Inizia l’avventura!

Bene, sono ufficialmente disoccupato. Tutto a un tratto la realtà mi arriva in faccia come una secchiata d’acqua gelida. Non ho mezzi di sostentamento. Non ho prospettive di lavoro a breve termine. Il conto si sta prosciugando non proprio lentamente, mentre i debiti sono lì che aspettano d’esser saldati. Il periodo è “difficile”, non tanto perché nessuno vuole pagarti (chi mai vuole farlo?), quanto perché in questo momento sembrano essere chiusi i bandi, scaduti i termini, ecc..

Ora mi trovo anch’io nel mondo reale, quello fatto di sacrifici e rinunce. Quello degli adulti, dei veri uomini e delle vere donne, dove ogni cosa va conquistata. E’ un po’ quella storia del “quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino, ma quando sono diventato uomo, anche i miei pensieri sono cresciuti e ho smesso quelle cose tipiche dei bambini” – che dovrebbe essere una frase di San Paolo, ma da intendere più come un dovere, una necessità di rimboccarsi le maniche e cominciare a farsi il mazzo.

Io ho scelto di tentare una carriera infausta, di questi tempi: l’università. Ho finito quel fatidico dottorato e con esso sono finiti i dindini alla fine di ogni mese. Ciò vuol dire che ora mi barcamenerò tra assegni di ricerca (seeeee, come no, crescono sugli alberi), pubblicazioni per partecipare ai concorsi (ovviamente a spese mie, vi pare?) e qualche lavoretto nel frattempo, come mendicare supplenze nelle scuole o dare ripetizioni a giovini svogliati (già vedo il mio annuncio in mezzo ad altri diecimila, col numero di telefono su una frangia). Ma con tutto quel che ho da pagare, sono costretto a fare quello che mi “umilia” di più. Tornare a carico di mamma e papà, per un po’ di tempo. Loro possono, non sarà un peso. Io invece sento ormai di non riuscire più ad accettarlo. Purtroppo devo.

P.S.: Questo è uno dei rari racconti di vita privata che volevo evitare in questo blog…


Un bastone per la vecchiaia

Mio padre ha compiuto sessant’anni. Una età importante, che mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti della sua e della mia vita. Quando ha avuto me, aveva venticinque anni: ciò significa che, alla mezza età, ma ancora relativamente giovane, ha già un figlio grande. Un figlio che sarà ancora abbastanza giovane quando lui entrerà nella vecchiaia, un figlio che avrà la forza e l’autonomia sufficienti per cavarsela senza pesare ancora sulle sue spalle, semmai per sostenerlo. Pur avendo ascoltato alcuni racconti da vari parenti su quei primi anni, io non so immaginare cosa abbia davvero voluto dire per due giovani sposi avere un figlio prima dei trenta. Non so dire, sinceramente, quanti sacrifici abbiano sopportato e a cosa abbiano dovuto rinunciare per mandare avanti la famiglia. Non parlo tanto delle difficoltà quotidiane, ma delle aspirazioni a lungo termine. Come avrebbero vissuto la loro vita, mio padre e mia madre, se non avesse avuto figli? Cosa avrebbero fatto, dove sarebbero arrivati? Hanno forse trovato ciò che cercavano?

Mio padre è sempre stato assorbito dal lavoro. Ho ammirato sempre la determinazione con cui ha superato i problemi legati al proprio mantenimento agli studi, quando i nonni non potevano fare granché e lui arrotondava, da bravo studente lavoratore. Credo che in cuor suo abbia sempre desiderato avere figli, quindi non dovrei pormi tante domande; ma così presto? Se avesse potuto scegliere, avrebbe rimandato? Tutto ciò, in realtà, lo sto chiedendo a me stesso. Io non ho mai desiderato avere figli. Sono troppo egocentrico per mettere in qualche modo la mia vita in secondo piano, rinunciare a ciò che mi piace fare per dedicarmi alla famiglia. Però quando ho compiuto trent’anni, qualche dubbio mi è venuto. Ho pensato seriamente alla differenza di età con un mio eventuale figlio, la possibilità di averlo già adulto quando comincerò a invecchiare, la possibilità che ho io di avere ancora con me mio padre, oggi come per molti anni ancora. Ho pensato alla forza della gioventù per crescere un figlio o una figlia. E adesso che mio padre ne ha sessanta, pur essendomi messo l’animo in pace, decidendo di continuare per il no, inevitabilmente mi chiedo se ho fatto la scelta giusta. Sto negando, a lui e a mia madre, la possibilità di diventare nonni. Nonni veri, non surrogati per figli di altri.

