se stessi) la propria scelta. Problema: se non si adottassero certi atteggiamenti, la propria gamma di principi ne risentirebbe? E in questo caso, quanto sono forti quei principi, se hanno bisogno di “mode” alternative da seguire per ritenersi validi? Monito di Emerson: “una stupida coerenza è lo spauracchio delle piccole menti”. Bisogna essere anarchici anche verso se stessi.

22 – Polemica di campagna. Bisognerebbe eliminare le campagne elettorali. Sul serio, a che servono? I programmi, se uno vuole conoscerli (e a molta gente non interessa perché vota per partito preso) se li va a leggere su internet o in qualche sezione di partito. Per i candidati, idem. Far conoscere nuovi movimenti e partiti è prassi quotidiana, non un’esclusiva del periodo elettorale. Parlare e discutere in campagna elettorale è impossibile, si pensa solo a litigare e insultarsi. Allora, che senso ha? Ogni volta le stesse cazzate, sembra di seguire un copione prestabilito. A me è passata la voglia, questa non è politica, non è democrazia, non è partecipazione, è uno spreco di tempo e di risorse. La politica si vive tutti i giorni, la partecipazione e la democrazia sono elementi esistenziali, altro che “santini” e promesse iperboliche. Perciò diventiamo un po’ più seri, facciamo un salto di qualità e aboliamo quest’umiliazione dello spirito pubblico.

23 – Polemica da guardaroba. Ho sentito in TV una donna lamentarsi di una pacca sul sedere al primo appuntamento con un tizio che, come molti uomini, credeva di potersi prendere certe libertà solo perché lei si veste in maniera “provocante”. Lo so che commentare cose del genere è rischioso, ma sinceramente c’è un limite a tutto, anche alla pretesa di essere rispettati senza se e senza ma. Nessuno può mettere in dubbio che il rispetto sia un diritto e un dovere, però è naturale che in una società basata sull’apparenza il modo di vestirsi sia anche un modo di comunicare: se un uomo di mezza età si vestisse da adolescente, per sentirsi bene con se stesso, dovrebbe accettare anche il rischio di essere considerato ridicolo, o di essere compatito. Se una donna si veste in maniera provocante (e questa in TV sembrava una mangiatrice di uomini), sa di rischiare di essere considerata una donna facile, perché altrimenti che senso ha mettersi in mostra? E con questo non voglio fare il solito, stupido discorso del “se l’è cercata”, non è questo il punto. E’ chiaro che guardare e toccare sono due cose diverse, c’è una questione di spazi personali e di educazione. Il punto non è morale, è pratico: possiamo davvero contare sull’educazione e il rispetto degli altri? Possiamo sinceramente credere che il solo fatto di avere il diritto di essere rispettati ci protegga e ci difenda da chiunque incrociamo sulla strada? Dovrebbe essere così, ma non lo è. A quella donna vorrei dire: se ti piace essere provocante, cerca di esserlo solo nelle occasioni adatte; non sperare sempre nella buona educazione degli altri, perché purtroppo il nostro modo si basa sull’immagine e gli altri interagiscono con te sulla base di quel che vuoi mostrare. Moda e stile funzionano così. Quando io mi feci la cresta punk, sapevo che avrebbe mandato fuori dai gangheri un sacco di gente; eppure mi dava fastidio se qualcuno commentava. Ma davvero potevo pretendere che gli altri si comportassero normalmente di fronte a quel taglio di capelli? POTEVO? No. Si paga sempre un prezzo, anche ingiusto, per ogni scelta che facciamo. Dobbiamo esserne coscienti e chiederci fin dove siamo disposti a sopportare.


Ancora aforismi a buon mercato

10 – Contraddizioni. Io credo che l’individuo sia sopravvalutato, nel senso che viene considerato in grado di controllare completamente la propria vita, quando in realtà ognuno di noi fa parte di un contesto, in cui è immerso e da cui è plasmato e influenzato costantemente, su cui si può incidere solo fino a un certo punto e per il resto richiede adattamento; non sono neanche sicuro che i pensieri siano effettivamente individuali, vista l’esposizione ininterrotta a parole ed eventi altrui, esterni, che però agiscono ci condizionano. Eppure mi rendo conto di essere, di fatto, un individualista: lavoro da solo, studio da solo, evito i gruppi, non mi associo e sono egocentrico. Ossia, la mia vita contraddice la mia filosofia.

