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Grandi artisti, persone ignobili

Come comportarsi di fronte all’arte prodotta da persone riprovevoli? Condannarla come chi la ha prodotta o salvarla come una cosa a parte? Dico subito che non ne ho un’idea chiara. Ma di esempi ce ne sono parecchi e tanto vale partire da questi.

1 – L’ultimo caso che si è presentato all’attenzione è quello dell’inserimento nella colonna sonora dell’ottimo Joker (se non lo avete ancora visto, fatelo), di un famoso brano, Rock and Roll, Part 2 (detto anche “Hey song” e uscito nel ’72) di Gary Glitter. Questo cantante è stato sulla cresta dell’onda per decenni, soprattutto negli USA, e questo brano in particolare è stato spesso usato in eventi e spettacoli per coinvolgere il pubblico, senza contare la sua presenza in molte colonne sonore. Un pezzone, come si suol dire, che sta bene un po’ dappertutto e credo tutti abbiamo sentito almeno una volta. Ebbene, nel caso di Joker la polemica è dovuta al fatto che Gary Glitter è stato condannato ben due volte per possesso di materiale pedo-pornografico ed è stato condannato per turismo sessuale e abusi su minori da un tribunale in Vietnam. Nel caso del film, le polemiche sono scoppiate innanzitutto per la questione dei diritti d’autore, che avrebbero garantito a Glitter un profitto attraverso le royalty; quindi, in sostanza, soldi a un pedofilo. La polemica si è sgonfiata quasi subito, poiché il suddetto pedofilo ha venduto tutti i diritti già da vent’anni e quindi non riceverà neanche un centesimo.

Rock and Roll, Part 2 è un “pezzone” o la canzone di un fottuto pedofilo? Ascoltarla, al di là di royalty et similia, significa riconoscere semplicemente validità all’artista o anche avallare in qualche modo le nefandezze della persona?

2 – Rimaniamo in ambito musicale con Varg Vikernes, icona del black metal norvegese, già membro dei Mayhem e fautore del progetto solista Burzum. Certo il black metal non piace a tutti, ma poniamo il caso che almeno un brano come Dunkelheit vi prenda bene; come cambierebbe la vostra percezione dell’artista, sapendo che l’uomo è un criminale e un assassino, oltre ad essere un nazionalista di estrema destra? Le note composte dalle stesse mani che hanno affondato decine di volte il coltello nelle carni di Øystein Aarseth, fino a ucciderlo. La melodia ipnotica che è stata composta dallo stesso pensiero che ha progettato incendi dolosi e predica un ritorno ai culti pagani, per la chiusura della Norvegia al mondo globalizzato dai marxisti giudaico-cristiani. Un grande artista, ma anche una grande merda di persona. La sua musica, posto che piaccia il genere, come ne esce? [Qui poi ci sarebbe da sconfinare in un altro grande dibattito, sulla politicizzazione dell’arte, ma non è il caso, restiamo sulla singola persona – vedi esempio 5].

3 – La scrittrice Marion Zimmer Bradley è stata una delle più amate autrici di romanzi fantasy nel mondo; ancora oggi i suoi libri vendono molto e schiere di fan in tutti i paesi ne rimangono incantati. Lei si è inoltre prodigata nella diffusione della cultura lesbica, aprendo le porte della consapevolezza a più di una donna (questo lo deduco da commenti letti in varie occasioni su siti specifici). Dopo la sua morte, per quindici anni la figlia Moira ha mantenuto il segreto, ma poi nel 2014 ha deciso di rivelare l’orrenda verità: dai 3 ai 12 anni è stata molestata sessualmente proprio da sua madre. La comunità di fan è rimasta scioccata da queste rivelazioni e i detentori dei diritti dell opere di Zimmer Bradley hanno deciso di donare le royalty a varie associazioni di sostegno ai minori vittime di abusi. Quindi, anche in questo caso, mondi fantastici e grandi avventure create da una pedofila incestuosa. Vale la pena leggersi i suoi romanzi, o sono irrimediabilmente compromessi dall’orrore della realtà?

