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Aforismi a buon mercato, vol. 6

38 – Giudizio di Putnam sull’ateismo di Feuerbach: secondo Putnam, con l’umanesimo pensato da Feuerbach si è iniziato a dire “dobbiamo eliminare Dio”; ma questo ha portato a deificare l’uomo e meno di cento anni più tardi si sono avuti due dittatori sanguinari entrambi atei, Hitler e Stalin. Questo giudizio di Putnam è manifestamente assurdo, perché butta a mare l’intera storia della civiltà, a cominciare da quella europea, e attribuisce alla crudeltà il carattere di ateismo. Tutti i grandi conquistatori dall’antichità ad oggi sono stati “deificati” nonostante il carico di morti e sofferenze su cui hanno costruito le loro fortune; il principio alla base delle repressioni politiche e militari di ogni tempo è rimasto lo stesso, sia che fossero fatte in nome di Dio che dello Stato. Le dittature totalitarie del Novecento non hanno avuto nulla a che fare con le idee di Feuerbach e per di più, se probabilmente Stalin era ateo (pur avendo studiato in seminario e parlando come un sacerdote), non lo era però Hitler, che si riempiva la bocca con “Gott mit uns!” e altre eredità spirituali teutoniche. Quindi Putnam ha detto delle sciocchezze, anche se nelle intenzioni voleva rimproverare un modo di fare ideologico in favore del pensiero critico.

39 –  L’imbecille filosofico. È una visione molto ingenua ed errata quella secondo cui la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo resta tale e quale. È vero il contrario: la nostra cultura occidentale è pervasa dalle filosofie maggiori, nessuno di noi può sottrarsi del tutto all’influenza di Kant, di Hegel, di Descartes, di Platone e di Aristotele, per dirne alcuni. Tutta gente che non faceva molto altro oltre a studiare, scrivere, discutere e scervellarsi nelle accademie. Non è necessario averli studiati per ritrovarsi in testa idee o convinzioni in qualche modo influenzate da loro, in positivo o in negativo. Ma al di là di questo, è chiaro che il compito generale dei filosofi, persino di quelli spocchiosi e antipatici che credono di sapere tutto (evidentemente antisocratici 😀 ), è di produrre “orizzonti di senso”, come direbbe Heidegger; di interpretare le situazioni alla luce della ragione con strumenti culturali adeguati e, auspicabilmente, contribuire alla formazione della consapevolezza collettiva sulle questioni che investono l’etica, la conoscenza, la politica, ecc. Dovessero costruire ponti o aerei, non studierebbero Talete, Anassimandro e Anassimene; eppure chi li costruisce può usufruire nella sua vita dei punti di vista di quei pensatori, se non altro perché la scienza ha preso le mosse dalle indagini sulla natura sorte nell’antica Grecia. Il tempo sarà anche poco (chi mai ha tempo oggi per soffermarsi a pensare), ma usarlo per chiudersi la mente in compartimenti stagni resta sempre un errore: l’azione senza ragione può essere più veloce, ma anche cieca.

40 – Una profezia facile e terribile. Quando i fautori di una ragione strumentale pura, tecnicizzante e votata solo all’utilità d’uso, vedranno finalmente realizzata quella cultura prettamente tecnologica che esaltano contro ogni astrattezza intellettuale; quando le scuole e le università abbandoneranno in via definitiva l’insegnamento e la ricerca di discipline considerate obsolete, perché improduttive, come lo studio delle lettere classiche e della filosofia; quando tutto ciò che servirà all’umanità sarà quantificabile solo in rapporto ai vantaggi e agli svantaggi della produzione e del commercio; allora cominceranno le difficoltà di comprensione, di visione complessiva, di elasticità mentale e di pensiero immaginifico che sottendono proprio all’evoluzione della tecnica e all’innovazione produttiva. E sarà lì, nel buio gelido del vuoto creativo, che le persone si renderanno conto di quanto vitale sia la cultura umanistica, di quanto fecondo sia il pensiero rivolto all’umano e al senso delle cose in cui è immerso, proprio nella prospettiva della creatività, nella vita e nella produzione stessa. Perché rinunciare all’umanesimo vuol dire, in ultima istanza, abdicare alla capacità di uscire dal proprio stato di minorità. Allora si renderanno conto che sarà necessario tornare almeno un po’ sui propri passi e che, forse, quel primo passo verso la tecnica strumentale pura non andava fatto.

