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Bancarotta ideologica?

Volete prenderlo sul serio? Ma lo sentite come parla? Usa la parola “tecnocrate”! Sembra un sociologo degli anni Settanta!

(da un episodio di APB, serie cancellata dopo la prima stagione)

Non so esattamente cosa scrivere, ma mettiamola così: la sinistra, non solo in Italia, sta scivolando verso la bancarotta ideologica. Ho la sensazione persistente che le varie anime della sinistra continuino, imperterrite, a mancare il punto fondamentale. Da un lato, quello radicale, c’è uno “sloganismo” inconcludente, fatto di rivendicazioni fuori dalla realtà, parole d’ordine antiquate, idee riciclate e una generale disperazione; dall’altro, il lato moderato, c’è un appiattimento imbarazzante sul liberismo, con il silenzio sullo sfruttamento, la rassegnazione rispetto al potere economico, i tentativi spesso patetici di salvare il salvabile con un po’ di assistenzialismo e tante promesse sul futuro che migliorerà. Ora, io non ho una ricetta pronta per aprire una nuova strada, ma direi che non mi sento rappresentato da nessuno. Continua a leggere


Tengo ‘o quorum italiano!

trivelle

Il “referendum sulle trivelle” mi ha ricordato, per certi versi, quello sull’acqua pubblica di qualche anno fa. In quell’occasione i Radicali, esperti di referendum, puntarono su due aspetti negativi dell’iniziativa: la sostanziale disinformazione che gravava sul quesito reale e il problema (perenne) del quorum.

Sul primo punto, si è verificato un problema simile anche oggi, ma in maniera più pronunciata. Questo referendum è stato una grande perdita di tempo e di denaro pubblico, oltre che uno sfruttamento della buona fede e del senso civico di tanta gente, per dar forza a una battaglia che non era quella posta dal quesito referendario. Perché?

A) Tutti hanno promosso il Sì “contro le trivelle”, “per salvare il mare”, “per dire no ai combustibili fossili e sì alle energie alternative”, “per non inquinare ancora il mare” e via dicendo, con una propaganda ingannevole infarcita di elementi ecologisti, dando l’illusione che la vittoria del Sì avrebbe fatto smantellare le piattaforme e fermato lo sfruttamento dei giacimenti marittimi. L’idea era eticamente lodevole, come lo sono gran parte delle iniziative per la salvaguardia dell’ambiente, ma non era la motivazione reale né, soprattutto, l’oggetto del referendum. La vittoria del Sì non avrebbe fermato nulla, avrebbe solo ribadito un limite temporale che era stato rimosso per alcune (non per tutte) le trivelle. Le piattaforme interessate erano quelle entro le 12 miglia nautiche dalla costa: alcune avrebbero finito di estrarre gas e petrolio tra vent’anni, e che in base alla modifica di legge avrebbero esteso il lavoro fino all’esaurimento del giacimento. Nuove piattaforme, entro le 12 miglia, non ce ne sarebbero state comunque, quindi lo sfruttamento non sarebbe aumentato neanche volendo (altro che regalo alle compagnie petrolifere). Oltre le 12 miglia, tutto rimane com’era prima in ogni caso, con nuove concessioni, nuove piattaforme, sfruttamento illimitato. Dov’è la vittoria? A pettinarsi la chioma.

Per approfondire: Trivelle sì, trivelle no? Facciamo due conti (Il Sole 24 ore) – Pro e contro il referendum sulle trivellazioni (il Post)Sei risposte ai dubbi sulle trivelle (Internazionale)

B) Per esplicita ammissione di una parte dei promotori, il vero obiettivo era di dare “un forte messaggio politico” al governo. Il che va visto da due prospettive: quella civile ed ecologista, dei vari comitati sinceramente convinti di fare del bene, le cui motivazioni e slogan ho già accennato; e quella d’interesse partitico e correntistico, per cui tutti sono saliti sul carrozzone del Sì allo scopo di dare un colpo al governo, cioè a Renzi, rifilandogli una sconfitta come un pestone sul piede. Nel primo caso, come ho detto, si tratta di un miscuglio di informazioni inesatte o imprecise, illusioni e manipolazione della coscienza civile, che nulla hanno a che vedere con la richiesta del quesito. Nel secondo, di un atteggiamento opportunista per cui qualsiasi cosa va bene pur di andare contro il governo, che è un modo di fare stupido, irrazionale e alla lunga anche pericoloso, per i problemi che può aiutare a creare. Questo non è un modo sano e giusto di intendere la politica, e purtroppo vedo dai molti commenti in queste ore che l’illusione ha sviato molta gente dal vero punto in questione: che siamo stati presi in giro.