4 – Klaus Kinski. Superbo attore tedesco, terribilmente problematico e tormentato, che ci ha regalato interpretazioni come Nosferatu e Aguirre, furore di Dio (vi metto i video in italiano, ma fate attenzione alle sue espressioni), girati con l’amico-nemico Werner Herzog, regista d’avanguardia, dando vita a un rapporto folle e traumatico per l’arte. Può non piacere, ma è comunque considerato uno degli interpreti più importanti del cinema internazionale. Ed è stato anche lui un pedofilo incestuoso. Lo ha denunciato la figlia Pola, rivelando di essere stata violentata dal padre tra i 5 e i 19 anni, ricevendo il supporto della sorellastra Nastassja. Come si fa a celebrare la capacità interpretativa di un mostro? Come si fa ad assistere a un film con questo attore, senza pensare a ciò che ha fatto alla sua stessa figlia? Riconoscerne la bravura in quanto artista, significa forse glissare sulla condanna per il delitto commesso?

5 – Un poeta sopraffino come Ezra Pound, in grado di sfornare versi come solo la buona poesia riesce a fare, era anche un sostenitore fanatico del fascismo, sia prima che dopo la guerra. E per fanatico intendo dire che vedeva in Mussolini l’Unto del Signore, blaterando (poeticamente?) delle virtù spirituali della sua creazione politica. Quanto di politico c’è nella sua opera? Quanto di fascista c’è nei suoi versi? Apprezzarlo, vuol dire apprezzare idee reazionarie e fasciste? Ma su di lui già si sono interrogati altri. E comunque, in questo caso parliamo di idee.

Forse è un cane che si morde la coda. Forse non è giusto confondere l’artista con la persona; o forse non è davvero possibile separarle. Al momento non lo so. Davvero non ho risposta. Ma se ci mettiamo a vedere tutte le magagne personali degli artisti, e a discriminarli in base a queste, potremmo rischiare di rimanere senza arte. Per questo è un lavoro duro da fare. Ne vale la pena? Non si rischia di diventare intransigenti e moralisti? O forse un po’ di moralismo fa bene, purché non prenda il sopravvento? Perché se cominciamo a dire “quello è un assassino!” o “quello è uno stupratore!” e poi glissiamo su altri autori o autrici che pure hanno commesso atti riprovevoli, diventiamo persino ipocriti e sempre esposti alle critiche. Ma come si fa a non pensare anche a quelle cose orrende? Come se non avessero peso? Per ora, sono domande senza risposta.


Per conoscere i Venom

VENOM-poster

Uno dei miei gruppi preferiti è anche uno dei più influenti della storia del metal: i Venom, band inglese da Newcastle, che dagli anni ’80, tra alti e bassi, regala musica brutale e divertimento. In questo caso non posso vantare una discografia in mio possesso, ma una antologia in due dischi che raccoglie il meglio della loro produzione classica, ossia i primi quattro album e i singoli/EP più famosi. Il resto della loro produzione ho potuto però ascoltarlo su YouTube, quindi penso di poter scrivere abbastanza anche in questo caso. Dunque, non “i miei dischi di”, ma una presentazione per invitare all’ascolto.

La prima volta che li ho visti esposti su uno scaffale, non li avevo ancora sentiti nominare. Li notai solo per quel “Venom” che, all’epoca, era per me un personaggio dei fumetti. Era il ’97, credo, e si trattava del loro album fresco di stampa Cast in Stone. Non presentava nulla della loro classica iconografia satanica, anzi sembrava roba molto americana. Lì per lì lasciai perdere, poi mi capitò di vedere un loro video su TMC2 (o era Mtv?) in cui, se non sbaglio, cantavano The Evil One. Niente male, ma ancora non avevano fatto breccia nel mio cuore metallaro. Non c’è voluto molto perché ritrovassi il loro nome con sempre maggiore insistenza nei più svariati contesti musicali, come ispirazione soprattutto; tant’è che cercando di capire cosa fosse il “black metal”, cui mi stavo interessando, si rimandava sempre a loro come i primi ad aver coniato il termine e aver posto le fondamenta del genere, anche se poi con la loro musica non ha nulla a che vedere. Mentre moltissimi sono i gruppi thrash, power e death che li osannano come pionieri.

Negli ultimi anni li ho recuperati e me ne sono invaghito sempre di più, per la loro musica violenta e velocissima, per i richiami al satanismo (senza per questo prendersi drammaticamente sul serio, come invece alcuni famosi gruppi e artisti black), per la sfacciataggine a metà tra metal e punk che mi ricordava i Motörhead. Ne ho lette di tutti i colori su di loro; direi che o si amano, o si odiano. Io li amo.

