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Norme giuridiche per l’ateismo

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Il titolo è roboante, ma questo post non passa dall’essere una nota estemporanea. Ne approfitto per augurare a tutti un felice 2018.

Un cattolico mi ha detto, una volta, che “in Unione Sovietica l’ateismo era nella Costituzione”. Con questo voleva intendere che era la posizione ufficiale dello Stato, imposta a tutti i cittadini, discriminando i credenti. Ma la cosa mi pareva strana, perché se è vero che lo Stato sovietico era duro con la Chiesa e le confessioni religiose, è anche vero che nelle sue leggi era (formalmente) molto più avanti dei paesi occidentali: infatti nelle varie formulazioni era asserita la libertà religiosa così come la libertà di non professarne alcuna. Che poi, come in altre questioni, lo Stato riuscisse a trovare il modo di fare il contrario, è una questione diversa. Il punto è che l’ateismo era sì citato nella Costituzione, ma non come posizione ufficiale né tanto meno predominante rispetto alle altre. Paradossalmente, il periodo più sereno per la Chiesa fu la Seconda Guerra Mondiale, quando Stalin decise che il sentimento religioso poteva risvegliare l’ardore patriottico; con l’ascesa di Chrusciov e la destalinizzazione, anche i rapporti con la Chiesa peggiorarono nuovamente. In ogni caso, dal punto di vista giuridico e formale, l’Unione Sovietica era uno Stato laico che riconosceva esplicitamente la separazione tra le proprie istituzioni e la religione, dopo secoli di connubio tra zarismo e ortodossia, e in un periodo (prima metà del XX secolo) in cui in occidente la religione aveva ancora un ruolo molto forte nella società; ancora oggi vi sono privilegi espliciti per la chiesa, da noi, mentre in Russia sono stati fatti passi indietro davvero imbarazzanti. Quel cattolico dovrebbe accettare il fatto che, ogni tanto, qualcuno sceglie di non credere alla superiorità religiosa. Conferite gli articoli delle Costituzioni sovietiche del 1918, del 1936 (quella di Stalin) e del 1977, in merito alla religione.

Costitutzione della RSFSR del 1918

Art. 13. Al fine di assicurare ai lavoratori un’effettiva libertà di coscienza, la Chiesa è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa, e si riconosce a tutti i cittadini la libertà di propaganda religiosa ed antireligiosa.

Costituzione dell’URSS del 1936

Art. 124. Allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa nell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini.

Art. 135. Le elezioni dei deputati sono a suffragio universale: tutti i cittadini dell’URSS, che abbiano compiuto i 18 anni, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità cui appartengano, dalla fede religiosa, dal grado di istruzione, dalla residenza, dall’origine sociale, dalla condizione economica e dalla passata attività, hanno diritto di partecipare alle elezioni dei deputati e di essere eletti, ad eccezione degli alienati mentali e delle persone condannate dal tribunale alla privazione dei diritti elettorali.

Costituzione dell’URSS  del 1977

Art. 34. I cittadini dell’URSS sono uguali davanti alla legge indipendentemente dall’origine, dalla condizione sociale e patrimoniale, dalla razza e dalla nazionalità a cui appartengono, dal sesso, dall’istruzione, dalla lingua, dall’atteggiamento verso la religione, dal genere e dal carattere delle occupazioni, dalla residenza e da altre circostanze.

Art. 52. Si garantisce ai cittadini dell’URSS la libertà di coscienza, cioè il diritto di professare qualsiasi religione o di non professarne alcuna, di praticare culti religiosi o di svolgere propaganda ateistica. È proibita l’istigazione all’ostilità e all’odio in relazione a credenze religiose. Nell’URSS la Chiesa è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa.

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Referendum: vale la pena parlarne?

Avevo programmato una serie di articoli in cui mi proponevo di esaminare nella maniera più compiuta il significato della riforma costituzionale, in vista del referendum di ottobre (fortunatamente spostato a dicembre). Il mio scopo era arrivare al voto con piena coscienza di cosa significhi modificare la Costituzione e quali conseguenze può avere questa particolare serie di modifiche.

Volevo, e certo voglio ancora, evitare di votare “per partito preso”, a favore o contro i promotori per questioni ideologiche, di simpatia/antipatia, di sensazione “a pelle” rispetto all’idea di toccare quello che dovrebbe essere il testo sacro della nostra società civile. Perché votando per partito preso avrei dovuto considerare i 56 (!) costituzionalisti che si dicono contrari, tra cui Zagrebelsky, e in più Rodotà (quindi sono 57?); avrei dovuto accettare il fatto che, forse immaturamente, trovo piuttosto antipatico Renzi e il suo stuolo di gggiovani entusiasti; e che l’idea di modificare la Costituzione nata dall’antifascismo non è affatto allettante.

