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Tienanmen, 1989

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Visto l’articolo precedente, in cui comunque avevo sottolineato la totale responsabilità di Deng Xiaoping nelle repressioni, non posso però esimermi dal ricordare questo evento, trent’anni dopo.

Personalmente, ricordo quell’anno in maniera molto vaga. Ero piccolo. Però ricordo la preoccupazione generale per quel che succedeva. Negli anni dell’adolescenza e della contrapposizione, non avevo giustificato, ma avevo cercato dei distinguo, per salvare il salvabile; per esempio, il fatto che alcuni studenti si richiamassero a Mao contro l’autoritarismo del governo centrale, che in qualche modo richiamava lo spirito – non la prassi – della Rivoluzione Culturale. E forse anche questo poté contribuire all repressione: Deng e gli altri dirigenti erano stati vittime del “bombardamento sul quartier generale” promosso da Mao.

Oggi vedo solo brutalità e orrore, e l’oblio forzato di questi eventi in Cina è profondamente odioso. Per quanto i margini di conflitto sociale siano ristretti in un sistema autoritario, la ragion di stato non può arrivare a tanto, nemmeno in un paese asiatico (che già di per sé non è incline al perdono). Il prezzo per l’apertura puramente economica è stato troppo alto, certo lo è dal nostro punto di vista.

La questione, in fin dei conti, è sempre la stessa: ogni Paese risolve i propri problemi come crede, ma se il diritto internazionale ha un senso, è proprio quello di spingere e richiamare tutti i Paesi al rispetto di diritti che sono stati conquistati con grande sacrificio, perché comunque ne valeva la pena, e la vale tutt’ora.

Le proteste (contro la corruzione, la censura e per il rinnovo della classe dirigente) furono represse con l’accusa di essere “controrivoluzionarie”. Ma, parafrasando il John Reed interpretato da Warren Beatty, se si reprime il dissenso, si uccide la rivoluzione, perché la rivoluzione è dissenso.

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Il Gigante Verde-Oro

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Brasile. Uno dei paesi a più alto tasso di sviluppo economico assieme alla Cina (di cui ho parlato qui), all’India, alla Russia, al Sudafrica e alla Corea del Sud. Uno dei paesi geograficamente più estesi del mondo, ricco di risorse e potenzialità. Caratterizzato da una piramide sociale con una punta di super-ricchi (gente che va da casa a lavoro in elicottero) e una base di sottoproletari al limite della fame. In mezzo, una classe media in aumento, ma dal futuro incerto.

All’inizio dell’estate il Brasile è venuto alla ribalta internazionale per le proteste contro il governo, contro i suoi sprechi, la sua corruzione, le sue politiche schizofreniche sui beni pubblici. Si ripetono scene e situazioni di protesta di strada già diffuse in altre parti del mondo. Eppure il governo è retto dalla prima donna presidente, Dilma Rousseff, appartenente al partito di Lula, una delle figure più apprezzate della sinistra internazionale. Un partito, il PT (Partido dos Trabalhadores) che regge il paese ormai da dieci anni, avendo ottenuto sempre moltissimi voti. Questo, tra l’altro, dopo decenni di opposizione radicale e una rapida correzione di rotta nel 2003 verso posizioni “roosveltiane”, pur restando sempre e comunque alveo di tutte le speranze di rinnovamento profondo della società brasiliana. Come mai, tutto a un tratto, sembra essere diventato così degno di biasimo? Continua a leggere