Basta non prenderli troppo sul serio, come invece hanno sempre fatto i puritani (a causa delle tematiche) e i puristi della musica (a causa di una scarsità tecnica che però io, da bravo ignorante, non so riconoscere). Sono bravi per il complesso di elementi che hanno saputo combinare, anche in maniera tamarra, alzando la soglia di violenza del metal e giocando duro sull’idea della “musica del diavolo”. Vale la pena ricordare che all’epoca il metal era divenuto molto formale e tecnico, mentre il punk reagiva tornando alle basi; i Venom si sono posti nel mezzo, come dicevo, dando l’ispirazione a gran parte dei gruppi che diventeranno poi famosi e persino leggendari nelle decadi successive.

Solo un appunto in più sul black metal come genere; i Venom usarono per primi questa formula per distinguersi dagli altri, ma il genere musicale norvegese che tutti oggi riconosciamo con questo nome, ha preso da loro solo la tematica satanica, pagana e anti-cristiana. Il metal estremo è oggi molto oltre quello disordinato e caciarone dei Venom, non ha più elementi punk e, appunto, tende a prendersi molto sul serio (se si eccettua un genio come Abbath), laddove i suoi ispiratori hanno più che altro flirtato con l’occultismo e il simbolismo, passando da un iniziale – e superficiale – interesse, all’uso strumentale di tematiche horror. Insomma, riprendendo una dichiarazione di alcuni anni fa, nessuno pensa che Bowie venisse da Marte, quindi non c’è motivo di ritenere che i Venom uccidessero vergini per evocare il Male.

[A proposito del satanismo: anch’io, nell’adolescenza, ho avuto un periodo “satanista”. Non dal punto di vista religioso/praticante, beninteso. La figura del diavolo mi pareva ottima per esprimere una ribellione non proprio definita, una sorta di generale avversione per il cristianesimo dominante, per la Chiesa, per il conformismo e l’ipocrisia che sembravano plasmare la società. In effetti era più un satanismo alla Carducci, che vedeva in Lucifero il portatore della luce della modernità scientifica, del progresso materiale e spirituale, della gioia della vita, contro l’oscurantismo religioso. Ovvio che mi piacesse anche il simbolismo (in verità spicciolo) di croci rovesciate, 666, pentacoli e capri, oltre all’immaginario dantesco e agli orrori che ispirava. Avevo già da tempo messo da parte questo gioco, quando i Venom me lo hanno fatto riscoprire nel modo più bello e divertente, crasso, cialtronesco ed esagerato.]

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L’ultimo della ‘golden age’

Perché cazzo ho saputo solo adesso della morte di “Fast” Eddie Clarke??? Cristo! Prima Phil “Philty Animal” Taylor, poi Ian “Lemmy” Kilmister e ora lui. “Ora” no, a gennaio, porca miseria. È la fine della classica line-up dei Motörhead, durata dal 1979 al 1982, che ci ha regalato pietre miliari del rock quali OverkillBomberAce of SpadesIron Fist e il live No Sleep ‘til Hammersmith, primo dei concerti-capolavoro del gruppo. Un gran chitarrista, forse anche uno stronzo, ma a noi interessa il chitarrista. R.I.P.

Qui suona il riff più famoso della band:

Eddie Clarke su Wikipedia

Motorhead classic

La formazione della golden age.


I miei dischi della Rollins Band

Rollins Band banner

Avevo già parlato di Henry Rollins pubblicando il video e il testo di una delle sue canzoni che apprezzo di più, Illumination. All’epoca però non avevo neanche uno dei suoi dischi, peraltro difficili da trovare persino nei negozi delle grandi città. Negli ultimi anni ne ho recuperato cinque, quelli degli anni ’90/2000, secondo me i più raffinati e maturi (e anche secondo i suoi detrattori, legati al suo passato punk).