No, io voglio capire. Perché invece la riforma potrebbe anche andarmi bene. E se invece non mi va, è perché so che è sbagliata, almeno per me. Allora prendo i vecchi testi di diritto, seguo i dibattiti, leggo le analisi e, ovvio, i documenti, a partire dalla tavola sinottica che, a una prima occhiata, promette bene.

Ma proprio il dibattito, nelle forme più generali, si rivela uno schifo. La solita partita “scapoli contro ammogliati” che si gioca ormai da anni nel nostro paese, e forse si è sempre giocata. Volevo provare ad andare oltre quell’errore fatale che Renzi per primo ha commesso, la personalizzazione del quesito, il voto come plebiscito su un governo che rimane pur sempre tecnico. La riforma è buona per il paese o no? Cosa cambia nelle nostre vite? Il pericolo di una minore rappresentanza, di una minore democraticità delle decisioni, è reale? O è meglio “modernizzare”, se è questo che succede, per uscire dal pantano?

Eh, boh. Dipende: te sei contro Renzi o no? (detto con accento toscano)

Avevo pure pensato di partecipare al dibattito su qualche giornale; un mio amico avvocato (che le idee chiare su come votare le ha) mi ha sconsigliato di prendere posizione, anche solo di espormi con qualche riflessione, perché “sennò ti etichettano”. Etichettarmi? Io voglio parlare del merito e valutare i pro e i contro. “No, no, tutto si è ridotto a dire da che parte stai. Se ti dichiari contrario, sei antirenziano e stai in compagnia di Berlusconi; favorevole, sei renziano e vai a braccetto con la Merkel. Tipo. Meglio se ti informi da solo e voti in silenzio”.

Trovo tutto ciò squallido. E ancora non sono sicuro su come votare. Ci sono validi argomenti per entrambe le decisioni, ma sono seppelliti da una valanga di minchiate che distraggono, come sempre, dal punto fondamentale, il cuore della questione. Illusioni, allarmismi, ricatti morali e la solita rabbia a malapena repressa della maggioranza “silenziosa” (che straparla quando dovrebbe ascoltare e si ammutolisce quando dovrebbe gridare). Deprimente, tutto ciò è deprimente, ancora una volta. Persino peggio del referendum sulle trivelle, che era ridicolo ma almeno non riguardava l’identità istituzionale del paese. Dico, identità istituzionale del paese. Roba che a pensarci dovrebbe far scorre almeno un brivido lungo la schiena. Questo sulla Costituzione doveva essere una cosa seria… tsé, mi viene da ridere a scriverlo.

Dunque, vale la pena parlarne? Per me stesso, direi di sì. Forse farò comunque lo sforzo di continuare la serie. In fin dei conti, una idea ce l’avrei e potrei almeno argomentare quella, visto che propendo per il…

Ops. Quasi.


Note sulla riforma costituzionale

Ritengo importante iniziare adesso un percorso di studio delle proposte di riforma costituzionale, per come si sono sviluppate nel corso degli anni, in modo da arrivare al referendum di ottobre con la migliore preparazione possibile. Voglio partire dal contesto storico, dai dibattiti che hanno caratterizzato le varie Commissioni bicamerali, e comprendere quanto serve a votare con coscienza, cioè il senso delle riforme, dei cambiamenti, delle ragioni dietro al testo costituzionale e cosa comporta mutarlo. Per fare questo, mi avvarrò di un libro uscito all’epoca della Commissione D’Alema (1997), che spiega il quadro generale; del mio vecchio manuale di diritto pubblico, scritto da G.U. Rescigno, e dei testi di diritto costituzionale, tutti risalenti all’università; di tutti gli articoli che stanno uscendo in questo periodo su quotidiani e riviste; della consulenza di avvocati e giuristi amici miei; e ovviamente della Costituzione stessa.

Intanto consiglio di tenere a mente cosa prevede la riforma costituzionale Boschi, che è stata approvata e per la quale il referendum sarà confermativo.

Per cominciare questa serie di ricerche, partirò dalle basi, perciò perdonate il tono “manualistico” di questo articolo (e probabilmente anche dei prossimi).

Nel corso della storia repubblicana, l’esigenza di dare attuazione alla Costituzione e adeguarla ai mutamenti sociali ed economici è passata per varie fasi, sin dagli anni Settanta. La riforma costituzionale, e quindi la riforma di tutte le istituzioni, è stata tentata in varie occasioni, con la formazione di tre Commissioni bicamerali nel corso degli anni, il cui compito era di stendere un progetto e sottoporlo al Parlamento. In nessuna di queste occasioni si è raggiunto un tipo di riforma soddisfacente o completo.

