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Makarenko: disciplina e responsabilità

MakarenkoQuesto primo aprile è ricorso l’ottantesimo anniversario della morte di Anton S. Makarenko (1888-1939), importante pedagogista sovietico, oggi sconosciuto ai più. Io stesso lo conosco solo da un paio d’anni, e solo perché nella stessa epoca, interessandomi di Nadežda K. Krupskaja, pedagogista anche lei (ma più nota per essere stata la moglie di Lenin), ho scoperto varie questioni dell’educazione in URSS tra la Rivoluzione e l’ascesa di Stalin. Makarenko si è distinto per il recupero della marginalità sociale e l’uso di una disciplina militaresca nelle colonie e nelle comuni che ha gestito. Il suo obiettivo era di educare e formare l’individuo alla responsabilità nei confronti della collettività.

A lungo dimenticato, ultimamente ne hanno ristampato il capolavoro: Poema pedagogico, scritto negli anni Trenta, in cui, con uno stile letterario e romanzato, descrive la vita nella Colonia Gorkij, dove venivano rieducati i ragazzi orfani che delinquevano. Il fatto che fosse un pedagogista sovietico lo pone, com’è ovvio, al crocevia ideologico dove finiscono tutti gli schierati: lo devo tenere in conto perché è comunista? O lo devo tralasciare, per lo stesso motivo? Lo devo forse “epurare” della sua ideologia e ri-attualizzarlo? O devo prenderlo per ciò che è, storicizzandolo?

Secondo alcuni si tratta di un “prodotto” in linea con lo stalinismo, disciplinare e inquadrante; secondo altri, il livello politico è molto basso, quasi una “patina” sovrapposta per convenienza su teorie non ideologiche. Come al solito, la questione è un po’ più complessa: Makarenko non fu mai ufficialmente sostenitore del bolscevismo, né iscritto al partito; fu soprattutto attraverso la convivenza con la moglie Galina S. Salko che il pedagogista si avvicinò, gradualmente, all’ideologia sovietica. Tuttavia non si può negare che nella pedagogia makarenkiana si accolga il concetto di “uomo nuovo” come modello di individuo integrato nel collettivo, la cui formazione si espleta attraverso il lavoro. Il pedagogista sovietico, allora, può essere considerato un educatore approdato in maniera personale alle concezioni ideologiche dell’URSS, come complemento delle proprie concezioni educative.

La carriera di Makarenko – Da ispettore scolastico della neonata Repubblica dei Soviet, concentrò la sua azione sui dimenticati della nazione, gli orfani e i bambini abbandonati a se stessi durante la guerra civile russa (1918-1921), che riunì in comuni di studio e lavoro organizzate secondo una disciplina militaresca, dove studenti e insegnanti formavano un collettivo. La situazione dell’epoca era drammatica: decine di migliaia di orfani, lasciati a sé stessi, vivevano in condizioni miserevoli e spesso diventavano criminali, commettendo gravi atti contro le persone e il patrimonio pubblico.

La semplice correzione punitiva non bastava e Makarenko, ricevuto l’incarico di gestire una comune, trasse dall’esperienza quotidiana alcuni principi teorici: intanto, la rieducazione dei ragazzi ex-delinquenti non deve essere impostata a partire dall’entità del loro crimine, come se questo li “marchiasse” in maniera lombrosiana, bensì dalla constatazione che si ha a che fare con esseri umani come gli altri, degni perciò di una fiducia di base; poi, le attività da svolgere non possono avere un carattere libertario, come una parte della pedagogia sperimentale sovietica propone (riprendendo le idee di Rousseau), bensì un indirizzamento verso obiettivi specifici; infine, la scelta della disciplina militaresca non va ridotta alla severità umiliante della vecchia scuola zarista, ma intesa come mezzo di formazione della personalità individuale nella sua pienezza, che coincide con la vita nella collettività.

