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Questioni di genere, in genere

I recenti scandali di Cosby e Weinstein, con la campagna “quellavoltache” e l’esternazione di storie terribili di molestie riversate sui social, mi spingono a rispolverare alcune considerazioni su temi di genere che mi sono ronzate in testa negli ultimi anni. Con una piccola premessa – quando un uomo prova a parlare di questioni di genere, campo spinoso per ovvi motivi, rischia spesso di passare per maschilista o addirittura reazionario. Io davvero non vorrei essere frainteso, perciò se quel che scriverò di seguito darà l’impressione di essere in qualche modo sessista… beh, pazienza, non era mia intenzione. Sono solo considerazioni buttate un po’ lì, prendetele dunque alla leggera.

Femminicidio: preambolo non tanto sul concetto, quanto sulla parola

Io non ho intenzione di usarla, perché la trovo una parola orrenda. C’è chi la ritiene un’invenzione delle femministe, ma è inesatto. Non è nemmeno un neologismo, se le prime origini sono state rintracciate nell’inglese femicide, in uso dal XIX secolo. Il concetto indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo, con motivazione basilarmente sessista: uccisa in quanto donna. In questo senso, pur non rappresentando una fattispecie giuridica (ossia, è un omicidio, come gli altri), si tratta di un tipo di delitto specifico come l’uxoricidio, il matricidio o l’infanticidio; la differenza è che questi ultimi sono riconosciuti come aggravanti nel nostro diritto penale, dovute alla particolare ripugnanza sociale suscitata da queste forme di morte violenta. La proposta di inserire nel codice penale il reato di femminicidio prende le mosse anche da questo punto. Perché l’uccisione di una donna in quanto tale debba configurarsi come ulteriore aggravante è oggetto di discussione, un punto fondamentale del “dibattito” (se così si può definire il mare di ciance in merito) degli ultimi anni, quindi è una questione culturale. Utile sarebbe provare a cominciare dalle origini effettive del dominio maschile nelle società lungo il corso della storia, per esempio con l’interessante libricino di Pierre Bordieu Il dominio maschile, edito da Feltrinelli. Restando però sull’uso di tale parola, ribadisco che per me è un termine cacofonico, brutto da pronunciare, da sentire e da scrivere. Non la ho mai usata, né la userò mai in questo blog. Come sarà più chiaro in seguito, oltretutto, io preferisco parlare sempre e comunque di omicidio, un termine generico più che sufficiente a esprimere la violenza della soppressione della vita di una persona.

Quote rosa. Umilianti o necessarie?

Viste le ultime novità in merito, la cosa ha vari aspetti da considerare.

Da un lato c’è l’ideale degradazione della donna a “specie protetta”, che non può farcela da sola nella conquista dei suoi spazi e deve essere aiutata dall’uomo. Cioè, finisce con l’essere una sottile discriminazione che, assicurando un posto alle donne nella vita politica, ne ammette implicitamente le minori capacità di lavoro. Ma questo è un aspetto in fondo secondario e forse moralistico.

Da un altro, così come possono essere umilianti, sono altrettanto utili laddove una naturale propensione alla mobilità sociale e politica non favorisce mai le donne quanto gli uomini. In questo senso sono davvero una garanzia e un obbligo a non premiare solo ed unicamente gli uomini. In Italia, nonostante una lunga presenza femminista e una situazione certo migliore rispetto a paesi molto più severamente sessisti (cioè adottanti leggi sessiste), il dominio maschile è comunque presente in altre forme, talvolta squallide, talvolta sottili ma pressanti. E’ meglio avere le quote rosa per pararsi il culo o far finta che le discriminazioni non ci siano?

Da un altro lato ancora, la questione riguarda il senso di questa operazione: se negare alcune possibilità di lavoro ad una donna solo perché di sesso femminile è un’odiosa e stupida discriminazione, non sarebbe altrettanto sciocco obbligare un partito o un’azienda o una qualsiasi organizzazione a promuovere una donna solo in virtù del suo sesso? Se una persona è valida nel suo lavoro e si dimostra competente, deve avere le sue possibilità al di là di ogni distinzione, giusto? E allora, perché imporre una percentuale di donne in ogni organizzazione, a rischio di dover promuovere per forza una donna incompetente solo perché è donna? Cosa cambierebbe tutto ciò dalla situazione attuale, per cui tante volte viene promosso un uomo anche terribilmente idiota, solo perché è uomo, mentre una donna che sa fare il suo lavoro viene tenuta in basso?