41 – Lo dicevo nel 2010 e lo ribadisco. Secondo me Berlusconi è un grande uomo di spettacolo, è simpatico, divertente e coinvolgente, quando fa i suoi siparietti fuori dalle arene politiche è persino migliore di tanti intrattenitori professionisti, perciò anch’io posso dire che se smettesse di fare politica e si dedicasse allo spettacolo lo seguirei con gusto, cambiando canale quando ricomincia a dire stronzate.

42 – Big Data et similia. Tutte le preoccupazioni sulle nuove tecnologie, con telefoni, tv e ora automobili smart, che agiscono in maniera quasi autonoma, ascoltando ciò che dici, guidando al posto tuo ecc., mi paiono preoccupazioni esagerate. Certo, bisogna stare sempre attenti, ma, al di là dei pericoli per i criminali veri, molta gente si preoccupa del controllo, del potere, della privacy, tirando in ballo Orwell e il suo 1984. Qui sta l’esagerazione, l’epoca del controllo pervasivo dell‘autorità per mantenere l’ordine è sorpassata da esigenze più lucrative: se ci spiano non è per sapere che idee politiche abbiamo, ma per mandarci pubblicità più convincenti, per offrirci prodotti più allettanti, per spingerci a comprare consumare in maniera più mirata e dispendiosa. Per un ribelle (o un paranoico) sarebbe certo più bello avere un Nemico che spia e controlla per dominare, contro cui rivoltarsi chiamando il proprio dissenso “giusta causa”, ma oggi, nel nord-ovest del capitalismo globalizzato, le cose sono a loro modo più squallide. Tra qualche secolo sarà così anche dove la gente è ora sotto un tallone di ferro.

43 – Diceva Deng Xiaoping: “Non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che acchiappi i topi”. Il pragmatismo espresso in questa massima è l’esatto opposto dell’ideologismo di Mao: infatti, secondo la logica politica maoista, il gatto deve essere del colore giusto, ossia il tecnico, il commissario, l’operaio, l’insegnante ecc. devono essere innanzitutto ideologicamente corretti nella loro impostazione, e solo dopo avere buone capacità. Nella logica di Deng, al contrario, il gatto deve innanzitutto acchiappare i topi, quindi tecnici, operai, insegnanti ecc. devono essere preparati e competenti, portare risultati, e solo dopo devono essere politicamente allineati. La differenza tra queste due concezioni, che costò caro a Deng durante la Rivoluzione Culturale, è anche lo spartiacque tra la Cina disastrata del Grande Timoniere e la Cina ultraproduttiva del Piccolo Timoniere. Anche se Mao resta il fondatore della Cina moderna, quella di oggi è figlia di Deng.

44 – Un buddha sardonico. Le risatine che mi faccio sotto i baffi quando qualcuno mi parla male di persone con certe idee, e vede in quelle idee uno dei peggiori mali del mondo, per poi dirmi che sono una persona speciale e rara, senza neppure sospettare che appartengo proprio a quelle categorie che aborrisce… ah, mi sento così zen.