Le diverse esperienze, raccolte nelle opere più famose, costituirono il laboratorio da cui è emersa la pedagogia della prospettiva: l’individuo deve tener presente che ogni sua azione è legata a quelle degli altri, in una rete di rapporti, relazioni, cause ed effetti; specularmente, il collettivo deve possedere la generale consapevolezza che la vita associata è il risultato delle interazioni individuali. Ciò comporta due linee di prospettiva nell’educazione, per cui allo sviluppo delle capacità individuali deve corrispondere lo sviluppo delle relazioni del collettivo, il cui collante è la disciplina, intesa come formazione di valori etici e morali attraverso la collaborazione e la partecipazione alla vita in comune.

Senza questa  presa di coscienza, la prospettiva individuale tende a generare atteggiamenti egoistici, che portano all’irresponsabilità verso le esigenze e i problemi della collettività; allo stesso modo, la prospettiva collettiva tende a sfaldarsi e a non fornire più scopi e obiettivi. Una disciplina cosciente, motivata, che faccia comprendere ai membri del collettivo il perché di ogni decisione, anche punitiva, rafforza quella convergenza di prospettive e ha come risultato la responsabilità, dell’individuo di fronte alla società e viceversa.

Makarenko estese tale idea all’educazione in seno alla famiglia:i genitori hanno la responsabilità di educare i propri figli a essere consapevoli di far parte di una società:

Il bambino non deve pensare in nessun caso che la vostra opera di direzione della famiglia e di lui stesso sia per voi un piacere o una distrazione. Egli deve sapere che voi non rispondete soltanto di voi stessi, ma anche di lui di fronte alla società sovietica. Non bisogna temere di dire apertamente e fermamente ai figli che essi vengono educati, che devono imparare ancora molte cose, che devono crescere come dei buoni cittadini, che i genitori sono responsabili del raggiungimento di questo fine e che non temono tale responsabilità. Facendo sentire questa vostra responsabilità potrete anche ricorrere al principio dell’aiuto e potrete far rispettare una eventuale esigenza. In alcuni casi l’esigenza deve essere espressa nella forma più rigorosa, tale da non ammettere obiezioni. Fra l’altro bisogna dire che si può esprimere utilmente una esigenza soltanto se nell’immaginazione del bambino si è già formato il concetto dell’autorità basata sulla responsabilità. Anche nella più tenera età egli deve sentire che i suoi genitori non convivono con lui su un’isola deserta.

Terminando la nostra lezione, riassumiamo brevemente quanto si è detto. Primo: occorre che in famiglia vi sia il principio di autorità. Secondo: bisogna però distinguere la giusta autorità dalla falsa autorità, basata su principi artificiali e che tende a ottenere l’obbedienza con qualsiasi mezzo. Terzo: la vera autorità si basa sulla vostra autorità di cittadino, sul vostro sentimento di cittadino, sul vostro comportamento, sulla vostra conoscenza della vita del bambino, sull’aiuto che gli date e sulla vostra responsabilità per la sua educazione.

[Tratto da Consigli ai genitori]

Inutile sottolineare come oggi questa prospettiva, in tempi di bullismo folle nella scuola, corroborato spesso da genitori fuori di senno, abbia una sua attualità, specie contando che non è una invocazione del ritorno – anacronistico e impossibile – alle bacchettate, ma un lavoro di formazione caratteriale di ampia visione, che coinvolgerebbe l’intera società.

Questa idea di educazione alla responsabilità è in fondo l’altra faccia dell’educazione alla libertà. Non è un caso che il pedagogista sovietico parlasse di autorità basata sulla responsabilità: nel suo rifiuto delle idee di quegli educatori che riproponevano l’educazione naturale e la spontaneità dell’Emilio, Makarenko non riproponeva a sua volta una sciocca severità, sterile nella sua venerazione di una disciplina ottusa e violenta. Il carattere militare delle colonie e delle comuni in cui i ragazzi abbandonati venivano rieducati aveva un doppio scopo: 1) di rispondere a una emergenza sociale cui nessun’altra iniziativa, nel contesto dei tumulti post-rivoluzionari, era riuscita a far fronte in modi efficaci; 2) di cercare una via nuova per coinvolgere quei ragazzi nella loro stessa formazione etica e morale, renderli partecipi di una vita in comune che è per sua natura un’esperienza educante.

