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Parallelismi storici: la Rivoluzione russa e quella francese

Trotsky Lenin Kamenev

Trotsky, Lenin e Kamenev, tra i maggiori fautori della Rivoluzione d’Ottobre

I bolscevichi, primo fra tutti Trotsky, amavano comparare la propria Rivoluzione con quella francese del 1789. In effetti le similitudini sono molte, a cominciare dalla storia: la Russia di inizio Novecento era retta da una monarchia assoluta, come la Francia di fine Settecento; aveva tentato invano di darsi un assetto parlamentare con la Duma, fallita grazie a quel tipo di potere oppressivo che anche in Francia aveva svilito l’importanza degli Stati Generali; aveva ancora un’economia di tipo feudale, fortemente agricola, nonostante la presenza di poli industriali moderni in alcune grandi città. Era cioé un Paese molto arretrato rispetto al resto d’Europa e vi erano le condizioni per una rivoluzione “vecchio stile”, con scontri di piazza, barricate e assalti, laddove in altre situazioni europee era impensabile (come già constatava nel 1895 Friedrich Engels). Continua a leggere

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Il re deve morire

https://i1.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/12/Robespierre.jpg/225px-Robespierre.jpgOggi, 14 luglio, è l’anniversario della Presa della Bastiglia, evento che ormai è considerato l’inizio della Rivoluzione francese del 1789. Rivoluzione che ha assestato un colpo decisivo alle vecchie monarchie europee e ha posto le basi per la costruzioni dei moderni Stati di diritto. Il brano che segue è tratto dal discorso pronunciato da Robespierre il 3 dicembre 1792, in cui espone con grande lucidità e grande intelligenza il motivo per cui l’Assemblea non può risparmiare la vita a Luigi Capeto, cioè all’ex re di Francia Luigi XVI. Si tratta di un discorso molto importante per vari motivi: da un lato, segna la legittimazione giuridica della Rivoluzione come nuova forma di società, contrapposta all’Antico Regime; dall’altro, è un esempio di giustificazione teorica di un omicidio per questioni politiche. In esso si mescolano la fredda lucidità del giurista e il fervore politico del rivoluzionario, trascendendo la questione della vita e della morte di una persona per toccare le categorie istituzionali (e simboliche) che gli individui incarnano: non si sta condannando a morte un uomo, si sta uccidendo il Re in quanto tale, si sta eliminando, attraverso la vita del sovrano contingente, il sovrano in sé, l’idea stessa di tirannia. Non è possibile processare il sovrano, perché ciò equivarebbe ad ammettere che può essere dichiarato innocente e assolto; specularmente, si ammetterebbe la possibilità di giudicare colpevole la Rivoluzione, che in questo modo si delegittimerebbe da sè. Solo in un momento del discorso Robespierre sembra prendere un attimo di pausa, sottolineando la gravosità di una scelta del genere nei confronti di un individuo, il cui destino è però condizionato da eventi più grandi, che impongono un sacrificio. Al giorno d’oggi siamo più lontani da questo modo di pensare, ma il discorso di Robespierre non può essere semplicemente bollato come “inaccettabile”, è un momento di riflessione e di scelta politica, dettato da eventi storici ben precisi, con cui dobbiamo e dovremo sempre fare i conti, quale che sia l’ambito in cui ci ritroviamo a operare. Sono in gioco dei princìpi, i quali per definizione trascendono gli individui. Continua a leggere