45 – Il destino dell’umanità. La “tecnica”, tanto vituperata, è neutrale o no? In che senso sarebbe neutrale? E perché non lo sarebbe? Se non lo è, in che senso si muove, cosa combina, è un processo, un fine, un sistema? Cosa differenzia questa “tecnica” dalla scienza, dalla tecnologia, dalla modernità, dalla natura umana? Sarà poi vero che ci sta disumanizzando? Inizio a credere che non sia così. Che non ci sia nessun conflitto reale, solo difficoltà di adattamento. La “tecnica”, la si intenda come si preferisce (tipo Heidegger, tipo Scuola di Francoforte, tipo Bar dello Sport ecc.) è probabilmente l’unica vera forma in cui l’umanità si distingue dalle altre specie. Il “fare” e i suoi modi, con tutte le premesse e le conseguenze culturali e biologiche implicabili, è l’espressione dell’attitudine fondamentale dell’umanità a risolvere i problemi che incontra, fino a crearsene di nuovi pur di continuare a risolverne. La si chiami pure “volontà di potenza” o di dominio, la si chiami sete di conoscenza, nella prospettiva più generalmente teorico-pratica di interazione con il reale, la si chiami in qualsiasi modo; è la “tecnica” la vera caratteristica originale dell’umanità. Ne consegue che abbandonarsi, arrendersi al mondo della “tecnica” fa parte della naturale evoluzione dell’essere umano e se, di conseguenza, tutto diventa manipolabile, è perché in realtà lo è sempre stato e non avrebbe potuto essere altrimenti. La “tecnica”, qualunque cosa sia, ce lo ha solo rivelato dopo il fallimento dei nostri tentativi di ideologizzare spirito e materia. O saremmo ancora adesso ominidi vaganti nelle foreste.

46 – Sullo spauracchio delle menti limitate. La questione dell’uso di prodotti del capitalismo per promuovere la critica ad esso è una costante delle diatribe politiche sulla legittimità delle proprie posizioni. I “gendarmi della coerenza” spesso sono i primi a trovare giustificazioni acrobatiche per le proprie incoerenze. Possono essere sia compagni estremisti, sia (più spesso) avversari che pretendono di sapere come noi dovremmo comportarci in conseguenza delle nostre assurde idee. E quindi, a partire dal Rolex di Fidel Castro e il cachemire di Bertinotti, siamo ora al radical chic con l’i-Phone che posta video anticapitalisti su YouTube. Come se un comunista coerente (ma coerente secondo chi?) dovesse usare solo “cose comuniste” (tipo un social network programmato ai magazzini GUM, magari). Ora, io posso capire che quanto più radicale sia la propria posizione, tanto più diventi essenziale seguire una linea che comporta sacrifici, visto che l’intransigenza è reciproca. Il problema però è che la coerenza ha i suoi limiti, perché è essa stessa un limite: portarla sempre alle estreme conseguenze è il miglior modo di diventare incoerenti da una diversa prospettiva. Come si può evitare di sostentare il capitalismo? Se dovessimo rinunciare a dar sostegno a questo sistema economico, dovremmo smettere di fare la spesa e mangiare solo quello che riusciamo a coltivare in un angolo del giardino; dovremmo creare un combustibile organico per far funzionare i nostri sistemi elettrici staccati dalle reti; dovremmo passare all’uso intensivo e totale della bicicletta; dovremmo ricavare da soli le fibre per cucire da soli i nostri abiti; dovremmo costruircele da soli, le biciclette, e magari anche quei sistemi elettrici autonomi, o passare al caminetto e al forno a legna (alimentati da alberi cresciuti in giardino e costruiti con pietre scavate dalla terra dello stesso); e via dicendo, fino a cose ancor più assurde, solo per non dare alcun sostentamento al capitalismo. Ma questo è un regresso, oltre che un’assurdità, incoerente con il comunismo stesso: il punto non è autoescludersi per non essere complice dello sfruttamento, il punto è partecipare attivamente perché la ricchezza prodotta sia fruibile da tutti, o almeno da una larga maggioranza, anziché dai pochi che detengono la direzione economica. Il socialismo in generale è il movimento attraverso cui le classi subalterne pretendono di partecipare alla libertà e ai diritti di cui godono le élite, con un riequilibrio della situazione. La dico terra terra: internet è un mezzo di comunicazione e se “i poveri” non se lo possono permettere, chi difende i poveri non deve rinunciarvi, semmai battersi perché anche i poveri vi abbiano accesso. Fatta salva la consapevolezza della natura commerciale dei social network e, cosa ancor più importante, sottolineandone la natura effimera della partecipazione, penso che l’uso di Facebook e altri mezzi sia come l’uso del telefono e delle poste, che pure i sovversivi utilizzarono a loro tempo senza problemi.

