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La grande prova

Obama a Cuba, stretta di mano con Castro (la Repubblica)

Cuba sta cercando la pacificazione con gli USA. Dopo la riapertura dell’ambasciata l’anno scorso, Obama fa visita a Castro per dare continuità al percorso diplomatico che porrà fine, così si spera, all’embargo e quindi all’isolamento internazionale di Cuba. Qualche anno fa, forse, e dico forse, avrei pianto. Oggi, penso che il regime castrista abbia finalmente preso la decisione giusta.

Gli USA hanno soffocato abbastanza l’isola dissidente, e i castristi hanno soffocato abbastanza i dissidenti dell’isola. È giunta l’ora di cambiare, di aprirsi nuovamente al mondo e trovare nuove vie per essere dignitosi senza richiedere sacrifici inutili.

È vero che il pericolo per Cuba di tornare a essere un puttanaio americano c’è sempre, ma se può venire qualcosa di buono dagli ultimi vent’anni di testarda resistenza, dovrebbe essere la capacità di non lasciarsi fottere, bensì di ingaggiare relazioni serie, basate sulla parità, tra adulti consenzienti. Solo ora, davvero, si vedrà di che tempra sono i figli e i nipoti della Rivoluzione, che prima di essere socialista fu patriottica.

Dicono su alcuni giornali che Raúl Castro, da sempre filosovietico (e realmente comunista, prima e più di Fidel), oggi guardi alla Cina popolare come modello di sviluppo per Cuba. Da un lato è pericoloso, perché quel modello coniuga la repressione politica con lo sfruttamento economico; ma dall’altro può essere il vero “socialismo del XXI secolo”, non come la stramberia del Venezuela di Chavez (r.i.p.), bensì come modello di amministrazione del capitalismo per il bene e la crescita comuni, meno  ideologico, più pragmatico e di certo molto più vitale dell’attuale sistema cubano, ormai slegato da qualsiasi concreto internazionalismo e perciò sofferente e ripiegato su se stesso.

Senza una solida direzione del cambiamento, la Rivoluzione in primis e poi il “periodo speciale” che ha salvato il regime con sacrifici enormi dopo il 1989, saranno stati inutili. Senza però la disponibilità a cambiare le cose, Cuba sarà destinata a non contare nulla fino alla fine e a continuare nel declino. L’embargo imposto dagli USA è stato una carognata, una mossa strategica per combattere un nemico minore e solleticare le fantasie (e l’appoggio) dei dissidenti fuggiti in Florida, ma in fin dei conti altrettanto inutile per il suo scopo: ha impedito lo sviluppo della Rivoluzione, senza dubbio, ma ha fornito un incredibile motivazione al regime per rafforzare la sua contrapposizione agli USA, in stile Davide e Golia. Forse, senza l’embargo, la Rivoluzione avrebbe dovuto vedersela con un popolo privo di nemici esterni; e forse avrebbe preso già da tempo decisioni diverse, anche radicali.

Solo Obama poteva fare ciò che sino a poco tempo fa pareva impensabile. Oggi, Cuba fa un primo passo verso un futuro incerto, gravido di promesse e di difficoltà, tra il regime castrista che sembra ancora saldo, ma ha bisogno di aprirsi, e i cubani americani che non vogliono più soltanto la riconquista dell’isola, ma sperimentare un nuovo mercato. Sessant’anni di Rivoluzione arrivano ora al punto, Cuba affronta la sua grande prova: rimettersi in gioco fino alla vittoria, sempre.