La polemica con i seguaci di Rousseau riguardava proprio la disciplina militaresca, che veniva vista come “educazione alla schiavitù”. La reazione libertaria all’educazione zarista dopo la Rivoluzione fu ovvia, le possibilità offerte dalla sperimentazione educativa furono potenzialmente vastissime. Ma l’influenza di quelle idee “rousseauiane” era considerata da Makarenko rischiosa per la concezione individualistica che ne sta alla base: l’educazione incentrata sull’individuo tende a isolarlo dalla società, a prenderlo nella sua unicità, senza tener conto della collettività cui dovrebbe essere preparato a partecipare.

Nell’idea reazionaria di disciplina è insita la sfiducia verso l’essere umano, la convinzione che solo raddrizzando i “rami storti” con durezza si possano creare uomini validi, cosa che non si discosta granché da un atteggiamento volto a salvare il salvabile. Nell’opera makarenkiana vi sono invece fiducia e ottimismo verso l’umanità, le sue potenzialità e il progresso di cui è capace; ma ne emerge anche la consapevolezza che la libertà implica dei limiti, l’azione implica la consapevolezza delle conseguenze, l’egoismo tendenziale dell’individuo deve essere controbilanciato dal senso di responsabilità del gruppo di cui è parte integrante.

Senza questa educazione alla responsabilità, la libertà perde il senso della crescita personale, scade nell’arbitrio, nella prospettiva assolutamente egoistica di un laissez-faire  che conduce alla sopraffazione dei deboli da parte dei forti, rinforzando le diseguaglianze sostanziali e sminuendo l’uguaglianza formale. In questo modo si rinuncia alla libertà, ricadendo nell’autoritarismo e nello stato di minorità denunciato da Kant.

Per la biografia: Makarenko: BIOGRAFIA come Diario Pedagogico, consultabile sul sito dell’Associazione Italiana Makarenko.

Alcune opere attualmente in commercio:

  • Poema pedagogico (1935), Red Star Press, 2017 (anche Pgreco, 2017)
  • Consigli ai genitori (1937), La Città del Sole, 2006
  • La pedagogia scolastica sovietica (1938), Armando Editore, 2009

 

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Note sull’educazione nei regimi totalitari

libro e moschetto

Nel sistema fortemente strutturato dei totalitarismi, l’educazione fu un mezzo di enorme importanza per la formazione del cittadino-modello. L’educazione totalitaria annullava i diritti e le aperture democratiche, subordinava i bisogni individuali a quelli del regime e si estendeva oltre la scuola, per organizzare anche il tempo libero degli studenti. Lo Stato, che con l’avvento della società di massa aveva assunto un ruolo guida nell’organizzazione delle società moderne, nei regimi totalitari venne esaltato ed esasperato nelle sue qualità (e quindi anche nei suoi limiti) come apparato unificante del pensiero e dell’azione; l’educazione e le pratiche pedagogiche divennero perciò tutt’uno con i programmi di sviluppo economico, politico e sociale, portando la pianificazione nazionale a livelli mai raggiunti prima a cavallo tra XIX e XX secolo. In questo ambito, l’attenzione al tempo libero come momento di educazione e indottrinamento ulteriore, costituì uno dei punti più originali, ancorché coercitivi, della formazione extrascolastica totalitaria.

Tuttavia, è bene non scadere in comparazioni superficiali. I tre principali totalitarismi europei, ossia fascismo, nazismo e stalinismo, presentano non solo punti in comune, come ci si aspetterebbe, ma anche differenze piuttosto importanti. Continua a leggere


L’educazione atea nel Rapporto Ilitchev

rapporto ilitchev

Tempo fa, l’UAAR aveva pubblicato un articolo sul blog di MicroMega intitolato “Il Fatto separato dai fatti”, in cui si lamentava per le dabbenaggini scritte da uno dei collaboratori sul loro festival laico e umanistico, organizzato per la settimana successiva; in entrambi gli articoli si faceva riferimento a un certo “rapporto Ilitchev”, uscito in Unione Sovietica per dare un programma coerente alla diffusione dell’ateismo in seno al popolo. Io avevo già trovato, per puro caso e senza saperne nulla, il testo in una vecchia edizione su eBay, inserendolo nella lista dei desideri; dopo averlo visto citato negli articoli della discordia, mi sono deciso a comprarlo per capire cos’è esattamente.

