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Ricordare Sacco e Vanzetti

La vicenda di Sacco e Vanzetti, oltre all’infame ingiustizia perpetrata, fu la prima storia che mi fece riflettere seriamente sulla pena di morte.

Sono stati uccisi legalmente per fornire all’opinione pubblica un capro espiatorio, sangue per lavare i peccati di qualcun’altro, sangue trovato tra gli ultimi, tra gli “inferiori”, tra i reietti, immigrati mal visti e mal tollerati, buoni solo come manovalanza a basso costo e, con loro due, come olocausti, offerte sacrificali.

Ma se nel loro caso fu una barbarie perpetrata da un sistema gretto e spietato, si potrebbe obiettare che in altri casi la pena di morte era giusta perché comminata a gente realmente colpevole che meritava di morire; un assassino stupratore di bambini merita di essere giustiziato, un serial killer, un terrorista che compie massacri, meritano la pena di morte

Ed è qui che Sacco e Vanzetti mi hanno fatto riflettere: il problema non è meritare o meno la morte, bensì il fatto stesso di dare allo Stato la possibilità di uccidere la gente. Perché la morte di un innocente è un rischio inaccettabile, la morte per un errore giudiziario, o peggio, per un calcolo politico (“governatore, le elezioni sono vicine“, tanto per dire), è un crimine insopportabile e non può, non deve, essere reso neanche lontanamente possibile.

Perché è uno sbaglio cui non si può rimediare.

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Aforismi a buon mercato, vol. 5

24 – Neofascisti alla riscossa. Ultimamente i neofascisti stanno tornando alla ribalta, o forse meglio sul “bagnasciuga”, conquistando parecchie pagine di giornali tra lidi a tema e ronde in spiaggia, protestando perché la democrazia proibisce loro di inneggiare all’antidemocrazia. Ora, io penso che tra la libera espressione del pensiero e l’apologia del fascismo corra una differenza profonda quanto la Fossa delle Marianne: innanzitutto, l’espressione di un pensiero antidemocratico è legittima finché rimane tale, ossia un’espressione; a questa si può ribattere con l’espressione di altre idee, e si rientra nella dialettica democratica che da questo confronto trae la sua forza. Anche per questo, rivendicare il proprio diritto a esprimersi contro la democrazia invocando la libertà di espressione è una contraddizione in termini, che non ha bisogno di commenti. Però l’apologia del fascismo non rientra nella libertà d’espressione, per evidenti ragioni storiche: qualunque azione, e sottolineo AZIONE, che riconduca al fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un reato. Dire che “si stava meglio quando si stava peggio” è un’espressione; aprire un lido dove “vige il regime” e si minaccia violenza contro chi non concorda, è reato. Dire che “gli ambulanti stranieri fanno concorrenza sleale” è un’espressione; andare a cacciarli con una squadra di camerati è reato. Dire che la democrazia fa schifo è un’espressione; usarla per essere antidemocratici è… demenza. Dovremmo fare sul serio i conti col fascismo, e per questo dobbiamo tornare a studiare la storia in modo critico.

25 – Paolo Villaggio saluta e se ne va. Ho sempre pensato che fosse un attore di grandissimo talento, rimasto però “incastrato” nel personaggio di Fantozzi; le poche volte in cui ha fatto ruoli differenti, è stato eccezionale. I film, soprattutto quelli diretti da Luciano Salce, sono un mito intramontabile; ma vi consiglio caldamente di recuperare i libri di Fantozzi, sicuramente i primi tre, dove il carattere iperbolico di personaggi e situazioni è al suo apice. Credo sia stato l’ultimo artista del gruppo di genovesi che comprendeva, tra gli altri, Fabrizio de André, a rimanere in vita fino a oggi. Com’era umano… E lo dico in senso ampio: negli ultimi anni aveva fatto di tutto per rendersi antipatico, con esternazioni assurde e idee balorde contro popoli, culture, etnie e tutto ciò che si può normalmente insultare. Eppure, per me non c’è riuscito. Possa riposare in pace. Come ricordarlo? Sono troppe le scene fantastiche e geniali tra cui scegliere, tanto varrebbe postare i film interi. Che mito. Consiglio anche di recuperare la sua autobiografia Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda.

