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Neomarxismi postmoderni e dove trovarli

Forse non ne avete ancora sentito parlare, ma tra poco tempo sarà famoso anche da noi il prof. Jordan Peterson, psicologo dell’Università di Toronto, il cui più recente libro uscirà il mese prossimo anche in Italia. Perché sarà famoso? Per lo stesso motivo che lo ha reso famoso in America: è un trita-comunisti. Nel giro di un paio d’anni è diventato il guru della destra americana, in particolare della “alt-right“, ma in generale dei conservatori di tutto il continente, grazie ad alcuni video in cui contesta, molto abilmente, le argomentazioni a favore del politicamente corretto e delle politiche di genere. Se date un’occhiata su YouTube, oltre alle sue lezioni universitarie, troverete una caterva di video con titoli tipo “Jordan Peterson destroys left maniac”, “Transgender schooled by Peterson” e via dicendo, messi evidentemente da suoi fan che adorano vedere come lui riesce dove loro falliscono.

 

Da Toronto con furore

Ma procediamo con ordine. Lo ho conosciuto tramite questo video, in cui viene analizzato in dettaglio come lui riesca a tener testa a una giornalista che lo aggredisce usando trucchi degni del libretto di Schopenhauer sull’arte di ottenere ragione:

In questo video, sembra che lei sia una mezza matta e lui una persona ragionevole. Per questo mi sono interessato a quel che sosteneva Peterson, perché con i vari video suggeriti in cui osteggia concettualmente persone di sinistra mi è venuta quella strana sensazione, non so se l’avete mai provata, per cui una persona dice qualcosa e gli altri lo etichettano, “spingendolo” tra le braccia degli avversari. Ora, siccome non mi fido molto delle accuse di fascismo e razzismo urlate in internet, specie da attivisti americani che, mi spiace dirlo, ma vedono razzisti ovunque (un po’ come Berlusconi coi comunisti), ho deciso di vedere altri video di lezioni, interviste e conferenze, per capire un po’ meglio di cosa parlasse Peterson. Questo perché su alcune questioni mi sono scoperto più conservatore di quanto pensassi, un po’ come moralista, ma soprattutto come freddo pensatore (dovrei dire “libero”, però implicherebbe alcune sfumature che al momento non c’entrano).

Per esempio, ma argomentando in modo molto più semplice, anche io ho difficoltà con il politicamente corretto. Questo perché (credo di averlo già detto in passato) nonostante sia nato per insegnare il rispetto degli altri attraverso un linguaggio adeguato, nella convinzione che cambiare i termini aiuta a cambiare il modo di pensare, ebbene oggi esso è divenuto una forma paradossale di auto-censura, che in certi casi porta a dover fare delle vere e proprie “capriole” concettuali pur di parlare nel modo più neutrale possibile. Inutile dire che questo atteggiamento presenta diversi problemi, a cominciare dal fatto che la neutralità nell’espressione verbale è più un rischio che un’opportunità: vuol dire non chiamare le cose con il proprio nome, avere costantemente timore di “offendere” qualcuno senza volerlo e impoverire il proprio linguaggio anziché arricchirlo. Senza contare il fatto che i modi “corretti” di chiamare la gente si stanno ora moltiplicando come conigli, così da tendere a una impossibile specificità individuale per ognuno di noi. A questo si aggiungono interpretazioni, che mi permetto di definire quantomeno bislacche, della cultura, della storia, dei gesti quotidiani ecc., la cui alta impopolarità non può essere dovuta solo a una mentalità conservatrice, ma al parossismo di queste interpretazioni (ad esempio, le “micro-aggressioni”, tipo iniziare un discorso dicendo “signore e signori”, escludendo chi si riconosce in altre identità sessuali, o tener aperta la porta a una donna, implicando che non è capace di farlo da sola).Queste sono esagerazioni che non portano alcun beneficio alla causa dei diritti civili e alimentano anzi la diffidenza verso il politicamente corretto. Altra faccenda è naturalmente il presunto attacco alla libertà di parola, che secondo me, detto dalla destra, si risolve più che altro nel diritto di insultare chi è diverso.