Riferimento bibliografico: L’educazione atea. Rapporto Ilitchev alla Commissione Ideologica del P.C.U.S. Testo e commento, Edizione «Orientamenti sociali» ICAS, con premessa di M. Puccinelli e commento di V. Rovigatti, collana “Studi e documenti”, Roma 1964. [l’immagine qui sopra è un particolare della copertina]

 

Che cos’è il Rapporto Ilitchev

IlicioffTrovare notizie in merito è stato davvero poco semplice, per la scarsità di fonti (e di interesse) sul tema; alcune cose lo ho tradotte con Google Translator da pagine russe. Il Rapporto Ilitchev alla Commissione ideologica del PCUS, presentato come «Attività per rafforzare l’educazione ateistica della popolazione» nella riunione a Mosca del 25 novembre 1963, fu pubblicato nel gennaio seguente e ripreso dalla stampa internazionale con un certo clamore, soprattutto dalle associazioni cattoliche. Fu redatto da Leonid Fëdorovič Il’ičëv (pron. “ilicioff“), giornalista, ideologo e scrittore, che tra il 1961 e il 1965 fu Presidente della Commissione ideologica e Segretario del Comitato centrale (una carica assunta assieme ad altri membri nel periodo di gestione collegiale del potere).

Questo scritto apparve al culmine di una vasta campagna antireligiosa promossa da Krusciov tra il 1958 e il 1964; tratta fondamentalmente dell’estensione di un’educazione ateistica a ogni livello della società sovietica, non solo a scuola, partendo dalla premessa dell’insufficienza della propaganda contro i culti e le sette religiose adottata in URSS fino a quel momento. In Italia, la prima edizione fu curata da una rivista cattolica che accompagnò la traduzione dal francese del testo con un commento fortemente polemico sui pericoli dell’azione comunista attraverso il PCI, considerato mera estensione del PCUS. La paura di fondo era di una inedita campagna per l’ateismo in Italia, condotta attraverso l’insegnamento scolastico improntato al materialismo scientifico e alla propaganda ideologica su tutti i fronti.

Il Rapporto è un testo piuttosto interessante, sia come un documento storico sulla politica culturale e la cultura politicizzata sovietiche, sia in merito alla relazione tra educazione e principi religiosi o ideologici. Dal punto di vista storico, questo Rapporto segna il momento culminante della repressione dei credenti in Unione Sovietica, dopo alcuni anni di relativa libertà, nel dopoguerra, che avevano spinto a un graduale ritorno della Chiesa sulla scena sociale. La necessità di mantenere alto l’impegno ideologico dei cittadini, soprattutto grazie ai successi del regime in campo scientifico, giustificava il rafforzamento dell’educazione nei termini di una profonda estensione del concetto scientifico del mondo nella cultura del popolo. Ciò si accompagnava, naturalmente, a forme di repressione e propaganda tipiche del regime, sempre più dure e persino violente. Continua a leggere


Un amico di destra

Quello che segue è un vecchio articolo rimasto a livello di bozza per qualche anno. Ho deciso di completarlo pur avendo cambiato, nel frattempo, alcune prospettive. In questi ultimi tempi, il degrado della politica e della società civile nel nostro Paese ha raggiunto un limite che non era stato toccato da decenni. Non potrei, in tutta sincerità, accettare tra i miei amici un sostenitore dei delinquenti che stanno stravolgendo l’integrità delle nostre istituzioni, della nostra etica civile e della nostra cultura. Purtroppo è un periodo di forte polarizzazione e, anche rifiutando la logica tribale oggi così diffusa, ci costringe comunque a prendere posizione e tracciare una linea. Ma quello che segue vuole essere un’esortazione a vedere il lato positivo di discutere con persone che la pensano all’opposto, e lo propongo proprio in reazione alla logica tribale.