47 – Indipendenti di parte. A volte mi chiedo come mai ci sia gente con idee chiaramente fascistoidi, sempre pronta a spalare merda su chiunque sia anche lontanamente di sinistra, o straniero, o omosessuale ecc., ma altrettanto pronta a dichiararsi “indipendente”, “né di destra né di sinistra”, “liberale” (mai aggettivo fu più abusato nella storia, specie oggi) e via dicendo. Tutto pur di non ammettere che è di destra, o meglio di estrema destra – anche se in Italia non c’è, purtroppo, molta differenza. Forse costoro si rendono intimamente conto dell’inaccettabilità delle loro posizioni, dello schifo che propugnano, e si vergognano di assumere la propria vera identità? O pensano che se non si dichiarano, non potranno essere etichettate? Gli sproloqui grondanti ignoranza e disprezzo rivelano ciò che negano.

48 – Rientravo a malincuore. Quando si viaggia e si conoscono realtà differenti, non solo come turista, ma anche nella quotidianità dei luoghi e delle culture, si cambia dentro, si modificano le visioni, si acquisiscono altri ritmi e altre abitudini, sia rispetto a se stessi che al proprio orizzonte di pensieri e azioni. Quindi tornare a casa, per quanto bello sia, non è più la stessa cosa. Quel “piccolo mondo” che era la zona di conforto, il luogo conosciuto e accogliente, finisce col diventare troppo stretto. Ed è davvero difficile tornarvi e riabituarsi alla sua misura ormai ridotta. Dopo diversi mesi fuori, l’idea di tornare in Italia non mi va affatto. E ancor meno in un sobborgo a qualche chilometro dal centro città. Per la prima volta l’unica mancanza che sento è della famiglia, perché per il resto vorrei continuare a viaggiare in eterno, inseguire una dimensione esistenziale diversa, costruire qualcosa d’altro, grande, lontano, nel tempo e nello spazio. E spero che quel piccolo mondo non riesca a spegnere questo fuoco appena acceso. (Accadeva due anni fa. Il fuoco è diventato una brace sonnolenta, ma è sempre lì.)

49 – Pensare intorno al burkini. Questioni del genere, al di là delle esagerazioni cui si va incontro nei dibattiti, sono piuttosto complesse e non si possono liquidare con poche parole. Da un lato, si tratta di trovare un equilibrio tra libertà di scelta e rispetto delle diversità; dall’altro, è l’ennesimo esempio di come il corpo femminile sia “di tutti” tranne che delle dirette interessate, un terreno di scontro perenne.
Nel primo caso, il dibattito è inevitabilmente pieno di trappole: la libertà di scelta è laica, il burka/chador/velo o quel che è, è invece una imposizione religiosa, ma se c’è libertà di scelta, perché in uno Stato laico non si può scegliere di seguire i dettami della propria religione? Allo stesso modo, se la libertà di scelta arriva fino a questo punto, non si rischia di dare sempre maggiore spazio alla religione e ai suoi severi dettami, fino a tollerare che per alcuni non vi sia più la libertà di scelta? Uno Stato laico che protegge la libertà, contro l’oscurantismo religioso, ma anche per professare la religione, deve quindi tollerare l’espressione religiosa che limita, o sembra limitare, l’espressione stessa del credente che vi aderisce? Oppure dovrebbe difendere la laicità della società a ogni costo, non tollerando più le pretese religiose degli individui, per non lasciare spazio a forze retrograde come quelle religiose? Ma se lo fa, non è egualmente intollerante verso le diversità, come spesso lo sono le religioni? Qual è il confine?
Nel secondo caso invece, quello del corpo come terreno di scontro, il dibattito rischia di dare importanza a qualcosa che non dovrebbe nemmeno esistere, il “diritto” di decidere cosa la gente, soprattutto le donne, debba indossare per essere “accettabile”. Meglio intervenire per ridicolizzare la questione e i dibattiti assurdi che ne derivano, o starsene in un dignitoso silenzio e lasciare che tutto scorra nel nulla cosmico, come ogni altra notizia da social network? 
Non lo so. Mi torna però in mente Schopenhauer per entrambi i casi…

50 – La fantasia spesso è meglio della realtà, ma qualche volta la realtà ti riserva sorprese che la fantasia non immagina.

