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Considerazioni attuali

Avrei voluto riservare questo titolo per qualcosa di un po’ più corposo e organizzato, ma sinceramente non ne trovo uno migliore. Si rifà, in tutta evidenza, alle Considerazioni inattuali di Nietzsche, quattro saggi su varie questioni culturali del suo tempo; come riporta Diego Fusaro sul suo sito: “esse sono inattuali poichè enunciano tesi contrastanti con i valori dominanti e operano per costruire un nuovo futuro, anzichè per avere successo nell’immediato e conquistare l’attualità“. Nel mio caso, al contrario, volevo scrivere qualcosa di assolutamente inserito nel contesto odierno e concentrato sul particolare, sul momentaneo, come impressioni a caldo su eventi e notizie. Non per il successo, ma per una sorta di cronaca personale, prima di lasciar perdere. In seguito, forse, approfondirò alcuni punti. Allora, comincio oggi con una sorta di “rubrica” che si affianca agli aforismi a buon mercato e alle citazioni a iosa.

1 – Sulla Turchia. I militari hanno avuto storicamente il ruolo di guardiani della Costituzione laica e democratica voluta da Ataturk. Nel corso del secolo sono intervenuti varie volte, quando percepivano che i movimenti religiosi stavano prendendo piede, ponendo in pericolo la modernità turca, la sua eccezionalità laica nel mondo islamico. Questa volta non è stato diverso, per i militari; ma lo è stato per la popolazione, che è molto più a favore di Erdogan che dei “discepoli” di Ataturk. La dittatura che sta prendendo piede sarà sempre più una teocrazia. E Ataturk resterà una foto appesa a un chiodo.

2 – Sulla Francia. Questa volta non me la sento di criticare troppo il governo francese, per la mancanza di contromisure. Il terrorismo ha assunto una forma nuova: l’immolazione dei pazzi. L’ISIS non organizza ogni singolo attentato, ogni singola strage. Si “adagia sugli allori” di azioni mostruose compiute da gente disturbata, che nella violenza del terrorismo islamico propagandato dall’organizzazione reale trovano ispirazione, motivazione, giustificazione per sfogare la propria frustrata e fallimentare esistenza. Questo rende il terrorismo internazionale perfettamente adeguato al mondo globalizzato: un terrorismo senza confini, senza contorni definiti, senza solidità organica, un terrorismo liquido e reticolare che può colpire ovunque, più dei vecchi terroristi degli anni Settanta. Perché non c’è più bisogno di covi e armerie, di direzioni centrali, di schemi a cerchi concentrici eccetera. Basta un pazzo violento con armi non convenzionali, come un camion, per gettare una nazione intera nel lutto e nel panico. L’ISIS dà il suo avallo postumo e si ha il terrorismo. In questo caso, islamico.

3 – Sul nome del terrore. Il problema di usare l’aggettivo “islamico” subito dopo “terrorismo”, seppur corretto, è che c’è una marea di xenofobi e reazionari pronta a cogliere ogni occasione per alimentare l’odio, la chiusura e la divisione. D’altra parte, è pur vero che i terroristi odierni sono i primi a definirsi “islamici” e che talvolta, nonostante tutto, la prudenza può essere eccessiva e le cose vanno pur chiamate con il loro nome. Io non ho problemi a farlo. Basta essere coscienti del fatto che “terrorismo islamico” o “di matrice islamica”, o “islamista” e via dicendo, non è e non può essere sinonimo di Islam in generale. Non lo dico per difendere una religione, bensì per riaffermare il laicismo razionale di fronte a tutte le religioni: è naturale che la religione c’entri con il terrorismo, per tutta una serie di motivi, primo fra tutti il potere di persuasione incomparabile della (presunta) parola divina; ma non è possibile né giusto generalizzare la violenza dei mussulmani aderenti al terrorismo come tratto distintivo di TUTTI i mussulmani esistenti.