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Premesso che nelle amicizie non faccio grandi discriminazioni politiche, perché trovo sciocco basare i rapporti interpersonali su giudizi “ideologici”, mi pare piuttosto normale che ognuno di noi tenda a circondarsi di persone in qualche modo simili a sé. Di conseguenza, gran parte delle persone che posso considerare amiche hanno una visione del mondo relativamente simile alla mia; però tra la scuola, l’università e gli ambienti di lavoro e di piacere, ne ho conosciute di persone che la pensano diversamente e magari all’opposto. D’altra parte ho anche evitato di coltivare rapporti con gente che, pur avendo idee vicine alle mie, era per altri versi poco interessante o gradevole. Ci sono poi alcune conoscenze che si fanno per forza di cose, come parenti o amici stretti di amici, con cui si deve avere a che fare senza poter davvero operare una normale selezione.

Di amici di destra ne ho quindi diversi. Alcuni lo sono da sempre (di destra, intendo), altri lo sono diventati in seguito a delusioni più o meno cocenti a sinistra (questi sono i più “cattivi”). Averli, quando si è marxisti impenitenti e, loro, di tendenze reazionarie, può essere fonte di stress, ma anche di sforzi intellettuali. Uno in particolare mi stimola molto a interrogarmi su ciò che penso, perché spesso e volentieri dice cose talmente assurde da mandarmi fuori dai gangheri, eppure è così convincente e sicuro di sé che non di rado mi trovo in difficoltà a fargli capire dove sbaglia su cosa non concordo e come mai. Continua a leggere


Aforismi a buon mercato, vol. 5

Aforismi 24 – 37

Sommario

  • Neofascisti alla riscossa
  • Paolo Villaggio saluta e se ne va
  • Gay Pride
  • “Perché non esiste una giornata dell’orgoglio eterosessuale?”
  • Alla vecchia maniera
  • Lavoro
  • La Giusta Causa
  • Vuoto di potere, potere del vuoto
  • Estremismo e radicalità
  • Società educante
  • Sfogo filosofico di sette anni fa
  • Di pancia e di testa
  • Moralismo biografico
  • Meritocrazia

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Aforismi a buon mercato

Aforismi 1 – 4

Sommario

  • Critica della modernità
  • Omofobia, razzismo, xenofobia
  • Primarie del centrosinistra
  • Un vecchio sfogo sempre valido

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Considerazioni su educazione e partecipazione nell’epoca contemporanea

Ecco un estratto di cosa sto combinando nella speranza di sopravvivere e trovarmi un posticino di lavoro (magari un fantozziano sottoscala)…

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La democrazia, come sistema politico e sociale, è caratterizzata da una instabilità perenne. Negli ultimi decenni del XX secolo si è assistito a un graduale quanto imponente sviluppo di tratti fondamentali della modernità, riassumibili nel cosiddetto paradigma della complessità, ovvero il sintomo della dinamicità instabile cui le persone sono costrette a soggiacere, adattandosi costantemente ai mutamenti di costume, tecnologia e naturalmente economia, di cui la globalizzazione del libero mercato costituisce l’esempio maggiore per incidenza nella vita quotidiana degli individui. L’importanza assunta dall’apprendimento, dall’informazione e dalla comunicazione rende sempre più urgente per ogni cittadino il diritto e persino il dovere di mettersi al passo con l’evoluzione sociale; imparare a ricercare e raccogliere dati e informazioni, socializzandole attraverso i mezzi di comunicazione, integrandole con le conoscenze altrui e infine convogliarle in una produzione di pensiero critico è oramai un momento costitutivo del ruolo sociale di ogni cittadino in quanto tale. Ciò significa tracciare il passaggio, nell’ambito della società dell’informazione, da un tipo di cittadinanza passiva a una presa di coscienza della partecipazione attiva al processo di formazione della democrazia, nella quale ogni individuo può contribuire alla risoluzione dei problemi sociali attraverso la condivisione del lavoro intellettuale. Continua a leggere