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Lo sviluppo del marxismo in Russia tra XIX e XX secolo

Riprendiamo il percorso storico e teorico iniziato con gli appunti su “Populismo e rivoluzione in Russia“, ricostruendo per quanto possibile la diffusione del marxismo nella Russia zarista, il suo sviluppo e le battaglie ideologiche dei gruppi che a esso si sono ispirati. Il periodo preso in considerazione va grossomodo dal 1872 al 1909.

La crisi del populismo, tanto sul piano pratico quanto su quello teorico, lascia un vuoto politico negli ambienti intellettuali della società russa. Tuttavia si creano nuove possibilità di elaborazione ideale; il dibattito politico-filosofico si arricchisce della ricerca di categorie concettuali più adatte all’interpretazione della realtà del Paese, alle prese con la nascita di forme di produzione capitalistiche, che favoriscono l’interesse per i frutti più “estremi” della critica hegeliana, ovvero le teorie economiche e filosofiche di Karl Marx e Friedrich Engels. La diffusione del marxismo in Russia viene spinta dalla traduzione del primo libro de Il Capitale nel 1872, a opera di alcuni ex-populisti che nel corso degli anni Ottanta costituiscono a Ginevra la prima associazione russa dichiaratamente marxista, “Emancipazione del lavoro”, di cui fanno parte Vera Zasulič e Georgij Plechanov. Questi è il primo ad accettare l’idea di una fase di sviluppo capitalistico come fase di transizione verso il socialismo, avversata invece da gran parte dei populisti, scrivendo una serie di opere che contribuiranno alla base teorica della socialdemocrazia russa.(1)

L’associazione, critica nei confronti del populismo e interessata a diffondere il socialismo scientifico, fonda una collana editoriale dedicata alla pubblicazione e alla diffusione in Russia delle traduzioni di tutte le opere di Engels e Marx allora disponibili; questa iniziativa riesce in effetti a emarginare le idee populiste e a porre le basi per la fondazione di un partito socialdemocratico vero e proprio.

Il successo del marxismo si innesta sul fallimento del populismo come teoria sociale, fornendo dal canto suo le ragioni scientifiche per continuare a credere, idealisticamente, nella possibilità del cambiamento. La stretta correlazione tra teoria e prassi è uno degli elementi che avvicinano l’analisi marxista al pensiero filosofico russo: la palingenesi dell’umanità passa per la riforma profonda delle condizioni sociali, ovvero la natura ideale dell’autorealizzazione è dominata dai problemi reali della materialità quotidiana; dunque, comprendere le leggi oggettive delle dinamiche sociali, che provocano storture e ingiustizie, apre la strada alla soluzione dei problemi tanto materiali quanto morali dell’umanità.

La stessa nascente borghesia trova nelle tesi di Marx sullo sviluppo storico-economico delle società la propria vocazione palingenetica, ritenendosi la forza trainante che fa uscire l’Impero dal feudalesimo per portarlo, attraverso lo sviluppo di se stessa, verso il socialismo. In un certo senso, il populismo ha propugnato una fede nella trasformazione, mentre il marxismo ne offre la “certezza” scientifica. Inoltre, il populismo rivoluzionario aveva visto minate alla base alcune concezioni ideali di fondamentale importanza: il popolo contadino si era rivelato molto più vicino allo zarismo e al suo sistema arcaico, anziché alle istanze progressiste dell’intelligencija; di conseguenza, realizzare il socialismo senza passare per la fase capitalistico-borghese, intesa come fase di maturazione sociale preparatoria, diventava impensabile.

Questo sviluppo capitalistico di fine secolo, conseguente all’abolizione del sistema feudale, non è comparabile con quello europeo e americano, ma dal punto di vista russo è impressionante. Quanto più ci si avvicina al Novecento e alla Grande guerra, tanto più i ritmi di sviluppo dell’industria, del capitale di base e del prodotto interno lordo crescono vertiginosamente; il mercato interno inizia ad espandersi sia per i mezzi di produzione che per i beni di consumo, mentre aumentano anche i depositi nelle Casse di risparmio; la Siberia diventa la nuova frontiera, popolandosi di agricoltori e lavoratori che accrescono ulteriormente la produzione e l’esportazione di prodotti e materie prime. Anche i trasporti, in particolare le ferrovie, aumentano il chilometraggio nell’ordine di decine di migliaia. La Russia, insomma, affronta un periodo tutt’altro che sonnolento per entrare nella modernità. Proprio per questo, la solidità dell’autocrazia continua a frustrare ogni tentativo di riforma, aumentando la pressione di antagonismi sociali sempre più acuti, «e l’esperienza della storia insegna che, quando le trasformazioni sono mature e il potere non risulta in grado di realizzarle, o la società comincia a marcire, o comincia la rivoluzione» (Gorbaciov).

La complessità del movimento marxista in Russia si evolve altrettanto velocemente. I marxisti legali, guidati da Struve e annoverante, tra gli altri, Bulgakov,  Berdjaev e Frank, sono il primo gruppo a vedersi riconosciuto dalla censura il permesso di diffondere legalmente le proprie idee: sono loro a ritenere la borghesia come la vera forza progressista nel contesto semifeudale che caratterizza l’Impero russo, insistendo perciò sulla necessità del capitalismo fino a ritenere sufficiente l’approdo alla fase democratica riformista, attraverso cui realizzare gradualmente la via al socialismo. In questo modo, il capitalismo perde la sua natura di sistema basato sullo sfruttamento per diventare un obiettivo fine a se stesso, di cui il socialismo scientifico rappresenta il massimo sviluppo e perfezionamento. Le istanze rivoluzionarie sono pertanto abbandonate, la minaccia da queste paventata scompare, e ciò spiega la tolleranza delle autorità nei loro confronti.(2)

Un altro gruppo è quello degli economicisti di Kuskova e Prokopovič, i quali operano una forte riduzione del marxismo a determinismo economico, ritenendo ogni espressione e azione umana un semplice frutto della base economica della società; lo stesso socialismo è un’evoluzione naturale dell’economia, perciò non può essere realizzato dall’azione di una classe o di un partito, in quanto il vero soggetto storico creativo è l’economia stessa. Il compito del proletariato si risolve piuttosto in un’azione rivendicativa dei diritti derivanti dallo sviluppo economico, e dei loro interessi immediati. Questa rigida posizione determinista, avversata dagli altri marxisti russi, contribuisce a escludere gli economicisti dalla scena politica all’inizio del Novecento, anticipando le critiche all’indirizzo simile intrapreso dalla Seconda Internazionale.(3)

I marxisti rivoluzionari sono invece costretti alla clandestinità. Tra loro, il pensatore più importante a cavallo dei due secoli è Plechanov, autore di scritti politico-filosofici fondamentali per il marxismo russo. Il suo primo contributo è la traduzione della seconda edizione del Manifesto del partito comunista (1882), di cui Marx apprezza la fedeltà all’originale tedesco, contrariamente alla prima edizione tradotta da Bakunin e “tradita” con una terminologia anarchica estranea al contenuto. In seguito, Plechanov continua la collaborazione con Engels e Kautsky, a partire dalle traduzioni di cui si è detto, per poi condurre studi approfonditi sul materialismo storico e la situazione sociale della Russia: tra le sue opere più importanti nello sviluppo del marxismo vanno ricordate Il socialismo e la lotta politica, del 1883 (ritenuto da Lenin l’equivalente russo del Manifesto), e Sul problema dello sviluppo della concezione monistica della storia del 1895, in cui pone la concezione materialistica della storia in contrapposizione alle idee populiste.