La città senza volto

Circa un anno fa sono stato a Berlino. E’ una città molto particolare: non ha molti palazzi antichi, né molti grattacieli; non ha paesaggi che colpiscono, né molti monumenti da fotografare. E’ un immenso cantiere aperto, con lavori di lungo corso e grandiosi progetti che probabilmente non finiranno mai. Eppure devo dire che è proprio in questa mancanza che si sente il passaggio della Storia, degli eventi titanici avvenuti in questa città. Berlino ha una natura intimamente precaria, sempre in divenire. Non può permettersi cicatrici sul volto, perché è il volto stesso a mancare. Qui la memoria mostra la sua natura eterea, senza pietra in cui incarnarsi. La città è stata distrutta e ricostruita così tante volte, da non avere più la possibilità di mostrarsi nelle sue età, nelle sue evoluzioni. E’ antica e giovane allo stesso tempo. Continua a leggere


Parole sul Muro

berlin wall

Innanzitutto, la storia: il Muro di Berlino, costruito il 13 agosto del 1961, separava i settori americano, inglese e francese da quello sovietico della città, nonché dal resto della Repubblica Democratica Tedesca. Questi erano collegati alla Germania dell’Ovest tramite un ponte aereo. Inizialmente il confine tra i settori era costituito da semplici posti di blocco, poi con l’avanzare della guerra fredda è stato sostituito da steccati con filo spinato, muri semplici di mattoni e infine dai famosi lastroni di cemento armato, in grado di resistere allo sfondamento da parte di un camion. Oltre a questo, vi erano torrette con guardie armate e varie altre misure di sicurezza, soprattutto ai posti di blocco (un amico di famiglia che ai tempi lo attraversò, subì una perquisizione completa dell’auto, che fu persino immersa in uno strato d’acqua per scoprire persone nascoste sotto i sedili). Fu demolito il 9 novembre 1989. Oggi ne sono rimasti pochi tratti, lasciati più per il turismo che per la memoria. Continua a leggere


la Grande Guerra

Oggi è il centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale, anche detta “Grande Guerra”. La prima vera guerra moderna, uno scontro titanico che dall’Europa si allargò a tutto il mondo e segnò l’inizio del periodo più terribile della Storia, che secondo alcuni storici si è concluso solo con la fine della Seconda guerra mondiale, e l’inizio della guerra fredda. In effetti, tutto ciò che è venuto dopo è stato conseguenza della Grande Guerra: il Trattato di Versailles umiliò tanto la Germania sconfitta da favorire la nascita del nazionalismo nazista; la mancata promessa di territori all’Italia vittoriosa fu uno degli argomenti del primo fascismo; il rientro di Lenin in Russia aiutò lo scoppio della Rivoluzione bolscevica; la crisi politico-economica degli sconfitti rese deboli e fragili gli esperimenti democratici come la Repubblica di Weimar; la portata e le difficoltà dei combattimenti, soprattutto in trincea, diede la spinta fatale verso l’industrializzazione della guerra, l’invenzione di macchine e armi sempre più letali. Si tratta di una visione possibile a posteriori, quella di un unico arco di guerra con una “pausa” nel mezzo, come una nuova Guerra dei Trent’anni; tuttavia la premessa costituita dalla PGM fu fondamentale per lo sviluppo successivo degli eventi, perciò si può ragionevolmente ritenere che, fuori da ogni logica di inevitabilità storica, senza la Grande Guerra ci sarebbero ancora oggi gli imperi centrali.

Fu anche una guerra come non se ne erano mai viste: un massacro senza senso, peggiore, se possibile, delle guerre precedenti, soprattutto per la stagnazione nelle trincee, dove morivano a migliaia per conquistare qualche centinaio di metri. E l’uso del gas velenoso per uccidere il nemico nelle stesse trincee fu un altro lugubre presagio. Inoltre, i principali personaggi protagonisti della storia successiva si formarono proprio nella guerra, dai soldati Hitler e Mussolini allo stratega Churchill. Per l’Italia il conflitto iniziò nel 1915, con la promessa di nuovi territori a nord; alla fine del conflitto fu tra le potenze vincitrici, ma dopo gli accordi del Trattato di Versailles, quella promessa non fu mantenuta e i soldati italiani, in pratica, combatterono e morirono per niente. Il risentimento fu grande, come in Germania, costretta a un risarcimento alla Francia più che centenario, per i danni di guerra. La crisi di Wall Street del 1929 gettò benzina sul fuoco.

