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Tengo ‘o quorum italiano!

trivelle

Il “referendum sulle trivelle” mi ha ricordato, per certi versi, quello sull’acqua pubblica di qualche anno fa. In quell’occasione i Radicali, esperti di referendum, puntarono su due aspetti negativi dell’iniziativa: la sostanziale disinformazione che gravava sul quesito reale e il problema (perenne) del quorum.

Sul primo punto, si è verificato un problema simile anche oggi, ma in maniera più pronunciata. Questo referendum è stato una grande perdita di tempo e di denaro pubblico, oltre che uno sfruttamento della buona fede e del senso civico di tanta gente, per dar forza a una battaglia che non era quella posta dal quesito referendario. Perché?

A) Tutti hanno promosso il Sì “contro le trivelle”, “per salvare il mare”, “per dire no ai combustibili fossili e sì alle energie alternative”, “per non inquinare ancora il mare” e via dicendo, con una propaganda ingannevole infarcita di elementi ecologisti, dando l’illusione che la vittoria del Sì avrebbe fatto smantellare le piattaforme e fermato lo sfruttamento dei giacimenti marittimi. L’idea era eticamente lodevole, come lo sono gran parte delle iniziative per la salvaguardia dell’ambiente, ma non era la motivazione reale né, soprattutto, l’oggetto del referendum. La vittoria del Sì non avrebbe fermato nulla, avrebbe solo ribadito un limite temporale che era stato rimosso per alcune (non per tutte) le trivelle. Le piattaforme interessate erano quelle entro le 12 miglia nautiche dalla costa: alcune avrebbero finito di estrarre gas e petrolio tra vent’anni, e che in base alla modifica di legge avrebbero esteso il lavoro fino all’esaurimento del giacimento. Nuove piattaforme, entro le 12 miglia, non ce ne sarebbero state comunque, quindi lo sfruttamento non sarebbe aumentato neanche volendo (altro che regalo alle compagnie petrolifere). Oltre le 12 miglia, tutto rimane com’era prima in ogni caso, con nuove concessioni, nuove piattaforme, sfruttamento illimitato. Dov’è la vittoria? A pettinarsi la chioma.

Per approfondire: Trivelle sì, trivelle no? Facciamo due conti (Il Sole 24 ore) – Pro e contro il referendum sulle trivellazioni (il Post)Sei risposte ai dubbi sulle trivelle (Internazionale)

B) Per esplicita ammissione di una parte dei promotori, il vero obiettivo era di dare “un forte messaggio politico” al governo. Il che va visto da due prospettive: quella civile ed ecologista, dei vari comitati sinceramente convinti di fare del bene, le cui motivazioni e slogan ho già accennato; e quella d’interesse partitico e correntistico, per cui tutti sono saliti sul carrozzone del Sì allo scopo di dare un colpo al governo, cioè a Renzi, rifilandogli una sconfitta come un pestone sul piede. Nel primo caso, come ho detto, si tratta di un miscuglio di informazioni inesatte o imprecise, illusioni e manipolazione della coscienza civile, che nulla hanno a che vedere con la richiesta del quesito. Nel secondo, di un atteggiamento opportunista per cui qualsiasi cosa va bene pur di andare contro il governo, che è un modo di fare stupido, irrazionale e alla lunga anche pericoloso, per i problemi che può aiutare a creare. Questo non è un modo sano e giusto di intendere la politica, e purtroppo vedo dai molti commenti in queste ore che l’illusione ha sviato molta gente dal vero punto in questione: che siamo stati presi in giro.

