Antigone a teatro

Ogni tanto vado a spulciare il mio vecchio blog, salvato su pc, e mi capita di ritrovare qualcosa di carino. Stavolta è un frammento da un diario di viaggio a Siracusa, nel lontano maggio 2005, quando mi accodai a una comitiva per andare a vedere la rappresentazione dal vivo di una tragedia greca, Antigone, al teatro di quella splendida città siciliana. Rileggendo quelle righe, ho trovato un entusiasmo che oggi sembra avermi abbandonato, la capacità di stupirmi e lasciarmi coinvolgere da uno spettacolo, ormai rara. Secondo me vale la pena ripubblicare questo frammento, anche per suscitare in qualcuno la curiosità verso una forma di spettacolo che parla alle viscere, smuove le emozioni e, infine, rinfranca lo spirito. Contro la volgarità, contro la superficialità, contro lo snobbismo culturale.

***

Eteocle e Polinice, figli entrambi di Edipo, si sono scannati a vicenda. Per Eteocle sono stati autorizzati i funerali, ma per Polinice, Creonte ha detto NO!
(Creonte è il nuovo re di Tebe)
Antigone se ne sbatte della sua autorità e cerca di seppellire il cadavere di Polinice. Quando Creonte lo scopre (anche in fretta, visto che il cadavere era fuori le mura di Tebe, a imputridirsi a vista), ordina di fare ammazzare Antigone. Tiresia però, che la sapeva lunga, gli aveva detto che se lo faceva erano cazzi suoi.

E infatti…

:| :) :D    Questa irrispettosa e buzzurrissima versione della trama dell’Antigone, una tragedia di Sofocle che si congiunge alle altre due che riguardano Edipo, colui che diventò Re uccidendo il padre e sposando la madre (ma inconsapevole di esser loro figlio), è solo un modo scherzoso per chiarire il motivo del mio viaggio in Sicilia.

[...] Poi via, verso il teatro greco, verso l’Antigone.

Per poter capire le rappresentazioni teatrali greche, bisogna andarci preparati. Perché è splendido vedere uno spettacolo come quello cui abbiamo assistito, ma non si può capire a fondo se non si sa qualcosa dell’idea che ne avevano i greci, della ratio dietro alla tragedia, dei riferimenti ad altri miti che impregnano gli eventi. Io mi sono preparato, e mi sono sentito un tebano.
Posti centralissimi e in basso: praticamente in mezzo alla scena. Ecco Antigone, ecco i soldati che corrono urlando fin sopra le gradinate, ecco la cospirazione contro la volontà di Creonte, e poi Creonte e la sua ira, la sua punizione sacrilega, il prezzo orribile profetizzato dal cieco Tiresia, e la fine tragica, atroce, della dolorosa vicenda. So che un giovane aspirante scrittore dovrebbe saper descrivere l’indescrivibile, ma stavolta è impossibile. Stavolta posso solo raccontare al vento, posso solo cercare di balbettare. Non posso pretendere che mi capiate. Con un’espressione ebete e assente, posso solo farfugliare “io ci provo”.
E’ lo stesso teatro dove i greci, qualche millennio fa, si sedevano per lasciarsi trasportare dal racconto di storie atroci e destinate alla conclusione peggiore; lì, su quegli stessi gradini, ascoltavano e osservavano gli attori, passando intere giornate, dall’alba al tramonto, a vedere trilogie o singole tragedie, per poi rinfrancarsi con una conclusiva commedia, che sbollisse gli animi e magari salvasse anche la pelle degli attori stessi. Su quella stessa scena, coro e protagonisti recitavano in sgargianti costumi e maschere, sfruttando l’amplificazione del suono data dalla forma del teatro e dalle maschere stesse, a mo’ di megafoni. I cittadini greci si lasciavano coinvolgere emotivamente dagli spettacoli, fino a perdere la capacità di distinguere il vero dal falso: così è successo anche a me. Volevo prendere a schiaffi Ismene, sorella di Antigone, per la sua codardia e la sua tardiva solidarietà; volevo inveire contro quel testardo bastardo di Creonte; volevo dire la mia! Ero parte del coro, ero un cittadino tebano che assisteva alla sorte tragica di Antigone e ne comprendeva il dolore e la ragione. Gli attori sono stati veramente, VERAMENTE bravi. Alla fine abbiamo applaudito per quasi mezz’ora, non riuscivo più a tenere sollevate le braccia, ma ne valeva la pena, per protagonisti, coro, soldati e regista (niente meno che Irene Papas! Che attrice, e che donna…). La ragazza che interpretava Antigone ha saputo trasmettere così bene l’agonia e la disperazione della donna che mi stava venendo da piangere. Solo dopo ho saputo che quella rappresentazione era addirittura la prima! Un onore, davvero. Un’emozione indescrivibile. Scriverò qualcosa sulla tragedia greca per spiegarvi il senso dell’Antigone, appena possibile. Devo prima riprendermi.