Il problema vero è evitare approcci sessisti: nessuno potrà mai convincermi che una donna è più brava e capace di un uomo, o lo è di meno, unicamente in virtù del suo esser femmina. Le capacità sono sempre individuali, quindi dovrebbe essere preso in considerazione l’individuo in sé. Solo quando le gerarchizzazioni delle differenze di genere saranno messe da parte e si guarderà alla persona, ci sarà davvero parità tra uomini e donne. Dunque, in merito alle quote per le donne, sono ancora confuso e in dubbio, essendoci aspetti positivi e negativi da valutare approfonditamente; propendo però per il no, e per l’educazione al rispetto di genere.

Problemi della retorica “femminista”

Le virgolette sono d’obbligo, perché il femminismo è un fenomeno complesso, irriducibile a un unico modello, perciò la retorica cui faccio riferimento può essere condivisa da alcuni gruppi e rifiutata da altri. Per chiarezza, qui intendo come “femministi” tutti quei tentativi, delle donne impegnate sulle questioni di genere, di comunicare al pubblico maschile le istanze a favore della parità e del rispetto sessuali. La retorica su cui spesso tale tipo di comunicazione si appoggia, nonostante la chiara direzione concettuale, provoca quasi sempre reazioni aggressive da parte degli uomini e la tendenza alla chiusura è molto forte. Varie discussioni cui ho partecipato personalmente sono scadute in sterili contrapposizioni e una sostanziale sordità alle argomentazioni dell’altro; credo che sia difficile soprattutto l’impostazione del problema e la conduzione di un dialogo tra mentalità molto diverse tra loro. Qui di seguito sono raccolti e rielaborati vari commenti che ho lasciato in giro, perdonatemi se sembrano confusi, ripetitivi e slegati.

C’è sempre una sorta di incomunicabilità tra le istanze del femminismo e le posizioni culturali maschili, perché si usa il linguaggio sbagliato e si toccano le corde sbagliate. Quel che traspare dai commenti spesso aggressivi degli uomini, nelle discussioni sul web come sui media tradizionali, è proprio questo: sentirsi in qualche modo attaccati e messi sotto accusa, facendo leva su una “presa di coscienza” di comportamenti negativi di cui, però, è sbagliato far pesare la colpa su un intero genere, sul maschio in quanto tale.

A me sembra che i concetti su cui batte la retorica femminista attuale debbano essere, almeno in parte, rivisti. Si parla di modelli comportamentali maschili da cui distaccarsi (anche se non pensiamo di farne parte) e di partecipare attivamente alle lotte per l’emancipazione femminile: questo mi pare errato, perché si reitera l’idea che noi uomini siamo per natura potenziali stupratori e assassini misogini, e dovremmo esserne coscienti anche se non stupriamo e uccidiamo le donne.

Una volta un sostenitore di un gruppo femminista ha detto: “dobbiamo dire noi per primi che siamo stanchi di essere: schiavisti, assassini, stupratori, guerrafondai” – ecco, io dovrei stancarmi di essere qualcosa che non sono? O forse lo sono in quanto maschio, in maniera latente? Forse voleva dire che dobbiamo stancarci di essere definiti tali pur non essendolo necessariamente; ma anche in questo caso è fuori luogo, perché è ovvio che io mi stanchi di essere definito stupratore in quanto uomo, come una donna di esser definita puttana in quanto donna. Aggiungeva che non ci si può tirare fuori dal problema solo perché non se ne fa parte, e questo non è sbagliato; egualmente, non si può partecipare alla soluzione dello stesso dovendo “prendere coscienza” del male inflitto dagli uomini alle donne, se non lo si è commesso. Sarebbe come fare una sorta di mea culpa per i peccati degli altri.

Ho la sensazione che parte della retorica femminista tenti di far assumere ai maschi una mentalità femminile, ma questo è quasi impossibile. La maggior parte degli uomini non può mettersi a pensare come una donna, perché qui entrano in gioco proprio le differenze di genere su cui il femminismo stesso si concentra. Allora bisogna cambiare il modo di comunicare, perché io personalmente non ho mai alzato le mani su una donna, non ne ho mai violentato né sottomesso in altri modi alcuna, eppure, seguendo certi ragionamenti, dovrei scontare le colpe di qualcun altro per il solo fatto di essere maschio. Così non si va lontano. Io non devo dimostrare di essere una persona migliore a nessuno, né ottenere il plauso e il rispetto di una presunta parte migliore della società, specie per distinguermi da bestie che seguono solo la direzione in cui punta il loro pene.