11 – Constatazioni. A leggere testi vecchi di secoli si ritrovano le stesse situazioni odierne. E’ pertanto inutile avere nostalgia per il passato, perché molto probabilmente era identico al tempo presente. La tecnologia procede, la natura umana no. D’altra parte è per questo che esistono le spinte progressiste: se già con esse ci spostiamo in avanti di un millimetro al secolo, figuriamoci senza. Esempio: la Prefazione al Trattato teologico-politico di Spinoza, dove parla della superstizione.

– La superstizione non ha origine dalla ragione –
“ Se gli uomini potessero dirigere tutte le loro cose con sagge e certe decisioni, oppure se la fortuna fosse loro sempre favorevole, non sarebbero soggetti ad alcuna superstizione. Ma, poiché spesso si trovano in difficoltà tali che non sanno prendere alcuna decisione, e poiché di solito, a causa degli incerti beni della fortuna che essi desiderano smoderatamente, fluttuano miseramente tra la speranza e la paura, il loro animo è quanto mai incline a credere a qualsiasi cosa: quando è preso dal dubbio, esso è facilmente sospinto or qua or là, e tanto più quando esita agitato dalla speranza e dalla paura, mentre nei momenti di fiducia è pieno di vanità e presunzione.
Credo che nessuno ignori queste cose, benché io sia convinto che la maggior parte degli uomini non conoscano se stessi. Chiunque sia vissuto tra gli uomini, infatti, non può non aver osservato che la maggior parte di loro, nelle circostanze favorevoli, ancorché ignorantissimi, sono così tronfi di sapienza da ritenersi offesi se qualcuno voglia dar loro consigli; mentre nelle avversità non sanno da che parte voltarsi e implorano consiglio al primo che capita, e non c’è consiglio così insulso, così assurdo o inutile ch’essi non seguano; poi, anche per i motivi più insignificanti, tornano a sperare il meglio e, di nuovo, a temere il peggio; se infatti, mentre sono in preda alla paura, vedono accadere qualcosa che fa loro ricordare qualche bene o male passato, ritengono che ciò annunci un evento favorevole o sfavorevole, e perciò, sebbene per cento volte si riveli inefficace, lo chiamano buono o cattivo presagio. Se, poi, con grande meraviglia vedono qualcosa d’insolito, lo credono un prodigio che indica l’ira degli dèi o della suprema divinità, prodigio che perciò essi – uomini schiavi della superstizione e contrari alla religione – ritengono empio non placare con offerte o preghiere; e a questo modo fingono un’infinità di cose e, quasi che tutta la natura impazzisse insieme a loro, la interpretano in maniera meravigliosa.
Così stando le cose, vediamo che sono attaccatissimi a ogni sorta di superstizione soprattutto coloro che desiderano smoderatamente il beni incerti, e che tutti, specialmente quando si trovano in pericolo e non sono in grado di soccorrere se stessi, implorano con preghiere e lacrime da donnicciuola l’aiuto divino, e chiamano cieca la ragione (perché non sa mostrare la via certa per raggiungere le cose vane che essi desiderano) e vana l’umana sapienza; invece i deliri della loro immaginazione, i loro sogni e le loro puerili sciocchezze li credono responsi divini, anzi, credono che dio sia avverso ai sapienti e che abbia scritto i suoi decreti non nella mente, ma nei visceri degli animali, o che gli stolti, i folli e gli uccelli li annunzino per effetto dell’ispirazione divina e per istinto. Fino a tal punto il timore fa impazzire gli uomini!
La paura, dunque, è la causa che dà origine, mantiene e favorisce la superstizione. […]
Da questa causa della superstizione segue dunque che tutti gli uomini sono a essa sottoposti per natura (checché ne dicano coloro secondo i quali ciò dipenderebbe dal fatto che tutti i mortali hanno qualche idea confusa della divinità); segue inoltre che essa deve essere oltremodo varia e instabile come tutte le stravaganze della mente e gli impeti della follia, e, infine, che è sostenuta con la speranza, l’odio, l’ira, l’inganno. Nessuna meraviglia, giacché la superstizione ha origine non dalla ragione, ma soltanto da un affetto, per di più efficacissimo.
Quanto è facile, perciò, che gli uomini siano presi da qualsivoglia genere di superstizione, altrettanto difficile è fare in modo che essi persistano in un unico e medesimo genere. Al contrario, poiché il volgo rimane sempre in uno stato di miseria, proprio per questo non sta mai a lungo in quiete, ma gli piace soprattutto ciò che è nuovo e non l’ha ancora deluso: instabilità che fu causa di molti tumulti e di guerre atroci. Infatti, come appare evidente dalle cose ora dette, e come osservò molto bene lo stesso Rufo (IV, 10), «niente riesce più della superstizione a dirigere la moltitudine»; onde avviene che questa sia facilmente indotta, col pretesto della religione, ora ad adorare come dèi i loro re, ora a esecrarli e a detestarli come una peste comune al genere umano. Allo scopo di evitare questo male, ci si è dedicati con il massimo impegno a ornare la religione, vera o falsa, di un culto e un apparato tali che essa fosse avvertita come un fardello sempre più grave e venisse costantemente osservata da tutti con il massimo scrupolo; cosa che è riuscita assai bene ai Turchi, i quali ritengono illecito perfino il discutere e riempiono il giudizio di ciascuno di tanti pregiudizi da non lasciare nella mente nessuno spazio alla retta ragione, neppure per dubitare.”