Le Commissioni bicamerali sono state:

  • Commissione Bozzi, del 1983;
  • Commissione DeMita-Iotti, del 1993;
  • Commissione D’Alema, del 1997.

Funzionamento della Bicamerale – Formata da rappresentanti di entrambe le Camere, la Commissione nomina un comitato interno cui spetta la stesura di un progetto di riforma. Se il progetto è approvato, deputati e senatori propongono emendamenti da sottoporre all’esame della Commissione. Raggiunto l’accordo sul testo, il progetto definito viene proposto dalla Commissione al Parlamento. Se il progetto è approvato da entrambe le Camere, si passa al processo legislativo vero e proprio, di cui fa parte obbligatoriamente il referendum.

Punti salienti delle riforme istituzionali, sempre al centro dei lavori bicamerali:

  • Revisione della forma di Stato. La tendenza è sempre stata improntata al federalismo, cioè alla ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, con la motivazione di accrescere l’efficienza dell’apparato statale e renderlo più vicino ai cittadini, alle realtà locali (principio di sussidiarietà). Le questioni principali sono la riforma del Senato (punto “dolente” su cui oggi si concentrano gran parte delle polemiche per la riforma Boschi), che verte sulla sua trasformazione da Camera elettiva su base regionale a Camera delle Regioni vera e propria, per aumentarne la rappresentatività; l’attribuzione delle competenze residue agli Enti locali, mediante la specificazione nel testo costituzionale delle competenze principali spettanti allo Stato (“inversione” dell’art. 117, già attuata); il federalismo fiscale, ossia l’autonomia delle Regioni in materia di tassazione; ridefinizione territoriale delle Regioni in base a criteri di funzionalità economico-finanziaria.
  • Revisione della forma di governo. Il rafforzamento dell’esecutivo è motivato dall’esigenza di una maggiore capacità e prontezza d’intervento, da cui deriverebbe inoltre una maggiore stabilità contro le continue crisi istituzionali. Vari i modelli cui i progetti di riforma si sono ispirati: il semi-presidenzialismo alla francese, in cui il Presidente, capo dello Stato, gode di ampi poteri (come la nomina e la revoca del Primo Ministro). Nel sistema francese, se il Presidente ha la maggioranza dell’Assemblea Nazionale, esercita nella pratica anche il potere esecutivo; se non ce l’ha, nomina il Primo Ministro, capo del governo, proposto dalla maggioranza avversa, il quale esercita qindi il potere esecutivo al posto del Presidente. Il cancellierato tedesco, in cui il Cancelliere (ossia il Presidente del Consiglio) ha un ruolo di preminenza per assicurare la stabilità dell’esecutivo. Viene indicato indirettamente dal popolo essendo il capo della coalizione vincente, stabilisce la politica di governo, nomina e revoca i ministri, può chiedere al Presidente federale lo scioglimento del Bundestag se non ottiene la fiducia, ma lui stesso non può venir sfiduciato se non viene prima designato il nuovo cancelliere; il rapporto tra cancelliere e Assemblea è preminente rispetto a quello tra Gabinetto e Assemblea. Infine, almeno dai testi che sto consultando ora, si è discusso di una forma particolare di elezione diretta del premier, in cui il Presidente del Consiglio verrebbe eletto con lo stesso metodo dei sindaci e dei Consigli comunali, con elezione del candidato più votato o secondo turno di ballottaggio; finora, un sistema simile è rinvenibile in Israele.
  • Revisione del modo di formazione del Parlamento. Cioè, la riforma del sistema elettorale. Su questo punto se ne sono viste tante, di cotte e di crude. In generale, è abbastanza evidente che il sistema di formazione degli organi istituzionali influenza le funzioni e le prerogative degli organi stessi. Il modello italiano “classico” è stato, dal 1946 al 1993, il proporzionale. I tentativi di riforma hanno sempre spinto verso un sistema maggioritario con quota proporzionale; negli anni il dibattito principale si è dato tra chi voleva rafforzare la quota e chi voleva abolirla o ridimensionarla, oscillando tra un maggioritario a turno unico e uno a doppio turno. Le tre leggi elettorali che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni, lungi dal prendere una strada così netta, sono state la Legge Mattarella (soprannominata “Minotauro” e “Mattarellum”) del 1993, che ha introdotto il maggioritario con varie specificazioni; la Legge Calderoli (soprannominata “Porcellum”), dichiarata incostituzionale,  del 2005; la Legge elettorale italiana del 2015 (soprannominata “Italicum”), in vigore dal prossimo 1° luglio 2016 per la sola Camera dei Deputati.
  • Revisione del sistema delle garanzie. La giustizia ordinaria, amministrativa e costituzionale è caratterizzata da procedimenti e discipline volti a garantire i diritti dei soggetti e i loro legittimi interessi. Si è discusso della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, per migliorarne il ruolo di garante dell’indipendenza della Magistratura. Della separazione delle carriere tra giudice e Pubblico Ministero, per garantire una maggiore imparzialità nell’esercizio del potere e una specializzazione nel ruolo. Di azioni disciplinari contro i magistrati che abusano dei loro poteri. Dell’allargamento dell’accesso alla Corte costituzionale ai soggetti “deboli” come minoranze parlamentari e altri.

