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Un amico di destra

Quello che segue è un vecchio articolo rimasto a livello di bozza per qualche anno. Ho deciso di completarlo pur avendo cambiato, nel frattempo, alcune prospettive. In questi ultimi tempi, il degrado della politica e della società civile nel nostro Paese ha raggiunto un limite che non era stato toccato da decenni. Non potrei, in tutta sincerità, accettare tra i miei amici un sostenitore dei delinquenti che stanno stravolgendo l’integrità delle nostre istituzioni, della nostra etica civile e della nostra cultura. Purtroppo è un periodo di forte polarizzazione e, anche rifiutando la logica tribale oggi così diffusa, ci costringe comunque a prendere posizione e tracciare una linea. Ma quello che segue vuole essere un’esortazione a vedere il lato positivo di discutere con persone che la pensano all’opposto, e lo propongo proprio in reazione alla logica tribale.

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Premesso che nelle amicizie non faccio grandi discriminazioni politiche, perché trovo sciocco basare i rapporti interpersonali su giudizi “ideologici”, mi pare piuttosto normale che ognuno di noi tenda a circondarsi di persone in qualche modo simili a sé. Di conseguenza, gran parte delle persone che posso considerare amiche hanno una visione del mondo relativamente simile alla mia; però tra la scuola, l’università e gli ambienti di lavoro e di piacere, ne ho conosciute di persone che la pensano diversamente e magari all’opposto. D’altra parte ho anche evitato di coltivare rapporti con gente che, pur avendo idee vicine alle mie, era per altri versi poco interessante o gradevole. Ci sono poi alcune conoscenze che si fanno per forza di cose, come parenti o amici stretti di amici, con cui si deve avere a che fare senza poter davvero operare una normale selezione.

Di amici di destra ne ho quindi diversi. Alcuni lo sono da sempre (di destra, intendo), altri lo sono diventati in seguito a delusioni più o meno cocenti a sinistra (questi sono i più “cattivi”). Averli, quando si è marxisti impenitenti e, loro, di tendenze reazionarie, può essere fonte di stress, ma anche di sforzi intellettuali. Uno in particolare mi stimola molto a interrogarmi su ciò che penso, perché spesso e volentieri dice cose talmente assurde da mandarmi fuori dai gangheri, eppure è così convincente e sicuro di sé che non di rado mi trovo in difficoltà a fargli capire dove sbaglia su cosa non concordo e come mai.

Questo amico, che chiamerò Roque, è poco più giovane di me, ha fatto un sacco di esperienze lavorative più di me, legge abbastanza, si informa molto, ed è a metà tra un liberale e un nazista. Essendo straniero, va detto, ha avuto a che fare con una situazione politica un po’ diversa da quella italiana. Lo conosco da qualche anno e, da quanto mi ha raccontato, ha avuto un suo (breve) periodo a sinistra, ha sempre ammirato Che Guevara e si è persino impegnato in alcune campagne di propaganda al livello locale, durante le quali ha assistito a giochi e giochetti poco edificanti che hanno dato un primo colpo alle sue (fragili) convinzioni. Poi, ha saputo da vari mezzi di informazione (non so quanto affidabili, ma convincenti) di casi di corruzione e “inciuci” degradanti, ben lontani dalla morale sbandierata dalla sinistra e, avendo una predisposizione a vedere le cose in bianco e nero, ha abbandonato non solo la simpatia per il partito, ma pure il discernimento critico tra persone e teoria, per cui è diventato anticomunista. E per anticomunista intendo genericamente contro ogni tipo di sinistra, se non per alcuni aspetti particolari di cui dirò poi.

Il suo motto, per la frequenza con cui lo dice, è si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra – in senso letterale!). Per fare un elenco ideale, direi che Roque ritiene giusto o opportuno:

  • andare in giro armati (di pistola o almeno di coltello);
  • uccidere i criminali sul posto, se oppongono resistenza;
  • comminare la pena di morte anche per reati di corruzione;
  • risolvere le diatribe politiche con forme di lotta violenta, se la giustizia o la dialettica non funzionano;
  • punire severamente chi si comporta male, non importa cosa abbia fatto o da quale situazione provenga (niente scuse tipo “vittima della società”, insomma);
  • rivalutare l’azione dei regimi militari in quanto portatori di ordine;
  • smetterla con le continue tutele statali di categorie di persone, tra quote e sussidi, che creano parassiti e forme di discriminazione “al contrario”;
  • stessa cosa per il politically correct;
  • abolire o abbassare nettamente la tassazione, dato che non ritorna sotto forma di servizi ma solo come “mangime” per i politici;
  • viaggiare liberamente per il mondo, ma rispettare le regole altrui – quindi i migranti, specie i mussulmani, dovrebbero starsene a casa loro;
  • tenere d’occhio ebrei e massoni per le loro attività lobbistico-cospirative.