Il Giorno della Vittoria

Oggi in Russia si festeggia il Giorno della Vittoria, la fine ufficiale della Seconda guerra mondiale. Sulla Piazza Rossa a Mosca stanno già finendo la parata, ma io voglio riproporre quella del 1945, con la cerimonia della deposizione degli stendardi nazisti ai piedi del mausoleo di Lenin.* In Russia la Seconda guerra mondiale viene definita Grande guerra patriottica; il Fronte orientale è stato il teatro di scontro più grande della guerra e in effetti il più decisivo, nonché forse il più devastante per numero di morti. Al giorno d’oggi può risultare agghiacciante, sul piano morale, dovere la propria libertà anche a Stalin, il giudizio della storia arriva per tutti, ma è giusto ricordare che senza l’Unione Sovietica, molto probabilmente, oggi parleremmo tedesco. Comunque, la nostra libertà la dobbiamo soprattutto ai popoli dell’URSS, il cui enorme sacrificio nelle condizioni più avverse (anche a causa delle scellerate “purghe” staliniane dell’esercito negli anni Trenta) ha permesso di ribaltare una situazione disperata in una eccezionale controffensiva, fino alla caduta del Terzo Reich.

*dal minuto 34; qui la versione a colori (minuto 10)


Primo Maggio

Buona Festa del Lavoro a tutti, specie a chi non ce l’ha.

-> Storia della Festa del Primo Maggio


Chiunque, ma non la Thatcher

Voglio solo fare qualche brevissima considerazione. Posto che sia inevitabile ricorrere all’agiografia quando muore un personaggio controverso, per cui se in vita divideva gli animi, in morte diventa “grande”; posto che alla fin fine nulla è in bianco e nero e che anche nel male peggiore si può trovare qualcosa di buono; posto che c’è sempre di peggio, perché il male privo di grandezza è persino più disgustoso, in quanto privo di fascino; insomma, io ‘sta santificazione di Margareth Thatcher non la sopporto, anche se la sua figura mi ispira un certo rispetto, nella riprovazione delle sue politiche.

Non starò qui a elencare le conseguenze terribili delle sue dure scelte, chiunque le può conoscere e i detrattori le stanno diffondendo in queste ore tramite ogni canale disponibile. E se qualcosa di buono posso dirla, è che almeno si è assunta sempre la responsabilità delle sue azioni, non si è dimostrata mai ipocrita e, come conservatrice, aveva una visione in cui credeva, dei valori cui dava conseguenza, anche se il prezzo lo hanno pagato coloro i quali già pagavano la durezza della vita. Da questo punto di vista, posso onorare la memoria di un nemico di tutto ciò in cui credo, come fu per Reagan. E poi, non posso negare il piacere di vedere una donna farsi strada nel più maschilista degli ambienti e tenere tutti per le palle.