Per approfondire: Cosa votano i partiti? (il Post)

E visto che lo ho nominato, riporto dal vecchio blog alcune mie impressioni dopo il referendum del 2011 sull’acqua pubblica:

2 – All’atto di votare, mi sono trovato di fronte a schede pressoché incomprensibili. Se non mi fossi informato a dovere prima, avrei votato solo per sentito dire. Abrogare norme non è uno scherzo (e nemmeno approvarle), quindi è necessario dibattere e informarsi per bene. Ho letto i commi da abrogare e non ho trovato un chiaro riferimento alla privatizzazione dell’acqua, per come se ne è parlato in campagna referendaria. Ho pensato ai numerosi interventi sul tema, tutti molto convincenti e ben fatti, con analisi dei testi e dei termini; l’interpretazione delle norme è difficile, si possono vedere da molti punti di vista e non è facile comunicare il contenuto esatto di esse. Per semplificare si corre allora il rischio di fuorviare. Tutto si riduce a un “sì” o un “no” SULLA QUESTIONE DI PRINCIPIO più che sulla norma in sé stessa. Allora il parere popolare, la decisione, la volontà dei cittadini, si esprime sul principio, non sulla legge. Ciò implica, come hanno fatto notare alcuni Radicali (…), la sostanziale inutilità giuridica del referendum, in quanto le norme abrogate non cambiano realmente le carte in tavola, votando “Sì” non si può star certi che l’acqua non sarà comunque privatizzata, perché le capriole dei politici sui testi delle norme rendono sempre possibile trovare una via d’uscita. L’unica cosa su cui si può fare affidamento è l’espressione stessa di un dissenso rispetto a certe politiche, ossia la chiara presa di posizione contro il principio di privatizzazione dei beni comuni e di sviluppo di energie pericolose: è chiaro che, fatta salva l’indifferenza del potere alla volontà dei cittadini, chiunque d’ora in poi si metta a dire “costruiremo centrali nucleari nel rispetto delle norme europee” o “affideremo ai privati la gestione degli acquedotti” perderà consensi, quindi ci penserà due volte prima di procedere su questa strada. [ah! quanta ingenuità. Non potevo certo sapere che per lungo tempo non avremmo più votato per il governo, e che ciò ha reso molto più facile aggirare la volontà popolare]

L’altro problema è la soglia del quorum. In Italia è sempre stata molto alta, in questo caso il 50%+1 degli aventi diritto al voto: come si poteva credere che una materia su cui nessuno aveva le idee chiare potesse attrarre così tanta gente? Io stesso ho capito di cosa si trattasse nell’ultima settimana. Renzi è stato vigliacco nell’imitare Craxi invitando la gente ad andare al mare, ma non ha fatto altro che sfruttare una falla del sistema. Non c’è bisogno di affannarsi a spiegare le ragioni del No, è molto più facile promuovere l’astensione per invalidare il risultato. Nel 2011 la pensavo così:

3 – Il referendum non dovrebbe avere un quorum da raggiungere. Dovrebbe valere qualunque sia la percentuale di votanti, perché l’importante è decidere tra un sì e un no, dare una risposta definitiva. Invece il quorum svuota di valore una delle due scelte possibili, perché sfrutta l’indolenza, l’indifferenza e l’ignoranza delle persone come arma attraverso l’astensionismo. Nell’ultimo referendum la destra ha proposto l’astensione per cercare di sfruttare l’indecisione a favore del No, anziché dire di andare a votare direttamente No. E’ un trucco da vigliacchi che fa solo male al Paese, perché oltre a essere sleale aiuta a disinteressarsi della partecipazione a questioni di interesse generale. Senza il quorum, tutti si affannerebbero non solo a informarsi, ma anche a partecipare attivamente per ottenere una risposta il più possibile condivisa. In questo caso si sarebbe avuto un dibattito enorme anche per le ragioni del No e avremmo avuto tutti da guadagnarci; ora invece ci sono un mucchio di cretini che accusano di demagogia quelli del Sì: benissimo, e loro cosa hanno fatto? Qual è la loro demagogia? Prima di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altri, guardino la trave nel loro.

Oggi mi rendo pur conto che un quorum ci deve essere, altrimenti si rischierebbero dannose manipolazioni. A maggior ragione per il prossimo referendum, quello di ottobre sulla riforma costituzionale: non possono essere in pochi a votare e decidere su una questione di tale importanza, ma non possiamo neppure evitare di stimolare il dibattito e abbandonarci al lassismo astensionista. In questo caso il quorum è essenziale. Allora, come la mettiamo? Risolviamo caso per caso? O in generale abbassiamo la percentuale e che i cittadini si informino se non vogliono essere dominati da un’esigua minoranza?