L’autorevolezza filosofica che acquista alla fine dell’Ottocento lo fa assurgere a “padre del marxismo russo” e viene considerato un maestro da molti giovani rivoluzionari, tra i quali Martov e Lenin, rispettivamente futuri capi delle fazioni menscevica e bolscevica del POSDR. La linea di interpretazione di Plechanov viene definita come “marxismo ortodosso”, sia per la contrapposizione netta al riformismo di Eduard Bernstein, sia per i caratteri che assume sul piano teorico: il pensiero marxista, in special modo sulla scia delle opere dell’ultimo Engels, comprende in sé le leggi materialiste dialettiche su cui si fondano la realtà naturale e la sfera sociale, quindi anche discipline filosofiche come l’etica, la logica, e via dicendo. In tal modo, non è solo un metodo bensì un sistema, una concezione teorico-pratica della rivoluzione, della società umana e del loro sviluppo storico e naturale. Plechanov difende perciò il marxismo da riduzioni e deviazioni, tentando di recuperarne la dimensione filosofica di matrice hegeliana; per questo si batte contro i marxisti legali accusandoli di propagandare le idee di Bernstein, e scrive un pamphlet contro il rigido determinismo degli economicisti. 

La fondazione del Partito Operario Socialdemocratico Russo, nel 1898 a Minsk in condizioni di semiclandestinità, segna il primo passo verso la nuova politica rivoluzionaria in Russia. Scopo principale è riunire tutte le organizzazioni socialiste di vario orientamento nell’Impero. La critica al populismo e alle sue premesse teoriche sull’eccezionalità della situazione russa vengono definitivamente sancite con l’adozione del marxismo come concezione teorico-pratica della rivoluzione; si riconosce però anche una continuità con lo spirito rivoluzionario, in particolare con l’esperienza di Narodnaja volja. Rottura e continuità, dunque, che non si limitano a un’affermazione di principio: Lenin  riprende diverse questioni poste dal giacobinismo dell’organizzazione nei suoi scritti, e tornerà anche in anni successivi sul populismo e sui rapporti tra i grandi movimenti rivoluzionari russi, riconoscendo il valore delle sofferenze e delle lotte ottocentesche come prodromo alla rivoluzione proletaria.

Dopo il primo Congresso del POSDR sorge un giornale clandestino, l’Iskra (“Scintilla”), cui collaborano Lenin, Martov, Plechanov, Zasulič e Struve, tra gli altri. Nel primo numero sono presenti l’articolo di Lenin I compiti urgenti del nostro movimento e quello di Martov I nuovi amici del proletariato russo, in cui entrambi sottolineano la necessità dell’unione tra lotta economica e lotta politica: le agitazioni del frammentato movimento operaio erano principalmente lotte economiche, su salari e trattamenti sul lavoro; in polemica con gli economicisti, che prospettavano una alleanza del proletariato con i liberali per ottenere appunto benefici economici, Martov e Lenin sostengono che senza l’unità fra il movimento operaio e la socialdemocrazia, ossia senza la direzione politica coerente delle lotte, questo rischia di arenarsi in una posizione passiva, finendo col diventare un’appendice della borghesia e farne il gioco.

Bolscevismo e menscevismo – Al II Congresso del POSDR, però, le differenze tra i due iskristi sull’organizzazione del partito provocano la scissione in due correnti che presto diventeranno inconciliabili: i bolscevichi e i menscevichi. Il Partito, riunito tra Londra e Bruxelles nel 1903, riunisce molti gruppi di diverso orientamento, che concordano sui punti fondamentali di un Programma pensato per conciliare le posizioni moderate e radicali. Articolato in due parti, nella prima pone gli obiettivi a lungo termine e quindi la prospettiva storica e teorica del partito, cioè il superamento del capitalismo, l’instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del socialismo (programma “massimo”); nella seconda pone invece gli obiettivi immediati di azione politica: eliminazione dell’autocrazia e istituzione della repubblica, diritti civili e politici per tutti secondo il modello costituzionale, diritti sociali per operai e contadini come la giornata lavorativa di otto ore, una nuova riforma agraria per il superamento definitivo del feudalesimo, ecc (programma “minimo”). Questo programma viene votato quasi all’unanimità.

Sullo Statuto, invece, le discussioni si accendono proprio tra gli iskristi, perché l’organizzazione del partito è il punto su cui si scontrano due concezioni dalle conseguenze decisamente diverse. Per Martov, i membri del partito dovevano potersi esprimere in modo autonomo rispetto ai dirigenti centrali, mentre per Lenin era necessaria l’unità d’azione del partito, secondo il metodo che diverrà poi noto come centralismo democratico. Le definizioni proposte per l’articolo 1 differivano di poco sul piano semantico, ma nella sostanza erano il mezzo di affermazione della linea organizzativa principale di entrambe le fazioni: quella di Lenin richiedeva ai membri la partecipazione attiva ad una delle organizzazioni del partito; quella di Martov accettava la presenza di tutti coloro che, sotto la direzione del partito, collaborassero con una delle sue organizzazioni (anche senza farne parte direttamente).

La votazione dà la vittoria a Martov, ma nelle sedute successive Lenin ottiene i voti sul controllo del comitato di redazione dell’Iskra e sulla composizione degli organi centrali del partito; nonostante la sconfitta sulle regole, Lenin approfitta del momento favorevole per chiamare la sua azione bolševiki, ossia “maggioritari”, mentre quella di Martov (e di Plechanov, che si schiera con lui) accetta di chiamarsi menševiki, cioè “minoritari”.

Il dissenso sulle regole e i requisiti dei membri del partito va molto oltre una battaglia congressuale. Lenin ha espresso chiaramente le sue idee sull’organizzazione nel famoso scritto del 1902 Che fare?, in cui si prospetta la figura del rivoluzionario di professione, organizzato in un partito centralizzato e disciplinato, con pochi membri totalmente dediti al lavoro politico, in grado di mettersi alla testa del movimento operaio come avanguardia del proletariatoMartov e i menscevichi accusano i loro avversari di voler così trasformare quello che dovrebbe essere un partito di massa in un’organizzazione giacobina; l’idea di “avanguardia” alla testa del proletariato tradisce inoltre l’idea autenticamente marxiana della presa di coscienza della classe lavoratrice e della sua maturazione verso il cammino rivoluzionario. L’impostazione menscevica riprende una idea evoluzionista del materialismo storico, guardando cioè all’evoluzione sociale per tappe indicata da Marx ed Engels, per cui nella Russia ancora semifeudale c’è bisogno di una rivoluzione condotta dalla borghesia che, secondo i menscevichi, va aiutata nel suo compito storico, sostenuta perché possa avviare la modernizzazione capitalistica propedeutica al socialismo, alla formazione di una vera classe operaia cosciente e preparata, alla istituzione di una repubblica liberale come in Occidente.