Bisogna comprendere che è molto difficile fare breccia con argomenti e linguaggi “interni” alle discussioni tra donne. E’ giusto e buono che molti gruppi invitino gli uomini a parlare, a esprimersi su ciò che sentono; però è importante rendersi conto che con le donne posso forse parlare io, disposto a conoscere le istanze di genere, ma certo non i violenti e i misogini. Loro non si fermeranno mai a parlare con le donne, perché non le considerano nemmeno in grado di pensare. A che serve parlare di autocoscienza e sensi di colpa con gente del genere? Alla fine il discorso si fa tra persone che la pensano in maniera simile, senza uscire da un ambito di consenso.

Mi pare evidente come sia difficile per un sesso comprendere l’altro. Ed è qui che il discorso va impostato diversamente, perché è necessario stimolare l’empatia; questa deve però andare nei due sensi. Per comunicare meglio è necessario che si parta da presupposti comuni, oltre le differenze di genere, per poi arrivare ai problemi della condizione femminile (e maschile). Si tratta di un tema politico: il femminismo è anche difesa di una posizione, perché il sistema politico-economico attuale sfrutta e schiavizza tutti, al di là del sesso. Poi, di seguito, c’è la discriminazione nei confronti di generi, gruppi, fasce, individui ecc. L’obiettivo del coinvolgimento degli uomini nel cambiamento dei rapporti di genere dal punto di vista femminile, deve partire da più lontano e vedere la discriminazione sessuale come un effetto, più che come una causa.

Il problema è che la condizione femminile si inserisce, secondo me, in un discorso più ampio. Una cosa è certa, non si possono fare parti uguali tra chi è diseguale: una lavoratrice che ha bisogno del congedo di maternità ha uno svantaggio rispetto a un lavoratore e lì indubbiamente c’è da portare avanti una battaglia di diritti sul lavoro. Anche lo sfruttamento del corpo femminile è una questione importante, che si inserisce nella mercificazione del sesso e nell’immagine del ruolo della donna (su questo basta vedere quante pubblicità sessiste si producono).

Allora, in che modo una visione sessuata della realtà può cambiare le cose? Sessuata in quale senso?
“Di genere”, cosa significa? Mi sembra che ci siano degli equivoci di fondo anche in questa prospettiva. Un conto è comprendere come un certo modello culturale continui imperterrito a dividere maschi e femmine svalutando a vicenda i generi, così abbiamo uomini che reputano le donne esserini semplici dediti al piacere proprio e altrui senza ulteriori qualità, e donne che reputano gli uomini degli stupidi immaturi buoni solo per dare soldi e qualche “bottarella” ogni tanto. Un altro è, magari, superare il binomio maschio-femmina cercando di trattenere il valore delle differenze tra i sessi. Il problema reale, come ho detto, è una mancanza pressoché totale di comunicazione e comprensione tra le persone di sesso diverso, di empatia, oltre che di educazione. Se a questo non si trova una risposta, dubito che si potrà ottenere molto altro rispetto a difese di interessi di genere.

In sostanza penso che, al di là di problemi gravi e specifici del genere femminile, sul lavoro come in famiglia, dovremmo smettere di contrapporre uomini e donne, maschi e femmine, e iniziare a parlare di persone.

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Aforismi a buon mercato, vol. 5

