Parole sul Muro

berlin wall

Innanzitutto, la storia: il Muro di Berlino, costruito il 13 agosto del 1961, separava i settori americano, inglese e francese da quello sovietico della città, nonché dal resto della Repubblica Democratica Tedesca. Questi erano collegati alla Germania dell’Ovest tramite un ponte aereo. Inizialmente il confine tra i settori era costituito da semplici posti di blocco, poi con l’avanzare della guerra fredda è stato sostituito da steccati con filo spinato, muri semplici di mattoni e infine dai famosi lastroni di cemento armato, in grado di resistere allo sfondamento da parte di un camion. Oltre a questo, vi erano torrette con guardie armate e varie altre misure di sicurezza, soprattutto ai posti di blocco (un amico di famiglia che ai tempi lo attraversò, subì una perquisizione completa dell’auto, che fu persino immersa in uno strato d’acqua per scoprire persone nascoste sotto i sedili). Fu demolito il 9 novembre 1989. Oggi ne sono rimasti pochi tratti, lasciati più per il turismo che per la memoria.

Venticinque anni sono passati dalla sua demolizione. Quello che ha significato per i tedeschi, può dirlo solo un tedesco (meglio due, uno per parte). Quello che ha significato per il resto del mondo, è stato contrapposizione: due mondi in antagonismo, faccia a faccia più che in ogni altro luogo, e a Berlino la Guerra Fredda è stata al suo culmine. Oggi è forse fin troppo facile prendere le parti dei tedeschi dell’Est quali povere vittime dello stalinismo, mentre a Ovest era tutto bello e meraviglioso. Le tensioni tra le due Germanie sono state frutto delle politiche reciproche: se il Muro è stato costruito, è anche perché chi doveva opporsi a Ovest ha preferito lasciar correre, perché conveniva all’assetto internazionale che andava creandosi, all’interesse geopolitico che spesso ha soppiantato la giustizia morale della lotta politica. Specularmente, chi ha deciso per la costruzione del Muro lo ha fatto per un interesse pratico immediato prima che ideologico, ossia di fermare l’emorragia di migrazioni verso Ovest che stavano prosciugando le forze sociali della Republica Democratica Tedesca, ritrovandosi con sempre meno professionisti, lavoratori specializzati e intellettuali. Certamente, meglio sarebbe stato migliorare le condizioni di vita per convincere a non migrare, piuttosto che piazzare torri di guardia e campi minati. Soprattutto se si guarda alle risorse spese ogni anno per implementare l’efficienza mortale dei confini: un fiume di denaro che, se reindirizzato al miglioramento del tenore di vita, avrebbe probabilmente reso meno appetibili fughe rischiosissime e sempre più elaborate.

Comunque, la caduta del Muro di Berlino è un evento che ha segnato uno spartiacque tra ciò che si era prima e ciò che stiamo diventando oggi. Personalmente, ora che non sono più uno stalinista, riconosco la bontà dell’accaduto, perché socialismo e comunismo, anche nel più grande scontro col capitalismo, non possono diventare la giustificazione per dividere, costringere, opprimere, imbavagliare, incatenare e uccidere il popolo che dovrebbero invece liberare.
In passato mi persuasi, addirittura, che tutta questa sofferenza per quel popolo diviso fosse una sorta di retribuzione storica per la catastrofe del nazismo, una umiliazione dello spirito nazionale germanico, un feroce dilaniare la terra della Soluzione Finale e della “razza ariana”. Poi capii che questo implicava che il comunismo fosse in sé una punizione, non una liberazione, e che le colpe dei padri ricadono su figli i quali, probabilmente, hanno tutt’altre questioni da affrontare.

La DDR era un mostro? Per molti versi sì. Da ciò che se ne conosce, era un luogo soffocante di oppressione e repressione, la gente era spiata fin nelle proprie case, per strada c’erano persino altoparlanti che recitavano i dettami dell’ortodossia marxista-leninista e la STASI, la polizia politica, faceva sparire tutti i dissidenti senza pensarci un momento. Forse era soprattutto questo, ma non era soltanto questo: era pur sempre una nazione fatta di persone in carne e ossa, che come tutti noi viveva la sua vita e, oltre alla sofferenza, aveva la sua parte di gioia e di intimità. Fondersi con la BDR ha portato loro tutto il bene e tutto il male del modello occidentale, spazzando via quella che a tutti gli effetti era una nazione a sé stante. L’ex Germania dell’Est non si è integrata, è stata semplicemente inglobata, con conseguenze pesanti la cui influenza è forte, nell’economia interna come nella cultura.