 

Cosa ha spinto Peterson in alto sulla massa

Il professore in questione non si autodefinisce di estrema destra, eppure tutto ciò contro cui si scaglia con grande passione è frutto della sinistra. A cominciare dall’andazzo generale nelle università, che secondo lui sono dominate dalla sinistra e compiono un lavoro costante di ideologizzazione degli studenti. Il punto più dolente è l’imposizione sistematica del politicamente corretto nel linguaggio istituzionale, per cui lui (e i suoi colleghi) sarebbero addirittura costretti a evitare pronomi personali “inadeguati”, micro-aggressioni e altre pratiche scorrette, soprattutto riguardo ai generi sessuali.

L’origine del clamore è il suo parere assolutamente contrario a una proposta di legge canadese, il Bill C-16, con cui si vorrebbe vietare e sanzionare l’uso di pronomi inadeguati al genere di riferimento per le persone LGBTQ* (più precisamente si tratta di una aggiunta allo Human Rights Act, come si legge in un articolo entusiasta del Foglio). Dopo la presa di posizione di Peterson, molti attivisti lo hanno attaccato e in diverse occasioni il professore è stato invitato a trasmissioni televisive per dibattere con femministe, attivisti per i diritti civili e altre figure di sinistra, dando vita a scontri “epici” in cui la sua abilità nella comunicazione, la sua preparazione culturale e il suo atteggiamento tutto sommato abbastanza tranquillo hanno messo in difficoltà gli interlocutori più agguerriti (insomma riesce a fregarli per bene, come appunto nel video in cui lascia praticamente senza parole la sua intervistatrice).

Da quel che ho capito, la contrarietà di Peterson all’uso di pronomi personali adeguati al genere scelto e altre pratiche politicamente corrette, si basa in parte proprio sulla libertà di espressione, che verrebbe soppressa da quella linea di pensiero; e in parte sulla convinzione, supportata da (suoi) studi psicologici, che le diverse identità di genere oltre “maschio e femmina” siano in realtà biologicamente irrilevanti, se è vero che oltre il 99% degli individui si riconosce perfettamente nella propria corrispondenza tra sesso biologico e identità sessuale mentale. Fin qui non ci sarebbe granché di strano, anzi avrebbe le sue buone ragioni, tant’è che sa farle valere in ogni situazione. Per questo avevo allora pensato che lo “scandalo” fosse dovuto in larga parte a una questione di rifiuto a priori della sua posizione.

 

Entra il salvatore della Patria

Il problema però arriva quando Peterson si imbarca nelle questioni politiche vere e proprie. Dopo alcuni altri video, ho capito che in effetti è davvero un conservatore accanito, tanto è che in alcune sue dichiarazioni perde l’aplomb dello scienziato (con cui trita i comunisti) e parte per la tangente, indicando l’origine di tutti mali nel neomarxismo postmoderno, che sta prendendo piede, con fare totalitario, nella società canadese e statunitense. In pratica, sfodera il buon vecchio motto fascistoide “le università sono un covo di comunisti”. Lui ribadisce più volte di aver studiato la fabbrica del consenso nei totalitarismi tedesco e russo, attraverso l’analisi dei loro linguaggi e altre materie tra psicologia e letteratura, condite talvolta con riferimenti mitologici. Eppure, forse senza averne piena coscienza, ripropone valutazioni politiche anticomuniste che in larga parte condannano il comunismo in sé, appiattendo tutte le sue varianti in una visione monolitica, e finendo con l’equiparare nazismo e comunismo, una posizione tipica dei reazionari.

Ma che cos’è esattamente questo “neomarxismo postmoderno”? In pratica, tutto ciò che a Peterson non piace. Il politicamente corretto è solo uno dei molti argomenti che rifiuta, altri sono l’uguaglianza sociale ed economica, l’interferenza dello Stato in qualsiasi campo, il femminismo, nozioni come il white privilege, l’insistenza sulla contrapposizione tra oppressi e oppressori, le distinzioni tra nazismo e comunismo (che a suo dire cercano di salvare un’inesistente “parte buona” del comunismo stesso), le pressanti richieste di ulteriori diritti per presunte minoranze presuntamente oppresse, e altro ancora. Tutte cose che, sì, sono in prevalenza di sinistra, ma non necessariamente marxiste, né effettivamente postmoderne.

