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‘God of the Gaps’, by George Doutsiopoulos

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Aforismi a buon mercato, vol. 6

38 – Giudizio di Putnam sull’ateismo di Feuerbach: secondo Putnam, con l’umanesimo pensato da Feuerbach si è iniziato a dire “dobbiamo eliminare Dio”; ma questo ha portato a deificare l’uomo e meno di cento anni più tardi si sono avuti due dittatori sanguinari entrambi atei, Hitler e Stalin. Questo giudizio di Putnam è manifestamente assurdo, perché butta a mare l’intera storia della civiltà, a cominciare da quella europea, e attribuisce alla crudeltà il carattere di ateismo. Tutti i grandi conquistatori dall’antichità ad oggi sono stati “deificati” nonostante il carico di morti e sofferenze su cui hanno costruito le loro fortune; il principio alla base delle repressioni politiche e militari di ogni tempo è rimasto lo stesso, sia che fossero fatte in nome di Dio che dello Stato. Le dittature totalitarie del Novecento non hanno avuto nulla a che fare con le idee di Feuerbach e per di più, se probabilmente Stalin era ateo (pur avendo studiato in seminario e parlando come un sacerdote), non lo era però Hitler, che si riempiva la bocca con “Gott mit uns!” e altre eredità spirituali teutoniche. Quindi Putnam ha detto delle sciocchezze, anche se nelle intenzioni voleva rimproverare un modo di fare ideologico in favore del pensiero critico.

39 –  L’imbecille filosofico. È una visione molto ingenua ed errata quella secondo cui la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo resta tale e quale. È vero il contrario: la nostra cultura occidentale è pervasa dalle filosofie maggiori, nessuno di noi può sottrarsi del tutto all’influenza di Kant, di Hegel, di Descartes, di Platone e di Aristotele, per dirne alcuni. Tutta gente che non faceva molto altro oltre a studiare, scrivere, discutere e scervellarsi nelle accademie. Non è necessario averli studiati per ritrovarsi in testa idee o convinzioni in qualche modo influenzate da loro, in positivo o in negativo. Ma al di là di questo, è chiaro che il compito generale dei filosofi, persino di quelli spocchiosi e antipatici che credono di sapere tutto (evidentemente antisocratici 😀 ), è di produrre “orizzonti di senso”, come direbbe Heidegger; di interpretare le situazioni alla luce della ragione con strumenti culturali adeguati e, auspicabilmente, contribuire alla formazione della consapevolezza collettiva sulle questioni che investono l’etica, la conoscenza, la politica, ecc. Dovessero costruire ponti o aerei, non studierebbero Talete, Anassimandro e Anassimene; eppure chi li costruisce può usufruire nella sua vita dei punti di vista di quei pensatori, se non altro perché la scienza ha preso le mosse dalle indagini sulla natura sorte nell’antica Grecia. Il tempo sarà anche poco (chi mai ha tempo oggi per soffermarsi a pensare), ma usarlo per chiudersi la mente in compartimenti stagni resta sempre un errore: l’azione senza ragione può essere più veloce, ma anche cieca.

40 – Una profezia facile e terribile. Quando i fautori di una ragione strumentale pura, tecnicizzante e votata solo all’utilità d’uso, vedranno finalmente realizzata quella cultura prettamente tecnologica che esaltano contro ogni astrattezza intellettuale; quando le scuole e le università abbandoneranno in via definitiva l’insegnamento e la ricerca di discipline considerate obsolete, perché improduttive, come lo studio delle lettere classiche e della filosofia; quando tutto ciò che servirà all’umanità sarà quantificabile solo in rapporto ai vantaggi e agli svantaggi della produzione e del commercio; allora cominceranno le difficoltà di comprensione, di visione complessiva, di elasticità mentale e di pensiero immaginifico che sottendono proprio all’evoluzione della tecnica e all’innovazione produttiva. E sarà lì, nel buio gelido del vuoto creativo, che le persone si renderanno conto di quanto vitale sia la cultura umanistica, di quanto fecondo sia il pensiero rivolto all’umano e al senso delle cose in cui è immerso, proprio nella prospettiva della creatività, nella vita e nella produzione stessa. Perché rinunciare all’umanesimo vuol dire, in ultima istanza, abdicare alla capacità di uscire dal proprio stato di minorità. Allora si renderanno conto che sarà necessario tornare almeno un po’ sui propri passi e che, forse, quel primo passo verso la tecnica strumentale pura non andava fatto.