12 – Cinismo. Credo che diventare cinici sia una fase transitoria eppure necessaria della maturazione. Prima o poi viene il dubbio che l’impegno e la partecipazione siano inutili. Il dubbio che la maggior parte della gente lì a lamentarsi dei politici corrotti e ladri, poi nel loro quotidiano cerchino tutti i vantaggi e le scorciatoie possibili, alla faccia del duro lavoro per guadagnarsi quel che vogliono. Possiamo avere tutto il disgusto legittimo contro le caste, le élite dominanti, ma davvero non vorremmo farne parte? Davvero non saremmo tentati di guadagnare un po’ a spese di qualcun’altro, un generico anonimo cittadino di cui non ce ne può importare nulla? Sforzi inutili, energie sprecate, impegni buttati dalla finestra, quando tutto quel che si vuole è lì, a portata di mano, al modico prezzo di… vendersi. Mi torna in mente la frase finale di Tutti dentro.

13 – Poteri forti. Più penso all’espressione “poteri forti”, meno senso ha. Esistono forse dei “poteri deboli”? No, un potere è forte di per sé, o non è potere. E se tali poteri forti sono occulti, o sono gruppi di interesse o di pressione, perché non chiamarli così? Che significa “potere forte”? Il potere è già, ha già, un interesse forte e pressante.

14 – Misure e battute. Trovo semplicemente disgustose le stupide prese in giro di ragazze grasse, tanto su internet quanto su ogni altro media. Di tutte le cose irriverenti che si possono trovare, queste sono soltanto una dimostrazione di cretineria, diseducazione e mancanza di quelle palle che gli idioti fanno a gara per dimostrare. E ora chiamatemi pure moralista.

15 – Doppio abuso. Negli anni Ottanta i film horror erano cool perché tutto era hand made, oggi invece è tutto computer generated e di questo se ne abusa. E non è giusto.

16 – Scoop. Ho scoperto che “piantata in asso” è sbagliato! La frase giusta sarebbe “piantata in Nasso”, dal mito greco di Teseo e Arianna, la quale, dopo aver aiutato l’eroe a uscire dal labirinto del minotauro, venne abbandonata sull’isola di Nasso proprio da Teseo, che non voleva portarsela dietro perché già pensava ad altre donne.

