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Il Giorno della Vittoria, 1945-2015

Oggi in Russia si festeggia il Giorno della Vittoria, la fine ufficiale della Seconda guerra mondiale. Sulla Piazza Rossa a Mosca stanno già finendo la parata, ma io voglio riproporre quella del 1945, con la cerimonia della deposizione degli stendardi nazisti ai piedi del mausoleo di Lenin.* In Russia la Seconda guerra mondiale viene definita Grande guerra patriottica; il Fronte orientale è stato il teatro di scontro più grande della guerra e in effetti il più decisivo, nonché forse il più devastante per numero di morti. Al giorno d’oggi può risultare agghiacciante, sul piano morale, dovere la propria libertà anche a Stalin; il giudizio della storia arriva per tutti, ma è giusto ricordare che senza l’Unione Sovietica, molto probabilmente, oggi parleremmo tedesco. Comunque, la nostra libertà la dobbiamo soprattutto ai popoli dell’URSS, il cui enorme sacrificio nelle condizioni più avverse (anche a causa delle scellerate “purghe” staliniane dell’esercito negli anni Trenta) ha permesso di ribaltare una situazione disperata in una eccezionale controffensiva, fino alla caduta del Terzo Reich. A loro, e a tutti i popoli del mondo che hanno combattuto la barbarie nazista, va il mio ringraziamento.

Voce “Giornata della Vittoria (Paesi dell’Europa orientale)” su Wikipedia.

*dal minuto 10


Fischia il vento

Fischia il vento, urla la bufera,
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir.
A conquistare…

Ogni contrada è patria del ribelle,
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuor e il braccio nel colpir.
Nella notte…

Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta verrà dal partigian;
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile e traditor.
Ormai sicura…

Cessa il vento, calma è la bufera,
torna a casa il fiero partigian,
sventolando la rossa sua bandiera;
vittoriosi, al fin liberi siam!
Sventolando…

(Testo: Felice Cascione – Musica: sul tema russo “Katiuscia” – Anno: 1944)

Voci “Resistenza italiana” e “Antifascismo” su Wikipedia.


la Grande Guerra

Oggi è il centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale, anche detta “Grande Guerra”. La prima vera guerra moderna, uno scontro titanico che dall’Europa si allargò a tutto il mondo e segnò l’inizio del periodo più terribile della Storia, che secondo alcuni storici si è concluso solo con la fine della Seconda guerra mondiale, e l’inizio della guerra fredda. In effetti, tutto ciò che è venuto dopo è stato conseguenza della Grande Guerra: il Trattato di Versailles umiliò tanto la Germania sconfitta da favorire la nascita del nazionalismo nazista; la mancata promessa di territori all’Italia vittoriosa fu uno degli argomenti del primo fascismo; il rientro di Lenin in Russia aiutò lo scoppio della Rivoluzione bolscevica; la crisi politico-economica degli sconfitti rese deboli e fragili gli esperimenti democratici come la Repubblica di Weimar; la portata e le difficoltà dei combattimenti, soprattutto in trincea, diede la spinta fatale verso l’industrializzazione della guerra, l’invenzione di macchine e armi sempre più letali. Si tratta di una visione possibile a posteriori, quella di un unico arco di guerra con una “pausa” nel mezzo, come una nuova Guerra dei Trent’anni; tuttavia la premessa costituita dalla PGM fu fondamentale per lo sviluppo successivo degli eventi, perciò si può ragionevolmente ritenere che, fuori da ogni logica di inevitabilità storica, senza la Grande Guerra ci sarebbero ancora oggi gli imperi centrali.

Fu anche una guerra come non se ne erano mai viste: un massacro senza senso, peggiore, se possibile, delle guerre precedenti, soprattutto per la stagnazione nelle trincee, dove morivano a migliaia per conquistare qualche centinaio di metri. E l’uso del gas velenoso per uccidere il nemico nelle stesse trincee fu un altro lugubre presagio. Inoltre, i principali personaggi protagonisti della storia successiva si formarono proprio nella guerra, dai soldati Hitler e Mussolini allo stratega Churchill. Per l’Italia il conflitto iniziò nel 1915, con la promessa di nuovi territori a nord; alla fine del conflitto fu tra le potenze vincitrici, ma dopo gli accordi del Trattato di Versailles, quella promessa non fu mantenuta e i soldati italiani, in pratica, combatterono e morirono per niente. Il risentimento fu grande, come in Germania, costretta a un risarcimento alla Francia più che centenario, per i danni di guerra. La crisi di Wall Street del 1929 gettò benzina sul fuoco.