La socialdemocrazia ha un ruolo di rappresentanza delle istanze economiche del proletariato in un quadro liberale, arrivando ad abbassare il tenore politico delle sue azioni in favore dello sviluppo di una politica democratico-borghese. Le lotte economiche di cui la socialdemocrazia si farebbe carico, nelle intenzioni di Martov, renderebbero il partito aperto a tutti gli operai di qualsiasi orientamento, attivi o in sciopero, quindi un partito largo, di massa. Dunque, la rivoluzione socialista del programma “massimo” viene sospesa a tempo indefinito, mentre il programma “minimo” assume il ruolo centrale nell’alleanza stabile con i liberali per una rivoluzione democratica.

Questo evoluzionismo sociale viene criticato e rigettato totalmente dall’analisi di Lenin, il quale sostiene nello scritto Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, del 1905, che i compiti e gli obiettivi della fase preliminare della rivoluzione socialista hanno certamente un carattere democratico-borghese, ma la realtà della borghesia russa non lascia spazio a illusioni sul fatto che possa farsi guidare verso il socialismo. L’acquisizione dei diritti tramite una rivoluzione democratica spingerebbe semmai alla conservazione del sistema liberale, con la consapevolezza, ottenuta proprio grazie al marxismo, che il periodo di egemonia borghese verrebbe presto o tardi superato in favore del socialismo. Pertanto la borghesia russa si trasformerebbe in una forza controrivoluzionaria, pronta a sfruttare il terreno democratico per giungere a un compromesso con l’autocrazia zarista, anziché rovesciarla, trovando il modo di attuare una modernizzazione controllata dall’alto e in opposizione alle rivendicazioni di carattere socialista del proletariato. Il progetto di una rivoluzione democratica propedeutica a quella socialista, insomma, può essere realizzato in Russia solo da una forza che abbia come obiettivo concreto il socialismo stesso, agendo così da garante per un processo unico e continuo; questa forza è il Partito Socialdemocratico che, in quanto avanguardia del proletariato, aiuta quest’ultimo a realizzare una rivoluzione democratica contro la borghesia, anziché con essa.

Il problema fondamentale è che la Russia non è però pronta per una rivoluzione socialista. Il cammino verso il socialismo comporta una trasformazione democratico-borghese sul piano politico, cui però non corrisponde la trasformazione economica; il processo unico dell’analisi leniniana è rischioso, in quanto nel paese non ci sono i mezzi di produzione sufficientemente sviluppati per consolidare la futura società socialista. Per questo è indispensabile che la rivoluzione non si risolva soltanto in Russia, ma che si diffonda al livello internazionale, soprattutto nei paesi di capitalismo avanzato dove la classe lavoratrice è già cosciente e predisposta al socialismo. Sebbene ai primi del Novecento il marxismo sia in ribasso nella cultura politica europea, soprattutto tedesca, lasciando spazio al revisionismo riformista, i bolscevichi sono convinti che il successo di una rivoluzione socialista nel loro paese possa risvegliare lo spirito di rivolta delle masse sfruttate, facendo scoppiare la rivoluzione in Europa. In questo modo, il proletariato russo ancora impreparato riceverebbe l’aiuto dal proletariato internazionale per costruire il socialismo.

La rivoluzione del 1905 – La situazione socio-politica russa, all’inizio del Novecento, è tutt’altro che tranquilla. I processi di modernizzazione e lo sviluppo capitalistico in atto nell’economia e nelle forme sociali, non trovando sbocchi nella possibilità di riforme, aumentano la pressione e lo scontro con lo zarismo, sfociando in nuove agitazioni nelle campagne e nelle città e ridando persino vita alle pratiche terroristiche dei socialisti rivoluzionari.

L’incapacità dell’autocrazia di comprende la realtà del proprio paese raggiunge il culmine nel gennaio del 1905: a seguito di uno sciopero generale cui aderiscono oltre duecentocinquantamila operai, il sindacato autorizzato “Unione dei lavoratori di fabbrica” organizza una marcia a Pietroburgo per portare una petizione allo Zar Nicola II chiedendo la concessione di riforme politiche ed economiche. Il Ministero dell’Interno non ha autorizzato la manifestazione, quindi l’esercito imperiale apre il fuoco e reprime con brutalità una manifestazione pacifica, scandita da inni sacri e icone religiose, lasciando a terra centinaia di morti e migliaia di feriti. La reazione a questa violenza inaudita è una sollevazione generale, cui si accompagna la nascita di sindacati autonomi, partiti politici ben definiti e la creazione di una nuova forma di democrazia assembleare di base, il soviet (“consiglio”), un organismo rassomigliante al mir delle comunità rurali, in cui operai e in seguito anche soldati si riuniscono per discutere delle azioni da intraprendere.

Con l’espandersi dei disordini in tutto il territorio dell’Impero, Nicola II concede la creazione della Duma, una camera di rappresentanti di varia estrazione, e fa redigere un manifesto in cui concede alcuni diritti civili fondamentali, senza per questo lasciare spazio ad alcun discorso costituzionale. Il soviet di Pietroburgo diventa presto una sorta di parlamento “parallelo”, mentre anche in altre città i comitati di sciopero si trasformano in soviet che prendono in carico le funzioni pubbliche. I tentativi di cooperazione tra città e campagna però non riescono e il fronte rurale cede, in quanto meno organizzato; le truppe imperiali, una volta pacificate le campagne, riescono a schiacciare le resistenze militari nelle città. Ripreso il controllo, il regime restaura molte forme del vecchio potere, ridimensiona la Duma affiancandole un Consiglio di Stato dominato dallo Zar, ma in qualche modo l’autocrazia è costretta a cedere sul parlamentarismo, varando una “legge fondamentale” nell’aprile del 1906.

Nel decennio successivo a questa prima rivoluzione russa del Novecento, i partiti politici assumono caratteri moderni nell’organizzazione e nel funzionamento; il POSDR, da cui erano già usciti diversi gruppi in rotta con gli iskristi, continua a essere scisso nelle due fazioni di Lenin e Martov, aggravando le cose in occasione del III Congresso, cui partecipano i soli bolscevichi, che modificano l’art. 1 dello Statuto nella versione di Lenin, mentre i menscevichi rifiutano gli inviti per protesta, organizzando una Conferenza separata. Tra il V Congresso e le varie Conferenze, il dissidio diventa insanabile e dal 1912 le due fazioni operano come partiti distinti.