Per concludere questo primo articolo, lascio il parere negativo di Zagrebelsky sulla riforma Boschi.

 

 


Nozione di fatto giuridico (2006)

Oddio, quale scheletro uscì dall’armadio: un testo scritto otto anni fa per una sezione di un sito giuridico, poi mai realizzato, poco prima che rinunciassi definitivamente agli studi di diritto (per dedicarmi alla filosofia). Doveva essere un esperimento, una sorta di osservatorio giornalistico sugli eventi della giustizia italiana, dal titolo, appunto, di Fatti giuridici. Il testo in questione doveva presentare la sezione ed era stato scritto originariamente da un praticante in uno studio legale, che però aveva usato uno scarno linguaggio tecnico. Mi fu chiesto di “ornarlo” un po’, rendendolo più scorrevole e interessante anche per chi non mastica termini e concetti giuridici. A rileggerlo adesso capisco tante cose, da come già allora preferissi nettamente argomenti filosofici, a come davvero il diritto non fosse materia mia, ad altre rimembranze del tempo che fu… oggi lo scriverei in maniera diversa; comunque sono quasi sicuro di ricordare che gli ultimi due capoversi sono rimasti gli originali dell’aspirante avvocato. Provo un certo imbarazzo, ma è comunque una testimonianza di un impegno che, in realtà, proprio oggi sto riprendendo: lo studio della legge in quanto momento di reazione istituzionale a sintomi e movimenti della società, ossia in quanto rapporto tra Stato e cittadini. Continua a leggere


Il re deve morire

https://i1.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/12/Robespierre.jpg/225px-Robespierre.jpgOggi, 14 luglio, è l’anniversario della Presa della Bastiglia, evento che ormai è considerato l’inizio della Rivoluzione francese del 1789. Rivoluzione che ha assestato un colpo decisivo alle vecchie monarchie europee e ha posto le basi per la costruzioni dei moderni Stati di diritto. Il brano che segue è tratto dal discorso pronunciato da Robespierre il 3 dicembre 1792, in cui espone con grande lucidità e grande intelligenza il motivo per cui l’Assemblea non può risparmiare la vita a Luigi Capeto, cioè all’ex re di Francia Luigi XVI. Si tratta di un discorso molto importante per vari motivi: da un lato, segna la legittimazione giuridica della Rivoluzione come nuova forma di società, contrapposta all’Antico Regime; dall’altro, è un esempio di giustificazione teorica di un omicidio per questioni politiche. In esso si mescolano la fredda lucidità del giurista e il fervore politico del rivoluzionario, trascendendo la questione della vita e della morte di una persona per toccare le categorie istituzionali (e simboliche) che gli individui incarnano: non si sta condannando a morte un uomo, si sta uccidendo il Re in quanto tale, si sta eliminando, attraverso la vita del sovrano contingente, il sovrano in sé, l’idea stessa di tirannia. Non è possibile processare il sovrano, perché ciò equivarebbe ad ammettere che può essere dichiarato innocente e assolto; specularmente, si ammetterebbe la possibilità di giudicare colpevole la Rivoluzione, che in questo modo si delegittimerebbe da sè. Solo in un momento del discorso Robespierre sembra prendere un attimo di pausa, sottolineando la gravosità di una scelta del genere nei confronti di un individuo, il cui destino è però condizionato da eventi più grandi, che impongono un sacrificio. Al giorno d’oggi siamo più lontani da questo modo di pensare, ma il discorso di Robespierre non può essere semplicemente bollato come “inaccettabile”, è un momento di riflessione e di scelta politica, dettato da eventi storici ben precisi, con cui dobbiamo e dovremo sempre fare i conti, quale che sia l’ambito in cui ci ritroviamo a operare. Sono in gioco dei princìpi, i quali per definizione trascendono gli individui. Continua a leggere