24 – Neofascisti alla riscossa. Ultimamente i neofascisti stanno tornando alla ribalta, o forse meglio sul “bagnasciuga”, conquistando parecchie pagine di giornali tra lidi a tema e ronde in spiaggia, protestando perché la democrazia proibisce loro di inneggiare all’antidemocrazia. Ora, io penso che tra la libera espressione del pensiero e l’apologia del fascismo corra una differenza profonda quanto la Fossa delle Marianne: innanzitutto, l’espressione di un pensiero antidemocratico è legittima finché rimane tale, ossia un’espressione; a questa si può ribattere con l’espressione di altre idee, e si rientra nella dialettica democratica che da questo confronto trae la sua forza. Anche per questo, rivendicare il proprio diritto a esprimersi contro la democrazia invocando la libertà di espressione è una contraddizione in termini, che non ha bisogno di commenti. Però l’apologia del fascismo non rientra nella libertà d’espressione, per evidenti ragioni storiche: qualunque azione, e sottolineo AZIONE, che riconduca al fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un reato. Dire che “si stava meglio quando si stava peggio” è un’espressione; aprire un lido dove “vige il regime” e si minaccia violenza contro chi non concorda, è reato. Dire che “gli ambulanti stranieri fanno concorrenza sleale” è un’espressione; andare a cacciarli con una squadra di camerati è reato. Dire che la democrazia fa schifo è un’espressione; usarla per essere antidemocratici è… demenza. Dovremmo fare sul serio i conti col fascismo, e per questo dobbiamo tornare a studiare la storia in modo critico.

25 – Paolo Villaggio saluta e se ne va. Ho sempre pensato che fosse un attore di grandissimo talento, rimasto però “incastrato” nel personaggio di Fantozzi; le poche volte in cui ha fatto ruoli differenti, è stato eccezionale. I film, soprattutto quelli diretti da Luciano Salce, sono un mito intramontabile; ma vi consiglio caldamente di recuperare i libri di Fantozzi, sicuramente i primi tre, dove il carattere iperbolico di personaggi e situazioni è al suo apice. Credo sia stato l’ultimo artista del gruppo di genovesi che comprendeva, tra gli altri, Fabrizio de André, a rimanere in vita fino a oggi. Com’era umano… E lo dico in senso ampio: negli ultimi anni aveva fatto di tutto per rendersi antipatico, con esternazioni assurde e idee balorde contro popoli, culture, etnie e tutto ciò che si può normalmente insultare. Eppure, per me non c’è riuscito. Possa riposare in pace. Come ricordarlo? Sono troppe le scene fantastiche e geniali tra cui scegliere, tanto varrebbe postare i film interi. Che mito. Consiglio anche di recuperare la sua autobiografia Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda.

26 – Gay Pride. Personalmente non sono granché avvezzo a questo genere di spettacoli, ma questo articolo mi trova d’accordo: se penso a come è stato “normalizzato” il carnevale, che non è più nulla al di fuori degli eventi storici, capisco cosa potrebbe voler dire smorzare il Gay Pride. Come ha detto qualcuno (probabilmente Oscar Wilde), “se quando parli non offendi nessuno, vuol dire che non hai detto niente”; e poi, ciò che va contro il persistente moralismo da baciapile non può essere così male… anzi, in effetti è proprio il moralismo che giustifica l’oscenità. Quando non ci sarà più disprezzo per il Pride (e per ciò che rappresenta, la libera scelta sessuale), allora sì che questo diventerà inutile. Credo perciò che ci vorrà molto tempo.

27 – “Perché non esiste una giornata dell’orgoglio eterosessuale?”. Per alcuni semplici motivi che sono stati compendiati dai ragazzi di un bar gay di Bologna, in una immagine di cui riporto il contenuto: perché nessuno ti uccide se sei eterosessuale; perché nessuno ti impedisce di sposarti, adottare e avere diritti coniugali; perché la tua famiglia non ti butta in mezzo a una strada se scopre che sei eterosessuale; perché nessuna religione condanna l’eterosessualità; perché nessuno ti grida “eterosessuaaaaleeee” per offenderti; perché non serve fingere di essere “amico” del tuo fidanzato per paura di essere aggredito. A me pare ovvio, ma non lo è per molta gente. E questo vale, in modi diversi, per la giornata della donna (“perché non c’è la giornata dell’uomo?”), o in alcuni paesi della coscienza/storia nera (“perché non c’è una giornata della coscienza bianca?”). D’altra parte, senza voler eliminare le differenze, o meglio senza volerle nascondere sotto un tappeto e far finta che non ci siano, è sempre bene tendere a parlare di persone, prima che di maschi e femmine, bianchi e neri, etero e omo. Siamo tutti persone. Questo è ciò che ci accomuna tutti. Quando insultiamo, picchiamo, arrestiamo o uccidiamo qualcuno per il suo orientamento sessuale o per le caratteristiche somatiche, stiamo innanzitutto negando che quella sia una persona, un essere che ha la stessa nostra umanità.