Tuttavia, quando si parla di soluzioni e realizzazioni, Roque sembra avere una gran confusione in testa. Il fatto di difendere un regime militare per l’ordine che porterebbe e allo stesso tempo predicare la possibilità di girare armati, non fa scattare in lui la contraddizione tra le esigenze di ordine e il controllo dei cittadini: come può una dittatura lasciare che i cittadini si armino? E se si ribellassero? E poi, a che servono le forze dell’ordine se i cittadini possono difendersi (e farsi “giustizia”) da soli? Poi, la tassazione: come fa uno stato, ancor più di polizia, a sostenersi se la gente non paga le tasse? I privati comunque dovrebbero pagare tasse per mantenere un apparato militare forte. Ma supponendo che non ci sia più bisogno di uno stato, che tutti i servizi compreso l’ordine diventino affare privato, come si fa a garantire a tutti l’educazione, la sanità e la sicurezza, condizioni basilari per la vita sociale, se bisogna pagare per ogni cosa? Eh sì, perché dal punto di vista sociale, Roque si lamenta anche dell’ignoranza che porta la gente a votare per carogne corrotte, che non avrebbero speranze se la gente sapesse, se si rendesse conto, se ricevesse un’educazione adeguata. Un popolo ignorante è facilmente manipolabile.

Qui c’è una vaga coerenza con il liberalismo: lo “stato minimo” dovrebbe continuare a occuparsi di quei servizi come un apparato amministrativo. Niente anarco-capitalismo, insomma. Però lo stato deve essere minimo sul serio, occuparsi solo di arbitrare e mantenere una certa coerenza sociale. Per Roque si tratta in ogni caso di una concessione al socialismo, perché è convinto che lo stato minimo sia socialista, probabilmente per una superficiale conoscenza dell’idea marxiana di estinzione dello stato. Insomma, vi è uno strano miscuglio tra individualismo, liberalismo, statalismo, militarismo e forme di stato sociale.

Tracciato questo quadro, devo dire che le sue osservazioni sono talvolta così semplici, o semplicistiche, che faccio fatica a rispondergli, dando per scontate conoscenze di principi e teorie, concordanze logiche e di valori ecc.; quello che per me è ovvio, per lui non lo è affatto. Perciò devo tornare sulle mie convinzioni e analizzarle minuziosamente per ricostruirne la genesi e l’evoluzione logica, in modo da spiegare per bene come mai non la penso come lui. E questo è un esercizio davvero interessante, oltre che impegnativo e persino stressante. D’altro canto, come posso convincerlo (sempre ammesso che debba farlo), o comunque ribattere e mantenere il punto, se io per primo non sono “fermo” sulle idee che porto avanti? Fermo, saldo, sempre pronto. Sempre cosciente. Perché invece vi assicuro che Roque è un database vivente di informazioni, che sa tirare fuori in qualsiasi momento per andare contro ciò che non gli va a genio (ossia quasi tutto); ed è bravissimo a ricercare quello che vuol sapere: se deve leggere 300 pagine su un determinato tema, non smette prima di arrivare alla fine. E ricorda tutto. Un talento personale invidiabile. L’unico problema è che non ha, secondo me, le ferramenta culturali per elaborare quelle informazioni, dato che se sono 300 pagine di cazzate, ma sono convincenti, lui le accetta e non ci sono santi che gli facciano cambiare idea.

In realtà, mi chiedo se, proprio a causa di questo suo modo di essere, valga la pena di affrontare chissà quali discussioni. Non credo proprio che riuscirei a fargli cambiare idea, né lui la farebbe cambiare a me. Discutere seriamente porterebbe a una rottura inevitabile. Semmai dovrei dargli suggerimenti, indicazioni, qualche direzione da seguire per ampliare il suo orizzonte, sperando che questo lo moderi un po’ nelle sue granitiche convinzioni. D’altra parte, ascoltare le sue idee mi prepara a ricercare argomenti su temi cari alla destra e rispondere in modo adeguatamente strutturato, non a lui direttamente, ma a chiunque. Con la importante differenza che, rispetto a molta gente, Roque sa sempre di cosa sta parlando, anche quando sbaglia, motiva tutte le sue affermazioni e conserva una lieve speranza di cambiare posizione se nuovi elementi siano sufficientemente convincenti (cioè molto, ma molto convincenti).

Se la pensiamo allo stesso modo, come possiamo valutare la qualità delle nostre idee? Dove si pone il limite, il confine che ci divide? Esiste una zona franca in cui incontrarsi e dialogare? E se non c’è, cosa possiamo trarre di buono dalla nostra inconciliabilità? Forse nella risposta a queste domande si trova la chiave di una convivenza sempre più difficile.