Ma al di là di questo, per me resterà sempre una conservatrice malefica. E il libro di Caprarica Ci vorrebbe una Thatcher sbaglia proprio su questa confusione: che senso ha risanare l’economia di un paese e favorirne lo sviluppo con una cura da cavallo, che sembra dapprima uccidere il paziente per poi guarirlo, se alla fine di tutto milioni di persone hanno sofferto per anni e oggi la società in cui vivono è ricca ma egoista, prosperosa ma non solidale? Un’economia forte vale lo stritolamento immediato delle vite di lavoratori, contadini, sindacalisti e colonizzati? In nome di cosa? Di servizi efficienti, strade e stazioni pulite, sogni di mobilità sociale e meritocrazia? Dubito che quel che serva in Italia sia una politica thatcheriana, dubito che il cambiamento epocale nella mentalità e nella prassi obsolete che ci affliggono possa davvero compiersi in direzione di più liberismo, più laissez-faire, più egoismo sociale, più individualismo conservatore. Anche perché dubito, sinceramente, che in Italia oggi vi sia qualcosa di anche solo vagamente sinistrorso, di un qualche tipo di solidarietà che blocca lo sviluppo capitalistico. Le “caste”, i privilegi, le sperequazioni, i parassitismi sociali sono sintomo di un egoismo antico, gerarchico, cui si è aggiunta una ipocrita patina di democrazia e oggi di finto liberalismo, con una precarizzazione del lavoro e quindi delle esistenze concrete cui non corrisponde in maniera assoluta alcuna forma di nuova libertà, perché alla facilità di licenziamento si accompagna il controllo asfissiante, tanto fiscale quanto lavorativo, facendo un passo indietro verso l’abuso e la riduzione in schiavitù, non verso la libertà di scegliere del proprio destino. Lo Stato avrà anche perso il suo ruolo di un tempo, ma resta pur sempre uno strumento in mano alla classe dirigente e, dunque, al servizio dei suoi interessi.

Al di là di questo, sulla morte in sé della Thatcher, dico che è inutile esultare. Era già inciampata nel proprio cadavere nel 1990, oggi non fa alcuna differenza.

Thatcher


Per un pugno di libri

Ho cominciato a dedicarmi alla narrativa alcuni anni fa per ampliare la capacità di pensiero, in quanto sentivo che la saggistica da sola non riusciva a stimolare la mia mente nel suo complesso, lasciava spesso da parte la fantasia e temevo di rischiare una sorta di aridità, di mancanza di creatività, fondamentale invece per sviluppare visioni e concezioni che vadano oltre il puro dato materiale. Dunque ho inziato a leggere romanzi e racconti, persino poesie (che ho sempre avuto una certa difficoltà a capire), spaziando dalla fantascienza al minimalismo esistenziale, dall’orrore al fantasy, per viaggiare oltre la contingenza e allenare forme di pensiero creativo – e critico – attraverso l’immaginazione. Un’evasione costruttiva, alla ricerca di un’elasticità mentale che sentivo di non aver curato abbastanza. Accumulo però riflessioni sui libri che leggo senza quasi mai scriverle: ecco allora cinque libri letti negli ultimi tempi, dal più recente al più vecchio; l’articolo naturalmente è lunghissimo, perciò tanto vale leggerselo “a pezzi” :P

***

- Yukio Mishima, Confessioni di una maschera

Quest’opera prima è a metà tra un diario personale e un romanzo di formazione; il protagonista, anonimo, confessa senza reticenze ogni sua pulsione, ogni suo desiderio, ogni sua ossessione, anche le più scabrose, represse però nella sua vita pubblica improntata al conformismo, all’etichetta e all’ipocrisia. I punti di forza sono senz’altro la possibilità di specchiarsi in quell’intimità che ognuno di noi per lo più mantiene nascosta, anche in una società sfacciata come il nostro occidente edonista, in una lettura che quasi costringe a gettare noi stessi la maschera; e, soprattutto, la possibilità di capire almeno in parte la natura e il senso della vita di Mishima, moderno samurai votato alla morte in un Giappone che rinnega lo spirito dell’Imperatore. L’estetismo, l’omosessualità, la rivolta antimodernista, la spinta romantica verso la morte, il suicidio rituale: è già tutto lì, in quelle acerbe pagine di un uomo appena uscito dall’adolescenza, tanto da risultare impossibile una scissione tra l’invenzione letteraria  e la reale, spudorata confessione dello scrittore. Il punto debole è invece la struttura, troppo diluita in un flusso di memorie autobiografiche che ogni tanto vengono spezzate da dialoghi e situazioni romanzesche, rimanendo infine sospese, senza una conclusione netta; inoltre, ma questo riguarda la mia personale lettura del testo, tutto sembra andare in una certa direzione, come una corsa verso il disastro o la tragedia, come se un famigerato evento storico fosse lì per “cadere in testa” ai protagonisti, quando a un tratto tutto si sgonfia, il destino adombrato viene nominato e liquidato in due righe, disinnescato e messo da parte, lasciando scorrere tutto com’era prima e lasciandomi un senso di mancanza di terreno sotto i piedi. In ogni caso, è un libro imprescindibile per chiunque sia interessato alla vita e alla tragedia di Mishima.