26 – Gay Pride. Personalmente non sono granché avvezzo a questo genere di spettacoli, ma questo articolo mi trova d’accordo: se penso a come è stato “normalizzato” il carnevale, che non è più nulla al di fuori degli eventi storici, capisco cosa potrebbe voler dire smorzare il Gay Pride. Come ha detto qualcuno (probabilmente Oscar Wilde), “se quando parli non offendi nessuno, vuol dire che non hai detto niente”; e poi, ciò che va contro il persistente moralismo da baciapile non può essere così male… anzi, in effetti è proprio il moralismo che giustifica l’oscenità. Quando non ci sarà più disprezzo per il Pride (e per ciò che rappresenta, la libera scelta sessuale), allora sì che questo diventerà inutile. Credo perciò che ci vorrà molto tempo.

27 – “Perché non esiste una giornata dell’orgoglio eterosessuale?”. Per alcuni semplici motivi che sono stati compendiati dai ragazzi di un bar gay di Bologna, in una immagine di cui riporto il contenuto: perché nessuno ti uccide se sei eterosessuale; perché nessuno ti impedisce di sposarti, adottare e avere diritti coniugali; perché la tua famiglia non ti butta in mezzo a una strada se scopre che sei eterosessuale; perché nessuna religione condanna l’eterosessualità; perché nessuno ti grida “eterosessuaaaaleeee” per offenderti; perché non serve fingere di essere “amico” del tuo fidanzato per paura di essere aggredito. A me pare ovvio, ma non lo è per molta gente. E questo vale, in modi diversi, per la giornata della donna (“perché non c’è la giornata dell’uomo?”), o in alcuni paesi della coscienza/storia nera (“perché non c’è una giornata della coscienza bianca?”). D’altra parte, senza voler eliminare le differenze, o meglio senza volerle nascondere sotto un tappeto e far finta che non ci siano, è sempre bene tendere a parlare di persone, prima che di maschi e femmine, bianchi e neri, etero e omo. Siamo tutti persone. Questo è ciò che ci accomuna tutti. Quando insultiamo, picchiamo, arrestiamo o uccidiamo qualcuno per il suo orientamento sessuale o per le caratteristiche somatiche, stiamo innanzitutto negando che quella sia una persona, un essere che ha la stessa nostra umanità.

28 – Alla vecchia maniera. Mi chiedo se davvero essere razionali e “moderati” sia la strada giusta, con certa gente. La conciliazione, talvolta, sembra rassicurare chi ha torto e indebolire chi è nel giusto. Forse bisognerebbe semplicemente scendere in guerra e andare fino in fondo, non importa cosa succeda. Tagliare teste al momento giusto, per non ritrovarsi con untori e piromani dopo. Di tutte le citazioni che ho raccolto in questi anni, quella che mi sta tornando in mente più spesso negli ultimi giorni è una di Theodore Roosevelt: “Don’t hit at all if it is honorably possible to avoid hitting; but never hit soft” ossia “non colpire affatto, se è onorevolmente possibile evitare di colpire; ma non colpire mai piano”. Al di là della mia inelegante traduzione, direi che il messaggio è piuttosto chiaro. Finché non ci sei costretto, finché non puoi farne a meno, evita di andare allo scontro, se non ce n’è davvero bisogno; ma una volta che ci sei costretto, non devi trattenerti in nessun modo, non devi avere “pietà” per chi ha fatto l’errore di mettersi contro di te. C’è anche un detto brasiliano che ribadisce il concetto, non so se riesco a renderlo bene: “eu do um boi para nao entrar na briga, mas do uma boiada para nao sair“, che grossomodo significa “posso dare via un bue per non entrare in conflitto, ma do via una mandria per non uscirne”. In certi momenti, non c’è ragionevolezza che tenga. Bisogna entrare in guerra e combatterla fino alla fine. Sarà brutto, ma è vero. E penso sia altrettanto vero quello che diceva John Wayne in uno dei suoi poco simpatici film: “you have to be a man, before you can be a gentleman“, cioè “bisogna essere uomini, prima di poter essere gentiluomini”, un po’ come dire che puoi anche essere elegante e saperci fare, ma se all’occorrenza non sai tirar fuori il tuo barbaro interiore, essere civile non ti serve a nulla.