Per approfondire: Cosa votano i partiti? (il Post)

E visto che lo ho nominato, riporto dal vecchio blog alcune mie impressioni dopo il referendum del 2011 sull’acqua pubblica:

2 – All’atto di votare, mi sono trovato di fronte a schede pressoché incomprensibili. Se non mi fossi informato a dovere prima, avrei votato solo per sentito dire. Abrogare norme non è uno scherzo (e nemmeno approvarle), quindi è necessario dibattere e informarsi per bene. Ho letto i commi da abrogare e non ho trovato un chiaro riferimento alla privatizzazione dell’acqua, per come se ne è parlato in campagna referendaria. Ho pensato ai numerosi interventi sul tema, tutti molto convincenti e ben fatti, con analisi dei testi e dei termini; l’interpretazione delle norme è difficile, si possono vedere da molti punti di vista e non è facile comunicare il contenuto esatto di esse. Per semplificare si corre allora il rischio di fuorviare. Tutto si riduce a un “sì” o un “no” SULLA QUESTIONE DI PRINCIPIO più che sulla norma in sé stessa. Allora il parere popolare, la decisione, la volontà dei cittadini, si esprime sul principio, non sulla legge. Ciò implica, come hanno fatto notare alcuni Radicali (…), la sostanziale inutilità giuridica del referendum, in quanto le norme abrogate non cambiano realmente le carte in tavola, votando “Sì” non si può star certi che l’acqua non sarà comunque privatizzata, perché le capriole dei politici sui testi delle norme rendono sempre possibile trovare una via d’uscita. L’unica cosa su cui si può fare affidamento è l’espressione stessa di un dissenso rispetto a certe politiche, ossia la chiara presa di posizione contro il principio di privatizzazione dei beni comuni e di sviluppo di energie pericolose: è chiaro che, fatta salva l’indifferenza del potere alla volontà dei cittadini, chiunque d’ora in poi si metta a dire “costruiremo centrali nucleari nel rispetto delle norme europee” o “affideremo ai privati la gestione degli acquedotti” perderà consensi, quindi ci penserà due volte prima di procedere su questa strada. [ah! quanta ingenuità. Non potevo certo sapere che per lungo tempo non avremmo più votato per il governo, e che ciò ha reso molto più facile aggirare la volontà popolare]

L’altro problema è la soglia del quorum. In Italia è sempre stata molto alta, in questo caso il 50%+1 degli aventi diritto al voto: come si poteva credere che una materia su cui nessuno aveva le idee chiare potesse attrarre così tanta gente? Io stesso ho capito di cosa si trattasse nell’ultima settimana. Renzi è stato vigliacco nell’imitare Craxi invitando la gente ad andare al mare, ma non ha fatto altro che sfruttare una falla del sistema. Non c’è bisogno di affannarsi a spiegare le ragioni del No, è molto più facile promuovere l’astensione per invalidare il risultato. Nel 2011 la pensavo così:

3 – Il referendum non dovrebbe avere un quorum da raggiungere. Dovrebbe valere qualunque sia la percentuale di votanti, perché l’importante è decidere tra un sì e un no, dare una risposta definitiva. Invece il quorum svuota di valore una delle due scelte possibili, perché sfrutta l’indolenza, l’indifferenza e l’ignoranza delle persone come arma attraverso l’astensionismo. Nell’ultimo referendum la destra ha proposto l’astensione per cercare di sfruttare l’indecisione a favore del No, anziché dire di andare a votare direttamente No. E’ un trucco da vigliacchi che fa solo male al Paese, perché oltre a essere sleale aiuta a disinteressarsi della partecipazione a questioni di interesse generale. Senza il quorum, tutti si affannerebbero non solo a informarsi, ma anche a partecipare attivamente per ottenere una risposta il più possibile condivisa. In questo caso si sarebbe avuto un dibattito enorme anche per le ragioni del No e avremmo avuto tutti da guadagnarci; ora invece ci sono un mucchio di cretini che accusano di demagogia quelli del Sì: benissimo, e loro cosa hanno fatto? Qual è la loro demagogia? Prima di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altri, guardino la trave nel loro.