Magari sono soltanto sciocche masturbazioni mentali. Anzi, posto che il dubbio se avere figli o meno è basato in larga parte su considerazioni anagrafiche, anziché su un desiderio reale di paternità, è persino meglio non averne. Non credo che verrebbero al mondo per il motivo giusto, ecco. Ho anche immaginato come sarebbe essere padre, come educherei i miei figli al netto di ciò che critico nell’educazione degli altri, consapevole che sbaglierei lo stesso; poi, avere un figlio o una figlia è avere un erede, qualcuno che potrà disporre di ciò che avrò lasciato e, possibilmente, goderne. Salvaguardarne l’integrità e la memoria, se si trattasse di qualcosa di un certo valore (culturale, data la mia formazione. Niente gioielli della Corona). Andando avanti nelle fantasie, avere un amorino coccoloso che mi adora e mi crede un dio, o un supereroe, e che un giorno mi sfiderà e reclamerà la sua indipendenza, salvo poi capire che non è facile per nessuno. Un classico della vita in questo mondo, insomma. Ma ho a che fare con bambini piccoli già da tempo, ed è terribilmente faticoso; li posso restituire ai rispettivi genitori, e questo è un gran vantaggio, con bimbi miei invece sarebbe ventiquattro ore su ventiquattro… eh no, eh. Ora che sono grossomodo più maturo, trovo insopportabili gli adolescenti: li prenderei tutti a calci, compreso me stesso, quando ripenso a come ero. Ed ero più tranquillo di molti altri. Comunque sempre una testa di cozza. E dovrei crearmene uno apposta? Eh no, eh. Dice un mio amico che non ne voleva: “a me ha cambiato la vita, letteralmente: ho ribaltato tutte le mie priorità, tutto ha acquisito un senso nuovo e penso di aver trovato il mio posto nell’universo”; può sembrare strano, ma questo in qualche modo mi ha confermato di non volerne io!

Tuttavia, il dubbio rimarrà sempre in sottofondo. Quando sessant’anni li avrò io, o magari settanta, scommetto che sarà risolto.


Una nota sulla questione morale in Marx

Karl Marx è ritenuto, tra le altre cose, uno dei maggiori critici della morale assieme a Nietzsche, a Freud e a vari altri autori generalmente accomunati nella cosiddetta “scuola del sospetto”. Il socialismo marxiano, infatti, viene definito scientifico per distinguerlo dai socialismi precedenti, detti utopistici: questi ultimi erano, secondo Marx ed Engels, troppo idealistici, fondati su concezioni di società avulse dai rapporti reali; un socialismo scientifico si fonda invece sull’analisi di quei rapporti, della struttura di una società in continua evoluzione. Oltre a questo, lo stesso Marx ha più volte criticato le istanze morali come base della lotta politica, insistendo contro il dualismo “giusto-ingiusto” nella stesura di programmi, indirizzi e piani d’azione dei partiti e delle associazioni a favore dei diritti della classe lavoratrice (in particolare nella Critica al programma di Gotha). L’emancipazione e lo sviluppo pieno della persona umana non sono fonti ideali per metri di giudizio, così come la realtà dello sfruttamento nel modo di produzione capitalista non è dovuto alla “cattiveria” dei padroni nei confronti dei lavoratori, bensì al funzionamento del sistema in sé.

Detto ciò, ho spesso sentito parlare di una contraddizione latente nell’opera di Marx: da un lato, l’ambizione alla pura scientificità dell’elaborazione di un’alternativa socialista; dall’altro, l’afflato idealista verso una società più giusta e libera dallo sfruttamento. Questa contraddizione, vera o presunta, sarebbe dovuta proprio al fatto che una concezione scientifica del socialismo non dovrebbe indulgere su considerazioni morali. Però l’aspirazione a una società equa e solidale è una visione etica, per cui lo sfruttamento è ingiusto. Chi decide cosa è giusto e cosa non lo è? Dunque, o si bada alla realtà dei fatti lasciando perdere l’etica, o si viaggia sulle teorie morali in base alle quali si modella l’azione reale.