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Considerazioni attuali, 2

1 – Su Trump. Il problema non è tanto che sia diventato Presidente. Il problema è che sia stato scelto come candidato repubblicano, che sia arrivato a quel punto. Una volta scelto, le possibilità erano del 50% e anche di più, non solo per l’antipatia che Hilary può suscitare, ma soprattutto perché è normale che dopo otto anni di presidenza democratica, gli americani vogliano cambiare rotta. Ma Trump? Proprio Trump? Emblema dell’antipolitica, è l’espressione dell’America più chiusa e ignorante, più “caciarona” ed egoista. I dubbi sul sistema elettorale, secondo me, sono più pregnanti di quelli sugli hacker russi; in ogni caso Trump è stato votato in massa ed è un segnale drammaticamente forte per la politica occidentale. Questi primi mesi sono forse stati più scandalosi di quanto si potesse immaginare, ma in fin dei conti non dovrebbero sorprendere più di tanto. Un incompetente, smargiasso e menefreghista, che sta pagando le cambiali firmate in campagna elettorale e che, come di consueto, sta anche cambiando idea ogni cinque minuti. Però è stato anche l’unico a scagliarsi contro i magnati (suoi colleghi) per difendere i disoccupati dell’entroterra, come ha detto Michael Moore.

2 – Sulla Corea del Nord. Il fatto che uno Stato praticamente in ginocchio, che vive della carità estorta con le minacce, sia ora al centro dei problemi internazionali recenti, è segnale di un’intenzione latente che in realtà non lo riguarda: destabilizzare la Cina. Direi che è l’unica ragione per andare a stuzzicare la bellicosità di un cane addormentato. Il guaio è che questo cane potrà anche prendere un sacco di bastonate, ma se decide di mordere lascerà una cicatrice profonda. Dubito, sinceramente, che i paesi vicini vogliano davvero una nuova guerra alle porte di casa. O meglio, la ripresa della guerra. Comunque, in generale, Kim Jong Un mi ha deluso, speravo che un giovane che ha pure studiato all’estero avesse la capacità e il coraggio di cambiare qualcosa rispetto agli antenati, invece, come spesso accade, il frutto non cade lontano dall’albero.

3 – Sul Mein Kampf. L’associazione Free Ebrei ha curato una edizione critica del libro di Hitler, presentata come la prima “edizione critica anti fake news“. Un’edizione fondamentale, data la recente ripubblicazione incontrollata del testo, ormai di pubblico dominio. Non ho ancora avuto modo di visionare questa nuova edizione, però mi permetto di recuperare una mia vecchissima recensione, o meglio un consiglio bibliografico di un’altra edizione critica, meno nota, ma secondo me di pregio: Giorgio Galli, Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, Kaos Edizioni 2002.

[riadatto comunque il testo come se lo scrivessi oggi]

Mi ricordo che, [moltissimo] tempo fa su un forum, qualcuno chiese informazioni su quest’opera e quando io raccomandai questa edizione ci furono alcuni commenti piuttosto discutibili in proposito; ad esempio che “questa è l’unica edizione che puoi comprare senza chiederla a bassa voce”, per dire che nell’egemonia culturale di non si sa bene chi, solo adeguandosi ai padroni (quelli veri, che il berlusca vede[va] ovunque) puoi scegliere cosa leggere. O ancora, che “dovrebbero farlo leggere nelle scuole insieme al Manifesto del P.C., perché sono testi alla base dei guai dello scorso secolo”, equiparando così due testi totalmente diversi, confondendo le cause con gli effetti e demonizzando i libri come facevano i naz… oh. Ma guarda un po’.