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Sulla possibilità della Rivoluzione

Oggi è il novantasettesimo anniversario della Rivoluzione russa. La rivoluzione, come concetto, sta rapidamente tramontando nelle forme insurrezionali che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, lasciando il passo a “microresistenze” diffuse, imperniate sulla contingenza e portate avanti da soggetti temporanei. Tuttavia la rivoluzione ha avuto forme diverse durante tutto il periodo moderno, e i grandi successi sono stati preceduti e seguiti da numerosi, tragici fallimenti. Per commemorare questa ricorrenza, voglio segnalare un testo di Engels, l’Introduzione all’edizione del 1895 de Le lotte di classe in Francia di Marx (scritto nel 1850), in cui l’ormai anziano pensatore esamina non solo il testo dell’amico, ma la possibilità di future rivoluzioni e della continuità della lotta politica per una società nuova, nonostante i fallimenti. Lascio pertanto il link alla pagina del Marxist Internet Archive (in italiano).

Introduzione a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

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Totalitarismi. Risposta a un liberale

Michail Chmel'ko - Il trionfo del popolo vittorioso (1949)

Michail Chmel’ko – Il trionfo del popolo vittorioso (1949)

Per festeggiare il cinquantesimo articolo, ho deciso di andarci giù pesante 😀

Qualche anno fa mi ritrovai impegnato in un interessante dibattito con un ragazzo di idee liberali, intelligente, ma con una tendenza neocon ad accomunare le altre ideologie nel calderone del totalitarismo (una categoria inventata proprio dai liberali, a fronte di una esaltazione del modello democratico innestato sull’economia capitalista). Una sua affermazione, in particolare, mi fece prodigare in una lunga risposta. Nazismo e comunismo sono forse la stessa cosa? Hitler e Stalin erano le due facce di una stessa medaglia? Io, naturalmente, non lo credo. Penso sia una comparazione superficiale e ideologica, che non tiene conto delle differenze tra gli ideali, bensì solo delle similitudini tra le esperienze storiche. Un parallelismo si può fare tra forme di governo, controllo, repressione ed organizzazione sociale, nonché culto delle personalità, ma non sul piano delle idee, totalmente opposte le une alle altre. Accostare comunismo e nazismo, considerarli uguali nei contenuti per i risultati storici delle loro applicazioni, è la tendenza omologatrice del pensiero attuale, che io rifiuto. Siccome credo possa essere ancora interessante, anche visto il successo (statistico) dell’altro articolo sullo stalinismo, ho scelto di riproporre quella risposta. Oggi risponderei quasi le stesse cose, specificando meglio alcuni punti su cui penso di essere stato impreciso – ad esempio sulla figura del proletario nel “mondo migliore”: se si tralascia la propaganda, è evidente che in una compiuta società comunista essa non esisterebbe più, scomparendo assieme alla distinzione tra classi sociali. O sulla natura dell’ideologia: per Marx era sì falsa coscienza, ma oggi bisogna tenere in conto anche Gramsci, per il quale l’ideologia è una costruzione di classe, cioè un complesso di idee e di valori che giustificano e indirizzano l’azione delle classi, alimentandone l’egemonia o la lotta per la sua conquista.

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Lovecraft politico. Critica a De Turris e Fusco

Prima o poi scriverò qualcosa sul mondo assurdo e spaventoso creato dal genio di Howard Phillips Lovecraft, su come ne ebbi vaga conoscenza sin da bambino e quanto mi abbia colpito in seguito, leggendo i suoi straordinari racconti. Vorrei occuparmene per bene e con calma, ma per far questo devo rimandare a un momento più tranquillo il mio interesse letterario. Oggi mi voglio invece occupare di una diatriba vecchio stampo, la politicizzazione di un autore e con lui di un genere letterario che, di per sé, parla all’interiorità onirica di ognuno di noi, senza perdersi dietro a etichette culturali di dubbio valore; gli esempi si sprecano, vista la smania di affibbiare le suddette etichette qui da noi in Italia, continuando una tradizione che aveva forse senso negli anni Settanta, ma che oggi ha qualcosa di patologico. L’occasione mi si presenta grazie alla lettura dell’Introduzione a un volume di lettere scelte del Solitario di Providence.

Il volume, uscito nel 2007 per le Edizioni Mediterranee e intitolato L’orrore della realtà, è curato da due giornalisti studiosi di letteratura ampiamente ritenuti tra i massimi esperti di H.P. Lovecraft nel nostro Paese, già direttori della Fanucci: Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco. Continua a leggere