Ma il discorso è veramente lungo. Qui, oggi, voglio solo ricordare una data che fu anche un punto di non ritorno, l’inizio del “secolo breve” di Hobsbawm, la premessa a tutto il XX secolo e alle sue conseguenze, che viviamo sulla nostra pelle.

Aggiornamento 2016 – Voglio aggiungere la struggente 1916, dei Motorhead, sull’orrore della guerra.

16 years old when I went to the war,
To fight for a land fit for heroes,
God on my side, and a gun in my hand,
Chasing my days down to zero,
And I marched and I fought and I bled and I died,
And I never did get any older,
But I knew at the time that a year in the line,
Is a long enough life for a soldier,
We all volunteered, and we wrote down our names,
And we added two years to our ages,
Eager for life and ahead of the game,
Ready for history’s pages,
And we brawled and we fought and we whored ‘til we stood,
Ten thousand shoulder to shoulder,
A thirst for the Hun, we were food for the gun,
And that’s what you are when you’re soldiers,

I heard my friend cry, and he sank to his knees,
Coughing blood as he screamed for his mother,
And I fell by his side, and that’s how we died,
Clinging like kids to each other,
And I lay in the mud and the guts and the blood,
And I wept as his body grew colder,
And I called for my mother and she never came,
Though it wasn’t my fault and I wasn’t to blame,
The day not half over and ten thousand slain,
And now there’s nobody remembers our names,
And that’s how it is for a soldier.


E la DDR scomparve nel nulla

Oggi è il Giorno della Riunificazione tedesca, avvenuta il 3 ottobre 1990.

Una riunificazione che, come dicono i coreani (del Nord e del Sud), è l’esempio di cosa non si debba fare per riunire due paesi. Tale processo ha in realtà fatto riassorbire l’ex DDR nella BDR: ossia la Germania Est è svanita e quella Ovest si è espansa. Al giorno d’oggi, con la potenza che il Paese ha acquisito, sono in pochi a recriminare quanto accaduto; ma penso che sia giusto non dimenticare un fatto: dopo quasi cinquant’anni, una nazione con una sua storia, una sua cultura e costumi propri, per quanto improntati all’ortodossia staliniana, è stata gettata via senza tanti complimenti. Rinnegata non solo nei suoi aspetti oppressivi e atroci, ma anche in tutto il resto. La nostalgia non fa bene a nessuno, ma di sicuro neanche la damnatio memoriae.

In ogni caso, tanti auguri alla Germania. Io però festeggio con l’inno della DDR.


Definire lo stalinismo

Stalin

Ero a Budapest, bellissima capitale dell’Ungheria, e in un caffè vicino al Palazzo Reale ho sentito un giovane turista italiano registrare sull’i-Phone le proprie impressioni; snocciolava telegraficamente, come appunti vocali, i nomi dei luoghi che aveva visitato, seguiti da un breve commento. A un certo punto fa “vista la Casa del Terrore, museo dedicato ai crimini perpetrati dai nazisti e dagli stalinisti”: non ha detto “comunisti”, ha specificato una particolare fazione e definito quindi un’esperienza che, a meno di non essere superficiali, non può estendersi alla totalità del concetto storico-teorico di comunismo. Gli stalinisti, nel caso specifico, erano i comunisti ungheresi e sovietici che dal ’45 in poi, specie con la repressione della Rivolta del ’56, hanno dominato quel paese con mezzi dittatoriali, continuando l’uso della polizia politica come i nazisti prima di loro.

Ma che cosa è effettivamente lo stalinismo? In cosa si differenzia da altri “ismi”? Quando è corretto usare questo termine? Qui entriamo in un terreno accidentato. Non tanto quanto altri, ma comunque un po’ difficile.

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