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La città senza volto

Circa un anno fa sono stato a Berlino. E’ una città molto particolare: non ha molti palazzi antichi, né molti grattacieli; non ha paesaggi che colpiscono, né molti monumenti da fotografare. E’ un immenso cantiere aperto, con lavori di lungo corso e grandiosi progetti che probabilmente non finiranno mai. Eppure devo dire che è proprio in questa mancanza che si sente il passaggio della Storia, degli eventi titanici avvenuti in questa città. Berlino ha una natura intimamente precaria, sempre in divenire. Non può permettersi cicatrici sul volto, perché è il volto stesso a mancare. Qui la memoria mostra la sua natura eterea, senza pietra in cui incarnarsi. La città è stata distrutta e ricostruita così tante volte, da non avere più la possibilità di mostrarsi nelle sue età, nelle sue evoluzioni. E’ antica e giovane allo stesso tempo. Continua a leggere


A sinistra di che?

Di recente, la rediviva Unità ha ospitato un dibattito sul mantenimento del nome di Gramsci nella testata. Qualcuno ha proposto di eliminarlo, ma stranamente non si tratta di una fazione di moderati poco inclini a tenersi Gramsci come riferimento culturale: al contrario, sono stati alcuni comunisti a sottolineare la distanza politica enorme tra il PD, di cui l’Unità è ora l’organo, e il pensiero di Antonio Gramsci, fondatore insieme a Togliatti e altri del Partito Comunista Italiano (di cui il Partito Democratico è solo in parte, e sempre meno, erede). Tutto sembra essere partito da un tweet di Fassina, contro un titolo del giornale dal sapore renziano. Chi non è d’accordo con questa proposta, sostiene che Gramsci, in quanto intellettuale italiano, appartiene a tutti, e anche al di là del fatto incontestabile che il giornale fu da lui fondato nel 1924, è giusto e persino necessario che il suo nome figuri sulla testata, perché il suo pensiero non è di proprietà esclusiva di una parte politica. In pratica, Gramsci appartiene a tutta la sinistra, anche a quella moderata, anzi alla cultura italiana in generale. I detrattori però sottolineano che probabilmente il compagno Gramsci si dissocerebbe dal PD e quindi dalla linea assunta dal suo organo di stampa; Gramsci fu sempre “partigiano”, politicamente intransigente, avverso all’indifferenza e autore di acutissime analisi storiche e sociali da un punto di vista di classe. Continua a leggere


Valentina VS Diego

Devo dire che Valentina Nappi mi ha colpito. E’ una pornostar ormai molto nota, ma non solo e forse non principalmente per le sue prestazioni su schermo. Tiene infatti (o almeno ha tenuto fino a poco tempo fa) una pagina-blog su MicroMega, dove esprime considerazioni tutt’altro che banali su questioni di costume, politica e filosofia, talvolta in modo provocatorio, ma sempre con lucidità e proprietà di linguaggio. Una proprietà tale, che all’inizio pensavo si facesse scrivere gli articoli da qualcun altro, visto che pure io, nonostante gli sforzi, conservo qualche pregiudizio sulla natura delle persone. In effetti alcune parti dei suoi articoli sembrano scopiazzate da testi di importanti autori: corretto sarebbe riportarle come citazioni, però un possibile “plagio” credo faccia parte delle sue provocazioni e, comunque, vuol dire che lei almeno qualche testo buono lo ha letto. In ogni caso sta diventando un personaggio pubblico come altre attrici porno prima di lei, attiviste nel campo della sessualità.

Incuriosito da questa porno-intellettuale, se così si può definire, ho letto con attenzione un suo articolo che ha suscitato le vive polemiche di un altro intellettuale, stavolta non porno, ma comunque giovane e in ascesa: Diego Fusaro. Ricercatore e saggista, è noto soprattutto per la curatela delle nuove edizioni di opere di Karl Marx, con Bompiani, e per il portale “La filosofia e i suoi eroi“, creato a 16 anni per raccogliere appunti di filosofia e oggi uno dei più ricercati. Fusaro ha aspramente criticato la posizione (intellettuale) di Nappi sull’idea attuale di anticapitalismo (secondo lei assimilabile al fascismo), adducendo però argomentazioni che, pur nella loro complessità, sembrano quasi reazionarie. La questione è piuttosto interessate, al di là della polemica generatrice, perché pone in rilievo un problema teorico stringente, cioè la crisi dell’alternativa socialista al capitalismo e l’emergere della destra radicale come forza di contestazione. Prima però di dire la mia, vi consiglio di leggere i due articoli in questione per avere la visione esatta del problema, così come è posto dai duellanti:

– “Oggi il fascismo si chiama anticapitalismo” (V. Nappi)

– “Il Capitale e i suoi utili idioti: la signorina Nappi” (D. Fusaro) Continua a leggere


Nuovi aforismi a buon mercato

Dopo oltre un anno dall’ultima infornata, ritornano le perle di saggezza che sparo in giro (e che forse era meglio dimenticare). Di solito sono commenti estemporanei, slegati tra loro, che potrei sviluppare ma anche no.

17 – Imperfezione di fabbrica. Ho cambiato un po’ il sottotitolo del blog, da “Produzione Strutturale di Pensiero” (scelto per motivi estetico-concettuali abbastanza evidenti) a “produzione strutturale di pensieri imperfetti”. Via le maiuscole, che non servivano se non a dare l’impressione che mi prendessi troppo sul serio; e dentro il plurale e l’imperfezione, perché il mio non è un pensiero necessariamente strutturato, nel senso che non è sistematico, non è un piano generale di interpretazione che fa combaciare ogni aspetto della realtà. E se anche lo fosse, non è esposto in questo blog. Qui “produco” una serie di pensieri, che solo in ultima istanza formano una struttura, nel senso che sono connessi in una visione, una concezione del mondo. Pensieri imperfetti, però, perché c’è sempre qualcosa che manca, o che non funziona a dovere, come tutto nella vita, tra errori, dubbi, ripensamenti, ignoranze, timori e furori. Per citare la presentazione del blog: “la perfezione è una forzatura verso una completezza illusoria, racchiusa in un obiettivo finale che non lascia spazio a dubbi ed errori, cosa del tutto contraria al divenire costante della realtà. Imperfetto è mutevole, cangiante, aperto, vivo”.

18 – Il compagno Nietzsche. Io credo che molte persone non si rendano davvero conto che Nietzsche era sostanzialmente un reazionario. Intendiamoci: il più intelligente dei reazionari, il più acuto, profondo e colto, fascinoso nello scrivere e gradevole da leggere. Ma pur sempre un reazionario. Si batte, è vero, contro la morale, contro il cristianesimo, contro lo Stato, la Chiesa e i concetti idealistici, però da un punto di vista reazionario, non rivoluzionario. Poi, senza dubbio, sul nazismo ci avrebbe pisciato sopra come su qualunque altra forma di decadenza moderna, ma ciò non toglie che bisogna pur prenderlo per quel che era, e che scriveva con chiarezza. Può essere l’amico di destra, non il compagno di viaggio di Marx. Anche se alla fine le sue martellate filosofiche giovano un po’ a tutti, lui non ha mai inteso la liberazione come qualcosa per tutti. Il superuomo, o oltreuomo che dir si voglia, non è l’evoluzione dell’uomo in quanto tale. Se lo fosse, sarebbe troppo emersoniano, radicalmente democratico. No, l’individuo superiore, l’individuo che va oltre la sua condizione di uomo, è parte di un gruppo ristretto. Eppure, badate bene: l’individuo, non una razza, non un popolo, non una nazione.