- Mary Shelley, Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo

Sin da piccolo sono stato affascinato dalla storia del dr. Frankenstein e della sua incredibile creatura, perdevo ore a immaginare come sarebbe stato possibile ricostruire un corpo umano da parti di tanti cadaveri e farne un nuovo essere vivente, se davvero fosse bastata l’elettricità, come poteva funzionare, ecc.; ho visto molti film e da qualche anno a questa parte mi è venuta voglia di scoprire la storia originale, come per Dracula (vedi sotto). La cosa che mi ha colpito di più è l’assoluta mancanza di spiegazioni su come il dottore faccia a infondere la vita alla sua creatura: il momento in cui il mostro si sveglia non ha nessun preambolo, si passa direttamente dal macabro reperimento di materie prime agli occhi che si aprono, senza alcun accenno a fulmini, macchinari, tentativi, misurazioni e tutto quel che normalmente costituisce una delle scene cruciali di ogni trasposizione cinematografica della storia. L’unico possibile appiglio per l’uso dell’elettricità è un momento in cui Frankenstein dice di aver compreso intuitivamente come poter “infondere la scintilla della vita”, che in inglese deve suonare tipo spark of life, ma per il resto non c’è proprio nulla. Il mostro (e non è mai troppo soffermarsi a ripetere per l’ennesima volta che Frankenstein è il dottore che gli dà vita, Victor von Frankenstein di Ginevra, non il mostro stesso) è ben diverso dalle sue abituali rappresentazioni, non ce n’è una chiara descrizione ma di sicuro non ha la testa quadrata, né i bulloni nel collo; sulla cicatrici non viene detto nulla, ma certo sono plausibili data la natura dell’esperimento. Anche per questo romanzo, come per Dracula (rivedi sotto – ho letto prima quello!), si pone l’accento su un significato più o meno recondito, scientifico in questo caso, la minaccia di una scienza arrogante che osa troppo, che varca i limiti della natura e del potere concesso all’umanità e finisce con il creare mostri e mettere in pericolo la nostra esistenza; una lettura comprensibile, ma allo stesso modo del romanzo di Stoker mi pare che il punto fondamentale sia anche in questo caso, se non di più, la crescita. La creatura si sveglia senza alcuna coscienza di sé e del mondo che la circonda, viene abbandonata dal suo creatore, inorridito dal  risultato (anziché esaltato dalla sua divina capacità come spesso accade nei film), e ne passa di cotte e di crude prima di cominciare a imparare i rudimenti del linguaggio, dell’alternarsi delle stagioni, della differenza tra il calore del sole e il freddo della neve, e così via; tutto ciò che sa, tutto ciò che impara, fino a diventare persino più perspicace e fermo del suo stesso creatore, lo impara dal contatto indiretto con gli altri esseri viventi, ma senza una guida al suo fianco resta emotivamente immaturo e perciò incapace di gestire i propri sentimenti. Per me, la creatura non è solo il simbolo dei pericoli della scienza, quanto e soprattutto il risultato dell’irresponsabilità del suo creatore: è infatti Frankenstein ad abbandonare a se stessa una creatura che aveva in sé tutte le qualità e i difetti di un essere umano, e se alla fine diventa un abominio è a causa dell’egoismo e della vigliaccheria arrogante, della meschinità di Frankenstein. Per quanto orrenda a vedersi, la creatura avrebbe potuto forse diventare qualcosa di eccezionale se educata; ma è proprio la mancanza di un’educazione a trasformarla in un mostro assetato di vendetta, affamato d’amore e di riconoscimento, spregiudicato e pronto a tutto, ed è la mancanza di pietà, di umanità del dr. Frankenstein a condannarlo a non potersi mai riscattare. Eppure, come ogni padre irresponsabile, privo d’amore e assente, sarà pianto dal “figlio” nonostante tutto. Aggiungo che Mary Shelley’s Frankenstein, il film di Kenneth Branagh prodotto da Coppola in seguito al successo del suo Bram Stoker’s Dracula e altrettanto pretenzioso nel voler essere il più possibile fedele al romanzo, è un film esteticamente ben realizzato ma schizofrenico nel suo sviluppo, che passa da un ritmo forsennato di scene slegate tra loro a un lento svelare i misteri della creazione del mostro (tutta roba non presente nella storia originale) e poi ripartire a un ritmo velocissimo di eventi fino alla tragedia finale. Cioè, dove prova a seguire il romanzo corre come una furia, dove deve inventare per sopperire e rendere più appetibile il film se la prende comoda. Non è una schifezza, ma uno strano polpettone sì. Leggetevi il romanzo che è meglio.