41 – Lo dicevo nel 2010 e lo ribadisco. Secondo me Berlusconi è un grande uomo di spettacolo, è simpatico, divertente e coinvolgente, quando fa i suoi siparietti fuori dalle arene politiche è persino migliore di tanti intrattenitori professionisti, perciò anch’io posso dire che se smettesse di fare politica e si dedicasse allo spettacolo lo seguirei con gusto, cambiando canale quando ricomincia a dire stronzate.

42 – Big Data et similia. Tutte le preoccupazioni sulle nuove tecnologie, con telefoni, tv e ora automobili smart, che agiscono in maniera quasi autonoma, ascoltando ciò che dici, guidando al posto tuo ecc., mi paiono preoccupazioni esagerate. Certo, bisogna stare sempre attenti, ma, al di là dei pericoli per i criminali veri, molta gente si preoccupa del controllo, del potere, della privacy, tirando in ballo Orwell e il suo 1984. Qui sta l’esagerazione, l’epoca del controllo pervasivo dell‘autorità per mantenere l’ordine è sorpassata da esigenze più lucrative: se ci spiano non è per sapere che idee politiche abbiamo, ma per mandarci pubblicità più convincenti, per offrirci prodotti più allettanti, per spingerci a comprare consumare in maniera più mirata e dispendiosa. Per un ribelle (o un paranoico) sarebbe certo più bello avere un Nemico che spia e controlla per dominare, contro cui rivoltarsi chiamando il proprio dissenso “giusta causa”, ma oggi, nel nord-ovest del capitalismo globalizzato, le cose sono a loro modo più squallide. Tra qualche secolo sarà così anche dove la gente è ora sotto un tallone di ferro.

43 – Diceva Deng Xiaoping: “Non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che acchiappi i topi”. Il pragmatismo espresso in questa massima è l’esatto opposto dell’ideologismo di Mao: infatti, secondo la logica politica maoista, il gatto deve essere del colore giusto, ossia il tecnico, il commissario, l’operaio, l’insegnante ecc. devono essere innanzitutto ideologicamente corretti nella loro impostazione, e solo dopo avere buone capacità. Nella logica di Deng, al contrario, il gatto deve innanzitutto acchiappare i topi, quindi tecnici, operai, insegnanti ecc. devono essere preparati e competenti, portare risultati, e solo dopo devono essere politicamente allineati. La differenza tra queste due concezioni, che costò caro a Deng durante la Rivoluzione Culturale, è anche lo spartiacque tra la Cina disastrata del Grande Timoniere e la Cina ultraproduttiva del Piccolo Timoniere. Anche se Mao resta il fondatore della Cina moderna, quella di oggi è figlia di Deng.

44 – Un buddha sardonico. Le risatine che mi faccio sotto i baffi quando qualcuno mi parla male di persone con certe idee, e vede in quelle idee uno dei peggiori mali del mondo, per poi dirmi che sono una persona speciale e rara, senza neppure sospettare che appartengo proprio a quelle categorie che aborrisce… ah, mi sento così zen.