19 – Umanismo e Tecnica. E’ davvero possibile essere umanisti oggi? La tecnica, come forma mentale, è ormai l’essenza del mondo moderno e non c’è romanticismo che tenga, siamo persone immerse nel vivere tecnologico, espressione della tecnica intesa come uso strumentale delle forze e delle energie improntato all’efficienza e alla velocità. Il vero nichilismo, la vera distruzione di ogni teoria dei valori è questa, non la psicanalisi o il marxismo, e nemmeno il “niccianesimo”, è l’eclissi della cultura umanista, del pensiero incentrato sui bisogni dell’essere umano, in favore della ricerca dell’innovazione e della realizzazione di tutto ciò che è possibile in quanto possibile. Non dico affatto, come invece i postmodernisti, che “tutto va verso il nulla”, anzi, tutto va verso il Tutto, la totalità della tecnicizzazione della vita, che non può più tornare indietro. Non voglio fare un discorso alla Heidegger, il problema non è criticare la tecnica in sé, o pensare a impossibili e antistorici ritorni a qualcosa che è passato. Piuttosto, trovare il modo di adattarci a ciò che noi stessi abbiamo creato. In questo senso è giusto essere umanisti, perché adattarsi non vuol dire perdere di vista la persona umana. Ma è possibile? Possiamo scavare un posto per l’umanità in un mondo che sembra andare avanti senza di essa? Possiamo ancora dare valore e utilità alla filosofia?

20 – L’autocritica fa bene a tutti. Ricordo che una volta, una mia collega di università commentò così la nostra situazione di studenti di filosofia: “siamo astratti, troppo lontani dalla dimensione dialogica e, lasciamelo dire, anche presuntuosi”. Col tempo, ho imparato quanto fosse vero. E non credevo si potesse davvero esserlo, data la natura critica di quegli studi. E’ come una sindrome da torre d’avorio, da casta platonica, a fronte della produzione di interpretazioni cui è la realtà a doversi adattare. Ho sempre pensato che la bontà di studiare, per esempio, Hegel, risiedesse nell’ampliamento della creatività dell’intelletto, nell’acquisire una visione organica della realtà, senza per questo dover essere hegeliani, idealisti, convinti che lo spirito produca la realtà come una fiamma che produca il fiammifero. Ma capisco anche cosa intendesse Popper, pur nella sua presunzione di aver capito e risolto tutti i maggori problemi filosofici. Sarà vero che esistono filosofi “oracolari” contrapposti a filosofi “sentinella”? I primi, autoreferenziali, oscuri e magari imbroglioni; i secondi, attenti e pronti a smascherare, lanciare allerte e risolvere problemi veri. Forse no, forse è una demarcazione troppo netta, però mi fa pensare anche alla definizione di Feuerbach data da quella mia stessa collega: “non un filosofo, ma un uomo in perenne ricerca”. Io credevo che la filosofia fosse perenne ricerca, ma da quel che vedo molti la intendono come un punto di arrivo, l’empireo del pensiero da cui dominare le miserevoli umane vicende, con quello sguardo di sufficiente compatimento di chi ha già capito tutto. “Uomini di mondo” che del mondo non sanno nulla. Teorici senza prassi, pericolosi quanto gli idolatri della prassi priva di teorie, aperti e disponibili all’ideologia intesa come falsa coscienza. E’ quanto meno triste.

21 – Il buon consumatore anarchico. Tutta una rete di tabù autoimposti condiziona la vita delle persone idealiste, le quali si trovano spesso a dover rinunciare a innumerevoli cose per non contraddire la propria posizione morale. Le multinazionali, per esempio, sono mostruosità che perpetrano crimini contro l’umanità, quindi vanno evitate come la peste. Al loro posto si sceglie il locale, il biologico, il fai-da-te ecc., con il risultato di spendere tempo e risorse nella ricerca di ciò che serve, nella pia speranza di non dover comprare elementi prodotti da compagnie di cui si possa un giorno scoprire l’affiliazione a grandi gruppi d’interesse, da cui l’imbarazzo e l’aumento delle difficoltà per rimediare. Senza contare il senso di colpa che deriva dalla fruizione una tantum dei prodotti di quelle multinazionali, o le frecciatine da chi se ne accorge. Alla fine, il consumatore alternativo si libera dalla schiavitù delle multinazionali per rifugiarsi nella schiavitù della coerenza a tutti i costi. Ma non sarà l’atteggiamento verso quel panino standardizzato da fast-food a cambiare le cose, né sarà quel tablet costoso a definire sul serio la personalità del possessore. Alla fine si dà valore a cose che non ne hanno, una facciata per ribadire (forse innanzitutto a se stessi) la propria scelta. Problema: se non si adottassero certi atteggiamenti, la propria gamma di principi ne risentirebbe? E in questo caso, quanto sono forti quei principi, se hanno bisogno di “mode” alternative da seguire per ritenersi validi? Monito di Emerson: “una stupida coerenza è lo spauracchio delle piccole menti”. Bisogna essere anarchici anche verso se stessi.