Ho conosciuto Rollins grazie a Beavis & Butthead, che in un episodio commentano il video di Disconnect. Per lungo tempo è stato solo un artista “sullo sfondo”, rispetto agli altri che ascoltavo; mi colpiva che fosse così muscoloso, di solito i cantanti non hanno molta cura di se stessi, però quello che sapevo di lui era legato ai video che passavano su Mtv, ai suoi cameo cinematografici e a qualche articolo su siti specializzati. Poi, grazie a Youtube, ho cominciato ad ascoltare altre canzoni tratte dai vari album, e ho capito che non solo è un personaggio interessante, ma anche un ottimo artista, con idee musicali aperte e sempre intento a rinnovarsi, pur restando fedele alla sua linea (e specifico sua, perché sentire un punkettone che mi viene a dire “Rollins si è venduto!” avendo smesso di suonare punk è come sentire che i gatti sono erbivori perché masticano le piantine). Un artista poliedrico, non solo per le sue prove d’attore, come nel cortometraggio Deathdealer, ma anche per i suoi monologhi teatrali e i suoi programmi televisivi.

Soprattutto, posso dire che i testi sono profondi, stimolano riflessioni, raramente sono banali o scontati. So che sembra esagerato, ma in certi casi ascoltarle è come fare una seduta terapeutica, ci sono dentro questioni psicologiche, sensazioni ed emozioni intime, punti di vista esistenziali, visioni perturbanti. Dalla furia dei primi album alla sagacia degli ultimi, Rollins ha dimostrato di avere un cervello funzionante e una grande sensibilità. Da un po’ di tempo a questa parte ha smesso di suonare, perché sentiva di non avere più molto da dire e non aveva intenzione di trasformarsi in una “greatest-hits-machine”, una macchina che suona a ripetizione i suoi successi, concentrandosi su altri progetti. Un peccato? Beh, certo mi spiace, ma meglio che vederlo autodistruggersi.

E ora passiamo agli album.

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Rollins Band – “Illumination”

Henry Rollins è un personaggio interessante. Musicista e scrittore, ha intrapreso una carriera di tutto rispetto: cantante dello storico gruppo punk americano Black Flag, dopo il loro scioglimento realizza Hot Animal Machine, suo primo lavoro da solista, che è un uragano di rabbia, disillusione e violenza (esempio: There’s A Man Outside). In seguito forma la Rollins Band e inizia a sperimentare in vari sensi, sfumando i suoi demoni in produzioni più raffinate, ma sempre molto energiche (per esempio in Liar e Disconnect). A questo ha aggiunto una passione per i monologhi, o spoken-word, al contempo seri e umoristici, spesso incentrati su questioni sociali, con cui ha raggiunto la popolarità. Ha anche fatto alcune comparse in TV e al cinema. La sua presenza scenica è impressionante: muscoloso e tatuato, salta e urla come un folle (vedi Get Some Go Again); eppure quando parla sembra un’altra persona, pacato, buffo e ironico, ma mai ridicolo (come qui e qui).

Nonostante abbia selezionato qui sopra varie canzoni, ho scelto di proporre Illumination perché è una canzone che crea una potente visione, uno scenario perfettamente integrato nelle immagini del video (uno dei rari a essere in relazione con la canzone che pubblicizzano). Parla del viaggio verso l’illuminazione, di cosa si deve sopportare finché non si raggiunge questo obiettivo, così grande da rischiare di esserne distrutti. Dopo, tutto quanto cambia per sempre e quasi si preferirebbe poter tornare indietro, “non sapere ciò che so ora”. Mi ha colpito, mi ha coinvolto, perché ci rivedo parecchie cose di me, il desiderio di ricercare, di scoprire, e la paura di trovare ciò che cerco.

I walked green miles of jungle
I walked through yellow miles of pain
I crossed starvation’s desert
Watched dead rivers swell with rain

The song of insects filled the air
Nights in cites of despair
Where killer’s sons said, son beware
And all the roads from here to there

I sailed the sea of desolation
Dropped my anchor there
Plumbed the depths of isolation
Walked its length and was not scared
Went from end to end to end
And then from there I went again
The road that only this one knows
Off to nowhere here I go

Illumination comes so hard
Makes me see but it leaves its scars
At times I wish that I didn’t know what I know now

Thought and thought until I lost my mind
Looked and looked until I went near blind
The path is fair but so unkind
Illumination

At night the highway’s diesel roar
Speaks to me and tells me more
Than any book I’ve ever read
Or anything you ever said
With silent eyes inside
I watch myself and worlds collide
The seasons burn and crack my skin
I stay outside and live within

Illumination comes so hard
Makes me see but it leaves its scars
At times I wish that I didn’t know what I know now

Thought and thought until I lost my mind
Looked and looked until I went near blind
The path is fair but so unkind
Illumination