Le altre anime del bolscevismo – Anche all’interno del bolscevismo diverse correnti si formano con intenti e visioni diverse, le più importanti delle quali sono l’empiriomonismo di Aleksandr Bogdanov e la “costruzione di Dio” afferente al gruppo di Maksim Gorkij. Le due visioni arrivano a collimare nell’esperienza della Scuola di Capri e l’affascinante tentativo di creare una cultura completamente proletaria che unisca la spiritualità religiosa, rivista in chiave terrena, con la coscienza critica del socialismo, in alternativa alla cultura borghese e alle idee di Lenin.

Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905 e il successivo periodo reazionario che costringe alla fuga o alla prigione molti rivoluzionari, le dispute sulle tattiche e le strategie da adottare in vista di una nuova rivoluzione dividono i bolscevichi in due ali: Bogdanov è a capo dell’ala sinistra, radicale, e argomenta che nel proletariato non possono far breccia le astratte formule marxiste, esso deve prendere coscienza di ciò per cui vale la pena lottare attraverso una visionarietà ideale, che restituisca il senso della rivoluzione, la conquista dell’utopia, la formazione dell’uomo nuovo, un futuro migliore della miseria presente; questo, più che discorsi e formule economiche, può riaccendere la scintilla del fervore rivoluzionario. La produzione filosofica di Bogdanov approfondisce la distanza ideologica dalle posizioni di Lenin, tramite la reinterpretazione del marxismo alla luce dell’empiriocriticismo sviluppato da Mach e Avenarius. La teoria della conoscenza empiriocriticista è compatibile con il marxismo, sostiene Bogdanov, in quanto riconcilia il materialismo con l’idealismo, avendo annullato sul piano della conoscenza la distinzione tra fenomeno fisico e fenomeno psichico, ritenuta una falsificazione dell’esperienza, laddove tra individuo e ambiente non vi è separazione reale.

L’unione di marxismo ed empiriocriticismo, cui dà il nome di empiriomonismo, si fonda sul concetto di esperienza come principio cardine della realtà: per Bogdanov l’esperienza esiste come frutto del lavoro con cui l’individuo si adatta all’ambiente; il mondo dei fenomeni diviene allora il frutto del lavoro sociale di trasformazione della natura in base alle necessità e alla soddisfazione degli interessi dell’umanità. L’esperienza socialmente organizzata corrisponde alla dimensione fisica, quella individualmente organizzata alla dimensione psichica, e il lavoro sulla natura è il momento in cui le due esperienze si rivelano unite. Quando si verifica uno scarto tra le due dimensioni, ossia la falsa percezione che queste siano separate, l’espressione sociale di questo scarto è la divisione in classi; l’identità delle due dimensioni è invece espressa nel collettivo, che diventa così il principio alla base del proletariato. Esso rende possibile la riorganizzazione dell’esperienza sociale per la soddisfazione degli interessi dell’umanità, arrivando a eliminare i limiti imposti all’uomo dalla natura. Il compito della filosofia, in questo sistema, è di creare una scienza dell’organizzazione dei processi di produzione e socializzazione, intesi come processi universali. La rivoluzione politica, a questo punto, si rivela inadeguata e insufficiente a raggiungere questo risultato, che ha invece la necessità di una costante crescita culturale, nello specifico di una cultura proletaria originale.

Uno dei sostenitori più entusiasti delle prospettive aperte da questo sistema filosofico è Gorkij, il quale fa parte di un gruppo di marxisti, i bogostroiteli, ossia i “costruttori di Dio”, comprendente tra gli altri Lunačarskij e Bazarov, interessati a una particolarissima forma di commistione tra socialismo e religione. Riprendono l’idea di Feuerbach secondo cui l’uomo ha alienato da sé l’essenza della propria natura per proiettarla in una realtà trascendente cui dare il nome di Dio, e su questa idea elaborano una sorta di ateismo religioso, intriso della suggestione nietzschiana sulla trasvalutazione di tutti i valori che però trova l’energia vitale necessaria nella collettività in lotta per una nuova umanità solidale, piuttosto che in una individualità ribelle e anticonformista. Nel suo racconto Confessione, Gorkij descrive i “costruttori di Dio” come coloro i quali costruiscono un nuovo concetto di Dio, fatto di ragione e bellezza, che esiste nell’uomo e non al di fuori di esso, in opposizione a chi, bramoso di dominio, usa l’idea di un Dio esterno all’uomo per soggiogare il mondo. Questi costruttori sono i lavoratori, che creano Dio dalla potenza del collettivo e lo aiutano a prendere coscienza della lotta per la divina costruzione universale; altre scene del racconto rendono metaforicamente l’idea della possibilità di compiere miracoli attraverso la fede ardente nelle proprie capacità, perché un popolo unito in un comune sentimento di amore e di giustizia rigenera se stesso nella forma di Dio.

I “costruttori di Dio” e Bogdanov si incontrano idealmente e personalmente nell’esperienza della Scuola di Capri, allorché Gorkij, in un periodo di cure sull’isola italiana durante il 1909, ha l’idea di fondare una scuola di partito con cui promuovere lo sviluppo della cultura proletaria attraverso lo studio delle arti, della filosofia e della spiritualità. Invita sia Bogdanov che Lenin a farne parte, riuscendo a farli incontrare in un’occasione che segnerà le sorti della rivoluzione russa: le discussioni ideologiche tra i due capi bolscevichi si svolgono nel corso di una serie di partite a scacchi nella villa di Gorkij, assurgendo a partita simbolica tra due concezioni del bolscevismo che si attestano ben presto come del tutto opposte. Bogdanov e i “costruttori di Dio” costituiscono la sinistra del partito, sono radicali sul piano ideologico rispetto al pragmatismo leniniano, e ritengono le loro posizioni filosofiche meglio rispondenti alle esigenze dell’attivismo rivoluzionario; riescono infatti a far convivere il fervore fideistico delle visioni puramente ideali con la più rigorosa organizzazione, di cui la Scuola di Capri è il perfetto esempio.

Lenin, dal canto suo, rigetta la possibilità di conciliare il marxismo con la religione e contro la filosofia di Bogdanov (e i bogostroiteli) scrive Materialismo ed empiriocriticismo, in cui lo accusa di introdurre elementi indebiti dell’idealismo nelle concezioni del materialismo dialettico. Sostiene che la teoria marxiana della conoscenza si basa sul principio del rispecchiamento, per cui le percezioni e le rappresentazioni sono immagini di fenomeni la cui esistenza è indipendente dalla coscienza e dal pensiero. Sebbene in questa critica Lenin decurti almeno in parte il marxismo dei suoi stessi elementi dialettici (correggerà poi la sua interpretazione nei Quaderni filosofici), il risultato politico è di convincere il partito bolscevico ad espellere Bogdanov. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Bogdanov e il gruppo di Gorkij tornano a occuparsi della cultura proletaria fondando il Proletkult, l’organizzazione artistica e letteraria volta a creare una psicologia collettivistica contrapposta all’individualismo borghese.