29 – Lavoro. Tutto questo degrado nel mondo dei diritti del lavoro, è dovuto al fatto che il socialismo è “morto”. Uso le virgolette perché, da un punto di vista dialettico, il socialismo è l’antitesi del capitalismo, e fin quando ci sarà il capitalismo, ci saranno risposte sociali alle diseguaglianze che tale sistema economico genera. Quindi non si può realmente considerare morto il socialismo (preso nella sua accezione più generale e ampia). Il punto è però che siamo in un momento storico del tutto privo di alternative, anzi, alla gggente le alternative sembrano l’ennesima utopia che blocca gli ingranaggi dell’economia. Il socialismo è “morto” perché nessuno ci crede più, il cambiamento è “morto” perché non ci sono esempi di grande successo rispetto all’unico modello economico rimasto. In sostanza non c’è una base popolare, né culturale, né tanto meno una soggettività definita, per portare avanti un vero movimento per i diritti del lavoro. Le classi subalterne sono atomizzate, l’individualismo è diventato una leva commerciale, siamo ormai consumatori a tempo pieno, chi più chi meno. Fare qualcosa di più grande, un progetto a medio e lungo termine, ormai è visto come una rinuncia alla libertà (consumatrice) individuale, se non addirittura come un passo verso il suicidio economico, vista la concorrenza con paesi estremamente aggressivi sul piano della produzione… “e tu vieni a propormi di diminuire l’orario di lavoro, di aumentare le tutele sociali, di concedere questo e quello, quando in Cina non esistono sindacati e l’economia va come un treno? Ah no, grazie!“, questa una delle possibili risposte. A me piace pensare che sia solo una fase, e che con il tempo e con l’aumento delle diseguaglianze, un rispensamento avvenga, e con esso una rivalutazione dei diritti e dei doveri; ma per ora, scusate il pessimismo leopardiano, un altro mondo è impossibile.

30 – La Giusta Causa. È una fiamma che non si estingue mai. Brucia ardente fino a consumare il cielo. E quando sembra solo brace, ecco che un tizzone ardente scoppia e dà fuoco alla prateria.

31 – Vuoto di potere, potenza del vuoto. Non posso definirmi “anarchico” perché sono convinto della necessità dello Stato, o comunque di una istituzione sovraindividuale che possa conciliare gli interessi dei singoli, che possa garantire alcuni servizi basilari e mettere ordine nel caos degli egoismi. Però, quando si tratta di prendere alcune decisioni sulla propria vita privata, decisioni che non pregiudicano gli altri, allora non solo sono anarchico, ma pure egoista, come l’Unico di Max Stirner. E ritengo che ognuno di noi abbia il diritto di decidere cosa fare della propria vita, fino all’ultimo, senza che un gruppo di potere ispirato a qualsivoglia ideologia politica o spirituale ci imponga la propria volontà e il proprio pensiero. Ma attenzione: l’imposizione non è solo quella dovuta a regole, leggi e norme che vietano, permettono, distinguono e sanzionano; è anche quella dovuta alla mancanza di regole, al “vuoto normativo” che impedisce di prendere decisioni, impedisce di portare avanti un discorso, impedisce di mettere un punto fermo sulle questioni e chiarire i confini entro cui (o contro cui) muoversi. Perché è proprio in questo vuoto che i gruppi di potere riversano le loro speranze di conservazione e influenza, mettendo la polemica al posto del dibattito.

32 – Estremismo e radicalità. Io faccio una distinzione tra radicali ed estremisti. Essere radicali, come diceva Marx, vuol dire prendere le cose alla radice; ossia andare al fondo dei problemi, a mettere in discussione le basi e i principi, a trovare soluzioni che cambino al cuore la situazione, anche gradualmente, anche con lentezza, ma in profondità. Essere estremisti, invece, vuol dire andare sempre per la via più rapida, più violenta, più dura, più inflessibile, finendo con il chiudersi nell’irragionevolezza di un settarismo ossessivo e pericoloso, che crea più guai di quanti ne risolve. Personalmente, mi ritengo un radicale.

33 – Società educante. La situazione politica nazionale richiede di formare nuovi cittadini, uomini e donne di talento capaci di aprire nuove strade. In un futuro che ora sembra lontano, quando tutti usufruiranno di una scuola decente, la parte della scuola sarà in sé piccola e temporanea, mentre tutta la società diventerà (cioè dovrà diventare) una grande scuola permanente.