- Bram Stoker, Dracula

Volevo leggere questo romanzo da molto tempo e un lungo periodo lontano dagli altri libri mi ha permesso di affondare in questo “mattone” senza distrazioni. Oltre al fatto di conoscere finalmente la storia originale di un personaggio tra i più famosi e riconoscibili in assoluto della cultura popolare dell’ultimo secolo, al di là delle infinite reinterpretazioni cinematografiche, letterarie, fumettistiche e televisive, mi aveva assolutamente affascinato la struttura del romanzo: non è propriamente un racconto lineare, bensì una raccolta di documenti, estratti di diari, ritagli di giornale, lettere, trascrizioni fonografiche, tutta opera dei protagonisti: un carteggio raccolto e aggiornato dopo gli eventi narrati, attraverso cui se ne ricostruisce la sequenza e in sostanza tutto gira intorno all’orrore senza mai sbatterlo realmente in faccia al lettore, nel senso che ogni cosa è frutto di una testimonianza, non di una presa diretta e fino a un certo punto nessuno dei protagonisti capisce sul serio cosa sta succedendo; passo dopo passo i tasselli si ricompongono, i protagonisti si avvicinano, si conoscono e prendono coscienza del mostro con cui hanno a che fare, in un crecendo davvero coinvolgente. In alcuni punti il ritmo incalzante rallenta un po’, altre volte i resoconti sono così dettagliati da essere inverosimili come pagine di un diario personale, ma un realismo eccessivo avrebbe potuto minare la fruibilità di un romanzo rimasto in secondo piano rispetto alla valanga di film e altre opere sul vampiro. Secondo me, il punto fondamentale non è tanto quello che sempre si tira in ballo, la paura della solitudine (Dracula che fugge dalla sua tomba transilvana in una Londra brulicante di vita per non restare da solo in una terra dimenticata), quanto soprattutto la crescita: come dice lo stesso Van Helsing in una delle sue dotte disamine del vampiro, Dracula è stato per secoli un “bambino”, un vampiro a malapena consapevole delle sue capacità che usava i suoi terribili poteri per terrorizzare i villaggi vicini al suo castello in rovina, ma quando ciò non gli è più bastato ha allargato i suoi orizzonti, ha organizzato da solo il suo trasferimento nei minimi dettagli e ha testato i propri limiti e le proprie forze per cambiare vita, per fare un salto di qualità. Certo, in tutto questo può rientrarci anche il desiderio di non restare da solo (nemmeno più con le tre succhiasangue al suo servizio nel castello), ma io credo che quello prospettato sia un percorso di crescita dall’infanzia all’età adulta, da una fase debole e incosciente a una di maturità e di conquista, di lavoro su se stessi, di automiglioramento. Ultima nota, Bram Stoker’s Dracula, il film di Coppola che pretende di esserne la trasposizione più fedele: è vero che ne riprende molti punti e si discosta da qualsiasi altro film ne sia stato tratto per complessità, ma è pieno zeppo di interazioni che nel romanzo originale non solo non esistono, ma sarebbero persino insensate; Coppola rende Dracula una vittima, anche se terrificante nella sua vendetta, mentre Stoker lo propone come un demone, un mostro intelligente e brutale, affascinante e spaventoso, ma privo di “buoni sentimenti” nascosti da un odio e da una rabbia fin troppo umani per lui. Niente storia d’amore attraverso i secoli, niente sesso a ogni pie’ sospinto (sebbene possa immaginare che alla fine dell’Ottocento anche i vaghi accenni di Stoker sembrassero al limite del pornografico), niente giustificazioni: Dracula vive e vuole continuare a vivere. E nemmeno Coppola ha saputo rendere bene Renfield, personaggio ben più complesso di quanto si creda.