22 – Polemica di campagna. Bisognerebbe eliminare le campagne elettorali. Sul serio, a che servono? I programmi, se uno vuole conoscerli (e a molta gente non interessa perché vota per partito preso) se li va a leggere su internet o in qualche sezione di partito. Per i candidati, idem. Far conoscere nuovi movimenti e partiti è prassi quotidiana, non un’esclusiva del periodo elettorale. Parlare e discutere in campagna elettorale è impossibile, si pensa solo a litigare e insultarsi. Allora, che senso ha? Ogni volta le stesse cazzate, sembra di seguire un copione prestabilito. A me è passata la voglia, questa non è politica, non è democrazia, non è partecipazione, è uno spreco di tempo e di risorse. La politica si vive tutti i giorni, la partecipazione e la democrazia sono elementi esistenziali, altro che “santini” e promesse iperboliche. Perciò diventiamo un po’ più seri, facciamo un salto di qualità e aboliamo quest’umiliazione dello spirito pubblico.

23 – Polemica da guardaroba. Ho sentito in TV una donna lamentarsi di una pacca sul sedere al primo appuntamento con un tizio che, come molti uomini, credeva di potersi prendere certe libertà solo perché lei si veste in maniera “provocante”. Lo so che commentare cose del genere è rischioso, ma sinceramente c’è un limite a tutto, anche alla pretesa di essere rispettati senza se e senza ma. Nessuno può mettere in dubbio che il rispetto sia un diritto e un dovere, però è naturale che in una società basata sull’apparenza il modo di vestirsi sia anche un modo di comunicare: se un uomo di mezza età si vestisse da adolescente, per sentirsi bene con se stesso, dovrebbe accettare anche il rischio di essere considerato ridicolo, o di essere compatito. Se una donna si veste in maniera provocante (e questa in TV sembrava una mangiatrice di uomini), sa di rischiare di essere considerata una donna facile, perché altrimenti che senso ha mettersi in mostra? E con questo non voglio fare il solito, stupido discorso del “se l’è cercata”, non è questo il punto. E’ chiaro che guardare e toccare sono due cose diverse, c’è una questione di spazi personali e di educazione. Il punto non è morale, è pratico: possiamo davvero contare sull’educazione e il rispetto degli altri? Possiamo sinceramente credere che il solo fatto di avere il diritto di essere rispettati ci protegga e ci difenda da chiunque incrociamo sulla strada? Dovrebbe essere così, ma non lo è. A quella donna vorrei dire: se ti piace essere provocante, cerca di esserlo solo nelle occasioni adatte; non sperare sempre nella buona educazione degli altri, perché purtroppo il nostro modo si basa sull’immagine e gli altri interagiscono con te sulla base di quel che vuoi mostrare. Moda e stile funzionano così. Quando io mi feci la cresta punk, sapevo che avrebbe mandato fuori dai gangheri un sacco di gente; eppure mi dava fastidio se qualcuno commentava. Ma davvero potevo pretendere che gli altri si comportassero normalmente di fronte a quel taglio di capelli? POTEVO? No. Si paga sempre un prezzo, anche ingiusto, per ogni scelta che facciamo. Dobbiamo esserne coscienti e chiederci fin dove siamo disposti a sopportare.


Sulla possibilità della Rivoluzione

Oggi è il novantasettesimo anniversario della Rivoluzione russa. La rivoluzione, come concetto, sta rapidamente tramontando nelle forme insurrezionali che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, lasciando il passo a “microresistenze” diffuse, imperniate sulla contingenza e portate avanti da soggetti temporanei. Tuttavia la rivoluzione ha avuto forme diverse durante tutto il periodo moderno, e i grandi successi sono stati preceduti e seguiti da numerosi, tragici fallimenti. Per commemorare questa ricorrenza, voglio segnalare un testo di Engels, l’Introduzione all’edizione del 1895 de Le lotte di classe in Francia di Marx (scritto nel 1850), in cui l’ormai anziano pensatore esamina non solo il testo dell’amico, ma la possibilità di future rivoluzioni e della continuità della lotta politica per una società nuova, nonostante i fallimenti. Lascio pertanto il link alla pagina del Marxist Internet Archive (in italiano).