Per lui non esistono differenze, non solo tra nazismo e comunismo (due regimi omicidi basati, secondo lui, sullo stesso presupposto: l’uguaglianza degli individui omologati, massificati e divisi in tribù da far combattere, per dominarle nell’illusione di far del bene), ma non ce ne sono nemmeno tra le varie interpretazioni del marxismo, tra le varie – e fin troppo numerose – anime della sinistra, tra i diversi gruppi di attivisti e contestatori che rappresentano istanze e interessi differenti, talvolta in contrapposizione. Tutto è semplicemente marxismo; fare distinzioni è sprecare fiato in illusioni. E questo marxismo, idea omicida in sé, è secondo lui un progetto tutto sommato coerente di distruzione della civiltà, da Stalin agli hippie, con Marx come grande “Machiavelli” all’origine di tutto. Si definisce neo-marxismo per una questione anagrafica, essendosi sviluppato nelle forme odierne a partire dagli anni Sessanta; ma non c’è differenza con il bolscevismo o il maoismo, se non in alcuni metodi. Grande fan di Solženicyn, Peterson ha letto il suo Arcipelago Gulag e lo ha preso come la testimonianza definitiva sul comunismo in toto, di cui il Gulag sarebbe l’inevitabile espressione. Di conseguenza, tutti coloro i quali leggono un po’ di Marx e si mettono in testa l’illusione di cambiare il mondo, in realtà non fanno altro che spingerlo verso la stessa inevitabile conclusione.

E il postmodernismo? Ne costituisce il complemento attuale, che distrugge finalmente le fondamenta della civiltà e del pensiero con un relativismo esasperato e totalmente ideologico, privo di qualunque appiglio alla realtà fattuale. Il peggio del peggio, la linea di pensiero che introduce il relativismo in campo di identità sessuale, è il costruzionismo. Secondo Peterson, l’errore fondamentale di questa ideologia è che l’identità personale, sessuale e generale, così come ogni altro aspetto della vita umana, è costruita socialmente (ossia derivata dalla razionalizzazione dell’esperienza in modelli, condivisi poi attraverso il linguaggio). Ma se si toglie il fondamento biologico all’identità sessuale, si apre alla possibilità che questa sia infinitamente manipolabile, come il resto della realtà. Questa possibilità finisce col rendere vano lo stesso concetto che la ha generata, perché, osserva Peterson, “se si ammette che l’identità sessuale sia manipolabile, in quanto costruita socialmente, allora si ammette la possibilità che i programmi di ‘cura’ dell’omosessualità possano funzionare”.

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Prima di essere tritato

Questa ultima osservazione, che io ho citato a memoria e quindi sarà diversa dall’originale, è l’unica che mi ha fatto davvero riflettere (oltre a quella che “per essere in grado di pensare, devi correre il rischio di essere offensivo”, nel video di cui sopra). Non ha mica tutti i torti. Se diciamo che l’omosessualità è una scelta anziché una propria interna tendenza, possiamo anche dire che le scelte si cambiano. Il problema è che non è giusto, nemmeno in questo caso, spingere qualcuno a mutare la propria scelta sessuale per adeguarsi a ciò che altri pensano sia giusto.

E secondo me, che pure sono critico del postmodernismo in generale, il punto fondamentale della “costruzione sociale” dell’identità si può ricondurre a quest’ultimo punto: cosa viene ritenuto giusto dalle convenzioni sociali, dalla cultura di riferimento, dalle opinioni della gente? E sapendolo, aderirvi o meno fa differenza o no? Essere conformista o anticonformista, non è forse riconoscere e accettare o rifiutare una serie di concezioni e idee socialmente costruite? Forse Peterson si riferisce solo all’identità sessuale, ma anche in questo caso mi pare che solo alcuni tratti dell’essere maschio siano effettivamente biologici, mentre altri siano culturali; ed è nella interazione tra pulsioni biologiche e direttive culturali che si formano i canoni delle identità sessuali, non solo come caratteristiche, ma anche come impostazioni preconcette cui conformarsi o essere esclusi. Il dibattito sarebbe potenzialmente enorme.

In ogni caso, se la Carfagna non vi basta e volete un trita-comunisti più intellettuale, state certi che tra un po’ ci infileranno Peterson su per il colon fino alla gola. Preparatevi. Prepariamoci. Žižek aiutaci tu.