34 – Sfogo filosofico di sette anni fa. È ovvio che Hegel risolvesse tutto sul piano astratto, cristo! Era un idealista che proveniva da approfonditi studi teologici, che doveva fare? E comunque l’unica scienza che sa trovare qualche dato plausibile per l’unità del Tutto è la fisica quantistica, che alcuni accusano di essere metafisica! Prendiamo Hegel per quel che è, diamine… Lo dico perché sto studiando il pragmatismo americano che, unitamente ad altri filosofi della scienza europei, ha una posizione radicalmente antimetafisica e ovviamente Hegel è considerato una peste bubbonica. Io, pur non essendo hegeliano, ne vorrei difendere la profondità, perché non c’è bisogno di accettare la metafisica per assumerne il metodo, che apre la mente come discorso simbolico e può giovare proprio alla pragmaticità. Voglio dire che capisco certe critiche, ma a volte sembrano più una definizione identitaria che un giusto esame critico… Persino Popper riconosceva il valore del pensiero astratto come progettualità immaginifica!

35 – Di pancia e di testa. La vendetta si basa sulle emozioni, la giustizia sui principii. Ecco perché non possono confondersi.

36 – Moralismo biografico. E alla fine mi ritrovo a sentirmi dire che Marx era un figlio di ‘ndrocchia perché non ha mai lavorato in vita sua, sfruttava la moglie che era ricchissima (!) ed era mantenuto da Engels. Ora, a parte che:

  • 1) Marx era giornalista, corrispondente di vari giornali, tra cui americani, ma il lavoro intellettuale continua a non essere visto come un lavoro “vero”; avrebbe potuto essere professore universitario se solo si fosse conformato alle idee di merda dello stato prussiano, che lo rese il ribelle che era; l’unico altro lavoro “vero” come impiegato alle ferrovie gli fu negato perché aveva una calligrafia illegibile.
  • 2) La moglie, Jenny Von Westphalen, appartenente a una ricca famiglia aristocratica, era stata allontanata dalla famiglia e praticamente diseredata per aver scelto come marito un sovversivo, che lei ha preferito seguire nelle sue peregrinazioni fino a ritrovarsi nelle periferie proletarie di Londra, a tenere a bada una caterva di figli e i creditori, sempre pronti a pignorare qualcosa.
  • 3) Engels lo manteneva, questo è vero. Lo aiutava economicamente per quanto gli fosse possibile, grazie al suo lavoro nell’industria del padre. Senza di lui, questo amico come se ne incontrano una volta nella vita (se se ne incontrano), Marx e famiglia sarebbero rimasti peggio che con le pezze al culo come già erano. Se si ritiene scabroso aiutare ed essere aiutati, si è anticomunisti, senza dubbio.

Dico, a parte tutto questo, che cosa c’entrano le mancanze della vita quotidiana con la produzione intellettuale? Cosa ci interessa di Marx, le bollette scadute, i creditori incazzati, o le idee che hanno cambiato il modo di rapportarsi alla modernità? Che caspita di visione moralisteggiante e ipocrita è mai questa di stare a vedere come un pensatore si comportava, come camminava, come cacava?? Siamo seri, su!

[Lettura consigliata: Francis Wheen, Karl Marx. Una vita, ottima biografia scritta da un giornalista inglese, in cui l’umanità di Marx, con tutte le sue mancanze, è esposta con la naturalezza di chi vuole scrostare il mito e trovare l’uomo, non certo per invalidarne le idee bensì per comprenderne la materialità, comune a tutti noi.]

37 – Meritocrazia. In base a cosa si giudica il merito? All’impegno, al tipo di lavoro svolto, ai risultati conseguiti? Magari tutte e tre le cose. Bene. E allora perché tanti sostenitori della meritocrazia sono anche contrari a tassazioni come la tassa di successione, che impone un tributo sul ricevimento di un’eredità? Secondo quali “meriti” una persona riceve le ricchezze di famiglia? Il merito di essere sopravvissuta? La realtà è che molti di quelli che parlano di meritocrazia sono ipocriti tanto quanto coloro parlano di liberalismo e poi chiedono l’intervento dello Stato per salvare imprese “non meritevoli”, perché incapaci di stare sul mercato. Perché, in fin dei conti, poca gente ha davvero intenzione di stare a esaminare i meriti: potrebbe scoprire di non averne alcuno.


Nuovi aforismi a buon mercato

Dopo oltre un anno dall’ultima infornata, ritornano le perle di saggezza che sparo in giro (e che forse era meglio dimenticare). Di solito sono commenti estemporanei, slegati tra loro, che potrei sviluppare ma anche no.