28 – Alla vecchia maniera. Mi chiedo se davvero essere razionali e “moderati” sia la strada giusta, con certa gente. La conciliazione, talvolta, sembra rassicurare chi ha torto e indebolire chi è nel giusto. Forse bisognerebbe semplicemente scendere in guerra e andare fino in fondo, non importa cosa succeda. Tagliare teste al momento giusto, per non ritrovarsi con untori e piromani dopo. Di tutte le citazioni che ho raccolto in questi anni, quella che mi sta tornando in mente più spesso negli ultimi giorni è una di Theodore Roosevelt: “Don’t hit at all if it is honorably possible to avoid hitting; but never hit soft” ossia “non colpire affatto, se è onorevolmente possibile evitare di colpire; ma non colpire mai piano”. Al di là della mia inelegante traduzione, direi che il messaggio è piuttosto chiaro. Finché non ci sei costretto, finché non puoi farne a meno, evita di andare allo scontro, se non ce n’è davvero bisogno; ma una volta che ci sei costretto, non devi trattenerti in nessun modo, non devi avere “pietà” per chi ha fatto l’errore di mettersi contro di te. C’è anche un detto brasiliano che ribadisce il concetto, non so se riesco a renderlo bene: “eu do um boi para nao entrar na briga, mas do uma boiada para nao sair“, che grossomodo significa “posso dare via un bue per non entrare in conflitto, ma do via una mandria per non uscirne”. In certi momenti, non c’è ragionevolezza che tenga. Bisogna entrare in guerra e combatterla fino alla fine. Sarà brutto, ma è vero. E penso sia altrettanto vero quello che diceva John Wayne in uno dei suoi poco simpatici film: “you have to be a man, before you can be a gentleman“, cioè “bisogna essere uomini, prima di poter essere gentiluomini”, un po’ come dire che puoi anche essere elegante e saperci fare, ma se all’occorrenza non sai tirar fuori il tuo barbaro interiore, essere civile non ti serve a nulla.

29 – Lavoro. Tutto questo degrado nel mondo dei diritti del lavoro, è dovuto al fatto che il socialismo è “morto”. Uso le virgolette perché, da un punto di vista dialettico, il socialismo è l’antitesi del capitalismo, e fin quando ci sarà il capitalismo, ci saranno risposte sociali alle diseguaglianze che tale sistema economico genera. Quindi non si può realmente considerare morto il socialismo (preso nella sua accezione più generale e ampia). Il punto è però che siamo in un momento storico del tutto privo di alternative, anzi, alla gggente le alternative sembrano l’ennesima utopia che blocca gli ingranaggi dell’economia. Il socialismo è “morto” perché nessuno ci crede più, il cambiamento è “morto” perché non ci sono esempi di grande successo rispetto all’unico modello economico rimasto. In sostanza non c’è una base popolare, né culturale, né tanto meno una soggettività definita, per portare avanti un vero movimento per i diritti del lavoro. Le classi subalterne sono atomizzate, l’individualismo è diventato una leva commerciale, siamo ormai consumatori a tempo pieno, chi più chi meno. Fare qualcosa di più grande, un progetto a medio e lungo termine, ormai è visto come una rinuncia alla libertà (consumatrice) individuale, se non addirittura come un passo verso il suicidio economico, vista la concorrenza con paesi estremamente aggressivi sul piano della produzione… “e tu vieni a propormi di diminuire l’orario di lavoro, di aumentare le tutele sociali, di concedere questo e quello, quando in Cina non esistono sindacati e l’economia va come un treno? Ah no, grazie!“, questa una delle possibili risposte. A me piace pensare che sia solo una fase, e che con il tempo e con l’aumento delle diseguaglianze, un rispensamento avvenga, e con esso una rivalutazione dei diritti e dei doveri; ma per ora, scusate il pessimismo leopardiano, un altro mondo è impossibile.

30 – La Giusta Causa. È una fiamma che non si estingue mai. Brucia ardente fino a consumare il cielo. E quando sembra solo brace, ecco che un tizzone ardente scoppia e dà fuoco alla prateria.