Ma il discorso è veramente lungo. Qui, oggi, voglio solo ricordare una data che fu anche un punto di non ritorno, l’inizio del “secolo breve” di Hobsbawm, la premessa a tutto il XX secolo e alle sue conseguenze, che viviamo sulla nostra pelle.

Aggiornamento 2016 – Voglio aggiungere la struggente 1916, dei Motorhead, sull’orrore della guerra.

16 years old when I went to the war,
To fight for a land fit for heroes,
God on my side, and a gun in my hand,
Chasing my days down to zero,
And I marched and I fought and I bled and I died,
And I never did get any older,
But I knew at the time that a year in the line,
Is a long enough life for a soldier,
We all volunteered, and we wrote down our names,
And we added two years to our ages,
Eager for life and ahead of the game,
Ready for history’s pages,
And we brawled and we fought and we whored ‘til we stood,
Ten thousand shoulder to shoulder,
A thirst for the Hun, we were food for the gun,
And that’s what you are when you’re soldiers,

I heard my friend cry, and he sank to his knees,
Coughing blood as he screamed for his mother,
And I fell by his side, and that’s how we died,
Clinging like kids to each other,
And I lay in the mud and the guts and the blood,
And I wept as his body grew colder,
And I called for my mother and she never came,
Though it wasn’t my fault and I wasn’t to blame,
The day not half over and ten thousand slain,
And now there’s nobody remembers our names,
And that’s how it is for a soldier.


Liberazione per alcuni, mini bandierine patriottiche per altri

Questa di oggi non è una data per tutti. Non è una festa di pacificazione. Non è una ricorrenza che ci unisce in un solo popolo. E’ il simbolo della sconfitta dell’aberrazione nazifascista, della vittoria dei partigiani antifascisti (comunisti, cattolici e azionisti), dell’inizio di una nuova storia per il Paese e per il popolo italiano. Una storia di democrazia, per quanto fragile; una storia di pace, per quanto ipocrita; una storia nella Costituzione, per quanto labile. La pacificazione nazionale e la consapevolezza degli sconfitti non possono in alcun modo sminuire la vittoria degli Alleati, non possono in alcun modo rivalutare la barbarie di uno stato-fantoccio quale fu la RSI, perché chi combatté per i residui del fascismo, combatté per un’Italia morta e divorata e chi oggi sostiene di reintrodurre nella memoria nazionale anche l’esperienza dei “ragazzi di Salò” sta semplicemente giustificando la mostruosità omologante del fascismo e sputando sulla patria. Se avessero vinto loro, avrebbero una propria data per commemorare la loro violenza. Noi abbiamo la nostra e non si tratta solo di violenza, si tratta di un’Italia che loro non avrebbero mai voluto. L’unico modo accettabile di superare la cosa è comprendere infine la bontà della Liberazione dal nazifascismo e, semmai, andare avanti senza più scannarsi su quella pagina di storia.

Un esponente della destra finiana recentemente scomparso, del quale purtroppo non ricordo il nome*, disse tempo fa che l’antifascismo non è un valore e che la pacificazione nazionale è necessaria per  voltare pagina, rispettando anche i vinti. Personalmente credo che l’antifascismo non sia un valore nel momento in cui ci si ferma alla pura contrarietà, senza coniugarla a un valore positivo e propositivo quale può essere il liberalismo, il socialismo ecc.; ma ciò è piuttosto raro, il fatto stesso di contrapporsi al fascismo, alla sua violenza, alla sua volgarità, indica una adesione a principi democratici inequivocabili. Julius Evola, vate del tradizionalismo, aveva a noia il fascismo per svariati motivi (l’aura di modernità, l’alleanza con la Chiesa, la retorica patriottarda, talune concezioni “socialisteggianti” dei rapporti di lavoro e via dicendo), eppure non si potrebbe mai ascrivere all’antifascismo, perché quest’ultimo non è un contenitore vuoto, è l’insieme dei valori propositivi che il fascismo stesso esclude. La pacificazione nazionale poi non aiuta a voltare pagina, quanto piuttosto a far dimenticare cosa ha agito con tutte le sue forze contro l’idea di patria democratica che abbiamo oggi, perché in merito ai vinti (di cui un noto giornalista italiano, del quale non mi va di fare il nome a causa dell’antipatia che mi suscita, ha fatto una vera e propria ossessione) si può, al massimo, comprendere umanamente la sofferenza nella sconfitta, ma non rispettarne la scelta.

*Mirko Tremaglia (aggiornamento 2017)