17 – Imperfezione di fabbrica. Ho cambiato un po’ il sottotitolo del blog, da “Produzione Strutturale di Pensiero” (scelto per motivi estetico-concettuali abbastanza evidenti) a “produzione strutturale di pensieri imperfetti”. Via le maiuscole, che non servivano se non a dare l’impressione che mi prendessi troppo sul serio; e dentro il plurale e l’imperfezione, perché il mio non è un pensiero necessariamente strutturato, nel senso che non è sistematico, non è un piano generale di interpretazione che fa combaciare ogni aspetto della realtà. E se anche lo fosse, non è esposto in questo blog. Qui “produco” una serie di pensieri, che solo in ultima istanza formano una struttura, nel senso che sono connessi in una visione, una concezione del mondo. Pensieri imperfetti, però, perché c’è sempre qualcosa che manca, o che non funziona a dovere, come tutto nella vita, tra errori, dubbi, ripensamenti, ignoranze, timori e furori. Per citare la presentazione del blog: “la perfezione è una forzatura verso una completezza illusoria, racchiusa in un obiettivo finale che non lascia spazio a dubbi ed errori, cosa del tutto contraria al divenire costante della realtà. Imperfetto è mutevole, cangiante, aperto, vivo”.

18 – Il compagno Nietzsche. Io credo che molte persone non si rendano davvero conto che Nietzsche era sostanzialmente un reazionario. Intendiamoci: il più intelligente dei reazionari, il più acuto, profondo e colto, fascinoso nello scrivere e gradevole da leggere. Ma pur sempre un reazionario. Si batte, è vero, contro la morale, contro il cristianesimo, contro lo Stato, la Chiesa e i concetti idealistici, però da un punto di vista reazionario, non rivoluzionario. Poi, senza dubbio, sul nazismo ci avrebbe pisciato sopra come su qualunque altra forma di decadenza moderna, ma ciò non toglie che bisogna pur prenderlo per quel che era, e che scriveva con chiarezza. Può essere l’amico di destra, non il compagno di viaggio di Marx. Anche se alla fine le sue martellate filosofiche giovano un po’ a tutti, lui non ha mai inteso la liberazione come qualcosa per tutti. Il superuomo, o oltreuomo che dir si voglia, non è l’evoluzione dell’uomo in quanto tale. Se lo fosse, sarebbe troppo emersoniano, radicalmente democratico. No, l’individuo superiore, l’individuo che va oltre la sua condizione di uomo, è parte di un gruppo ristretto. Eppure, badate bene: l’individuo, non una razza, non un popolo, non una nazione.

19 – Umanismo e Tecnica. E’ davvero possibile essere umanisti oggi? La tecnica, come forma mentale, è ormai l’essenza del mondo moderno e non c’è romanticismo che tenga, siamo persone immerse nel vivere tecnologico, espressione della tecnica intesa come uso strumentale delle forze e delle energie improntato all’efficienza e alla velocità. Il vero nichilismo, la vera distruzione di ogni teoria dei valori è questa, non la psicanalisi o il marxismo, e nemmeno il “niccianesimo”, è l’eclissi della cultura umanista, del pensiero incentrato sui bisogni dell’essere umano, in favore della ricerca dell’innovazione e della realizzazione di tutto ciò che è possibile in quanto possibile. Non dico affatto, come invece i postmodernisti, che “tutto va verso il nulla”, anzi, tutto va verso il Tutto, la totalità della tecnicizzazione della vita, che non può più tornare indietro. Non voglio fare un discorso alla Heidegger, il problema non è criticare la tecnica in sé, o pensare a impossibili e antistorici ritorni a qualcosa che è passato. Piuttosto, trovare il modo di adattarci a ciò che noi stessi abbiamo creato. In questo senso è giusto essere umanisti, perché adattarsi non vuol dire perdere di vista la persona umana. Ma è possibile? Possiamo scavare un posto per l’umanità in un mondo che sembra andare avanti senza di essa? Possiamo ancora dare valore e utilità alla filosofia?