Per concludere, dato che ho sonno e sono stanco, vi indico qualcosa da vedere. Due film sono molto belli: uno è Goodbye, Lenin!, una commedia un po’ dolce e un po’ amara sulla riunificazione vissuta da un ragazzo la cui madre, convinta comunista, è in coma durante la svolta epocale; al suo risveglio lo shock potrebbe ucciderla, cosicché il ragazzo tenta di ricostruire la DDR nella stanza da letto in cui la madre è costretta, inventandosene di tutti i colori pur di nasconderle la verità. L’altro film, drammatico, è Le vite degli altri, storia di un integerrimo poliziotto della STASI che sorveglia uno scrittore dissidente, le cui vicissitudini lo fanno ricredere su molte convinzioni ideologiche, mentre sullo sfondo si delinea l’immagine di una dittatura ottusa e violenta. Infine, Berlino: il sesso e il Muro, un documentario sulle differenze di mentalità sessuale tra le due Germanie: mentre all’Ovest la sessualità è vissuta come commercio e competizione, con pornografia, ansie da prestazione e un po’ di vergogna, all’Est tutto è basato sul dialogo e sull’analisi psicologica del desiderio e delle pulsioni, col risultato che pur essendo vietata la pornografia, la gente parla di sesso senza pudori e lo vive, anziché cercarlo spasmodicamente (e il naturismo diventa un fenomeno di massa!).

Detto questo, auguri a Berlino e buonanotte a tutti.


Sulla possibilità della Rivoluzione

Oggi è il novantasettesimo anniversario della Rivoluzione russa. La rivoluzione, come concetto, sta rapidamente tramontando nelle forme insurrezionali che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, lasciando il passo a “microresistenze” diffuse, imperniate sulla contingenza e portate avanti da soggetti temporanei. Tuttavia la rivoluzione ha avuto forme diverse durante tutto il periodo moderno, e i grandi successi sono stati preceduti e seguiti da numerosi, tragici fallimenti. Per commemorare questa ricorrenza, voglio segnalare un testo di Engels, l’Introduzione all’edizione del 1895 a Le lotte di classe in Francia di Marx (scritto nel 1850), in cui l’ormai anziano pensatore esamina non solo il testo dell’amico, ma la possibilità di future rivoluzioni e della continuità della lotta politica per una società nuova, nonostante i fallimenti. Lascio pertanto il link alla pagina del Marxist Internet Archive (in italiano).

Introduzione a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

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Breve storia delle bacchette cinesi e giapponesi

Le bacchette sono nate circa 5.000 anni fa in Cina, quando i commensali affamati, per prendere il cibo dai calderoni roventi, staccavano ramoscelli dagli alberi per afferrare le verdure o i brani di carne.
Intorno al 400 a.C., tra l’aumento della popolazione e la diminuzione delle risorse, si avvertì la necessità di consumare meno legna nella cottura dei cibi, così si sminuzzavanogli ingredienti per poterli cuocere più velocemente; ciò non rese più necessario l’uso del coltello a tavola, così le bacchette divennero di uso abituale. Si dice che persino Confucio le usasse in sostituzione del coltello perché era vegetariano e non voleva pensare neanche lontanamente al macellaio. Intorno poi al 500 d.C., le bacchette si diffusero in Estremo Oriente a partire dall’attuale Vietnam, alla Corea, al Giappone.

I materiali per costruirle sono diversi: il più usato è il bambù perché non è costoso, si trova facilmente, si lavora altrettanto facilmente e resiste molto bene al calore; inoltre non ha un particolare odore o sapore. Altri materiali sono il legno di tek, cedro, pino o sandalo; anche l’osso è usato, mentre un tempo i più ricchi usavano bacchette in oro, argento, bronzo, giada, corallo, agata, avorio, ottone. I giapponesi furono i primi a laccarle, rendendole lucide e tuttavia maneggevoli.