Oggi mi rendo pur conto che un quorum ci deve essere, altrimenti si rischierebbero dannose manipolazioni. A maggior ragione per il prossimo referendum, quello di ottobre sulla riforma costituzionale: non possono essere in pochi a votare e decidere su una questione di tale importanza, ma non possiamo neppure evitare di stimolare il dibattito e abbandonarci al lassismo astensionista. In questo caso il quorum è essenziale. Allora, come la mettiamo? Risolviamo caso per caso? O in generale abbassiamo la percentuale e che i cittadini si informino se non vogliono essere dominati da un’esigua minoranza?

In ogni caso, sembra che l’astensione sia un fenomeno aggravatosi negli ultimi anni, perché fino al 1995 non era così, basta guardare i dati delle consultazioni referendarie in Italia. Dopodiché, un tonfo totale, per assurdità dei quesiti, per disinteresse popolare, per berlusconite acuta… Unica eccezione, guarda caso, nel 2011. L’astensionismo può essere un atto politico di protesta, ma di norma è menefreghismo. Quindi va combattuto con l’educazione civica.


Valentina VS Diego

Devo dire che Valentina Nappi mi ha colpito. E’ una pornostar ormai molto nota, ma non solo e forse non principalmente per le sue prestazioni su schermo. Tiene infatti (o almeno ha tenuto fino a poco tempo fa) una pagina-blog su MicroMega, dove esprime considerazioni tutt’altro che banali su questioni di costume, politica e filosofia, talvolta in modo provocatorio, ma sempre con lucidità e proprietà di linguaggio. Una proprietà tale, che all’inizio pensavo si facesse scrivere gli articoli da qualcun altro, visto che pure io, nonostante gli sforzi, conservo qualche pregiudizio sulla natura delle persone. In effetti alcune parti dei suoi articoli sembrano scopiazzate da testi di importanti autori: corretto sarebbe riportarle come citazioni, però un possibile “plagio” credo faccia parte delle sue provocazioni e, comunque, vuol dire che lei almeno qualche testo buono lo ha letto. In ogni caso sta diventando un personaggio pubblico come altre attrici porno prima di lei, attiviste nel campo della sessualità.

Incuriosito da questa porno-intellettuale, se così si può definire, ho letto con attenzione un suo articolo che ha suscitato le vive polemiche di un altro intellettuale, stavolta non porno, ma comunque giovane e in ascesa: Diego Fusaro. Ricercatore e saggista, è noto soprattutto per la curatela delle nuove edizioni di opere di Karl Marx, con Bompiani, e per il portale “La filosofia e i suoi eroi“, creato a 16 anni per raccogliere appunti di filosofia e oggi uno dei più ricercati. Fusaro ha aspramente criticato la posizione (intellettuale) di Nappi sull’idea attuale di anticapitalismo (secondo lei assimilabile al fascismo), adducendo però argomentazioni che, pur nella loro complessità, sembrano quasi reazionarie. La questione è piuttosto interessate, al di là della polemica generatrice, perché pone in rilievo un problema teorico stringente, cioè la crisi dell’alternativa socialista al capitalismo e l’emergere della destra radicale come forza di contestazione. Prima però di dire la mia, vi consiglio di leggere i due articoli in questione per avere la visione esatta del problema, così come è posto dai duellanti:

– “Oggi il fascismo si chiama anticapitalismo” (V. Nappi)

– “Il Capitale e i suoi utili idioti: la signorina Nappi” (D. Fusaro) Continua a leggere