- Karl Marx, Scorpion und Felix

Forse pochi sanno che la prima aspirazione del giovane Marx era di fare lo scrittore e il poeta. Molti di noi scrivono o hanno scritto in passato poesie, racconti, magari romanzi, per poi lasciar perdere e dedicarsi ad altro; la stessa cosa successe a Marx, il quale dopo essersi cimentato in tentativi di racconti satirici e romanzi influenzati dalla letteratura del suo tempo, ebbe (per fortuna) un’illuminazione sulla sua mancanza di stile che gli fece abbandonare tutto, per dedicarsi a cose più serie. Questo romanzo è in effetti piuttosto goffo, un tentativo di richiamare un certo genere satirico basato sul disordine e il nonsenso, sull’iperbole e personaggi caricaturali, tra situazioni assurde e ragionamenti strampalati, senza però riuscire nell’intento; lo stile è non solo acerbo, ma direi veramente immaturo, volto forse più allo scandalo che alla riuscita letteraria, alla continua ricerca di situazioni buffe e divertenti che però non suscitano più di un sorriso (certo per lo sforzo, non per le situazioni stesse). Non so cosa ne abbia detto il padre, cui Karl dedica come regalo di compleanno questa e altre composizioni, ma si può star certi che io non lo avrei incoraggiato, o magari sì, a impegnarsi molto di più. Eppure Scorpion und Felix ha i suoi momenti interessanti: dalle caricature iperboliche emerge una vena di contestazione di cui il radicalismo democratico del giovane Marx si nutre, sembra cioè contenere in nuce quello spirito di ribellione che sarà, come è evidente, la disposizione d’animo di tutta una vita, successivamente rivolta a trovare soluzioni concrete ai problemi di una politica di emancipazione ancora troppo legata a questioni sentimentali e poco avvezza a scavare nei rapporti reali degli individui nella società. Stile a parte, il giovane Karl sapeva già dove voleva colpire. Una società repressiva come la Germania del XIX secolo, in cui anche la semplice idea di democrazia è rivoluzionaria e oltraggiosa, non può non produrre il rifiuto delle convenzioni, delle etichette, delle ipocrisie infinite tra le gerarchie a tutti i livelli, incanalando la tendenza naturale dei giovani a ribellarsi in un senso di volta in volta morale, poetico, letterario, politico; Marx all’epoca non aveva neanche iniziato a studiare filosofia, ma già sentiva sulla sua pelle l’insopportabilità della cultura della sua stessa classe sociale e contro questa aveva provato, certo con scarsi risultati, un primo atto di rottura.

- Alessandro Baricco, Castelli di rabbia

Lo lessi per due motivi: uno, perché piaceva a una mia amica con cui, all’epoca (sette, otto anni fa), andavo molto d’accordo, pure troppo, e volevo capire come mai le brillassero gli occhi ogni volta che ne parlava; l’altro, perché gli articoli di questo scrittore su giornali e riviste mi piacevano. Ma questo romanzo è talmente complesso come linguaggio e progressione, da rendermelo molto pesante nonostante la curiosità di scoprire la trama: ho passato metà del libro a “scavare” nelle parole per ritrovare quei nessi che dovrebbero costituirne la trama e che si perdono in continue digressioni e osservazioni su cose apparentemente slegate dal contesto. Poi, almeno per quanto riguarda la mia sensibilità, credo di aver compreso una cosa fondamentale, non solo su questo romanzo come sulla scrittura di Baricco in generale: non è la trama a essere importante, bensì proprio quelle parole in cui scavavo per trovare una cosa in realtà secondaria. Il linguaggio, la forma e il modo in cui egli esprime emozioni e idee, è principale rispetto al contenuto stesso di emozioni e idee. In un certo senso è come un regista cinematografico “estremista”, ossia talmente concentrato sul linguaggio per immagini da renderlo preminente rispetto alla sceneggiatura (per intenderci, una volta un amico cinefilo mi disse che se Psycho fosse stato girato da un mestierante anziché da Hitchcock, non sarebbe stato un film di culto perché non avrebbe avuto quel linguaggio visivo eccezionale). Baricco è un po’ così; certo lo è in questo romanzo. E a me non piace.