Va bene, comunque sia, questa edizione a cura di Giorgio Galli non è l’unica di cui è possibile non vergognarsi, ma piuttosto l’unica edizione decente [fino a quest’anno], intendendo con questo aggettivo che il testo originale ed integrale dettato da Hitler è corredato da un’ampia sezione di approfondimento, che contestualizza sia storicamente, sia culturalmente un’opera che non può essere “bevuta” in modo acritico. Nessuno più dello stesso curatore esprime meglio il concetto:

«Questa riedizione del Mein Kampf ha un triplice significato. Il rifiuto etico-intellettuale di ogni tabù e di qualunque forma di censura. La storicizzazione di un testo la cui lettura deve rappresentare un imperituro monito. La denuncia di rimozioni e mistificazioni all’ombra delle quali si vorrebbero legittimare disinvolti quanto pericolosi revisionismi storiografici. È opinione diffusa che il Mein Kampf hitleriano sia un libro dell’orrore, un compendio di farneticazioni. Si può continuare a ritenerlo tale, ma solo dopo averlo letto (e quasi nessuno, oggi, all’inizio del Terzo millennio, lo ha davvero letto), debitamente contestualizzato, e ben compreso nella sua autentica dimensione non già di causa bensì di effetto degenerativo della cultura occidentale»

Giorgio Galli è un affermato storico dalla produzione vasta, sia per numero di libri e articoli, sia per orizzonti di ricerca; alla storiografia “classica” aggiunge lo studio delle culture esoteriche e i rapporti che queste hanno con gli eventi storici. Interessantissimo è il suo Hitler e il nazismo magico: le componenti esoteriche del Reich millenario, edito da BUR, che pure vi consiglio.

4 – Su femministe e body shaming. Non mi tornano i conti: oggi le femministe si battono tanto (e giustamente) contro il predominio delle discriminazioni, dei pregiudizi e delle “classificazioni” della bellezza femminile fatte dagli uomini, però non le sento parlare mai, e dico MAI, di ciò che le stesse donne fanno alle loro simili – per esempio del body shaming assurdo che le donne magre fanno contro le donne grasse. In paesi come gli Stati Uniti escono spesso e volentieri notizie di ragazze grasse prese in giro o insultate per aver scelto vestiti che non nascondo il loro corpo, e fin troppi commenti del genere vengono da altre ragazze. Ho letto oggi di una ragazza in sovrappeso su Twitter che postava selfie con abiti corti e bikini, insultata da altre ragazze (magre); qualche giorno fa, di una impiegata in un negozio di vestiti che si è licenziata dopo che il responsabile del franchising – una donna – le aveva intimato di non pubblicizzare i vestiti in vendita indossandoli, perché non era una modella e non dava una buona immagine (indovinate un po’? Era grassa). Ora, queste due ragazze hanno saputo rispondere a tono e sono state pure incisive, ma quando mai c’è stata una levata di scudi femminista per loro? Forse tra donne non bisogna “combattersi”? O meglio, non bisogna educarsi al rispetto reciproco? Non è una forma di violenza anche il body shaming tra femmine?