Personalmente non vedo alcuna contraddizione. Secondo me, il punto sta nel tentativo di dare concretezza a qualcosa che fino a poco tempo prima era, appunto, una posizione di principio, nulla di concreto. Marx, pur disprezzando il moralismo, aveva certo la capacità di discernere tra un principio morale, ideale (e quindi “irreale”) e un’azione costruita su un’analisi della realtà. Secoli di utopismo egualitario non hanno portato a nulla per il semplice fatto di non tenere in conto la realtà: la novità del pensiero di Marx sta nell’aver tentato di comprendere la natura dei rapporti reali, l’unica cosa su cui si possa costruire l’emancipazione sociale, rifiutando le fondazioni irrealistiche sui principi morali. Questo riprende la critica all’idealismo da cui il giovane Marx e gran parte dei filosofi venuti dopo Hegel sono partiti. Semplicemente, se si capovolge la fonte dell’esistenza e si ammette che è la realtà, non lo spirito o l’idea, a rendere possibile tutto ciò che esiste, appare chiaro che anche il socialismo deve partire dalla realtà, non dalla morale. E’ come se Marx avesse detto: “se volete costruire una società priva di sfruttamento, in cui ogni individuo sia in grado di emanciparsi e realizzarsi, piantatela di correre appresso alle farfalle del mondo ideale e cominciate a capire come funziona il mondo reale, restate ancorati a esso, traete dal concreto i dati che vi servono e su quelli costruite la vostra azione politica”. Altro che contraddizione. E’ l’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza (Engels docet).

Spiegare però a fondo i termini della questione, che sono più complessi di quanto sembri, non è comunque impresa facile. Per stavolta mi limito a tracciare i confini dell’ambito in cui muoversi; poi, chissà quando, esplorerò meglio questo territorio.

Se comunque non volete aspettare qualcosa che probabilmente non arriverà mai, consiglio vivamente un libro su questo argomento e dintorni: Marx in America. Individui, etica, scelte razionali, curato da Stefano Petrucciani e Francesco Saverio Trincia, Editori Riuniti, 1992. Dubito che sia ancora in commercio, ma in qualche biblioteca ci sarà e forse pure su eBay. Raccoglie alcuni saggi scritti da studiosi americani di etica e marxismo, di vario orientamento politico, che dibattono sui temi dei diritti individuali, delle teorie della giustizia, del confronto tra marxismo e liberalismo ecc., sempre in maniera critica, non ortodossa e fuori dalla cultura europea continentale (una corrente anglosassone insomma, tra UK e USA, definibile come “marxismo analitico”).


Breve storia della Festa della Donna

Per commemorare questa festa storica e politica, riporto un articolo tratto dal sito della CGIL.

L’8 marzo ha radici lontane. Nasce dal movimento internazionale socialista delle donne. Era il 1907: Clara Zetkin (che nella prima guerra mondiale fondò la Lega di Spartaco) dirigente del movimento operaio tedesco organizza con Rosa Luxemburg (teorica della rivoluzione marxista che fondò il partito socialista polacco e il partito comunista tedesco) la prima conferenza internazionale della donna.

Ma la data simbolo è legata all’incendio divampato in un opificio (Cottons) di Chicago nel 1908, occupato nel corso di uno sciopero da 129 operaie tessili che morirono bruciate vive.

Nel 1910 a Copenaghen, in occasione di un nuovo incontro internazionale della donna si propone l’istituzione di una GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA, anche in ricordo dei fatti di Chicago.

Successivamente la giornata comincia ad essere celebrata in varie parti del mondo e anche in Italia durante e dopo la prima guerra mondiale (1914-18). La tradizione, nel nostro Paese, viene interrotta, nel 1943, dal fascismo. La celebrazione riprende durante la lotta di liberazione nazionale come giornata di mobilitazione delle donne contro la guerra, l’occupazione tedesca e per le rivendicazioni di diritti femminili. Nascono i gruppi di difesa della donna collegati al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) che daranno origine all’UDI (Unione Donne Italiane).