Addio a un grande campione


Definire lo stalinismo

Ero a Budapest, bellissima capitale dell’Ungheria, e in un caffè vicino al Palazzo Reale ho sentito un giovane turista italiano registrare sull’i-Phone le proprie impressioni; snocciolava telegraficamente, come appunti vocali, i nomi dei luoghi che aveva visitato, seguiti da un breve commento. A un certo punto fa “vista la Casa del Terrore, museo dedicato ai crimini perpetrati dai nazisti e dagli stalinisti”: non ha detto “comunisti”, ha specificato una particolare fazione e definito quindi un’esperienza che, a meno di non essere superficiali, non può estendersi alla totalità del concetto storico-teorico di comunismo. Gli stalinisti, nel caso specifico, erano i comunisti ungheresi e sovietici che dal ’45 in poi, specie con la repressione della Rivolta del ’56, hanno dominato quel paese con mezzi dittatoriali, continuando l’uso della polizia politica come i nazisti prima di loro.

Ma che cosa è effettivamente lo stalinismo? In cosa si differenzia da altri “ismi”? Quando è corretto usare questo termine? Qui entriamo in un terreno accidentato. Non tanto quanto altri, ma comunque un po’ difficile. Letteralmente indica la politica di Stalin e dei suoi sostenitori; però nessuno, nell’URSS o nel movimento comunista di quel tempo, ha mai usato questo termine per definire il regime sovietico: la denominazione ufficiale della dottrina dello Stato sovietico era infatti marxismo-leninismo, cioè “lo sviluppo del marxismo nell’epoca imperialista”, secondo una definizione dello stesso Stalin. Tale dottrina era in realtà concepibile come l’adozione a sistema ideologico della lettura che Lenin aveva fatto di Marx, con un misto di adattamenti e dogmatizzazioni che eliminavano di fatto qualsiasi altra interpretazione marxista sorta insieme o successivamente (per esempio il trotskismo, vero o presunto). Il termine stalinismo è stato spesso usato all’estero e prevalentemente dai suoi detrattori, eppure non si può negare che molti comunisti abbiano comunque adottato il termine per definire la propria adesione alle linee-guida della politica di Stalin anche dopo la morte e la condanna della sua figura. Tuttavia molti altri comunisti se ne sono dissociati e anzi hanno criticato aspramente quel tipo di impostazione, tanto che per loro è improponibile parlare di stalinismo per superficiale associazione simil-fascista (errata in quanto Mussolini incarna totalmente il fascismo, mentre Stalin non incarna il comunismo in generale, ma solo una sua forma determinata). La questione poi si estende alla politica sovietica successiva: è possibile parlare sempre e comunque di stalinismo, data la denuncia dei crimini del governo di Stalin al XX Congresso del PCUS e la conseguente destalinizzazione? Secondo me, in parte sì. La destalinizzazione, seppur nobile nelle intenzioni (denunciare i crimini e gli eccessi, riformare in senso più collegiale la gestione del potere, uscire dall’isteria e dal terrore di massa, ripristinare la legalità socialista), si è rivelata comunque un processo ambiguo, volto più a dissociare la classe dirigente dal dittatore che non a cambiare concretamente lo stato di cose; la repressione della Rivolta ungherese è emblematica in questo senso, perché agli spiragli di dibattito e di critica aperti dal XX Congresso, nel corso del 1956, non è corrisposta affatto una maggiore autodeterminazione dei popoli nella sfera d’influenza sovietica (qui poi si dovrebbe aprire un altro capitolo sulle conseguenze della Guerra Fredda, voluta anche dall’Occidente, ma per oggi saltiamo). Krusciov inizia il disgelo, la distensione, ma non ammette che Imre Nagy tenti in Ungheria una via diversa al socialismo; in seguito, Krusciov viene deposto e sale al potere Breznev, che alcuni definiscono “neo-stalinista” e la cui Dottrina della sovranità limitata porrà una pietra tombale sulla possibilità di autoriforma del socialismo reale, come dimostrato dalla repressione della Primavera di Praga. Una tale politica di potenza, basata su un apparato statale nel pieno controllo della società civile, è eredità del governo di Stalin, pur avendone abbandonato gli aspetti più truculenti e isterici. D’altro canto, Breznev era il massimo rappresentante di quell’apparato burocratico-militare che Stalin teneva al guinzaglio con regolari purghe e che Krusciov prendeva in giro…