45 – Il destino dell’umanità. La “tecnica”, tanto vituperata, è neutrale o no? In che senso sarebbe neutrale? E perché non lo sarebbe? Se non lo è, in che senso si muove, cosa combina, è un processo, un fine, un sistema? Cosa differenzia questa “tecnica” dalla scienza, dalla tecnologia, dalla modernità, dalla natura umana? Sarà poi vero che ci sta disumanizzando? Inizio a credere che non sia così. Che non ci sia nessun conflitto reale, solo difficoltà di adattamento. La “tecnica”, la si intenda come si preferisce (tipo Heidegger, tipo Scuola di Francoforte, tipo Bar dello Sport ecc.) è probabilmente l’unica vera forma in cui l’umanità si distingue dalle altre specie. Il “fare” e i suoi modi, con tutte le premesse e le conseguenze culturali e biologiche implicabili, è l’espressione dell’attitudine fondamentale dell’umanità a risolvere i problemi che incontra, fino a crearsene di nuovi pur di continuare a risolverne. La si chiami pure “volontà di potenza” o di dominio, la si chiami sete di conoscenza, nella prospettiva più generalmente teorico-pratica di interazione con il reale, la si chiami in qualsiasi modo; è la “tecnica” la vera caratteristica originale dell’umanità. Ne consegue che abbandonarsi, arrendersi al mondo della “tecnica” fa parte della naturale evoluzione dell’essere umano e se, di conseguenza, tutto diventa manipolabile, è perché in realtà lo è sempre stato e non avrebbe potuto essere altrimenti. La “tecnica”, qualunque cosa sia, ce lo ha solo rivelato dopo il fallimento dei nostri tentativi di ideologizzare spirito e materia. O saremmo ancora adesso ominidi vaganti nelle foreste.

46 – Sullo spauracchio delle menti limitate. La questione dell’uso di prodotti del capitalismo per promuovere la critica ad esso è una costante delle diatribe politiche sulla legittimità delle proprie posizioni. I “gendarmi della coerenza” spesso sono i primi a trovare giustificazioni acrobatiche per le proprie incoerenze. Possono essere sia compagni estremisti, sia (più spesso) avversari che pretendono di sapere come noi dovremmo comportarci in conseguenza delle nostre assurde idee. E quindi, a partire dal Rolex di Fidel Castro e il cachemire di Bertinotti, siamo ora al radical chic con l’i-Phone che posta video anticapitalisti su YouTube. Come se un comunista coerente (ma coerente secondo chi?) dovesse usare solo “cose comuniste” (tipo un social network programmato ai magazzini GUM, magari). Ora, io posso capire che quanto più radicale sia la propria posizione, tanto più diventi essenziale seguire una linea che comporta sacrifici, visto che l’intransigenza è reciproca. Il problema però è che la coerenza ha i suoi limiti, perché è essa stessa un limite: portarla sempre alle estreme conseguenze è il miglior modo di diventare incoerenti da una diversa prospettiva. Come si può evitare di sostentare il capitalismo? Se dovessimo rinunciare a dar sostegno a questo sistema economico, dovremmo smettere di fare la spesa e mangiare solo quello che riusciamo a coltivare in un angolo del giardino; dovremmo creare un combustibile organico per far funzionare i nostri sistemi elettrici staccati dalle reti; dovremmo passare all’uso intensivo e totale della bicicletta; dovremmo ricavare da soli le fibre per cucire da soli i nostri abiti; dovremmo costruircele da soli, le biciclette, e magari anche quei sistemi elettrici autonomi, o passare al caminetto e al forno a legna (alimentati da alberi cresciuti in giardino e costruiti con pietre scavate dalla terra dello stesso); e via dicendo, fino a cose ancor più assurde, solo per non dare alcun sostentamento al capitalismo. Ma questo è un regresso, oltre che un’assurdità, incoerente con il comunismo stesso: il punto non è autoescludersi per non essere complice dello sfruttamento, il punto è partecipare attivamente perché la ricchezza prodotta sia fruibile da tutti, o almeno da una larga maggioranza, anziché dai pochi che detengono la direzione economica. Il socialismo in generale è il movimento attraverso cui le classi subalterne pretendono di partecipare alla libertà e ai diritti di cui godono le élite, con un riequilibrio della situazione. La dico terra terra: internet è un mezzo di comunicazione e se “i poveri” non se lo possono permettere, chi difende i poveri non deve rinunciarvi, semmai battersi perché anche i poveri vi abbiano accesso. Fatta salva la consapevolezza della natura commerciale dei social network e, cosa ancor più importante, sottolineandone la natura effimera della partecipazione, penso che l’uso di Facebook e altri mezzi sia come l’uso del telefono e delle poste, che pure i sovversivi utilizzarono a loro tempo senza problemi.