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Altri aforismi a buon mercato

5 – Limiti, parte I. La religione non può più basarsi sulla concezione dell’origine del mondo, dell’universo e dell’uomo, poiché le risposte che forniva prima dell’avvento delle scienze naturali non erano soltanto spirituali, ma anche “fisiche”, erano il tentativo umano di spiegarsi l’esistenza delle cose; oggi quella valenza è totalmente scomparsa con le conoscenze scientifiche e tentare di porsi in alternativa è folle e pericoloso, in fin dei conti anche per la stessa religione. Sono infatti i religiosi a sbagliare attendendo dalla scienza le conferme alle sacre scritture (certo una scienza deviata, sottomessa all’ideologia come quella che Ratzinger auspica, o come il “progetto intelligente”), perché quelle conferme non arriveranno mai e anzi è più probabile che arrivino smentite ulteriori. La fede non deve cercare prove e deve ritirarsi nell’interiorità dei singoli come momento di formazione spirituale, come maniera di vedere il mondo.

6 – Limiti, parte II. Religione, filosofia, scienza e altri campi d’indagine non sono mai sufficienti a spiegare il Tutto; non lo sono perché ogni persona ha esigenze diverse che la fanno tendere verso l’una o l’altra cosa. Se una di quelle discipline fosse sufficiente di per sé, allora arriverebbe a soddisfare tutti e soppianterebbe le altre; ma così non è, può essere sufficiente solo per determinati individui che hanno loro propensioni.
Per me la filosofia e almeno una parte della scienza sono sufficienti per non credere nella religione; altre persone trovano insufficienti gli stessi campi e hanno soddisfazione in forme religiose e rituali. Si può sempre cambiare idea, ma penso che ognuno tenda verso ciò che gli è più congeniale; in particolare non credo sia possibile realmente “convertire” qualcuno all’ateismo, quanto piuttosto indurlo a comprendere che quella sia (o non sia) la sua via spirituale. Le prove e le dimostrazioni servono a chi ne ha bisogno.

7 – Lettera al padre dei tomisti. Caro Tommaso d’Aquino,
a volte penso alle tue dimostrazioni dell’esistenza di Dio e, pur rifiutandole, devo riconoscere che in fondo tu hai colto un elemento proprio della fede in sé: chiamiamo “Dio” ciò che non si conosce. E’ paradossale, visto che tu parli proprio della conoscenza di Dio raggiungibile razionalmente; ma risalire di causa in causa porta sempre ad un punto in cui tutto diventa teorico, ipotetico, come una porta dietro una porta dietro un’altra porta che è seguita da altre porte… non sappiamo se le porte siano infinite, se e quando apriremo l’ultima porta cosa troveremo dietro, ma ad un punto in cui non riusciamo più ad andare avanti possiamo riposarci l’intelletto postulando quella causa prima, fonte di tutti i sistemi esistenti e giustificazione (più che mai) razionale di un mondo troppo più grande di noi.
Arrivederci e grazie, GoatWolf

8 – Chiodo di garofano. “Socialismo scientifico” oggi sembra non solo una parolaccia, ma anche una idea fondamentalmente sbagliata, perché non avrebbe nulla di scientifico, ma solo di dottrinario. Beh, è falso. La scienza è metodo, essa non appartiene solo alle scienze esatte, e comunque i risultati non devono per forza essere incontrovertibili; scientifico non è dogmatico, come dimostra il continuo lavoro di Marx nel corso degli anni. Altri, dopo di lui, e non solo epigoni come pure detrattori, hanno dogmatizzato e dunque privato di scientificità il suo socialismo.
Oggi, liberi dall’ideologia, dai partiti soverchianti, dalle gabbie retoriche e politiche, possiamo ritrovare il vero senso del marxismo ed essere pensatori nuovi, ricercatori nuovi, rivoluzionari nuovi, mai moderati, estremisti senza dogmi, massimalisti di un ritrovato umanesimo radicale.