20 – L’autocritica fa bene a tutti. Ricordo che una volta, una mia collega di università commentò così la nostra situazione di studenti di filosofia: “siamo astratti, troppo lontani dalla dimensione dialogica e, lasciamelo dire, anche presuntuosi”. Col tempo, ho imparato quanto fosse vero. E non credevo si potesse davvero esserlo, data la natura critica di quegli studi. E’ come una sindrome da torre d’avorio, da casta platonica, a fronte della produzione di interpretazioni cui è la realtà a doversi adattare. Ho sempre pensato che la bontà di studiare, per esempio, Hegel, risiedesse nell’ampliamento della creatività dell’intelletto, nell’acquisire una visione organica della realtà, senza per questo dover essere hegeliani, idealisti, convinti che lo spirito produca la realtà come una fiamma che produca il fiammifero. Ma capisco anche cosa intendesse Popper, pur nella sua presunzione di aver capito e risolto tutti i maggori problemi filosofici. Sarà vero che esistono filosofi “oracolari” contrapposti a filosofi “sentinella”? I primi, autoreferenziali, oscuri e magari imbroglioni; i secondi, attenti e pronti a smascherare, lanciare allerte e risolvere problemi veri. Forse no, forse è una demarcazione troppo netta, però mi fa pensare anche alla definizione di Feuerbach data da quella mia stessa collega: “non un filosofo, ma un uomo in perenne ricerca”. Io credevo che la filosofia fosse perenne ricerca, ma da quel che vedo molti la intendono come un punto di arrivo, l’empireo del pensiero da cui dominare le miserevoli umane vicende, con quello sguardo di sufficiente compatimento di chi ha già capito tutto. “Uomini di mondo” che del mondo non sanno nulla. Teorici senza prassi, pericolosi quanto gli idolatri della prassi priva di teorie, aperti e disponibili all’ideologia intesa come falsa coscienza. E’ quanto meno triste.

21 – Il buon consumatore anarchico. Tutta una rete di tabù autoimposti condiziona la vita delle persone idealiste, le quali si trovano spesso a dover rinunciare a innumerevoli cose per non contraddire la propria posizione morale. Le multinazionali, per esempio, sono mostruosità che perpetrano crimini contro l’umanità, quindi vanno evitate come la peste. Al loro posto si sceglie il locale, il biologico, il fai-da-te ecc., con il risultato di spendere tempo e risorse nella ricerca di ciò che serve, nella pia speranza di non dover comprare elementi prodotti da compagnie di cui si possa un giorno scoprire l’affiliazione a grandi gruppi d’interesse, da cui l’imbarazzo e l’aumento delle difficoltà per rimediare. Senza contare il senso di colpa che deriva dalla fruizione una tantum dei prodotti di quelle multinazionali, o le frecciatine da chi se ne accorge. Alla fine, il consumatore alternativo si libera dalla schiavitù delle multinazionali per rifugiarsi nella schiavitù della coerenza a tutti i costi. Ma non sarà l’atteggiamento verso quel panino standardizzato da fast-food a cambiare le cose, né sarà quel tablet costoso a definire sul serio la personalità del possessore. Alla fine si dà valore a cose che non ne hanno, una facciata per ribadire (forse innanzitutto a se stessi) la propria scelta. Problema: se non si adottassero certi atteggiamenti, la propria gamma di principi ne risentirebbe? E in questo caso, quanto sono forti quei principi, se hanno bisogno di “mode” alternative da seguire per ritenersi validi? Monito di Emerson: “una stupida coerenza è lo spauracchio delle piccole menti”. Bisogna essere anarchici anche verso se stessi.

22 – Polemica di campagna. Bisognerebbe eliminare le campagne elettorali. Sul serio, a che servono? I programmi, se uno vuole conoscerli (e a molta gente non interessa perché vota per partito preso) se li va a leggere su internet o in qualche sezione di partito. Per i candidati, idem. Far conoscere nuovi movimenti e partiti è prassi quotidiana, non un’esclusiva del periodo elettorale. Parlare e discutere in campagna elettorale è impossibile, si pensa solo a litigare e insultarsi. Allora, che senso ha? Ogni volta le stesse cazzate, sembra di seguire un copione prestabilito. A me è passata la voglia, questa non è politica, non è democrazia, non è partecipazione, è uno spreco di tempo e di risorse. La politica si vive tutti i giorni, la partecipazione e la democrazia sono elementi esistenziali, altro che “santini” e promesse iperboliche. Perciò diventiamo un po’ più seri, facciamo un salto di qualità e aboliamo quest’umiliazione dello spirito pubblico.