47 – Indipendenti di parte. A volte mi chiedo come mai ci sia gente con idee chiaramente fascistoidi, sempre pronta a spalare merda su chiunque sia anche lontanamente di sinistra, o straniero, o omosessuale ecc., ma altrettanto pronta a dichiararsi “indipendente”, “né di destra né di sinistra”, “liberale” (mai aggettivo fu più abusato nella storia, specie oggi) e via dicendo. Tutto pur di non ammettere che è di destra, o meglio di estrema destra – anche se in Italia non c’è, purtroppo, molta differenza. Forse costoro si rendono intimamente conto dell’inaccettabilità delle loro posizioni, dello schifo che propugnano, e si vergognano di assumere la propria vera identità? O pensano che se non si dichiarano, non potranno essere etichettate? Gli sproloqui grondanti ignoranza e disprezzo rivelano ciò che negano.

48 – Rientravo a malincuore. Quando si viaggia e si conoscono realtà differenti, non solo come turista, ma anche nella quotidianità dei luoghi e delle culture, si cambia dentro, si modificano le visioni, si acquisiscono altri ritmi e altre abitudini, sia rispetto a se stessi che al proprio orizzonte di pensieri e azioni. Quindi tornare a casa, per quanto bello sia, non è più la stessa cosa. Quel “piccolo mondo” che era la zona di conforto, il luogo conosciuto e accogliente, finisce col diventare troppo stretto. Ed è davvero difficile tornarvi e riabituarsi alla sua misura ormai ridotta. Dopo diversi mesi fuori, l’idea di tornare in Italia non mi va affatto. E ancor meno in un sobborgo a qualche chilometro dal centro città. Per la prima volta l’unica mancanza che sento è della famiglia, perché per il resto vorrei continuare a viaggiare in eterno, inseguire una dimensione esistenziale diversa, costruire qualcosa d’altro, grande, lontano, nel tempo e nello spazio. E spero che quel piccolo mondo non riesca a spegnere questo fuoco appena acceso. (Accadeva due anni fa. Il fuoco è diventato una brace sonnolenta, ma è sempre lì.)

49 – Pensare intorno al burkini. Questioni del genere, al di là delle esagerazioni cui si va incontro nei dibattiti, sono piuttosto complesse e non si possono liquidare con poche parole. Da un lato, si tratta di trovare un equilibrio tra libertà di scelta e rispetto delle diversità; dall’altro, è l’ennesimo esempio di come il corpo femminile sia “di tutti” tranne che delle dirette interessate, un terreno di scontro perenne.
Nel primo caso, il dibattito è inevitabilmente pieno di trappole: la libertà di scelta è laica, il burka/chador/velo o quel che è, è invece una imposizione religiosa, ma se c’è libertà di scelta, perché in uno Stato laico non si può scegliere di seguire i dettami della propria religione? Allo stesso modo, se la libertà di scelta arriva fino a questo punto, non si rischia di dare sempre maggiore spazio alla religione e ai suoi severi dettami, fino a tollerare che per alcuni non vi sia più la libertà di scelta? Uno Stato laico che protegge la libertà, contro l’oscurantismo religioso, ma anche per professare la religione, deve quindi tollerare l’espressione religiosa che limita, o sembra limitare, l’espressione stessa del credente che vi aderisce? Oppure dovrebbe difendere la laicità della società a ogni costo, non tollerando più le pretese religiose degli individui, per non lasciare spazio a forze retrograde come quelle religiose? Ma se lo fa, non è egualmente intollerante verso le diversità, come spesso lo sono le religioni? Qual è il confine?
Nel secondo caso invece, quello del corpo come terreno di scontro, il dibattito rischia di dare importanza a qualcosa che non dovrebbe nemmeno esistere, il “diritto” di decidere cosa la gente, soprattutto le donne, debba indossare per essere “accettabile”. Meglio intervenire per ridicolizzare la questione e i dibattiti assurdi che ne derivano, o starsene in un dignitoso silenzio e lasciare che tutto scorra nel nulla cosmico, come ogni altra notizia da social network? 
Non lo so. Mi torna però in mente Schopenhauer per entrambi i casi…