31 – Vuoto di potere, potenza del vuoto. Non posso definirmi “anarchico” perché sono convinto della necessità dello Stato, o comunque di una istituzione sovraindividuale che possa conciliare gli interessi dei singoli, che possa garantire alcuni servizi basilari e mettere ordine nel caos degli egoismi. Però, quando si tratta di prendere alcune decisioni sulla propria vita privata, decisioni che non pregiudicano gli altri, allora non solo sono anarchico, ma pure egoista, come l’Unico di Max Stirner. E ritengo che ognuno di noi abbia il diritto di decidere cosa fare della propria vita, fino all’ultimo, senza che un gruppo di potere ispirato a qualsivoglia ideologia politica o spirituale ci imponga la propria volontà e il proprio pensiero. Ma attenzione: l’imposizione non è solo quella dovuta a regole, leggi e norme che vietano, permettono, distinguono e sanzionano; è anche quella dovuta alla mancanza di regole, al “vuoto normativo” che impedisce di prendere decisioni, impedisce di portare avanti un discorso, impedisce di mettere un punto fermo sulle questioni e chiarire i confini entro cui (o contro cui) muoversi. Perché è proprio in questo vuoto che i gruppi di potere riversano le loro speranze di conservazione e influenza, mettendo la polemica al posto del dibattito.

32 – Estremismo e radicalità. Io faccio una distinzione tra radicali ed estremisti. Essere radicali, come diceva Marx, vuol dire prendere le cose alla radice; ossia andare al fondo dei problemi, a mettere in discussione le basi e i principi, a trovare soluzioni che cambino al cuore la situazione, anche gradualmente, anche con lentezza, ma in profondità. Essere estremisti, invece, vuol dire andare sempre per la via più rapida, più violenta, più dura, più inflessibile, finendo con il chiudersi nell’irragionevolezza di un settarismo ossessivo e pericoloso, che crea più guai di quanti ne risolve. Personalmente, mi ritengo un radicale.

33 – Società educante. La situazione politica nazionale richiede di formare nuovi cittadini, uomini e donne di talento capaci di aprire nuove strade. In un futuro che ora sembra lontano, quando tutti usufruiranno di una scuola decente, la parte della scuola sarà in sé piccola e temporanea, mentre tutta la società diventerà (cioè dovrà diventare) una grande scuola permanente.

34 – Sfogo filosofico di sette anni fa. È ovvio che Hegel risolvesse tutto sul piano astratto, cristo! Era un idealista che proveniva da approfonditi studi teologici, che doveva fare? E comunque l’unica scienza che sa trovare qualche dato plausibile per l’unità del Tutto è la fisica quantistica, che alcuni accusano di essere metafisica! Prendiamo Hegel per quel che è, diamine… Lo dico perché sto studiando il pragmatismo americano che, unitamente ad altri filosofi della scienza europei, ha una posizione radicalmente antimetafisica e ovviamente Hegel è considerato una peste bubbonica. Io, pur non essendo hegeliano, ne vorrei difendere la profondità, perché non c’è bisogno di accettare la metafisica per assumerne il metodo, che apre la mente come discorso simbolico e può giovare proprio alla pragmaticità. Voglio dire che capisco certe critiche, ma a volte sembrano più una definizione identitaria che un giusto esame critico… Persino Popper riconosceva il valore del pensiero astratto come progettualità immaginifica!

35 – Di pancia e di testa. La vendetta si basa sulle emozioni, la giustizia sui principii. Ecco perché non possono confondersi.

36 – Moralismo biografico. E alla fine mi ritrovo a sentirmi dire che Marx era un figlio di ‘ndrocchia perché non ha mai lavorato in vita sua, sfruttava la moglie che era ricchissima (!) ed era mantenuto da Engels. Ora, a parte che:

  • 1) Marx era giornalista, corrispondente di vari giornali, tra cui americani, ma il lavoro intellettuale continua a non essere visto come un lavoro “vero”; avrebbe potuto essere professore universitario se solo si fosse conformato alle idee di merda dello stato prussiano, che lo rese il ribelle che era; l’unico altro lavoro “vero” come impiegato alle ferrovie gli fu negato perché aveva una calligrafia illegibile.
  • 2) La moglie, Jenny Von Westphalen, appartenente a una ricca famiglia aristocratica, era stata allontanata dalla famiglia e praticamente diseredata per aver scelto come marito un sovversivo, che lei ha preferito seguire nelle sue peregrinazioni fino a ritrovarsi nelle periferie proletarie di Londra, a tenere a bada una caterva di figli e i creditori, sempre pronti a pignorare qualcosa.
  • 3) Engels lo manteneva, questo è vero. Lo aiutava economicamente per quanto gli fosse possibile, grazie al suo lavoro nell’industria del padre. Senza di lui, questo amico come se ne incontrano una volta nella vita (se se ne incontrano), Marx e famiglia sarebbero rimasti peggio che con le pezze al culo come già erano. Se si ritiene scabroso aiutare ed essere aiutati, si è anticomunisti, senza dubbio.