9 – Utopia e duro lavoro. Non credo che le utopie siano realmente tali, cioè che siano ideali irrealizzabili e perciò fallimentari in se stessi. Se andiamo all’orgine del termine, “utopia” indica qualcosa che non sta in nessun luogo, quindi è irraggiungibile perché inesistente; ma da questo punto di vista qualsiasi idea, anche la più pragmatica, è un’utopia. Le idee non esistono nella realtà, non hanno forza concreta, non agiscono e non possono agire finché qualcuno non prova a metterle in pratica, dunque è la pratica, più che le idee, a dover essere presa in considerazione. Allora se un’utopia viene messa in pratica, diventa esperimento e pertanto ha effetti concreti, influenze reali sulla vita delle persone: la discrepanza esistente tra l’ideale utopico e i suoi tentativi di realizzazione fa parte della prassi, della normale amministrazione e organizzazione del lavoro in vista della riuscita dell’esperimento, che deve necessariamente fare i conti con il complesso di condizioni e variabili possibili della pratica e dei rapporti reali. Ciò vuol dire che un’utopia, un “sogno di una cosa”, non è irrealizzabile in sé, quanto piuttosto è un obiettivo, una guida o, se mi permettete la metafora, fari di luce che indicano vie verso mete cui approssimarsi sempre più, con un viaggio fatto di impegno individuale e collettivo. Ossia, molto, se non tutto, si può realizzare se ai sospiri della fantasia si sostituisce il duro lavoro per il conseguitmento di risultati quanto più possibile tendenti all’obiettivo ideale. Senza però pretendere che ideale e reale debbano essere assolutamente combacianti: per tornare all’inizio, ciò che è ideale non esiste concretamente in nessun luogo, per questo è apparentemente perfetto e auspicabile, mentre ciò che è reale esiste nei rapporti e nelle relazioni, nella vita e nel quotidiano, immerso e in effetti costituito da una rete di problemi, costanti, variabili e imprecisioni che influenzano il lavoro e allontanano dalla perfezione dell’ideale, inevitabilmente.


Aforismi a buon mercato

1 – Critica della modernità. Posto che tradizionalisti e conservatori di varia estrazione forniscono sempre spunti interessanti (sbagliando poi nelle conclusioni), perché dobbiamo sempre rifarci a Heidegger per criticare la modernità? La Scuola di Francoforte, pur apparendo superata per molti versi, resta comunque più attuale, approfondita e persino progressista, nonostante il pessimismo di fondo, nelle analisi del mondo moderno. Tecnica, capitalismo e controllo sociale non si possono semplicemente spazzare via con aristocratico snobismo, rimpiangendo un passato mai esistito di fatto, o credere sempre e incondizionatamente che l’alienazione umana sia il sintomo del nulla in cui tutto cade man mano che progredisce.
Naturalmente non sto dicendo di abbandonare Heidegger, ma anche la sua critica alla tecnica è oggi superata, pur conservando un nucleo senza tempo in merito all’esistenza umana (in poche parole: non è tanto la tecnica in quanto tecnologia ad essere deleteria, bensì la tecnica come impostazione culturale, che riduce l’essere umano a elemento di utilità). Il punto dovrebbe essere: ricercare quanto di ancora valido si presenti nelle teorie filosofiche rispetto alla critica della modernità, essendo questa contemporaneamente il punto più alto e più basso della storia umana in un costante movimento oscillatorio tra i due estremi, pervenendo così a una sorta di armonia tra opposti. E, dunque, tentare di riequilibrarla verso l’alto, avendo coscienza dell’inarrestabilità del movimento.

2 – Omofobia, razzismo, xenofobia. Non esiste una base razionale per questo tipo di odio o diffidenza verso il prossimo. La base è psicologica, oltre che culturale. Se prendiamo l’evoluzionismo, teoria scientifica e quindi razionale, l’omofobia non ha senso, perché i maschi omosessuali non sono in competizione per le femmine e pertanto gli etero non dovrebbero avvertirli come una minaccia; invece la psicologia ci spiega che può essere paura di diventare a propria volta omosessuale, quindi insicurezza, o desiderio di corrispondere al modello sessuale maschile imposto dalle regole sociali del proprio ambiente di appartenenza, insieme a una buona rigidità mentale.
Anche per il razzismo e la xenofobia non ci sono motivazioni razionali, perché scavando si trova sempre una concezione distorta della realtà, un sillogismo sbagliato: la maggior parte dei criminali arrestati sono negri, quindi i negri sono tutti criminali; oppure sono stranieri, quindi tutti gli stranieri sono pericolosi. Il problema però è più profondo: se si guarda al conflitto tra Hutu e Tutsi, abbiamo due tribù della stessa razza, che seguono la stessa religione e parlano la stessa lingua, ciononostante si odiano a morte; neanche a farlo apposta, c’è lo zampino dei colonizzatori belgi e delle loro differenziazioni razziali.
Tornando alla psicologia, mi torna alla mente la variante junghiana del tranfert: quando una persona ha in sé una forte negatività, la proietta come un’ombra sopra gli altri, solitamente un intero gruppo di persone considerate diverse per vari motivi, e attribuisce loro tutte le caratteristiche negative che invece cova in se stessa e da cui è tormentata. Così anziché rendersi conto del suo male, lo trasferisce e lo personifica, lo incarna in qualcosa che può odiare e combattere per autocurarsi.
In sostanza si troveranno sempre motivi per discriminare interi gruppi di persone, e magari scannarle. Persino se l’umanità intera avesse la pelle blu, parlasse il linguaggio universale, fosse ermafrodita e venerasse lo Spirito Assoluto. L’unica speranza è nell’educazione.