Introduzione a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

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Una nota sulla questione morale in Marx

 Karl Marx è ritenuto, tra le altre cose, uno dei maggiori critici della morale assieme a Nietzsche, a Freud e a vari altri autori generalmente accomunati nella cosiddetta “scuola del sospetto”. Il socialismo marxiano, infatti, viene definito scientifico per distinguerlo dai socialismi precedenti, detti utopistici: questi ultimi erano, secondo Marx ed Engels, troppo idealistici, fondati su concezioni di società avulse dai rapporti reali; un socialismo scientifico si fonda invece sull’analisi di quei rapporti, della struttura di una società in continua evoluzione. Oltre a questo, lo stesso Marx ha più volte criticato le istanze morali come base della lotta politica, insistendo contro il dualismo “giusto-ingiusto” nella stesura di programmi, indirizzi e piani d’azione dei partiti e delle associazioni a favore dei diritti della classe lavoratrice (in particolare nella Critica al programma di Gotha). L’emancipazione e lo sviluppo pieno della persona umana non sono fonti ideali per metri di giudizio, così come la realtà dello sfruttamento nel modo di produzione capitalista non è dovuto alla “cattiveria” dei padroni nei confronti dei lavoratori, bensì al funzionamento del sistema in sé.

Detto ciò, ho spesso sentito parlare di una contraddizione latente nell’opera di Marx: Continua a leggere


Altre citazioni a iosa

Questa volta ne è uscita quasi una conversazione, non vi pare?

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“E’ sufficiente che il popolo sappia che ci sia stata un’elezione. Chi vota non decide niente. Chi conta i voti decide tutto” – Stalin

“Da ragazzo ero anarchico, adesso mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa” – Ennio Flaiano

“Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l’accorgerti che ha un po’, o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire” – Antonio Gramsci

“Cura i tuoi pensieri: diventeranno le tue parole. Cura le tue parole: diventeranno le tue azioni. Cura le tue azioni: diventeranno le tue abitudini. Cura le tue abitudini: diventeranno il tuo carattere. E cura il tuo carattere perché diventerà il tuo destino. Diventiamo quello che pensiamo” – Margaret Thatcher

“Parlando in termini morali, pensare solo a sé è la stessa cosa che non pensarci affatto, perché il fiore assoluto dell’individuo non è dentro di lui; è nell’umanità intera” – Georg W.F. Hegel

“La filosofia si è mondanizzata, e la dimostrazione più schiacciante di questo fatto è che la coscienza filosofica è coinvolta non solo esteriormente ma anche interiormente nel tormento della lotta. Se la costruzione del futuro e il ritrovamento di una soluzione valida per tutti i tempi non è affar nostro, tanto più appare chiaro ciò che dobbiamo compiere al presente, e cioè la critica spregiudicata di tutto ciò che esiste, spregiudicata nel senso che in generale la critica non si atterrisce di fronte ai suoi risultati e nemmeno di fronte al conflitto con le forze esistenti” – Karl Marx

“Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai” – Bertrand Russell

“Bisogna imparare a farsi aggredire, toccare, colpire, urtare, esplodere e smembrare, con una parola, avere il coraggio di esporsi nel mondo anche a incontri pericolosi, dare il benvenuto al sollevarsi di tutti i demoni” – Emile Durkheim

“Ogni anno il numero di pecore sgozzate dai pastori è superiore a quello delle pecore sbranate dai lupi. Perciò se qualcuno si offre di farvi da pastore per salvarvi dai lupi, pensateci bene” – da internet

“Se vivi tra i lupi devi agire come un lupo” – Nikita Chrusciov

“Qualsiasi cosa possa dividerci, l’Europa è la nostra casa comune; un comune destino ci ha legato attraverso i secoli, e continua a legarci oggi” – attribuita a Leonid Breznev, ma a me sembra più da Gorbaciov