In ogni caso, sembra che l’astensione sia un fenomeno aggravatosi negli ultimi anni, perché fino al 1995 non era così, basta guardare i dati delle consultazioni referendarie in Italia. Dopodiché, un tonfo totale, per assurdità dei quesiti, per disinteresse popolare, per berlusconite acuta… Unica eccezione, guarda caso, nel 2011. L’astensionismo può essere un atto politico di protesta, ma di norma è menefreghismo. Quindi va combattuto con l’educazione civica.

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La grande prova

Obama a Cuba, stretta di mano con Castro (la Repubblica)

Cuba sta cercando la pacificazione con gli USA. Dopo la riapertura dell’ambasciata l’anno scorso, Obama fa visita a Castro per dare continuità al percorso diplomatico che porrà fine, così si spera, all’embargo e quindi all’isolamento internazionale di Cuba. Qualche anno fa, forse, e dico forse, avrei pianto. Oggi, penso che il regime castrista abbia finalmente preso la decisione giusta.

Gli USA hanno soffocato abbastanza l’isola dissidente, e i castristi hanno soffocato abbastanza i dissidenti dell’isola. È giunta l’ora di cambiare, di aprirsi nuovamente al mondo e trovare nuove vie per essere dignitosi senza richiedere sacrifici inutili.

È vero che il pericolo per Cuba di tornare a essere un puttanaio americano c’è sempre, ma se può venire qualcosa di buono dagli ultimi vent’anni di testarda resistenza, dovrebbe essere la capacità di non lasciarsi fottere, bensì di ingaggiare relazioni serie, basate sulla parità, tra adulti consenzienti. Solo ora, davvero, si vedrà di che tempra sono i figli e i nipoti della Rivoluzione, che prima di essere socialista fu patriottica.

Dicono su alcuni giornali che Raúl Castro, da sempre filosovietico (e realmente comunista, prima e più di Fidel), oggi guardi alla Cina popolare come modello di sviluppo per Cuba. Da un lato è pericoloso, perché quel modello coniuga la repressione politica con lo sfruttamento economico; ma dall’altro può essere il vero “socialismo del XXI secolo”, non come la stramberia del Venezuela di Chavez (r.i.p.), bensì come modello di amministrazione del capitalismo per il bene e la crescita comuni, meno  ideologico, più pragmatico e di certo molto più vitale dell’attuale sistema cubano, ormai slegato da qualsiasi concreto internazionalismo e perciò sofferente e ripiegato su se stesso.

Senza una solida direzione del cambiamento, la Rivoluzione in primis e poi il “periodo speciale” che ha salvato il regime con sacrifici enormi dopo il 1989, saranno stati inutili. Senza però la disponibilità a cambiare le cose, Cuba sarà destinata a non contare nulla fino alla fine e a continuare nel declino. L’embargo imposto dagli USA è stato una carognata, una mossa strategica per combattere un nemico minore e solleticare le fantasie (e l’appoggio) dei dissidenti fuggiti in Florida, ma in fin dei conti altrettanto inutile per il suo scopo: ha impedito lo sviluppo della Rivoluzione, senza dubbio, ma ha fornito un incredibile motivazione al regime per rafforzare la sua contrapposizione agli USA, in stile Davide e Golia. Forse, senza l’embargo, la Rivoluzione avrebbe dovuto vedersela con un popolo privo di nemici esterni; e forse avrebbe preso già da tempo decisioni diverse, anche radicali.

Solo Obama poteva fare ciò che sino a poco tempo fa pareva impensabile. Oggi, Cuba fa un primo passo verso un futuro incerto, gravido di promesse e di difficoltà, tra il regime castrista che sembra ancora saldo, ma ha bisogno di aprirsi, e i cubani americani che non vogliono più soltanto la riconquista dell’isola, ma sperimentare un nuovo mercato. Sessant’anni di Rivoluzione arrivano ora al punto, Cuba affronta la sua grande prova: rimettersi in gioco fino alla vittoria, sempre.