4 – Su Carlo Giuliani. Ricordo il grande tumulto del G8 di Genova come qualcosa di pazzesco. Fu uno scontro non solo di piazza, ma politico e sociale che coinvolse l’intera nazione. La morte di Giuliani ne fu uno dei momenti peggiori, come l’irruzione nella scuola Diaz. Dopo quindici anni, le ferite sono ancora aperte e come ha detto ZeroCalcare dopo l’oscuramento della sua pagina FB, “la questione di Genova in realtà non è finita, che ci sono ancora pezzi di apparati che continuano a fare una guerra accanita e che sulla narrazione di quelle giornate ci sta ancora uno scontro in corso che non è pacificato per niente”. Personalmente, non ritengo Carlo Giuliani un “martire”, ma certo neppure un delinquente. E’ un ragazzo che è morto durante una durissima protesta di piazza, in parte per la sua scelta di combattere contro le forze dell’ordine, in parte per la violenza e l’incompetenza di quelle stesse forze. In quella situazione è persino andata bene, paradossalmente, che non ce ne siano rimasti di più a terra, come invece succedeva negli anni Settanta. Il fatto che ancora oggi la storia della sua morte accenda il furore delle masse, vuol dire che su di essa si sono concentrate tensioni più grandi, che riguardano tutta la società italiana in un contesto e in un lasso di tempo molto più ampi, e che non possono essere liquidate con leggerezza. Per una visione un po’ più “neutrale”, forse può andar bene la pagina di Wikipedia su di lui, per quanto è possibile.

5 – Sulla Brexit. Nessuno ci credeva, nemmeno io che ho sempre sospettato degli inglesi per aver tenuto, sin dall’inizio dell’UE, un piede fuori dalla porta. Nessuno se lo aspettava, tanto è vero che i più interessati all’Europa, i giovani, hanno disertato le urne, lasciando campo ai vecchi isolazionisti. Per disinteresse, come dice Letta, o per sciatta presunzione classista, come dice ‘sto tizio qui, in ogni caso il risultato ha implicazioni ancora difficili da quantificare. Il Regno Unito potrebbe, stavolta sul serio, dividersi: nel 2014 gli scozzesi votarono contro l’indipendenza proprio per non perdere i vantaggi dell’unione, anche rispetto all’Europa. I movimenti anti-euro e xenofobi potrebbero guadagnare forza, aprendo a scenari foschi (come pensa Lerner), o anche perderla, a seconda di cosa succeda all’Inghilterra. Tutto risulta persino più imprevedibile dell’ipotizzata Grexit, che comunque pare ormai scongiurata. Ma direi che resta interessante l’articolo di Ezio Mauro “Il rancore degli esclusi e la politica che abdica“.

 


Un anno terribile

Io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

— Tiziano Terzani

Per la FranciaIl 2015 è iniziato con la strage della redazione di Charlie Hebdo, è andato avanti con l’avanzata galoppante dell’ISIS in medioriente, tra omicidi, violenze di ogni genere, distruzione di arte e storia, e attentati dinamitardi (come quello in Turchia, fra i molti). Ora si sta chiudendo con un assalto che è in pratica un’azione di guerra, di nuovo a Parigi, di nuovo attraverso un orrore scioccante, e l’inizio di una nuova serie di operazioni militari secondo i modi della guerra contemporanea (per una volta mi pare più efficace dirlo in inglese, modern warfare). Credo sia l’anno peggiore dalla morte di Osama Bin Laden, quando un certo ottimismo si era diffuso rispetto al terrorismo internazionale. Anzi, non poteva andare peggio. Come dissi per Charlie Hebdo, “quanto accaduto in Francia è qualcosa di mostruoso (…) è un regalo ai guerrafondai, ai neofascisti, ai reazionari intolleranti che non vedono l’ora di blindare tutto e fare muro contro muro. Una guerra tra fondamentalisti che si alimenta del sangue di chi crede nella libertà di espressione”, e stavolta è ancor più mostruoso, per quanto incredibile, e ancor più pericoloso. Continua a leggere


Khaled al-Asaad

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Non ho parole per esprimere l’orrore e il disgusto di quanto accaduto a Khaled Asaad. La sua morte brutale, oltre a essere una tragedia, è un simbolo della mostruosità del fanatismo religioso e politico contro l’essere umano, la storia e la cultura. Che possa riposare in pace.