Nel 1946 l’UDI prepara il primo 8 marzo nell’Italia libera, proponendo di farne una giornata per il riconoscimento dei diritti sociali e politici delle donne. Sceglie la mimosa come simbolo della giornata.

La vera “esplosione” in termini di popolarità e di partecipazione, l’8 marzo l’avrà negli anni ’70. Anni che segnano la collaborazione dei movimenti femminili e femministi che, tra l’altro, operano attivamente per la legge di parità, per il diritto al divorzio e all’aborto. La prima manifestazione femminista, risale infatti al 1972 e si svolse a Roma. Ma il top, la celebrazione dell’8 marzo, lo raggiunge nel 1980, con una grande manifestazione unitaria in cui confluiscono per la prima volta tutti i movimenti femminili e femministi.

In conclusione possiamo dire che il percorso dell’8 marzo si snoda in quasi un secolo di storia che ha visto nascere movimenti politici, guerre, ideologie, ricostruzioni. Un cammino lungo e complesso per le donne di tanti paesi, con tanti sistemi di governo, più volte interrotto, ma che con grande tenacia hanno sempre ripreso con l’obiettivo dell’emancipazione e della liberazione delle donne.

Ne approfitto per citare un’altra grande donna, oltre a Luxemburg e Zetkin: Aleksandra Kollontaj, rivoluzionaria russa che elaborò, tra le altre cose, un vero e proprio programma di rivoluzione sessuale e nuovo saper vivere amoroso; per tutta la vita si dimostrerà assolutamente libera nelle sue scelte. Su queste donne vi invito a svolgere qualche ricerca e vi segnalo un interessante volumetto divulgativo (sempre che sia ancora in commercio): Le donne entrano in scena – dalle suffragette alle femministe, di Annie Goldmann, edito da Giunti nella collana “XX secolo”. Ripercorre la storia del movimento femminista e le vicende politiche e sociali sia dei vari gruppi, sia delle figure di spicco. Auguri!


Pussy Riot – “Putin will teach you how to love”

Questo video è stato preparato subito dopo l’attacco subìto a Sochi, le cui immagini sono state prontamente inserite. Fino a poco tempo fa non mi ero interessato granché alle Pussy Riot, le ritenevo uno dei tanti fenomeni di protesta caciarona che si vedono ovunque nel mondo; poi due di loro sono state arrestate e condannate a due anni di detenzione, per un concerto non autorizzato (e antigovernativo) di fronte alla cattedrale di San Basilio, e già questo mi ha colpito per la severità della pena. Come se non bastasse, una delle due, Nadja Tolokonnikova, è stata trasferita in un campo di prigionia in una non meglio specificata località della Siberia, senza possbilità di contatti con la famiglia e i giornali. Ora sono tornate libere, ma lungi dall’essere intimidite hanno provato a girare una parte del loro nuovo video a Sochi, appunto, dove i cosacchi di guardia le hanno prese a frustate (molto da cosacco, in effetti).

A questo punto, complici anche le grida di giubilo dei soliti cretini a favore della violenza, ho cercato di informarmi un po’ meglio su questo gruppo. Ho iniziato col leggere un carteggio (pubblicato sul numero 8/2013 di MicroMega – eccone alcuni stralci) tra la Tolokonnikova e Slavoj Zizek, trovando con piacevole sorpresa una profondità di pensiero notevole nelle lettere dell’attivista russa, un impegno politico di rilievo e persino una certa dose di poesia. Avendo avuto uno scontro con un conoscente sull’essenza del punk (per lui lontanissima dalle attività di questo gruppo di “falsone”), ho pensato su quanto di punk effettivamente ci sia nelle Pussy Riot; se lo intendiamo come movimento anarchico, quindi politico, mi pare che la protesta offensiva e irriverente delle PR sia pienamente allineata al genere. Se invece lo intendiamo come movimento sostanzialmente nichilista, di rifiuto autodistruttivo, già ce le vedo meno, sebbene suonare in pubblico ben sapendo di finire al pronto soccorso per “nulla” mi pare comunque abbastanza punk.