Valentina VS Diego

Devo dire che Valentina Nappi mi ha colpito. E’ una pornostar ormai molto nota, ma non solo e forse non principalmente per le sue prestazioni su schermo. Tiene infatti (o almeno ha tenuto fino a poco tempo fa) una pagina-blog su MicroMega, dove esprime considerazioni tutt’altro che banali su questioni di costume, politica e filosofia, talvolta in modo provocatorio, ma sempre con lucidità e proprietà di linguaggio. Una proprietà tale, che all’inizio pensavo si facesse scrivere gli articoli da qualcun altro, visto che pure io, nonostante gli sforzi, conservo qualche pregiudizio sulla natura delle persone. In effetti alcune parti dei suoi articoli sembrano scopiazzate da testi di importanti autori: corretto sarebbe riportarle come citazioni, però un possibile “plagio” credo faccia parte delle sue provocazioni e, comunque, vuol dire che lei almeno qualche testo buono lo ha letto. In ogni caso sta diventando un personaggio pubblico come altre attrici porno prima di lei, attiviste nel campo della sessualità.

Incuriosito da questa porno-intellettuale, se così si può definire, ho letto con attenzione un suo articolo che ha suscitato le vive polemiche di un altro intellettuale, stavolta non porno, ma comunque giovane e in ascesa: Diego Fusaro. Ricercatore e saggista, è noto soprattutto per la curatela delle nuove edizioni di opere di Karl Marx, con Bompiani, e per il portale “La filosofia e i suoi eroi“, creato a 16 anni per raccogliere appunti di filosofia e oggi uno dei più ricercati. Fusaro ha aspramente criticato la posizione (intellettuale) di Nappi sull’idea attuale di anticapitalismo (secondo lei assimilabile al fascismo), adducendo però argomentazioni che, pur nella loro complessità, sembrano quasi reazionarie. La questione è piuttosto interessate, al di là della polemica generatrice, perché pone in rilievo un problema teorico stringente, cioè la crisi dell’alternativa socialista al capitalismo e l’emergere della destra radicale come forza di contestazione. Prima però di dire la mia, vi consiglio di leggere i due articoli in questione per avere la visione esatta del problema, così come è posto dai duellanti:

– “Oggi il fascismo si chiama anticapitalismo” (V. Nappi)

– “Il Capitale e i suoi utili idioti: la signorina Nappi” (D. Fusaro) Continua a leggere


Il Gigante Verde-Oro

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Brasile. Uno dei paesi a più alto tasso di sviluppo economico assieme alla Cina (di cui ho parlato qui), all’India, alla Russia, al Sudafrica e alla Corea del Sud. Uno dei paesi geograficamente più estesi del mondo, ricco di risorse e potenzialità. Caratterizzato da una piramide sociale con una punta di super-ricchi (gente che va da casa a lavoro in elicottero) e una base di sottoproletari al limite della fame. In mezzo, una classe media in aumento, ma dal futuro incerto.

All’inizio dell’estate il Brasile è venuto alla ribalta internazionale per le proteste contro il governo, contro i suoi sprechi, la sua corruzione, le sue politiche schizofreniche sui beni pubblici. Si ripetono scene e situazioni di protesta di strada già diffuse in altre parti del mondo. Eppure il governo è retto dalla prima donna presidente, Dilma Rousseff, appartenente al partito di Lula, una delle figure più apprezzate della sinistra internazionale. Un partito, il PT (Partido dos Trabalhadores) che regge il paese ormai da dieci anni, avendo ottenuto sempre moltissimi voti. Questo, tra l’altro, dopo decenni di opposizione radicale e una rapida correzione di rotta nel 2003 verso posizioni “roosveltiane”, pur restando sempre e comunque alveo di tutte le speranze di rinnovamento profondo della società brasiliana. Come mai, tutto a un tratto, sembra essere diventato così degno di biasimo? Continua a leggere