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A sinistra di che?

Di recente, la rediviva Unità ha ospitato un dibattito sul mantenimento del nome di Gramsci nella testata. Qualcuno ha proposto di eliminarlo, ma stranamente non si tratta di una fazione di moderati poco inclini a tenersi Gramsci come riferimento culturale: al contrario, sono stati alcuni comunisti a sottolineare la distanza politica enorme tra il PD, di cui l’Unità è ora l’organo, e il pensiero di Antonio Gramsci, fondatore insieme a Togliatti e altri del Partito Comunista Italiano (di cui il Partito Democratico è solo in parte, e sempre meno, erede). Tutto sembra essere partito da un tweet di Fassina, contro un titolo del giornale dal sapore renziano. Chi non è d’accordo con questa proposta, sostiene che Gramsci, in quanto intellettuale italiano, appartiene a tutti, e anche al di là del fatto incontestabile che il giornale fu da lui fondato nel 1924, è giusto e persino necessario che il suo nome figuri sulla testata, perché il suo pensiero non è di proprietà esclusiva di una parte politica. In pratica, Gramsci appartiene a tutta la sinistra, anche a quella moderata, anzi alla cultura italiana in generale. I detrattori però sottolineano che probabilmente il compagno Gramsci si dissocerebbe dal PD e quindi dalla linea assunta dal suo organo di stampa; Gramsci fu sempre “partigiano”, politicamente intransigente, avverso all’indifferenza e autore di acutissime analisi storiche e sociali da un punto di vista di classe. Continua a leggere


Appunti teorici su Toni Negri

Antonio Negri è probabilmente il più lucido e fecondo autore di stampo marxista nel panorama degli intellettuali italiani contemporanei. La linea di produzione teorica da lui sviluppata negli ultimi anni insieme a Michael Hardt, a partire da Impero – influenzata dagli studi su Spinoza e Nietzsche, pregna di suggestioni derivate da Deleuze e Guattari – tenta di trasportare il comunismo nell’era globalizzata rinnovandone il significato, in senso letterale. Ora l’alternativa sociale è il comune, ossia l’insieme complesso dei bisogni, delle capacità, della produzione biopolitica degli individui; pertanto, essere oggi “comunista” non si risolve più nell’adesione a un partito specifico, o a una ideologia più o meno ortodossa, bensì nel lavorare al raggiungimento della vita in comune, al di là del pubblico e del privato. Continua a leggere


Una pulce per Sartre

Lungi da me fare davvero le pulci a Sartre sulla sua giusta difesa dell’esistenzialismo, una filosofia che io trovo fondamentale per riflettere su se stessi senza raccontarsi balle, ma ho letto un brano tratto dalla sua conferenza L’esistenzialismo è un umanismo e mi è venuto spontaneo un commento. Questo il brano:

“Vorrei qui difendere l’esistenzialismo da un certo numero di critiche che gli sono state
mosse. Innanzi tutto lo si è accusato di indurre gli uomini ad un quietismo di disperazione, poiché, precluse tutte le soluzioni, si dovrebbe considerare in questo mondo l’azione del tutto impossibile e sfociare, come conclusione, in una filosofia contemplativa; il che, essendo la contemplazione un lusso, ci riconduce ad una filosofia borghese. Tali soprattutto le critiche dei comunisti.
Ci hanno accusati, d’altra parte, di mettere in evidenza i lati peggiori dell’uomo, di mostrare ovunque il torbido, il sordido, il vischioso, e di trascurare le bellezze ridenti e gli aspetti luminosi della natura umana; per esempio, secondo la Mercier, scrittrice cattolica, d’aver dimenticato il riso del bambino. Tanto i comunisti quanto i cattolici ci accusano di essere venuti meno alla solidarietà umana, di considerare l’uomo come isolato, soprattutto perché noi muoviamo – a detta di comunisti – dalla soggettività pura, dall’ ‘ io penso ’ di Cartesio, cioè dal momento in cui l’uomo raggiunge la coscienza di sé nella moltitudine; e questa nostra posizione non ci permetterebbe più di tornare alla solidarietà con gli uomini che sono fuori dell’io e che l’io non può raggiungere nel <cogito>. Da parte dei cristiani ci si rimprovera di negare la realtà e la consistenza dell’agire umano, giacché, se sopprimiamo i comandamenti di Dio ed escludiamo valori stabili in eterno, non resterebbe altro che la gratuità pura e semplice, per cui ciascuno può fare ciò che vuole, essendo tra l’altro incapace, dal suo punto di vista, di condannare le idee e gli atti degli altri.
[…]
Il nostro punto di partenza è in effetti la soggettività dell’individuo, e questo per ragioni strettamente filosofiche. Non perché siamo borghesi, ma perché vogliamo una dottrina fondata sulla verità e non un complesso di belle teorie piene di speranza, ma senza fondamento reale. Non vi può essere, all’inizio, altra verità che questa: ‘io penso, dunque sono ’. Questa è la verità assoluta della coscienza che coglie se stessa. Ogni teoria che considera l’uomo fuori dal momento nel quale raggiunge se stesso è, anzitutto, una teoria che sopprime la verità, perché, fuori dal <cogito> cartesiano, tutti gli oggetti sono soltanto probabili; ed una dottrina di probabilità, che non sia sostenuta da una verità, affonda nel nulla. Per definire il probabile, bisogna possedere il vero. Dunque, perché ci sia una qualunque verità, occorre una verità assoluta; e questa è semplice, facile da raggiungersi, può essere compresa da tutti e consiste nel cogliere se stessi senza intermediario.
E poi, questa teoria è la sola che dia una dignità all’uomo, è la sola che non faccia di lui un oggetto. Ogni materialismo ha per effetto di considerare gli uomini, compreso il materialista, come oggetti.”

Ecco, io non credo che il materialismo sia così riduttivo nei confronti del soggetto, se almeno prendiamo in considerazione il materialismo storico. La struttura economica che sottende i mutamenti sociali, culturali e politici non è un monolite eterno e immutabile, è anch’essa una sostanza in movimento, in costante interazione con la sovrastruttura e dietro tutto questo ci sono proprio gli individui colti nella loro dimensione sociale. Ma la dimensione sociale degli individui non è slegata dalla loro dimensione privata, individuale appunto: è la somma delle paure, delle indecisioni, dei gusti, delle speranze ecc. di ogni individuo a creare un movimento economico, che proprio per la pluralità di “voci” che lo fonda non è soggetto a nessuna di queste, acquisendo una propria autonomia, ma non una propria indipendenza. Nulla è realmente “indipendente” da nulla. Quindi, il materialismo (storico, almeno) può gettare uno sguardo sociologico sugli individui, ma se negasse la loro soggettività individuale dovrebbe negarne anche quella collettiva, perché tenterebbe di slegare l’interazione tra singolo e moltitudine.
Poi, certo, non è compito del materialismo storico approfondire l’interiorità dell’individuo e quindi la pretesa dei comunisti di quel tempo (1945) è ideologica, perché disprezza un compito assunto da un’altra corrente filosofica di occuparsi di un piano che infine non rientrerebbe comunque nella filosofia materialistica, se non in determinati frangenti, e perciò tende a negare altre forme di pensiero senza che ne abbia una reale necessità, né politica né effettivamente filosofica.
Ma forse sto dimenticando i veri contorni del dibattito culturale e politico di quel tempo, rischiando di essere anacronistico…

P.S.: da qui a un anno il mondo finirà di esistere come noi lo conosciamo. O forse no. Io penso di no.