NOTE

(1) Marx per primo rimase stupito dell’attenzione al suo lavoro in Russia, un paese che aveva sempre avversato come baluardo della reazione in Europa. La traduzione in lingua russa del Capitale avveniva a meno di cinque anni dall’edizione originale tedesca e precedeva di quindici anni quella inglese. Tuttavia non sopravvalutò la cosa, ritenendola più il frutto di curiosità tra i giovani intellettuali, sempre pronti a interessarsi verso quanto arrivava dall’Europa.

(2) In seguito, dopo un’iniziale alleanza con i marxisti rivoluzionari di Plechanov e la partecipazione alla fondazione del POSDR, il gruppo si sposterà su posizioni sempre più riformiste e liberali, rinunciando al materialismo storico come principio filosofico (giudicato estraneo alla capacità creatrice dell’uomo) e recuperando elementi idealistici, etici e morali di stampo religioso. Dopo lo scioglimento ufficiale del gruppo, alcuni svolteranno verso il liberalismo e l’anticomunismo, altri svilupperanno i temi della religione e della spiritualità russa nel primo ventennio del Novecento.

(3) In effetti il revisionismo marxista si sviluppa nella Seconda Internazionale attraverso varie correnti, da quella prettamente riformista di Bernstein, che abbandona i concetti di rivoluzione e dittatura del proletariato in favore di una politica di riforma costante della società borghese, a quella positivista di Kautsky, il quale assume la prospettiva delle scienze naturali e giunge a una visione fatalistica della storia, il cui esito inevitabile è il passaggio dal capitalismo al comunismo a causa delle contraddizioni interne alla struttura economica.

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Populismo e rivoluzione in Russia nel secolo XIX

La rivoluzione in Russia non è scoppiata all’improvviso, nel 1917, con le sue straordinarie conseguenze sul mondo moderno. Piuttosto, è stata una costante degli ultimi duecento anni, come del resto in tutta Europa. Il populismo è stato il motore della rivoluzione russa nell’Ottocento, ben prima che il marxismo acquisisse una qualche importanza; gli intellettuali cominciano a interpretare la realtà dell’Impero degli Zar e, dalle più diverse posizioni, giungono all’idea di dover cambiare lo stato di cose. In linea generale, si tratta di un movimento che fa appello allo spirito del popolo per creare una comunità coesa, giusta, “socialista” nel senso che si dava a questa parola prima del materialismo storico. Di seguito, appunti per un excursus.

L’Impero russo, rispetto agli Stati europei all’inizio del XIX secolo, si basa ancora sul sistema feudale, conservando l’istituto della servitù della gleba. Nel Settecento vi erano stati significativi sforzi di modernizzazione della cultura e delle istituzioni grazie a regnanti quali Pietro il Grande e Caterina II, con il “trapianto” di idee dall’Europa occidentale: la nascita del pensiero filosofico in Russia si attesta con l’arrivo dall’estero di discepoli del razionalismo tedesco e dell’illuminismo francese, che influenzano profondamente la formazione della futura intelligencija. Temi quali la condizione contadina, la natura dell’autocrazia zarista e la definizione della spiritualità del popolo russo si sviluppano in correnti di pensiero che, nel corso dell’Ottocento, arricchendosi dell’idealismo di Schelling e Hegel, caratterizzeranno la fondamentale tensione riformatrice del populismo.

Tuttavia la società soffre ancora di arretratezza, la cultura è ancora appannaggio delle élite, e la solidità politica dello zarismo rende inutile qualsiasi discorso concreto di riforma. L’organizzazione sociale si può schematizzare, semplificando, nella piramide aristocrazia-funzionari-contadini, dove la prima è composta da grandi proprietari terrieri, da intellettuali di varia estrazione e da ufficiali dell’esercito, la seconda dalla vasta rete di burocrati che costituiscono l’ossatura dell’apparato statale zarista, e la terza è l’immensa classe lavoratrice, largamente analfabeta, spesso in condizioni di estrema povertà e, naturalmente, del tutto priva di rappresentanza. L’influenza delle idee occidentali è perciò ristretta alla cerchia delle persone istruite e, tra queste, gli ufficiali dell’esercito si rendono presto conto che la modernizzazione del Paese è un problema di estrema urgenza.

Nascono così alcune società segrete in varie parti dell’Impero, i cui membri convergono sull’obiettivo comune di realizzare una liberalizzazione della politica e dell’economia russe, con l’abolizione della servitù della gleba e l’indipendenza da influenze straniere sia esterne (gli europei alleati dello Zar) che interne (gli stranieri occupanti alte cariche dello Stato); divergono però su modi e dinamiche: una parte intende trasformare l’autocrazia zarista in monarchia costituzionale con decentralizzazione del potere, l’altra propone la svolta verso una repubblica parlamentare in cui, al contrario, i poteri si accentrino. Queste divergenze non cambiano però il piano di fondo, detronizzare lo Zar e attuare il cambiamento radicale attraverso la rivolta violenta, considerata l’unica via possibile per la trasformazione.

L’esito di questa prima presa di coscienza della realtà socio-politica di Russia è il moto decabrista del dicembre 1825. In occasione dell’incoronazione di Nicola I a Pietroburgo, alcune truppe della Guardia imperiale nella piazza del Senato fanno scattare la rivolta, mentre nel sud del Paese altri reparti provocano una sommossa. Entrambe le sollevazioni sono immediatamente schiacciate, la conseguente repressione si conclude con l’impiccagione dei cinque principali congiurati e la deportazione di molte altre persone ai lavori forzati. Sebbene fallimentare, la rivolta dei decabristi è oggi considerata all’origine di importanti correnti di pensiero come il patriottismo slavofilo, al pari delle teorie filosofiche e politiche, nonché ispiratrice di riforme che saranno attuate nella seconda metà dell’Ottocento. I decabristi possono essere considerati come la scintilla che accende il moderno fuoco rivoluzionario nel paese che, sotto il regno di Nicola I, si attesta come il più reazionario d’Europa (non a caso lo Zar crea una sezione speciale della polizia politica il cui compito è il controllo e la repressione delle espressioni culturali liberali e socialiste).