50 – La fantasia spesso è meglio della realtà, ma qualche volta la realtà ti riserva sorprese che la fantasia non immagina.


Natale


Stare in chiesa e pensare di salvarsi

The_Cathedral

In queste ultime settimane sono tornato in chiesa dopo decenni. Non per mio desiderio, ma per fare compagnia ad alcune persone con le quali, dopo la funzione, vado a pranzo. Ieri è stata la terza domenica passata a sentire i canti, le preghiere e le omelie, guardando tutte quelle persone così partecipi e speranzose invocare Dio e la sua gloria. Questo mi ha fatto riflettere di nuovo su alcuni aspetti della religione e della spiritualità su cui non mi soffermavo da tempo.

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Considerazioni attuali

Avrei voluto riservare questo titolo per qualcosa di un po’ più corposo e organizzato, ma sinceramente non ne trovo uno migliore. Si rifà, in tutta evidenza, alle Considerazioni inattuali di Nietzsche, quattro saggi su varie questioni culturali del suo tempo; come riporta Diego Fusaro sul suo sito: “esse sono inattuali poichè enunciano tesi contrastanti con i valori dominanti e operano per costruire un nuovo futuro, anzichè per avere successo nell’immediato e conquistare l’attualità“. Nel mio caso, al contrario, volevo scrivere qualcosa di assolutamente inserito nel contesto odierno e concentrato sul particolare, sul momentaneo, come impressioni a caldo su eventi e notizie. Non per il successo, ma per una sorta di cronaca personale, prima di lasciar perdere. In seguito, forse, approfondirò alcuni punti. Allora, comincio oggi con una sorta di “rubrica” che si affianca agli aforismi a buon mercato e alle citazioni a iosa.

1 – Sulla Turchia. I militari hanno avuto storicamente il ruolo di guardiani della Costituzione laica e democratica voluta da Ataturk. Nel corso del secolo sono intervenuti varie volte, quando percepivano che i movimenti religiosi stavano prendendo piede, ponendo in pericolo la modernità turca, la sua eccezionalità laica nel mondo islamico. Questa volta non è stato diverso, per i militari; ma lo è stato per la popolazione, che è molto più a favore di Erdogan che dei “discepoli” di Ataturk. La dittatura che sta prendendo piede sarà sempre più una teocrazia. E Ataturk resterà una foto appesa a un chiodo.

2 – Sulla Francia. Questa volta non me la sento di criticare troppo il governo francese, per la mancanza di contromisure. Il terrorismo ha assunto una forma nuova: l’immolazione dei pazzi. L’ISIS non organizza ogni singolo attentato, ogni singola strage. Si “adagia sugli allori” di azioni mostruose compiute da gente disturbata, che nella violenza del terrorismo islamico propagandato dall’organizzazione reale trovano ispirazione, motivazione, giustificazione per sfogare la propria frustrata e fallimentare esistenza. Questo rende il terrorismo internazionale perfettamente adeguato al mondo globalizzato: un terrorismo senza confini, senza contorni definiti, senza solidità organica, un terrorismo liquido e reticolare che può colpire ovunque, più dei vecchi terroristi degli anni Settanta. Perché non c’è più bisogno di covi e armerie, di direzioni centrali, di schemi a cerchi concentrici eccetera. Basta un pazzo violento con armi non convenzionali, come un camion, per gettare una nazione intera nel lutto e nel panico. L’ISIS dà il suo avallo postumo e si ha il terrorismo. In questo caso, islamico.