Un’altra questione è poi la definizione di stalinismo come forma reale di stato totalitario, comparabile storicamente con il nazismo e il fascismo in aspetti, temi, pratiche, organizzazione e conseguenze. Salta subito agli occhi l’assenza di termini come hitlerismo e mussolinismo, a confermare quanto accennavo prima sull’identificazione del capo con l’idea stessa, oltre che con il regime. Hitler è il nazismo, mentre Stalin non è il comunismo, nonostante lui per primo e di seguito tutti i suoi sostenitori abbiano propagandisticamente affermato il contrario. Dei molteplici aspetti di comparazione storica tra questi regimi, tale differenza è spesso dimenticata eppure fondamentale: il nazismo nasce e muore con Hitler, la sua figura è il fondamento stesso del partito nazista e quindi del potere del regime; al contrario, Stalin è una figura di passaggio, sebbene potentissima, nella storia del comunismo, e il regime sopravvive ai suoi creatori (Lenin e i bolscevichi) e al suo più grande e terribile sviluppatore, il quale viene anzi condannato come tante sue stesse vittime. Eppure il suo marchio è così forte su quel regime da fornirgli una caratterizzazione “personale”: ecco perché si comparano nazismo e stalinismo, perché il comunismo non è riducibile all’esperienza sovietica e neppure a un suo periodo specifico, che anzi qualcuno definisce come “fascismo rosso”, confortato da una citazione attribuita a Mussolini il quale, esprimendo una certa ammirazione per il dittatore sovietico, si chiedeva se questi non si fosse segretamente convertito al fascismo. Un aspetto interessante è questo: l’avvento di Stalin ha segnato l’inizio di una sorta di restaurazione dopo le aperture rivoluzionarie, il ritorno a forme simil-zariste di organizzazione e persino di valori, sempre meno progressisti per quanto riguarda quei diritti che facevano parte del processo di cambiamento della società.

Infine, ma senza pretendere di esaurire il discorso, c’è l’uso provocatorio che se ne fa oggi in politica nostrana: qualche giorno prima delle elezioni, Vendola ha dato dello stalinista a Monti, il quale metteva in dubbio la buona fede di SEL sulle riforme; e ai tempi dell’Ulivo (non ricordo esattamente quando) Bertinotti diede dello stalinista a Mastella, che non ammetteva alcuno spazio per Rifondazione nel governo. Al di là delle figure nettamente anticomuniste cui l’epiteto è stato rivolto, è evidente che in questi casi il termine viene usato come sinonimo di prepotenza, di censura, di non democraticità, ma in una qualità forse un po’ diversa rispetto al classico “fascista!”, con una connotazione più interna alle aree politiche  di cui si fa parte, come a dire che mentre il fascismo si rivolge contro l’altro, contro il diverso, lo stalinismo si rivolge contro il simile, accusandolo di essere diverso. E non si può negare che molti sinceri comunisti siano stati eliminati da colui che ritenevano di volta in volta una figura guida o un burocrate bonapartista, ma sempre e comunque un “compagno”. Dalle lotte per la successione a Lenin alle purghe degli anni Trenta, dall’intervento nella guerra civile spagnola alla rottura con Tito, Stalin “è stato il più grande massacratore di comunisti del mondo”, come diceva con un certo sarcasmo Indro Montanelli.

Oggi è il 5 marzo. Nel 1953 moriva Stalin. Come Napoleone, ha insieme tradito e sviluppato la Rivoluzione. Il suo lascito è ormai storia, ma la sua ombra si estende ancora all’orizzonte.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.