Nonostante l’oppressivo regime zarista, verso la metà dell’Ottocento si sviluppa nelle università quel vasto movimento intellettuale chiamato narodničestvo, ossia “populismo”, che porta avanti la critica delle condizioni socio-politiche dell’Impero, predicando l’emancipazione dei contadini e una profonda riforma sociale. Tale populismo si caratterizza sul piano teorico per due correnti di pensiero principali: gli slavofili e gli occidentalisti. I primi hanno una prospettiva filosofica che fonde misticismo ed etica, rivalutando la religiosità e il carattere spirituale della cultura russa in favore delle riforme interne, ma contro l’esotismo delle idee liberali europee; lo sviluppo della Russia deve essere autonomo, rintracciare al suo stesso interno gli elementi per il cambiamento, seguendo linee conformi alla propria storia. La riforma sociale si basa quindi sul ritorno alle forme antiche di organizzazione collettivistica dei contadini, estranee al concetto di proprietà privata in quanto basate sulla comunità nomade, e considerate al tempo stesso un freno alle pulsioni rivoluzionarie di ispirazione socialista moderna. Non lo Stato, bensì il popolo è la vera forza organica della nazione; l’ordine sociale deve pertanto recuperare il rapporto deteriorato tra l’autocrazia e il popolo contadino, eliminando la servitù della gleba, basata sullo sfruttamento del lavoro stanziale, e riformando la relazione tra i padroni della terra e i lavoratori nel senso di una comunità patriarcale, tenuta insieme dallo spirito religioso cristiano: una nuova obščina (1) che possa fondere tradizione e riforma, recuperare l’idea di comunità cristiana, eliminando al tempo stesso i soprusi del sistema feudale e i pericoli dell’influenza culturale straniera.

È insomma una corrente populista patriottica e nazionalista, conservatrice dell’ordine a patto di riformarlo per salvarne le fondamenta. Questo tipo di conservatorismo, i cui principali esponenti sono Aksakov e Samarin, è simile alle correnti del romanticismo tedesco e i suoi elementi idealistici, seppur di “destra”, sono in ogni caso incompatibili con l’assolutismo rigidamente gerarchico dello zarismo: la critica principale è rivolta a Pietro il Grande per la sua modernizzazione che ha fiaccato l’originaria comunità popolare russa inserendola in un contesto di produzione crescente, ma questa modernizzazione è alla base del potere attuale dello Zar e dei grandi proprietari terrieri, dunque esiste una differenza profonda tra la conservazione reazionaria del potere politico e la conservazione idealistica e morale degli slavofili.

Gli occidentalisti, invece, possono essere considerati riformatori democratici radicali. Influenzati dall’idealismo hegeliano e in particolare dalle sue interpretazioni di Bauer, Ruge e Feuerbach, ritengono inevitabile lo sviluppo moderno della Russia e anzi propugnano una crescente occidentalizzazione della cultura e della società. L’idea alla base della loro filosofia della storia è che ogni nazione vive due grandi epoche, una in cui è immediatamente naturale e quindi è soprattutto “popolo”, e un’altra in cui si realizza come Spirito cosciente e diventa “nazione” in senso proprio, passando da una concezione comunitaria omogenea e statica a una concezione dinamica e progressiva, democratica e borghese come proposta dalla Rivoluzione francese. La crescita umana del popolo ha bisogno di quegli elementi di libertà individuale che dispiegano le potenzialità socializzanti di un nuovo ceto medio progressista, la cui azione trasformatrice porta la nazione a costruire una civiltà universalistica e partecipativa, eliminando le differenze sociali più stridenti. Il liberalismo degli occidentalisti è perciò da intendersi più come un mezzo per il progresso dell’intera società attraverso l’autonomia della sfera individuale, che non un individualismo economico come quello europeo di matrice anglosassone.

Su questo punto però si crea una spaccatura nel movimento, tra l’idea di uno sviluppo borghese inevitabile e la possibilità di un’evoluzione socialista; Herzen è il sostenitore più agguerrito di questa seconda prospettiva, il quale critica la cupidigia della borghesia europea con la sua costante ricerca di profitti e volge in positivo lo storico isolamento del popolo russo, “salvatosi” dallo spirito borghese occidentale e quindi pronto a uno sviluppo differente, che realizzi le idee primigenie del liberalismo. Riprendendo la questione dell’obščina dagli slavofili, Herzen crede che il contadino sia molto più propenso al socialismo e che l’uomo del futuro sia possibile in Russia quanto e più che nella Francia rivoluzionaria o nel resto d’Europa. In tal senso, le sue conclusioni sono viste come anti-occidentali dagli altri esponenti del movimento; a maggior ragione, non si tratta ancora di un socialismo marxista, perché non pone particolare attenzione al momento economico. È in sostanza una posizione teorica che riesce a conciliare l’occidentalismo e lo slavofilismo, con la proposta di un socialismo prettamente “russo” che prospetta il futuro dell’Impero in un’evoluzione progressiva separata dalle dinamiche europee, un progresso alternativo la cui visione ha grande influenza sul populismo maturo, propriamente rivoluzionario, che si sviluppa tra gli anni Sessanta e i Settanta.

Nel 1855 sale al trono Alessandro II, sovrano di ampie vedute e decisamente meno autoritario del padre. La comprensione della realtà russa, della necessità di modernizzazione per stare al passo con le altre potenze europee, nonché la consapevolezza del rischio di rivolte popolari, portano il nuovo Zar a decretare l’abolizione della servitù della gleba nel 1861: tale evento, preparato da alcuni anni di discussioni con i grandi latifondisti e gli intellettuali delle riviste autorizzate (in particolare la rivista Sovremennik), è la chiave di volta nella storia della rivoluzione russa. In un certo senso è esso stesso una “rivoluzione” dall’alto, un cambiamento realizzato al fine di far progredire il paese, senza per questo lasciare spazio all’iniziativa degli strati popolari, assicurando così una riforma sociale controllata e controllabile. L’abolizione della servitù introduce elementi di proprietà privata e redistribuzione delle terre tra le comunità di contadini che le lavorano, ma allo stesso tempo mantiene molti dei privilegi dei proprietari terrieri, come la corresponsione di tasse e il controllo della circolazione delle persone tramite passaporti interni. I contadini, ora proprietari della casa in cui vivono, restano inoltre legati alla comunità rurale per via della terra in comune, di cui possono acquistare appezzamenti dalla comunità stessa, ma che spesso non sono in grado di mantenere; perciò rivendono ad altri contadini più ricchi i loro appezzamenti, migrando poi verso le città per diventare operai nelle nascenti fabbriche.

In questa situazione, che segue un andamento simile alla modernizzazione europea, si crea un malcontento dovuto alla sensazione, che oggi potremmo definire “gattopardesca”, per cui il grande cambiamento abbia in realtà assicurato la sopravvivenza dello status quo. Alcune rivolte scoppiano nelle campagne, prontamente represse dall’esercito. Il populismo si sviluppa allora in varie correnti, accomunate dalla tensione concreta verso la rivoluzione. Negli anni Sessanta e Settanta si arriva alla formazione di vari circoli rivoluzionari, tra le cui figure principali vanno ricordate quelle di Černyševskij, Lavrov, Bakunin, Tkačëv.