Khaled al-Asaad (Palmira, 1932 – Palmira, 18 agosto 2015) è stato un archeologo, scrittore e traduttore siriano. Dopo l’istruzione di base e superiore ottenuta frequentando le scuole nella sua città natale, proseguì gli studi presso l’Università di Damasco dove si laureò. Nel 1963 fu nominato direttore del museo e del sito archeologico della città di Palmira, carica che mantenne per più di quarant’anni, sino al momento della pensione. È stato indicato come «uno dei più importanti pionieri nel campo dell’archeologia in Siria del ventesimo secolo». Asaad lavorò sin dal 1960 con colleghi statunitensi, francesi, tedeschi e svizzeri nell’indagine sulle prime civiltà a Palmira. Grazie ai risultati di questo lavoro, l’UNESCO nel 1980 riconobbe Palmira come Patrimonio dell’umanità. Asaad pubblicò numerosi articoli su riviste di archeologia e oltre venti libri su Palmira e sulla Via della seta. Conosceva l’aramaico e tradusse diversi testi da quella lingua. Per il suo contributo allo studio dei siti archeologici di Palmira venne insignito dell’Ordine nazionale al merito della Repubblica Francese, dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia e dell’Ordine al Merito della Repubblica tunisina. Era membro del partito Ba’th. A metà luglio del 2015 è stato rapito dai militanti dello Stato Islamico e ripetutamente torturato. Il quotidiano britannico The Guardian ha riferito che Asaad avrebbe rifiutato di fornire informazioni su dove fossero nascoste antiche opere d’arte. Il 18 agosto 2015 Asaad è stato ucciso sulla piazza di fronte al Museo della città nuova di Palmira, Tadmor, e in seguito il suo corpo è stato esposto al pubblico.

[da Wikipedia]


Non si tratta di un trattato

versi bibbia

Da tempo medito di scrivere una serie di articoli sull’ateismo, su come lo intendo, su come si può mettere in relazione a temi etici, su come si potrebbe conciliare con alcune visioni in certo modo “spirituali” ecc., ma è una di quelle cose che per essere fatte bene richiedono tempo e impegno, due risorse che ultimamente devo riservare per intero al lavoro.

Tuttavia, una nota breve breve me la posso concedere e riguarda una affermazione così fuorviante da farmi correre a sfogliare la Bibbia che, come tutti, ho in casa. Navigando in cerca di immagini di persone considerate come grandi esponenti dell’ateismo, mi sono imbattuto in un lungo articolo di un tizio in tutta evidenza molto impegnato nelle Sacre Scritture. Tra le innumerevoli citazioni di versi, quella che ha attirato la mia attenzione (e che giustificava la presenza in foto di Nietzsche, Freud e altri compari) riguardava un presunto “trattato di ateologia” contenuto nella Bibbia, precisamente in Sapienza 14, 12-21. Niente di meno, un TRATTATO di argomenti ateistici nel Vecchio Testamento! Come resistere? Continua a leggere


Altri aforismi a buon mercato

5 – Limiti, parte I. La religione non può più basarsi sulla concezione dell’origine del mondo, dell’universo e dell’uomo, poiché le risposte che forniva prima dell’avvento delle scienze naturali non erano soltanto spirituali, ma anche “fisiche”, erano il tentativo umano di spiegarsi l’esistenza delle cose; oggi quella valenza è totalmente scomparsa con le conoscenze scientifiche e tentare di porsi in alternativa è folle e pericoloso, in fin dei conti anche per la stessa religione. Sono infatti i religiosi a sbagliare attendendo dalla scienza le conferme alle sacre scritture (certo una scienza deviata, sottomessa all’ideologia come quella che Ratzinger auspica, o come il “progetto intelligente”), perché quelle conferme non arriveranno mai e anzi è più probabile che arrivino smentite ulteriori. La fede non deve cercare prove e deve ritirarsi nell’interiorità dei singoli come momento di formazione spirituale, come maniera di vedere il mondo.

6 – Limiti, parte II. Religione, filosofia, scienza e altri campi d’indagine non sono mai sufficienti a spiegare il Tutto; non lo sono perché ogni persona ha esigenze diverse che la fanno tendere verso l’una o l’altra cosa. Se una di quelle discipline fosse sufficiente di per sé, allora arriverebbe a soddisfare tutti e soppianterebbe le altre; ma così non è, può essere sufficiente solo per determinati individui che hanno loro propensioni.
Per me la filosofia e almeno una parte della scienza sono sufficienti per non credere nella religione; altre persone trovano insufficienti gli stessi campi e hanno soddisfazione in forme religiose e rituali. Si può sempre cambiare idea, ma penso che ognuno tenda verso ciò che gli è più congeniale; in particolare non credo sia possibile realmente “convertire” qualcuno all’ateismo, quanto piuttosto indurlo a comprendere che quella sia (o non sia) la sua via spirituale. Le prove e le dimostrazioni servono a chi ne ha bisogno.