Dico, a parte tutto questo, che cosa c’entrano le mancanze della vita quotidiana con la produzione intellettuale? Cosa ci interessa di Marx, le bollette scadute, i creditori incazzati, o le idee che hanno cambiato il modo di rapportarsi alla modernità? Che caspita di visione moralisteggiante e ipocrita è mai questa di stare a vedere come un pensatore si comportava, come camminava, come cacava?? Siamo seri, su!

[Lettura consigliata: Francis Wheen, Karl Marx. Una vita, ottima biografia scritta da un giornalista inglese, in cui l’umanità di Marx, con tutte le sue mancanze, è esposta con la naturalezza di chi vuole scrostare il mito e trovare l’uomo, non certo per invalidarne le idee bensì per comprenderne la materialità, comune a tutti noi.]

37 – Meritocrazia. In base a cosa si giudica il merito? All’impegno, al tipo di lavoro svolto, ai risultati conseguiti? Magari tutte e tre le cose. Bene. E allora perché tanti sostenitori della meritocrazia sono anche contrari a tassazioni come la tassa di successione, che impone un tributo sul ricevimento di un’eredità? Secondo quali “meriti” una persona riceve le ricchezze di famiglia? Il merito di essere sopravvissuta? La realtà è che molti di quelli che parlano di meritocrazia sono ipocriti tanto quanto coloro parlano di liberalismo e poi chiedono l’intervento dello Stato per salvare imprese “non meritevoli”, perché incapaci di stare sul mercato. Perché, in fin dei conti, poca gente ha davvero intenzione di stare a esaminare i meriti: potrebbe scoprire di non averne alcuno.


articoli su unioni civili e coppie di fatto

Sono così maledettamente impegnato che non riesco a scrivere nulla, né su questioni importanti come questa, né su cose più frivole (per gli altri) come la seconda parte de I miei dischi dei Motörhead. 😛 Però un paio di articoli interessanti li voglio segnalare, magari aggiungendone altri nei prossimi giorni:

Comunque posso dire che hanno trovato il modo di rendere questa conquista civile bella come un calcio nelle palle. Si dovrebbe festeggiare, ed è pur sempre un passo importante, ma ottenuto attraverso una contrattazione mercantile disgustosa, che ha privato di ogni gioia un’apertura a lungo attesa. Una vittoria mutilata, per restare in tema Grande Guerra. E non mi riferisco solamente alle parole vergognose di Alfano, che in fondo sono la reazione immatura di chi ha dovuto ingoiare un rospo. Dico proprio tutto il lavoro parlamentare tra interessi ideologici e rilanci al ribasso, l’assenza di un vero confronto in seno alla società civile, il ricorso alla fiducia che è stata una lama a doppio taglio. Dovrei, vorrei essere contento, per omo ed etero. Proprio non ci riesco. Eppure…


Il filo e la rete

Non scrivo nulla di nuovo se affermo che la differenza tra il ragionamento maschile e il ragionamento femminile risiede nel binomio razionalità-intuizione. Lo si sente dire da alcune decadi, gli uomini sono più razionali e le donne più intuitive, senza connotazioni sessiste (sessista è affermare che gli uomini sono intelligenti e le donne stupide o viceversa) e senza scadere nell’idea per cui gli uomini sono razionali e le donne irrazionali, cosa non vera perché l’intuizione  non è irrazionale, bensì un diverso tipo di razionalità. Per usare termini diversi, possiamo prendere a prestito il linguaggio filosofico e dire così: gli uomini sono più analitici, le donne sono più sintetiche; essendo analisi e sintesi due momenti complementari della conoscenza, è evidente che ognuno dei due soggetti in questione ha in sé tanto gli atteggiamenti analitici quanto quelli sintetici, quindi la differenza sta nella più generale tendenza a procedere del ragionamento a seconda del sesso. Per me, comunque, c’è un modo più simpatico di intendere la cosa. Come si suol dire, un’immagine vale più di mille parole; proviamo allora a immaginare come si possa visualizzare il ragionamento negli uomini e nelle donne. Continua a leggere