Černyševskij elabora una sua interpretazione del materialismo tedesco e dell’utilitarismo inglese, per cui la materia è la base della realtà, ogni funzione della mente è spiegabile su tale base e l’unica conoscenza valida è quella condotta attraverso l’analisi empirica. È di conseguenza logico che le azioni umane seguano quelle “leggi della natura” che in realtà sono i meccanismi di funzionamento delle forze e delle proprietà della materia: per questo Černyševskij propone un comportamento morale improntato all’egoismo razionale, che spinge l’individuo a ricercare il maggior vantaggio e il maggior piacere per se stesso; accettando che anche gli altri individui siano egoisti, si rende conto che attraverso la cooperazione (e non la competizione di tutti contro tutti, come ci si aspetterebbe da una società egoistica irrazionale) sarà possibile perseguire il maggior bene per il maggior numero, rendendo possibile il futuro socialista in opposizione al capitalismo della borghesia europea. È evidente come la radicalità di queste idee, a maggior ragione nella Russia zarista, comporti anche una radicalità politica che esplode a seguito della delusione per l’ambiguità dell’abolizione del sistema feudale. Černyševskij cura una rubrica nuova, intitolata “Politica”, in cui attacca ripetutamente le scelte politiche dello Zar e dei grandi proprietari terrieri, in difesa di una riforma dell’obščina per creare un nuovo sistema di cooperative, in cui i contadini avrebbero avuto il reale possesso delle terre e i mezzi per sviluppare un’agricoltura moderna. Ciò avrebbe consentito lo sviluppo di un’economia forte come quella capitalistica, saltando però le fasi intermedie ed evitando i lati negativi del capitalismo (riconducibili all’irrazionalità della competizione spietata).Queste idee filosofiche sono espresse in articoli pubblicati su Sovremennik, in lettere ad amici e familiari, e nel romanzo Che fare? (2) del 1863.

Lavrov è un seguace del positivismo e ritiene che il progresso, contrariamente a quanto propugnato da un materialismo percepito come ingenuo, non consiste solo nell’accumulazione di beni e conoscenze, ma che esso fa parte di uno sviluppo umano a più dimensioni, non da ultima quella morale: è impossibile separare l’azione progressiva da un valore morale che ne consenta la valutazione, pertanto le classi privilegiate, le quali godono appieno dello sviluppo della civiltà, hanno anche il dovere morale di rendersi conto del debito che hanno nei confronti delle classi subalterne, del lavoro con cui esse hanno costruito il benessere delle élite, senza peraltro parteciparvi. Il valore morale è definito “soggettivo” in quanto risiede nella coscienza del soggetto umano operante nella storia e quindi artefice del proprio destino; la conseguente critica allo sviluppo borghese, sviluppata insieme a Michajlovskij, riguarda la riduzione dell’uomo a ingranaggio passivo del processo di produzione attraverso la sistematica divisione del lavoro, per cui il progresso reale è riservato ad alcuni membri della società e precluso ad altri. Una minima divisione e una massima differenziazione individuale devono invece essere alla base dell’organizzazione sociale per lo sviluppo della solidarietà e della giustizia, con cui promuovere l’elevazione umana generalizzata. Lavrov concepisce dunque il progresso come una categoria morale e su ciò basa l’appello all’intelligencija di retribuire il popolo per la loro condizione agiata: “andare al popolo” diventa la parola d’ordine per studenti e giovani intellettuali, i quali non possono permettersi di restare indifferenti di fronte all’incedere della sperequazione sociale. Saldare il debito morale con i contadini consiste perciò nell’andare di persona nelle campagne, incontrare il popolo, conoscerne la realtà quotidiana e far conoscere il socialismo, unico ideale in grado di contribuire al bene di tutti: la rivoluzione, secondo Lavrov, diventa possibile solo attraverso l’educazione morale del popolo.

Bakunin ha invece una posizione molto più radicale: il popolo russo è già socialista e rivoluzionario, per istinto. Proprio grazie all’obščina, esso concepisce la terra come proprietà comune e ha esperienza nell’autoamministrazione, contro la gerarchia burocratica dello Stato che è visto solo come apparato oppressivo. La liberazione popolare può realizzarsi solo con l’immediata distruzione dello Stato, condotta dalla classe contadina; contro le tesi marxiste, Bakunin ritiene che questa classe sia l’unica a poter attuare la rivoluzione, in quanto il proletariato industriale seguirebbe la logica del capitalismo impadronendosi dello Stato e perpetuando i suoi meccanismi repressivi. La miseria in cui versa la popolazione delle campagne, inoltre, è tale da rendere spontanea la sollevazione, senza alcuna necessità di educazione politica da parte degli intellettuali. Altrettanto, l’organizzazione rivoluzionaria spetta a cellule anarchiche clandestine, completamente dedite alla causa, il cui compito non è però di dirigere le masse, bensì di operare come fomentatori dei sentimenti di rivolta già presenti in esse. Il futuro anarchico della Russia si sarebbe poi concretizzato per naturale evoluzione in una federazione di libere comunità rurali.

Tkačëv, infine, è fautore di una linea giacobina. Accetta l’idea delle cellule rivoluzionarie clandestine, ma rifiuta lo spontaneismo delle masse. Ritiene che la presa di coscienza delle masse attraverso l’educazione sia insufficiente, così come l’azione puramente sobillatrice; le cellule rivoluzionarie devono invece agire secondo un’organizzazione ben congegnata e fornire una direzione razionale alla rabbia e alla frustrazione accumulate dal popolo, incanalandole verso obiettivi concreti. La rivoluzione non può essere attuata, per Tkačëv, dalla maggioranza scatenata e volubile, bensì da una minoranza di rivoluzionari di professione con un programma delineato e le capacità di portare a compimento la trasformazione. In ciò è ravvisabile una chiarezza organizzativa che sarà più tardi presente nel bolscevismo come “avanguardia del proletariato”.

Il portato teorico di questi come di numerosi altri esponenti del populismo, trova il suo sbocco nell’associazione rivoluzionaria Zemlja i volja (“Terra e libertà”) che nell’ultimo quarto del secolo diventa l’organizzazione più attiva nell’Impero russo. L’associazione si riunisce su un programma generale per la costruzione del socialismo russo che riprende tutte le questioni sulla proprietà comune della terra, dell’autodeterminazione e dell’autogoverno delle comunità agricole, cui affianca la costituzione di cellule impegnate in attività cospirative di lotta contro lo Stato. La scelta di passare ad azioni concretamente insurrezionali deriva soprattutto dalla constatazione del fallimento dei tentativi lavroviani di educazione morale e politica del popolo: gli studenti che hanno risposto all’appello di “andare al popolo” si sono presto resi conto dell’arretratezza e dell’impreparazione dei contadini sui problemi politici e sociali, rivelando quasi impossibile una presa di coscienza della propria condizione. Nessun moto rivoluzionario, dunque, ma la reazione delle autorità con numerosissimi arresti per sobillazione. Da qui, la necessità di affiancare alla propaganda pacifica un’organizzazione armata per la difesa contro i funzionari statali; obiettivo comune è l’abbattimento dell’autocrazia e la rivalutazione della comunità rurale contro ogni possibile sviluppo capitalistico aperto dall’abolizione della servitù della gleba. (3)