la Grande Guerra

Oggi è il centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale, anche detta “Grande Guerra”. La prima vera guerra moderna, uno scontro titanico che dall’Europa si allargò a tutto il mondo e segnò l’inizio del periodo più terribile della Storia, che secondo alcuni storici si è concluso solo con la fine della Seconda guerra mondiale, e l’inizio della guerra fredda. In effetti, tutto ciò che è venuto dopo è stato conseguenza della Grande Guerra: il Trattato di Versailles umiliò tanto la Germania sconfitta da favorire la nascita del nazionalismo nazista; la mancata promessa di territori all’Italia vittoriosa fu uno degli argomenti del primo fascismo; il rientro di Lenin in Russia aiutò lo scoppio della Rivoluzione bolscevica; la crisi politico-economica degli sconfitti rese deboli e fragili gli esperimenti democratici come la Repubblica di Weimar; la portata e le difficoltà dei combattimenti, soprattutto in trincea, diede la spinta fatale verso l’industrializzazione della guerra, l’invenzione di macchine e armi sempre più letali. Si tratta di una visione possibile a posteriori, quella di un unico arco di guerra con una “pausa” nel mezzo, come una nuova Guerra dei Trent’anni; tuttavia la premessa costituita dalla PGM fu fondamentale per lo sviluppo successivo degli eventi, perciò si può ragionevolmente ritenere che, fuori da ogni logica di inevitabilità storica, senza la Grande Guerra ci sarebbero ancora oggi gli imperi centrali.

Fu anche una guerra come non se ne erano mai viste: un massacro senza senso, peggiore, se possibile, delle guerre precedenti, soprattutto per la stagnazione nelle trincee, dove morivano a migliaia per conquistare qualche centinaio di metri. E l’uso del gas velenoso per uccidere il nemico nelle stesse trincee fu un altro lugubre presagio. Inoltre, i principali personaggi protagonisti della storia successiva si formarono proprio nella guerra, dai soldati Hitler e Mussolini allo stratega Churchill. Per l’Italia il conflitto iniziò nel 1915, con la promessa di nuovi territori a nord; alla fine del conflitto fu tra le potenze vincitrici, ma dopo gli accordi del Trattato di Versailles, quella promessa non fu mantenuta e i soldati italiani, in pratica, combatterono e morirono per niente. Il risentimento fu grande, come in Germania, costretta a un risarcimento alla Francia più che centenario, per i danni di guerra. La crisi di Wall Street del 1929 gettò benzina sul fuoco.

Ma il discorso è veramente lungo. Qui, oggi, voglio solo ricordare una data che fu anche un punto di non ritorno, l’inizio del “secolo breve” di Hobsbawm, la premessa a tutto il XX secolo e alle sue conseguenze, che viviamo sulla nostra pelle.

Aggiornamento 2016 – Voglio aggiungere la struggente 1916, dei Motorhead, sull’orrore della guerra.

16 years old when I went to the war,
To fight for a land fit for heroes,
God on my side, and a gun in my hand,
Chasing my days down to zero,
And I marched and I fought and I bled and I died,
And I never did get any older,
But I knew at the time that a year in the line,
Is a long enough life for a soldier,
We all volunteered, and we wrote down our names,
And we added two years to our ages,
Eager for life and ahead of the game,
Ready for history’s pages,
And we brawled and we fought and we whored ‘til we stood,
Ten thousand shoulder to shoulder,
A thirst for the Hun, we were food for the gun,
And that’s what you are when you’re soldiers,

I heard my friend cry, and he sank to his knees,
Coughing blood as he screamed for his mother,
And I fell by his side, and that’s how we died,
Clinging like kids to each other,
And I lay in the mud and the guts and the blood,
And I wept as his body grew colder,
And I called for my mother and she never came,
Though it wasn’t my fault and I wasn’t to blame,
The day not half over and ten thousand slain,
And now there’s nobody remembers our names,
And that’s how it is for a soldier.


Adolf e Iosif

Hitler e Stalin 1

Adolfo e Giuseppe. Come a dire Gianni e Pinotto. O Stanlio e Ollio. Una coppia molto popolare, insomma. Li tirano sempre in mezzo, qualunque sia l’argomento. Come insulto, certo, ma anche come termine di paragone per qualsiasi cosa, come metafora adatta a qualsiasi discorso in qualunque ambito.

Ultimamente sono spuntati fuori durante le danze della campagna elettorale per le europee; presto qualcun altro li nominerà di nuovo, seguendo i passi di innumerevoli predecessori. C’è un esercizio retorico, la reductio ad hitlerum, che spiega bene i meccanismi in base ai quali Adolf, Iosif e qualsiasi altro mattacchione un po’ troppo zelante nell’obliterare chi e cosa non gli piaceva, vengono usati come simbolo di tutto ciò che serve a screditare l’avversario.