3 – Sul nome del terrore. Il problema di usare l’aggettivo “islamico” subito dopo “terrorismo”, seppur corretto, è che c’è una marea di xenofobi e reazionari pronta a cogliere ogni occasione per alimentare l’odio, la chiusura e la divisione. D’altra parte, è pur vero che i terroristi odierni sono i primi a definirsi “islamici” e che talvolta, nonostante tutto, la prudenza può essere eccessiva e le cose vanno pur chiamate con il loro nome. Io non ho problemi a farlo. Basta essere coscienti del fatto che “terrorismo islamico” o “di matrice islamica”, o “islamista” e via dicendo, non è e non può essere sinonimo di Islam in generale. Non lo dico per difendere una religione, bensì per riaffermare il laicismo razionale di fronte a tutte le religioni: è naturale che la religione c’entri con il terrorismo, per tutta una serie di motivi, primo fra tutti il potere di persuasione incomparabile della (presunta) parola divina; ma non è possibile né giusto generalizzare la violenza dei mussulmani aderenti al terrorismo come tratto distintivo di TUTTI i mussulmani esistenti.

4 – Su Carlo Giuliani. Ricordo il grande tumulto del G8 di Genova come qualcosa di pazzesco. Fu uno scontro non solo di piazza, ma politico e sociale che coinvolse l’intera nazione. La morte di Giuliani ne fu uno dei momenti peggiori, come l’irruzione nella scuola Diaz. Dopo quindici anni, le ferite sono ancora aperte e come ha detto ZeroCalcare dopo l’oscuramento della sua pagina FB, “la questione di Genova in realtà non è finita, che ci sono ancora pezzi di apparati che continuano a fare una guerra accanita e che sulla narrazione di quelle giornate ci sta ancora uno scontro in corso che non è pacificato per niente”. Personalmente, non ritengo Carlo Giuliani un “martire”, ma certo neppure un delinquente. E’ un ragazzo che è morto durante una durissima protesta di piazza, in parte per la sua scelta di combattere contro le forze dell’ordine, in parte per la violenza e l’incompetenza di quelle stesse forze. In quella situazione è persino andata bene, paradossalmente, che non ce ne siano rimasti di più a terra, come invece succedeva negli anni Settanta. Il fatto che ancora oggi la storia della sua morte accenda il furore delle masse, vuol dire che su di essa si sono concentrate tensioni più grandi, che riguardano tutta la società italiana in un contesto e in un lasso di tempo molto più ampi, e che non possono essere liquidate con leggerezza. Per una visione un po’ più “neutrale”, forse può andar bene la pagina di Wikipedia su di lui, per quanto è possibile.

5 – Sulla Brexit. Nessuno ci credeva, nemmeno io che ho sempre sospettato degli inglesi per aver tenuto, sin dall’inizio dell’UE, un piede fuori dalla porta. Nessuno se lo aspettava, tanto è vero che i più interessati all’Europa, i giovani, hanno disertato le urne, lasciando campo ai vecchi isolazionisti. Per disinteresse, come dice Letta, o per sciatta presunzione classista, come dice ‘sto tizio qui, in ogni caso il risultato ha implicazioni ancora difficili da quantificare. Il Regno Unito potrebbe, stavolta sul serio, dividersi: nel 2014 gli scozzesi votarono contro l’indipendenza proprio per non perdere i vantaggi dell’unione, anche rispetto all’Europa. I movimenti anti-euro e xenofobi potrebbero guadagnare forza, aprendo a scenari foschi (come pensa Lerner), o anche perderla, a seconda di cosa succeda all’Inghilterra. Tutto risulta persino più imprevedibile dell’ipotizzata Grexit, che comunque pare ormai scongiurata. Ma direi che resta interessante l’articolo di Ezio Mauro “Il rancore degli esclusi e la politica che abdica“.