3 – Primarie del centrosinistra. Da una parte, non ci sarei andato perché se non fosse per Vendola sarebbe stata questione interna al PD, di cui non me ne frega niente; poi, il pugliese è l’unico che dice effettivamente “cose di sinistra”, quindi non è che avessi davvero scelta; infine la partita era chiaramente tra Renzi e Bersani, non c’era storia per nessuno. Già nel confronto tv su Sky l’attenzione era polarizzata da loro due, Bersani il politico di razza che parla bene e sa convincere, Renzi l’innovatore/rottamatore che sprizza entusiasmo e sa coinvolgere, mentre Vendola era troppo nervoso, Puppato prolissa e confusionaria (mi spiace, Red, a me non ha convinto), Tabacci gradevolmente spaventoso. Però è anche vero che io sto sempre a lamentarmi della gente che non partecipa, non si interessa, e poi quando c’è un’occasione di partecipazione, anche se è un teatrino, io non ci vado? Contraddittorio… dunque ho partecipato, sicuro al 100% del terzo posto di Nichi, e devo dire d’averne ricavato una bella sensazione, al di là dei dubbi su questo meccanismo un po’ “americano”, per un partito comunque meno tradizionale. Per me, e non lo dico soltanto per le ovvie ragioni, il centralismo democratico rimane un metodo organizzativo molto più proficuo.
Domani c’è il ballottaggio: Renzi è pericoloso, un uomo di destra che lotta per il controllo della sinistra, uno che non lascia spazio a dubbi su cosa farà e come, quindi voterò per Bersani. Anche qui non c’è scelta. Ma di Bersani non mi fido: come ho detto e ribadito varie volte, oggi si butta a sinistra per contrastare Renzi, domani magari applica il programma di Renzi per restare in auge a livello internazionale; però ripeto, se lui mi sucita molti dubbi, Renzi non me ne lascia neanche uno.
Tutto questo, sempre, facendo finta che le primarie servano a qualcosa.

4 – Un vecchio sfogo sempre valido. Sono semplicemente una persona che odia l’ignoranza, la trova disgustosa e insopportabile, all’origine di gran parte dei mali che infettano la società, causa di ristrettezza mentale, visioni errate, pensieri malevoli e azioni disastrose. Il mondo è pieno di ignoranti, ma non dico di quelli costretti all’ignoranza dalla vita, dico di quelli che pure avrebbero come non esserlo e preferiscono invece restarvi, e parlano, e parlano, e PARLANO, senza avere idea di cosa dicono, senza avere vergogna, senza pudore né buon senso, strumentalizzando, distorcendo, rendendo le cose ancora più difficili pensando di semplificarle, etichettando le persone, i gruppi, i popoli, trascinando nella propria cecità bruta la massa ottusa, come fanno i politici, i governi, le istituzioni corrotte, per sporco interesse o sordido piacere, confortati e resi autorevoli da un buon posto e un po’ di notorietà, o semplicemente chiacchierando con amici e parenti nei bar e alle feste, nelle piazze o in ufficio, rendendo tutto piatto, inutile, farsesco, merdoso e disprezzabile. E in Italia, uno dei paesi dalla cultura più ricca e antica, sembra si diano convegno.