Il punto è che, piacciano o meno, le PR sono innanzitutto attiviste politiche, la cui linea d’azione si esprime attraverso la musica punk in quanto genere “ideale”, per la contrapposizione all’attuale società nazionalista russa. Rifiuto, offesa e irriverenza, caratteristiche del punk sin dalle origini (non a caso “punk” significa letteralmente “lerciume, spazzatura”, usato perciò in senso sarcasticamente autodistruttivo), si accompagnano a qualcosa di ancor più insopportabile, la critica al regime pseudo-democratico di Putin e il richiamo sulla condizione delle donne in Russia, cioé due argomenti sostanzialmente tabù.

Il punk delle PR non è solo spettacolo inutilmente offensivo: proprio gli arresti e le frustate, che da noi sarebbero un’assurdità, rendono carica di significato l’esperienza di quelle ragazze. Da noi non avrebbero avuto tutta questa attenzione, perché non c’è nulla di concreto contro cui scagliarsi; siamo pieni di gruppi e gruppetti che infastidiscono, ma non c’è un potere severo e un contesto così duro da arrivare a repressioni regolari. Bisogna necessariamente inquadrarle nel contesto russo, dove la tendenza alla violenza non è solo caratteristica del potere, ma della cittadinanza: attivisti come quelli per i diritti degli omosessuali vengono aggrediti dai cittadini stessi, prima ancora che dalle forze dell’ordine; la presenza di una religiosità molto forte, tipica dell’anima russa, contribuisce purtroppo ad aumentare l’ostilità per il diverso; un generale conformismo verso le decisioni del potere fa il resto.

Le PR si muovono perciò in un terreno ostile e lo fanno con uno stile ben poco russo, il punk anglo-americano, perseguendo obiettivi di protesta a tratti liberali (contro l’autoritarismo di Putin) e a tratti comunisti (il capitalismo globalizzato). Ciò implica una battaglia solitaria, perché chi le sostiene contro Putin non le sostiene contro l’economia globalizzata, rischiando di lasciarle ai margini della lotta politica. Diventa ovvio cercare di ttenere più visibilità possibile, anche andandosele a cercare. Ma in fondo, cosa c’è di più punk di andare a tirare pietre a un pitbull?


Tse-tung o Zedong?

Visto che ne ho parlato in questi giorni con più di una persona, ho pensato di scrivere un breve vademecum del pinyin, il sistema di traslitterazione dei caratteri del cinese standard (Han) che fu adottato nel 1979 dalla Repubblica Popolare Cinese e che ha pian piano sostituito il Wade-Giles (il più diffuso in occidente) ed altri.

Molti di coloro i quali non siano propriamente dei lattanti, si saranno di certo accorti del cambiamento avvenuto nella grafia di molti nomi cinesi di persone e luoghi, primo fra tutti Mao Tse-tung, che da qualche anno a questa parte è diventato Mao Zedong, generando qualche perplessità sulla pronuncia. Ebbene, questo cambiamento è dovuto proprio alla diffusione del sistema pinyin, con cui cambia la grafia latinizzata delle parole cinesi, ma solo raramente la pronuncia: infatti, nonostante le lettere siano differenti, mantengono un suono diverso dalle nostre, talvolta addirittura opposto, o magari hanno suoni difficili da riprodurre per un occidentale.
E così capita che il Kuomintang diventi Guomindang, pur restando pronunciato come prima.

Ora vediamo qualche regola base di pronuncia, così com’è spiegata dallo storico inglese Philip Short all’inizio della sua biografia di Mao, partendo dalle consonanti:

C  =  più o meno la Z di “tazza”
Q  =  una C dolce come in “cielo”
X  =  ha un suono a metà tra S e SC, tra “sole” e “scena”
B  =  si pronincia P, come in “capra”
D  =  la T di “toro”
T  =  una T più forte, come in “attore”
G  =  una C dura come in “eco”
W  =  U come “uomo”
CH  =  una C dolce ma più forte, come in “caccia”
SH  =  è come SC di “scena”
ZH  =  questa è difficile, è a metà tra una G e una C dolci (tra “gente” e “cielo”)

Altro scoglio sono le vocali. I vari suffissi e desinenze confondono ancora di più, perché:

la desinenza -AN si pronuncia -EN (ad esempio in “tan”, “fan” ecc.), ma se viene dopo una I, la E va pronunciata più stretta (esempio: “lian”, “xian” ecc.); se invece segue una W (come in “wan”), hehe.. si pronuncia -ON! La stessa cosa vale per -ANG dopo U e W (come in “huang”, “wang” ecc.);
la desinenza -EN (ora vi faccio incazzare) si pronuncia -AN (“Tiananmen”), a meno che non sia preceduta da CH e Y come in “Chen” o “Yen”; anche -ENG diventa -ANG (“Deng”, “Meng”).
Poi: -ONG si legge -UNG (“dong”, “long”); -IU è -IOU con una O molto breve; -UI è -UEI con una E molto breve.