 


Un anno terribile

Io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

— Tiziano Terzani

Per la FranciaIl 2015 è iniziato con la strage della redazione di Charlie Hebdo, è andato avanti con l’avanzata galoppante dell’ISIS in medioriente, tra omicidi, violenze di ogni genere, distruzione di arte e storia, e attentati dinamitardi (come quello in Turchia, fra i molti). Ora si sta chiudendo con un assalto che è in pratica un’azione di guerra, di nuovo a Parigi, di nuovo attraverso un orrore scioccante, e l’inizio di una nuova serie di operazioni militari secondo i modi della guerra contemporanea (per una volta mi pare più efficace dirlo in inglese, modern warfare). Credo sia l’anno peggiore dalla morte di Osama Bin Laden, quando un certo ottimismo si era diffuso rispetto al terrorismo internazionale. Anzi, non poteva andare peggio. Come dissi per Charlie Hebdo, “quanto accaduto in Francia è qualcosa di mostruoso (…) è un regalo ai guerrafondai, ai neofascisti, ai reazionari intolleranti che non vedono l’ora di blindare tutto e fare muro contro muro. Una guerra tra fondamentalisti che si alimenta del sangue di chi crede nella libertà di espressione”, e stavolta è ancor più mostruoso, per quanto incredibile, e ancor più pericoloso. Continua a leggere


Khaled al-Asaad

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Non ho parole per esprimere l’orrore e il disgusto di quanto accaduto a Khaled Asaad. La sua morte brutale, oltre a essere una tragedia, è un simbolo della mostruosità del fanatismo religioso e politico contro l’essere umano, la storia e la cultura. Che possa riposare in pace.

Khaled al-Asaad (Palmira, 1932 – Palmira, 18 agosto 2015) è stato un archeologo, scrittore e traduttore siriano. Dopo l’istruzione di base e superiore ottenuta frequentando le scuole nella sua città natale, proseguì gli studi presso l’Università di Damasco dove si laureò. Nel 1963 fu nominato direttore del museo e del sito archeologico della città di Palmira, carica che mantenne per più di quarant’anni, sino al momento della pensione. È stato indicato come «uno dei più importanti pionieri nel campo dell’archeologia in Siria del ventesimo secolo». Asaad lavorò sin dal 1960 con colleghi statunitensi, francesi, tedeschi e svizzeri nell’indagine sulle prime civiltà a Palmira. Grazie ai risultati di questo lavoro, l’UNESCO nel 1980 riconobbe Palmira come Patrimonio dell’umanità. Asaad pubblicò numerosi articoli su riviste di archeologia e oltre venti libri su Palmira e sulla Via della seta. Conosceva l’aramaico e tradusse diversi testi da quella lingua. Per il suo contributo allo studio dei siti archeologici di Palmira venne insignito dell’Ordine nazionale al merito della Repubblica Francese, dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia e dell’Ordine al Merito della Repubblica tunisina. Era membro del partito Ba’th. A metà luglio del 2015 è stato rapito dai militanti dello Stato Islamico e ripetutamente torturato. Il quotidiano britannico The Guardian ha riferito che Asaad avrebbe rifiutato di fornire informazioni su dove fossero nascoste antiche opere d’arte. Il 18 agosto 2015 Asaad è stato ucciso sulla piazza di fronte al Museo della città nuova di Palmira, Tadmor, e in seguito il suo corpo è stato esposto al pubblico.

[da Wikipedia]