 

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Considerazioni attuali, 3

Sommario

  1. Sul razzismo estivo
  2. Sulla qualità del razzismo in Brasile
  3. Sulle anatre “rosse” in un barile
  4. Sulle ultime novità dall’America Latina
  5. Di nuovo su Trump

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Un amico di destra

Quello che segue è un vecchio articolo rimasto a livello di bozza per qualche anno. Ho deciso di completarlo pur avendo cambiato, nel frattempo, alcune prospettive. In questi ultimi tempi, il degrado della politica e della società civile nel nostro Paese ha raggiunto un limite che non era stato toccato da decenni. Non potrei, in tutta sincerità, accettare tra i miei amici un sostenitore dei delinquenti che stanno stravolgendo l’integrità delle nostre istituzioni, della nostra etica civile e della nostra cultura. Purtroppo è un periodo di forte polarizzazione e, anche rifiutando la logica tribale oggi così diffusa, ci costringe comunque a prendere posizione e tracciare una linea. Ma quello che segue vuole essere un’esortazione a vedere il lato positivo di discutere con persone che la pensano all’opposto, e lo propongo proprio in reazione alla logica tribale.

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Premesso che nelle amicizie non faccio grandi discriminazioni politiche, perché trovo sciocco basare i rapporti interpersonali su giudizi “ideologici”, mi pare piuttosto normale che ognuno di noi tenda a circondarsi di persone in qualche modo simili a sé. Di conseguenza, gran parte delle persone che posso considerare amiche hanno una visione del mondo relativamente simile alla mia; però tra la scuola, l’università e gli ambienti di lavoro e di piacere, ne ho conosciute di persone che la pensano diversamente e magari all’opposto. D’altra parte ho anche evitato di coltivare rapporti con gente che, pur avendo idee vicine alle mie, era per altri versi poco interessante o gradevole. Ci sono poi alcune conoscenze che si fanno per forza di cose, come parenti o amici stretti di amici, con cui si deve avere a che fare senza poter davvero operare una normale selezione.

Di amici di destra ne ho quindi diversi. Alcuni lo sono da sempre (di destra, intendo), altri lo sono diventati in seguito a delusioni più o meno cocenti a sinistra (questi sono i più “cattivi”). Averli, quando si è marxisti impenitenti e, loro, di tendenze reazionarie, può essere fonte di stress, ma anche di sforzi intellettuali. Uno in particolare mi stimola molto a interrogarmi su ciò che penso, perché spesso e volentieri dice cose talmente assurde da mandarmi fuori dai gangheri, eppure è così convincente e sicuro di sé che non di rado mi trovo in difficoltà a fargli capire dove sbaglia su cosa non concordo e come mai. Continua a leggere


Bancarotta ideologica?

Volete prenderlo sul serio? Ma lo sentite come parla? Usa la parola “tecnocrate”! Sembra un sociologo degli anni Settanta!

(da un episodio di APB, serie cancellata dopo la prima stagione)

Non so esattamente cosa scrivere, ma mettiamola così: la sinistra, non solo in Italia, sta scivolando verso la bancarotta ideologica. Ho la sensazione persistente che le varie anime della sinistra continuino, imperterrite, a mancare il punto fondamentale. Da un lato, quello radicale, c’è uno “sloganismo” inconcludente, fatto di rivendicazioni fuori dalla realtà, parole d’ordine antiquate, idee riciclate e una generale disperazione; dall’altro, il lato moderato, c’è un appiattimento imbarazzante sul liberismo, con il silenzio sullo sfruttamento, la rassegnazione rispetto al potere economico, i tentativi spesso patetici di salvare il salvabile con un po’ di assistenzialismo e tante promesse sul futuro che migliorerà. Ora, io non ho una ricetta pronta per aprire una nuova strada, ma direi che non mi sento rappresentato da nessuno. Continua a leggere


A sinistra di che?

Di recente, la rediviva Unità ha ospitato un dibattito sul mantenimento del nome di Gramsci nella testata. Qualcuno ha proposto di eliminarlo, ma stranamente non si tratta di una fazione di moderati poco inclini a tenersi Gramsci come riferimento culturale: al contrario, sono stati alcuni comunisti a sottolineare la distanza politica enorme tra il PD, di cui l’Unità è ora l’organo, e il pensiero di Antonio Gramsci, fondatore insieme a Togliatti e altri del Partito Comunista Italiano (di cui il Partito Democratico è solo in parte, e sempre meno, erede). Tutto sembra essere partito da un tweet di Fassina, contro un titolo del giornale dal sapore renziano. Chi non è d’accordo con questa proposta, sostiene che Gramsci, in quanto intellettuale italiano, appartiene a tutti, e anche al di là del fatto incontestabile che il giornale fu da lui fondato nel 1924, è giusto e persino necessario che il suo nome figuri sulla testata, perché il suo pensiero non è di proprietà esclusiva di una parte politica. In pratica, Gramsci appartiene a tutta la sinistra, anche a quella moderata, anzi alla cultura italiana in generale. I detrattori però sottolineano che probabilmente il compagno Gramsci si dissocerebbe dal PD e quindi dalla linea assunta dal suo organo di stampa; Gramsci fu sempre “partigiano”, politicamente intransigente, avverso all’indifferenza e autore di acutissime analisi storiche e sociali da un punto di vista di classe. Continua a leggere