La forza del pensiero unico

Da un po’ di tempo a questa parte sto vivendo una crisi di idee. Tutto ciò in cui credo è messo costantemente sotto accusa, i valori e gli ideali che ho sempre sentito profondamente radicati dentro di me cominciano a “scricchiolare”, la pressione della cultura massificata sta diventando insopportabile e mi scopro a pensare positivamente su cose che prima ritenevo assurde o sbagliate. Fino a poco tempo fa, resistevo bene a influenze esterne, dai mass-media alle chiacchiere da bar, mi informavo sempre e tentavo di avere un’idea mia al netto di quelle che gli altri mi presentavano; ma ultimamente sta diventando davvero più difficile, mi scopro meno elastico, meno tollerante, meno “liberale” in senso morale e di più in senso economico, più egoista, più insofferente, più arrogante. Faccio persino strambe valutazioni moralistiche sul fatto che “la gente” non merita una vita diversa, non merita un mondo migliore, perché è marcia e rovina sempre tutto, quindi non ha diritto a una società più giusta. Qualche volta ho persino ammirato lo spietato sistema americano. In parte sarà l’età (34, un matusalemme), con le sue disillusioni e le sue batoste, però credo che sia anche la pressione dell’opinione pubblica, della mentalità egoista, conservatrice e malata di semplicismo con cui si ha a che fare ogni giorno. Non esistono più alternative perché non ci si crede più, quindi si smette di parlarne, di immaginarne la possibilità. Le idee cedono lentamente il passo al pensiero unico, questa figura inquietante in cui tutto si risolve, l’accettazione passiva, unilaterale dello status quo. La condanna delle alternative, da quelle concretamente realizzabili a quelle solo immaginate, è pressoché totale: “cosa credi”, dicono i sicofanti del capitalismo, “che in un altro sistema economico avresti la scelta e i vantaggi che hai in questo? Credi che vivresti e godresti dell’abbondanza in cui ora, senza vergogna alcuna, vi pascete tu e i tuoi cari? Guarda Cuba, guarda la Libia di Gheddafi, guarda anche i paesi dell’est che si sono aggregati all’occidente: le differenze tra la tua situazione e la loro è la risposta che non vuoi vedere. Perderesti tutto, il tuo stile di vita, la tua libertà, il tuo benessere, per cosa? Per un ideale vecchio e fallimentare, per una mentalità rovesciata che pone la collettività al posto dell’individuo, per un malinteso senso di solidarietà che cozza con il naturale egoismo dell’uomo, tutte cose che non hanno portato altro che sofferenza, povertà e morte. Lascia perdere! Molla questa inutile zavorra idealistica adolescenziale, guarda quante cose puoi avere grazie al libero scambio! Ti piacciono tutte le cose di cui è piena la tua casa, vero? Ti piace giocare con giocattoli sempre nuovi, vero? Non rinunciarci! Pensa a fare soldi, solo così sosterrai la tua stessa felicità”… e le trombe dei sicofanti sono alte e forti, ti stonano e ti invadono il cervello. Io non sono d’accordo, ma non ho più la forza intellettuale di contrbattere. La persuasione, l’abilità di costringerti a pensare che in fondo hanno ragione i tuoi avversari, insieme all’inutilità del dibattito, che spegne il pensiero critico perché nessuno sta lì a indicarti un punto di vista diverso: questa è la forza del pensiero unico. Ora come ora, un altro mondo è impossibile.

Ciononostante, buon 2014 a tutti.


Totalitarismi. Risposta a un liberale

Michail Chmel'ko - Il trionfo del popolo vittorioso (1949)

Michail Chmel’ko – Il trionfo del popolo vittorioso (1949)

Per festeggiare il cinquantesimo articolo, ho deciso di andarci giù pesante 😀

Qualche anno fa mi ritrovai impegnato in un interessante dibattito con un ragazzo di idee liberali, intelligente, ma con una tendenza neocon ad accomunare le altre ideologie nel calderone del totalitarismo (una categoria inventata proprio dai liberali, a fronte di una esaltazione del modello democratico innestato sull’economia capitalista). Una sua affermazione, in particolare, mi fece prodigare in una lunga risposta. Nazismo e comunismo sono forse la stessa cosa? Hitler e Stalin erano le due facce di una stessa medaglia? Io, naturalmente, non lo credo. Penso sia una comparazione superficiale e ideologica, che non tiene conto delle differenze tra gli ideali, bensì solo delle similitudini tra le esperienze storiche. Un parallelismo si può fare tra forme di governo, controllo, repressione ed organizzazione sociale, nonché culto delle personalità, ma non sul piano delle idee, totalmente opposte le une alle altre. Accostare comunismo e nazismo, considerarli uguali nei contenuti per i risultati storici delle loro applicazioni, è la tendenza omologatrice del pensiero attuale, che io rifiuto. Siccome credo possa essere ancora interessante, anche visto il successo (statistico) dell’altro articolo sullo stalinismo, ho scelto di riproporre quella risposta. Oggi risponderei quasi le stesse cose, specificando meglio alcuni punti su cui penso di essere stato impreciso – ad esempio sulla figura del proletario nel “mondo migliore”: se si tralascia la propaganda, è evidente che in una compiuta società comunista essa non esisterebbe più, scomparendo assieme alla distinzione tra classi sociali. O sulla natura dell’ideologia: per Marx era sì falsa coscienza, ma oggi bisogna tenere in conto anche Gramsci, per il quale l’ideologia è una costruzione di classe, cioè un complesso di idee e di valori che giustificano e indirizzano l’azione delle classi, alimentandone l’egemonia o la lotta per la sua conquista.

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