Come vedete, non è facile. Oltretutto, la grafia dei nomi può cambiare enormemente e in alcuni casi la pronuncia è conseguentemente diversa; ma in linea generale molti nomi rimangono invariati e cambia solo il modo in cui sono scritti, ad esempio Lin Piao, Liu Shao-ch’i, Chou En-lai, Hua Kuo-feng e Li Ta-chao sono diventati Lin Biao, Liu Shaoqi, Zhou Enlai, Hua Guofeng e Li Dazhao. Un altro esempio è il famoso tatzepao, il giornale o manifesto murale, che ora viene scritto dazibao.
In altri casi invece è diventata più conosciuta la versione già in pinyin, come per Deng Xiaoping, che pochi ricordano scritto Teng Hsiao-p’ing.

Altri nomi, invece, vengono tutt’ora riproposti col sistema Wade-Giles perché in pinyin risultano irriconoscibili: Chang Kai-shek diventa Jiang Jieshi, Canton cambia in Guangzhou, Hong Kong è Xianggang, Sun Yat-sen diventa Sun Zhongshan, per non parlare del Tibet, che si trasforma in Xizang.

Ergo, Mao Zedong si pronuncia sempre come Mao Tse-tung.


Appunti teorici su Toni Negri

Antonio Negri è probabilmente il più lucido e fecondo autore di stampo marxista nel panorama degli intellettuali italiani contemporanei. La linea di produzione teorica da lui sviluppata negli ultimi anni insieme a Michael Hardt, a partire da Impero – influenzata dagli studi su Spinoza e Nietzsche, pregna di suggestioni derivate da Deleuze e Guattari – tenta di trasportare il comunismo nell’era globalizzata rinnovandone il significato, in senso letterale. Ora l’alternativa sociale è il comune, ossia l’insieme complesso dei bisogni, delle capacità, della produzione biopolitica degli individui; pertanto, essere oggi “comunista” non si risolve più nell’adesione a un partito specifico, o a una ideologia più o meno ortodossa, bensì nel lavorare al raggiungimento della vita in comune, al di là del pubblico e del privato.

Secondo Negri, la differenza tra il socialismo del XX secolo e le nuove direzioni dei movimenti odierni consiste proprio nel rapporto politico con quelle due sfere: nell’esperienza novecentesca si è confuso il comunismo con il pubblico, sostituendo la proprietà privata con quella statale. In questo modo si è costruito un capitalismo di stato (il socialismo reale), oppure si è favorita la nascita di gestioni statali del welfare, delle pensioni ecc., arrivando a stringere alleanze con imprese e compagnie assicurative. Uscire da questo equivoco e superare il binomio pubblico-privato significa ridare senso e priorità politica a ciò che è comune, ai beni comuni, agli spazi comuni, come progetto e prospettiva di fronte al modello economico unico globale e alla crisi profonda della sinistra istituzionale. L’alternativa ai tentativi liberal-socialisti di quest’ultima è il movimento senza partiti, un comunismo come corrente di pensiero e progetto immediato, anziché come apparato politico organizzato.

Ciò che concerne il comune, inteso come categoria, e l’idea di alternativa politica a esso riferita, va iscritto nel rapporto tra impero e moltitudine. Per quanto riguarda il primo concetto, è bene tener presente che per Negri (e Hardt) non si tratta di un sinonimo di imperialismo, con una nazione a capo di una sfera d’influenza geopolitica: l’impero indica il mondo globalizzato, l’insieme dei rapporti economici e quindi politici nel cui ambito avvengono i fatti storici e quotidiani; è lo status quo, un dato di fatto, multicentrico e senza confini delineati perché, mi viene da dire, è a suo modo preterintenzionale. Nel suo ambito, e potenzialmente contro di esso, si muove la moltitudine, altra categoria un po’ difficile da delineare, se non partendo dalla distinzione che Negri fa tra questa e la massa: quest’ultima è una informe, indistinta adunata di persone schiacciate e private della propria individualità, prese come numero e non come singole realtà aggregate. La massa è reazionaria, funzionale al dominio politico ed economico del capitale.