7 – Lettera al padre dei tomisti. Caro Tommaso d’Aquino,
a volte penso alle tue dimostrazioni dell’esistenza di Dio e, pur rifiutandole, devo riconoscere che in fondo tu hai colto un elemento proprio della fede in sé: chiamiamo “Dio” ciò che non si conosce. E’ paradossale, visto che tu parli proprio della conoscenza di Dio raggiungibile razionalmente; ma risalire di causa in causa porta sempre ad un punto in cui tutto diventa teorico, ipotetico, come una porta dietro una porta dietro un’altra porta che è seguita da altre porte… non sappiamo se le porte siano infinite, se e quando apriremo l’ultima porta cosa troveremo dietro, ma ad un punto in cui non riusciamo più ad andare avanti possiamo riposarci l’intelletto postulando quella causa prima, fonte di tutti i sistemi esistenti e giustificazione (più che mai) razionale di un mondo troppo più grande di noi.
Arrivederci e grazie, GoatWolf

8 – Chiodo di garofano. “Socialismo scientifico” oggi sembra non solo una parolaccia, ma anche una idea fondamentalmente sbagliata, perché non avrebbe nulla di scientifico, ma solo di dottrinario. Beh, è falso. La scienza è metodo, essa non appartiene solo alle scienze esatte, e comunque i risultati non devono per forza essere incontrovertibili; scientifico non è dogmatico, come dimostra il continuo lavoro di Marx nel corso degli anni. Altri, dopo di lui, e non solo epigoni come pure detrattori, hanno dogmatizzato e dunque privato di scientificità il suo socialismo.
Oggi, liberi dall’ideologia, dai partiti soverchianti, dalle gabbie retoriche e politiche, possiamo ritrovare il vero senso del marxismo ed essere pensatori nuovi, ricercatori nuovi, rivoluzionari nuovi, mai moderati, estremisti senza dogmi, massimalisti di un ritrovato umanesimo radicale.

9 – Utopia e duro lavoro. Non credo che le utopie siano realmente tali, cioè che siano ideali irrealizzabili e perciò fallimentari in se stessi. Se andiamo all’orgine del termine, “utopia” indica qualcosa che non sta in nessun luogo, quindi è irraggiungibile perché inesistente; ma da questo punto di vista qualsiasi idea, anche la più pragmatica, è un’utopia. Le idee non esistono nella realtà, non hanno forza concreta, non agiscono e non possono agire finché qualcuno non prova a metterle in pratica, dunque è la pratica, più che le idee, a dover essere presa in considerazione. Allora se un’utopia viene messa in pratica, diventa esperimento e pertanto ha effetti concreti, influenze reali sulla vita delle persone: la discrepanza esistente tra l’ideale utopico e i suoi tentativi di realizzazione fa parte della prassi, della normale amministrazione e organizzazione del lavoro in vista della riuscita dell’esperimento, che deve necessariamente fare i conti con il complesso di condizioni e variabili possibili della pratica e dei rapporti reali. Ciò vuol dire che un’utopia, un “sogno di una cosa”, non è irrealizzabile in sé, quanto piuttosto è un obiettivo, una guida o, se mi permettete la metafora, fari di luce che indicano vie verso mete cui approssimarsi sempre più, con un viaggio fatto di impegno individuale e collettivo. Ossia, molto, se non tutto, si può realizzare se ai sospiri della fantasia si sostituisce il duro lavoro per il conseguitmento di risultati quanto più possibile tendenti all’obiettivo ideale. Senza però pretendere che ideale e reale debbano essere assolutamente combacianti: per tornare all’inizio, ciò che è ideale non esiste concretamente in nessun luogo, per questo è apparentemente perfetto e auspicabile, mentre ciò che è reale esiste nei rapporti e nelle relazioni, nella vita e nel quotidiano, immerso e in effetti costituito da una rete di problemi, costanti, variabili e imprecisioni che influenzano il lavoro e allontanano dalla perfezione dell’ideale, inevitabilmente.