Provate anche voi, con qualsiasi cosa, in qualsiasi senso: sei un fumatore? Sei un mostro come Hitler, perché uccidi chi ti sta intorno. Non sei un fumatore? Neanche Hitler fumava, e guarda quanti ne ha ammazzati. Bevi alcolici? Anche Stalin era un ubriacone. Non bevi alcolici? Il proibizionismo di Stalin ha fatto finire nel Gulag un mucchio di gente. E così via. Funziona sempre. Continua a leggere


Totalitarismi. Risposta a un liberale

Michail Chmel'ko - Il trionfo del popolo vittorioso (1949)

Michail Chmel’ko – Il trionfo del popolo vittorioso (1949)

Per festeggiare il cinquantesimo articolo, ho deciso di andarci giù pesante 😀

Qualche anno fa mi ritrovai impegnato in un interessante dibattito con un ragazzo di idee liberali, intelligente, ma con una tendenza neocon ad accomunare le altre ideologie nel calderone del totalitarismo (una categoria inventata proprio dai liberali, a fronte di una esaltazione del modello democratico innestato sull’economia capitalista). Una sua affermazione, in particolare, mi fece prodigare in una lunga risposta. Nazismo e comunismo sono forse la stessa cosa? Hitler e Stalin erano le due facce di una stessa medaglia? Io, naturalmente, non lo credo. Penso sia una comparazione superficiale e ideologica, che non tiene conto delle differenze tra gli ideali, bensì solo delle similitudini tra le esperienze storiche. Un parallelismo si può fare tra forme di governo, controllo, repressione ed organizzazione sociale, nonché culto delle personalità, ma non sul piano delle idee, totalmente opposte le une alle altre. Accostare comunismo e nazismo, considerarli uguali nei contenuti per i risultati storici delle loro applicazioni, è la tendenza omologatrice del pensiero attuale, che io rifiuto. Siccome credo possa essere ancora interessante, anche visto il successo (statistico) dell’altro articolo sullo stalinismo, ho scelto di riproporre quella risposta. Oggi risponderei quasi le stesse cose, specificando meglio alcuni punti su cui penso di essere stato impreciso – ad esempio sulla figura del proletario nel “mondo migliore”: se si tralascia la propaganda, è evidente che in una compiuta società comunista essa non esisterebbe più, scomparendo assieme alla distinzione tra classi sociali. O sulla natura dell’ideologia: per Marx era sì falsa coscienza, ma oggi bisogna tenere in conto anche Gramsci, per il quale l’ideologia è una costruzione di classe, cioè un complesso di idee e di valori che giustificano e indirizzano l’azione delle classi, alimentandone l’egemonia o la lotta per la sua conquista.

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Definire lo stalinismo

Stalin

Ero a Budapest, bellissima capitale dell’Ungheria, e in un caffè vicino al Palazzo Reale ho sentito un giovane turista italiano registrare sull’i-Phone le proprie impressioni; snocciolava telegraficamente, come appunti vocali, i nomi dei luoghi che aveva visitato, seguiti da un breve commento. A un certo punto fa “vista la Casa del Terrore, museo dedicato ai crimini perpetrati dai nazisti e dagli stalinisti”: non ha detto “comunisti”, ha specificato una particolare fazione e definito quindi un’esperienza che, a meno di non essere superficiali, non può estendersi alla totalità del concetto storico-teorico di comunismo. Gli stalinisti, nel caso specifico, erano i comunisti ungheresi e sovietici che dal ’45 in poi, specie con la repressione della Rivolta del ’56, hanno dominato quel paese con mezzi dittatoriali, continuando l’uso della polizia politica come i nazisti prima di loro.

Ma che cosa è effettivamente lo stalinismo? In cosa si differenzia da altri “ismi”? Quando è corretto usare questo termine? Qui entriamo in un terreno accidentato. Non tanto quanto altri, ma comunque un po’ difficile.

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