23 – Polemica da guardaroba. Ho sentito in TV una donna lamentarsi di una pacca sul sedere al primo appuntamento con un tizio che, come molti uomini, credeva di potersi prendere certe libertà solo perché lei si veste in maniera “provocante”. Lo so che commentare cose del genere è rischioso, ma sinceramente c’è un limite a tutto, anche alla pretesa di essere rispettati senza se e senza ma. Nessuno può mettere in dubbio che il rispetto sia un diritto e un dovere, però è naturale che in una società basata sull’apparenza il modo di vestirsi sia anche un modo di comunicare: se un uomo di mezza età si vestisse da adolescente, per sentirsi bene con se stesso, dovrebbe accettare anche il rischio di essere considerato ridicolo, o di essere compatito. Se una donna si veste in maniera provocante (e questa in TV sembrava una mangiatrice di uomini), sa di rischiare di essere considerata una donna facile, perché altrimenti che senso ha mettersi in mostra? E con questo non voglio fare il solito, stupido discorso del “se l’è cercata”, non è questo il punto. E’ chiaro che guardare e toccare sono due cose diverse, c’è una questione di spazi personali e di educazione. Il punto non è morale, è pratico: possiamo davvero contare sull’educazione e il rispetto degli altri? Possiamo sinceramente credere che il solo fatto di avere il diritto di essere rispettati ci protegga e ci difenda da chiunque incrociamo sulla strada? Dovrebbe essere così, ma non lo è. A quella donna vorrei dire: se ti piace essere provocante, cerca di esserlo solo nelle occasioni adatte; non sperare sempre nella buona educazione degli altri, perché purtroppo il nostro modo si basa sull’immagine e gli altri interagiscono con te sulla base di quel che vuoi mostrare. Moda e stile funzionano così. Quando io mi feci la cresta punk, sapevo che avrebbe mandato fuori dai gangheri un sacco di gente; eppure mi dava fastidio se qualcuno commentava. Ma davvero potevo pretendere che gli altri si comportassero normalmente di fronte a quel taglio di capelli? POTEVO? No. Si paga sempre un prezzo, anche ingiusto, per ogni scelta che facciamo. Dobbiamo esserne coscienti e chiederci fin dove siamo disposti a sopportare.


Note sull’anarco-individualismo americano

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Negli ultimi tempi sto rispolverando lo studio di tutta una serie di posizioni politiche radicali sorte tra America ed Europa il cui senso non mi è mai stato ben chiaro, dato che mescolano elementi politico-economici normalmente considerati agli antipodi. Qui di seguito pubblico alcune vecchie note, a mo’ di introduzione; più avanti riprenderò la riflessione su nuovi materiali.


Anarchia, individualismo e prospettiva capitalista

L’Anarchia di stampo anglosassone si distingue da quella russo-europea in quanto è basata sul principio, prettamente anglosassone, della libertà individuale che scaturisce dalla proprietà privata e dal libero mercato, senza vincoli di alcun genere.

Il principio base dell’anarchismo è la contrapposizione allo Stato in qualunque forma, sia esso una dittatura, un governo democratico o un comitato rivoluzionario. Lo Stato è visto come un male in sé, fonte di ogni ingiustizia, corruzione e oppressione. Dalla critica radicale delle forme dello Stato nascono l’idea della libertà totale e della responsabilità nell’autogestione.

Se in Europa l’anarchismo è spesso stato più vicino all’estrema sinistra per comuni obiettivi di lotta (pur restandone fermamente diviso a causa dell’ottica in certo modo “statalista” di socialismo e comunismo), nel mondo anglosassone ha invece sviluppato una posizione molto più aderente al sistema liberale, distaccandosene per la visione radicale del problema dello Stato: essendo quest’ultimo una gabbia per le libertà individuali, se ne deve abolire completamente l’esistenza, che mira a frenare e imbrigliare il mercato e la proprietà privata e quindi, attraverso ciò, ad assoggettare l’individuo. La libertà e i diritti individuali sono basati, come è tradizione per gli anglosassoni, proprio sulla proprietà e il commercio privati, dunque persino il Welfare State (lo Stato sociale) è una catena che limita la libertà dei cittadini di autodeterminarsi attraverso il proprio lavoro, perché “ogni tassa è una rapina e ogni Stato è un ladro” (vedi le idee di Murray Newton Rothbard, fondatore del movimento libertariano).

L’ingerenza dello Stato nell’economia deve essere abolita e con essa il controllo statale su qualsivoglia aspetto della vita, compresa la sicurezza (forze dell’ordine a contratto) e cose come le comunicazioni, i trasporti, la sanità ecc., che devono passare nelle mani dei privati in un regime di concorrenza. Continua a leggere