Una tale visione rispecchia, a mio parere, la natura della società di massa, fondamentalmente unidimensionale, in cui si contrappongono libertà individuale e tendenza all’omologazione. Ciò crea un paradosso: la tanto esaltata specificità individuale, formalmente garantita e incoraggiata, in realtà viene umiliata in maniera costante dalla propaganda di modelli da seguire, cui conformarsi per soddisfare le proprie carenze (talvolta persino indotte).

La moltitudine, al contrario della massa, è l’insieme delle singolarità, non schiacciate né omologate, libere ed espressive nella loro produzione di idee, di modi di comunicare, di risoluzione dei problemi, ecc.. L’individuo, così recuperato nella sua dimensione sociale, è un soggetto la cui vita è pervasa e afflitta dal biopotere,cioè dal carico di pressione concreta esercitata dal potere economico e istituzionale sulla vita quotidiana, pratica, intellettuale e sentimentale. Nella moltitudine ogni individuo è tale, in quanto porta la sua produzione di vita a contatto con quelle altrui, in un vortice comunicativo interrelazionale che apre alle forme del comune. In questo mi sembra di ritrovare, in versione radicale, alcune idee liberali di John Dewey, sebbene questi si muovesse nell’orizzonte della democrazia rappresentativa vista da una posizione liberal-socialista, mentre Negri rifiuta la mediazione istituzionale tra interesse pubblico e interessi privati. D’altra parte, le contraddizioni sociali da cui era sorto il modello redistributivo socialista del secolo scorso sono in gran parte scomparse: fine della classe operaia, fine della fabbrica fordista, fine di quella specifica forma di lotta di classe; l’apparato di rapporti sociali che costituiva la ragion d’essere del comunismo novecentesco è stato smontato e sostituito dai meccanismi della globalizzazione. Le conclusioni di Negri si possono condividere o meno, possono essere tacciate di essere una forma di anarchismo, o di accettare le premesse della globalizzazione giustificandole in vista della loro critica politica, ma la crisi dei modelli rappresentativi legati a quel contesto scomparso è evidente e inevitabile.

***

A seguito dell’articolo sul pensiero unico, credo di dover aggiungere ancora una cosa. Questi appunti teorici risalgono a qualche anno fa. L’incontro con le idee di Negri e Hardt è avvenuta in un periodo in cui nutrivo molti dubbi in merito alla relazione tra individuo e collettività. Tentativi filosofici piuttosto goffi li avevo fatti nella conciliazione di Marx con Nietzsche, “dioscuri” della modernità, aggiungendo in seguito Dewey come una sorta di mediatore; mi ero già liberato dell’entusiasmo adolescenziale (pseudo-nostalgico?) per l’esperienza comunista del secolo scorso, principalmente sovietica, senza però trovare un modo efficace, dal punto di vista teorico, di conciliare la mia esigenza di libertà individuale con la necessità della vita collettiva. Tutto sembrava ridursi a un aut-aut e, in forme diverse, l’articolo che precede questo è una riproposizione di quei dubbi sull’impossibilità di attuare un comunismo che fosse liberatore attraverso l’uguaglianza. L’unico vero antidoto alla crisi di idee (e forse di valori) è lo studio: Marx, Gramsci, Negri, la Scuola di Francoforte, Zizek e molti altri, sono il crogiolo in cui forgiare gli attrezzi che servono a liberare la mente. E’ vero, come diceva Marx, che l’arma della critica non può battere la critica delle armi (ossia la teoria pura non raggiunge i risultati dell’azione concreta), ma di questi tempi è necessario fare un passo indietro e ricostituire un orizzonte teorico che incanali le azioni, e non è impresa da poco, perché nella società dell’informazione e della conoscenza l’unica cosa cui non si dà valore è il pensiero critico.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 36 follower