L’uso della lotta armata però si estende tramite l’azione del terrorismo individuale, attuato da singoli rivoluzionari che tentano di dare l’esempio al popolo con attentati, non sempre mortali, alle cariche dello Stato più in vista. In questo modo, l’uso della violenza passa dall’autodifesa all’attacco, con il chiaro intento di scardinare con la forza l’apparato statale. Si crea allora una grave spaccatura tra chi ritiene sufficiente costringere il potere a concedere le libertà civili, attraverso la promulgazione di una moderna Costituzione, e chi, sospettando che un processo costituente possa indebolire il cambiamento rivoluzionario, giudica necessaria la lotta armata sistematica per dare al popolo il coraggio di sollevarsi. Non riuscendo a risanare questa rottura, Zemlja i volja si scioglie alla fine degli anni Settanta e la sua fazione radicale si riorganizza in Narodnaja volja (“Volontà del popolo”), un gruppo terrorista disciplinato, centralizzato e totalmente dedito alla lotta frontale contro lo Stato. Il culmine della sua attività terroristica è l’uccisione di Alessandro II nel marzo del 1881, che nelle intenzioni doveva essere il simbolo definitivo della fragilità dell’autocrazia e la scintilla che avrebbe spinto finalmente il popolo a insorgere. Ma il popolo non insorge e il nuovo Zar Alessandro III, come è prevedibile, attua una repressione spietata, che porta alla condanna a morte di tutti i responsabili e alla scomparsa del gruppo poco tempo dopo. (4)

 

NOTE

(1) La obščina era la comunità rurale in cui vigeva la proprietà collettiva della terra, dove ogni contadino lavorava in comune con gli altri. Le decisioni sulla distribuzione delle terre, la riscossione delle tasse, il reclutamento di soldati per l’esercito imperiale e in alcuni casi l’amministrazione della giustizia, spettavano al mir, l’assemblea comunitaria. Dal lavoro nell’obščina i contadini traevano il loro sostentamento, cui si aggiungeva il lavoro (non pagato) nelle terre di proprietà dei latifondisti. Istituto di origine medievale, sopravvisse in varie forme fino al 1905. La sua idealizzazione, in varie maniere, è la costante delle teorie populiste.

(2) Scritto in carcere e pubblicato a puntate su Sovremennik, il romanzo presenta sotto forma di storia apparentemente romantica una critica fortemente politica, che sarà acquisita come punto di riferimento nella formazione di generazioni di rivoluzionari; da ultimo Lenin, che in omaggio a questo romanzo darà lo stesso titolo al suo famoso scritto del 1903.

(3) Bisogna ricordare che, oltre al trasferimento di molti contadini poveri verso le città e le fabbriche, un altro fenomeno era la nascita di una nuova classe di contadini ricchi, i quali acquistavano le terre da chi si trasferiva, diventando piccoli proprietari terrieri in crescente competizione con i latifondisti. Una sorta di “borghesia agricola” che presto avrebbe fatto sentire la sua voce in merito alla rivendicazione della terra.

(4) Se l’anarchismo bakuniano può essere considerato in effetti alla base del socialismo rivoluzionario nella sua accezione prettamente russa di partito dei contadini e delle campagne, è dall’esperienza di Narodnaja volja che prenderà origine e ispirazione il Partito dei Socialisti Rivoluzionari, fondato nel 1902, spesso schierato su posizioni autonomiste intransigenti, dedito al terrorismo come metodo insurrezionale, presto assurto tra le forze determinanti delle rivoluzioni del 1917.


до свидания

Quest’anno maledetto non finisce più.

Cos’è il Coro dell’Armata Rossa (il Post)

Ricordiamolo con un paio di classici:

E un paio di canzoni moderne:

Leonid Kharitonov, che avete sentito nelle esibizioni più vecchie qui riportate, ha rilasciato un video di condoglianze per i membri del Coro di cui ha fatto parte per vent’anni (sottotitoli in inglese):


Lev Trotsky

Anniversario della morte di Trotsky: il 21 agosto 1940, uno dei principali fautori della Rivoluzione russa del ’17, nonché primo organizzatore dell’Armata Rossa, moriva assassinato da un agente di Stalin nel suo esilio a Coyoacan, in Messico. Lo ricordo con un suo breve discorso, risalente agli anni tra il 1937 e il 1940, sulla natura criminale e dispotica del processo di Mosca istituito contro di lui e gran parte della vecchia guardia bolscevica dall’élite stalinista, sulla base di prove false.

Per chi fosse interessato: Leon Trotsky nel Marxist Internet Archive (sezione italiana)


Pussy Riot – “Putin will teach you how to love”

Questo video è stato preparato subito dopo l’attacco subìto a Sochi, le cui immagini sono state prontamente inserite. Fino a poco tempo fa non mi ero interessato granché alle Pussy Riot, le ritenevo uno dei tanti fenomeni di protesta caciarona che si vedono ovunque nel mondo; poi due di loro sono state arrestate e condannate a due anni di detenzione, per un concerto non autorizzato (e antigovernativo) di fronte alla cattedrale di San Basilio, e già questo mi ha colpito per la severità della pena. Come se non bastasse, una delle due, Nadja Tolokonnikova, è stata trasferita in un campo di prigionia in una non meglio specificata località della Siberia, senza possbilità di contatti con la famiglia e i giornali. Ora sono tornate libere, ma lungi dall’essere intimidite hanno provato a girare una parte del loro nuovo video a Sochi, appunto, dove i cosacchi di guardia le hanno prese a frustate (molto da cosacco, in effetti). Continua a leggere


Parallelismi storici: la Rivoluzione russa e quella francese

Trotsky Lenin Kamenev

Trotsky, Lenin e Kamenev, tra i maggiori fautori della Rivoluzione d’Ottobre

I bolscevichi, primo fra tutti Trotsky, amavano comparare la propria Rivoluzione con quella francese del 1789. In effetti le similitudini sono molte, a cominciare dalla storia: la Russia di inizio Novecento era retta da una monarchia assoluta, come la Francia di fine Settecento; aveva tentato invano di darsi un assetto parlamentare con la Duma, fallita grazie a quel tipo di potere oppressivo che anche in Francia aveva svilito l’importanza degli Stati Generali; aveva ancora un’economia di tipo feudale, fortemente agricola, nonostante la presenza di poli industriali moderni in alcune grandi città. Era cioé un Paese molto arretrato rispetto al resto d’Europa e vi erano le condizioni per una rivoluzione “vecchio stile”, con scontri di piazza, barricate e assalti, laddove in altre situazioni europee era impensabile (come già constatava nel 1895 Friedrich Engels). Continua a leggere


95 anni da quei dieci giorni che sconvolsero il mondo