Valentina VS Diego

Devo dire che Valentina Nappi mi ha colpito. E’ una pornostar ormai molto nota, ma non solo e forse non principalmente per le sue prestazioni su schermo. Tiene infatti (o almeno ha tenuto fino a poco tempo fa) una pagina-blog su MicroMega, dove esprime considerazioni tutt’altro che banali su questioni di costume, politica e filosofia, talvolta in modo provocatorio, ma sempre con lucidità e proprietà di linguaggio. Una proprietà tale, che all’inizio pensavo si facesse scrivere gli articoli da qualcun altro, visto che pure io, nonostante gli sforzi, conservo qualche pregiudizio sulla natura delle persone. In effetti alcune parti dei suoi articoli sembrano scopiazzate da testi di importanti autori: corretto sarebbe riportarle come citazioni, però un possibile “plagio” credo faccia parte delle sue provocazioni e, comunque, vuol dire che lei almeno qualche testo buono lo ha letto. In ogni caso sta diventando un personaggio pubblico come altre attrici porno prima di lei, attiviste nel campo della sessualità.

Incuriosito da questa porno-intellettuale, se così si può definire, ho letto con attenzione un suo articolo che ha suscitato le vive polemiche di un altro intellettuale, stavolta non porno, ma comunque giovane e in ascesa: Diego Fusaro. Ricercatore e saggista, è noto soprattutto per la curatela delle nuove edizioni di opere di Karl Marx, con Bompiani, e per il portale “La filosofia e i suoi eroi“, creato a 16 anni per raccogliere appunti di filosofia e oggi uno dei più ricercati. Fusaro ha aspramente criticato la posizione (intellettuale) di Nappi sull’idea attuale di anticapitalismo (secondo lei assimilabile al fascismo), adducendo però argomentazioni che, pur nella loro complessità, sembrano quasi reazionarie. La questione è piuttosto interessate, al di là della polemica generatrice, perché pone in rilievo un problema teorico stringente, cioè la crisi dell’alternativa socialista al capitalismo e l’emergere della destra radicale come forza di contestazione. Prima però di dire la mia, vi consiglio di leggere i due articoli in questione per avere la visione esatta del problema, così come è posto dai duellanti:

– “Oggi il fascismo si chiama anticapitalismo” (V. Nappi)

– “Il Capitale e i suoi utili idioti: la signorina Nappi” (D. Fusaro) Continua a leggere


Bertinotti. Una valutazione personale

Bertinotti-Fausto-2L’uscita di questo articolo su Repubblica mi spinge a scrivere qualche considerazione sul personaggio politico italiano che mi è sempre piaciuto di più. Penso sia giusto parlarne in toto e non solo in merito alle sue recenti dichiarazioni, riportate forse in modo superficiale, ma su cui ci sarebbe molto da discutere.

Fausto Bertinotti ha avuto su di me un’influenza enorme. Quando cominciai a interessarmi di politica, da adolescente negli anni Novanta, ero tendenzialmente un fervido rivoluzionario filosovietico per il quale non esisteva altra via che la ricostituzione immediata dell’URSS e la ripresa del movimento comunista internazionale. Ciò, come è evidente, proprio nel periodo in cui quell’esperienza si era appena conclusa e, forse più di oggi, il pesante discredito sull’intera cultura di sinistra era aggressivo, implacabile ed ebbro per la “vittoria”. In realtà, se la gente non avesse inziato a parlare malissimo dei comunisti, peggio che in passato, forse non mi sarei incuriosito per cercare di capire il motivo di tutto quell’astio e magari avrei preso una direzione un po’ diversa, forse. Continua a leggere