La differenza tra le bacchette cinesi e quelle giapponesi risiede sia nella forma che nelle dimensioni: le cinesi hanno sezione rettangolare, la punta smussata e sono lunghe circa 22,5cm; le giapponesi hanno la sezione tonda, sono appuntite e la lunghezza varia per uomini e donne (20 cm per lui, 17,5 per lei).

Curiosità: in un primo tempo i giapponesi utilizzarono bacchette a forma di pinza, con i due “ramoscelli” di bambù uniti alla sommità, per poi cominciare a fabbricarle separate a partire dal XVII secolo.
Riguardo alle bacchette in argento, vi era la convinzione diffusa che quel metallo cambiasse colore, divenendo più scuro, a contatto con cibo avvelenato; oggi si sa che l’argento non reagisce all’arsenico o al cianuro, bensì a cipolla, aglio e uova marce (per via dell’acido solfidrico del metallo).

La lezione è finita, andate in pace.


The Art of Dying

“Empty yout mind. Be formless. Shapeless. Like water: now you put water into a cup, it becomes the cup; put it into a tea pot, it becomes the tea pot. Now water can flow, or creep, or drip, or crash. Be water, my friend.”

“Like everyone else, you want to learn the way to win. But never to accept the way to lose. To accept defeat. To learn to die, is to be liberated from it. So when tomorrow comes, you must free your ambitious mind and learn the art of dying.”


I nemici di Bond. James Bond.

Qualche giorno fa è morto Richard Kiel, interprete del famoso nemico di 007 “Squalo” (“Jaws” in originale), gigantesco e indistruttibile killer a pagamento, dotato di una spaventosa dentatura di metallo. Avevo già annunciato un secondo articolo sulla più longeva saga cinematografica di sempre, concentrandomi sui villain, che tra menti criminali e letali tirapiedi (henchmen) sono forse l’aspetto più intrigante della serie. Neanche a farlo apposta, il mio preferito sin da ragazzino era proprio Squalo, quindi dedico alla memoria di Kiel queste nuove valutazioni su Bond, James Bond.

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“Senza Golia, Davide è solo moccioso che tira sassi”. Questa grande verità, racchiusa in una battuta di Billy Cristal nel film My Giant,  è l’essenza del conflitto tra buoni e cattivi in ogni opera letteraria, cinematografica e televisiva. Senza un antagonista degno di questo nome, che rispetti il minimo sindacale indicato dallo Schema di Propp e faccia sudare la vittoria al protagonista, non ci sarebbe un solo vero eroe d’azione. E per 007, tanto nei romanzi quanto soprattutto nei film, di antagonisti con le “palle” ce ne sono a bizzeffe. In effetti, contando anche alcuni tirapiedi di particolare levatura, ce ne sono un po’ troppi per esaminarli tutti. Quindi parlerò di quelli che preferisco, la mia “top ten”, per così dire. Bene, ora si sieda, 007Continua a leggere


Chiudere i conti con George Lucas

George Lucas è riuscito, nel giro di pochi anni, a inimicarsi gran parte dei suoi fan. Ma come tutti i grandi, è sempre seguitissimo e non manca di fare milioni e milioni di dollari con ogni sua mossa. Ho visto un documentario che spiega tutte le critiche mosse a Lucas dagli innumerevoli fan di Guerre Stellari. In sostanza, lui ha “osato” rimaneggiare i suoi capolavori, modificando scene e dettagli, aggiungendo effetti e sostituendone altri, fino a cambiare in alcuni punti la sostanza dei film. Ma la cosa più “ignobile”, quella che ha scatenato la furia dei fan, è stata la decisione di negare la ristampa delle versioni originali, obbligando il mondo a non vedere mai più i film usciti al cinema dal ’77 all’83, nella forma in cui hanno conquistato milioni di cuori e influenzato l’immaginario collettivo.

Le modifiche sono parecchie e sarebbe lungo elencarle (come esempio, godetevi il video qui sopra e recuperate gli altri dello stesso autore), ma posso citare la scena di Han Solo nel bar di Mos Eisley: nella versione originale, quando sta per uscire dal bar, viene fermato da un emissario di Jabba The Hutt che lo minaccia con una pistola; si siedono a un tavolo, scambiano un paio di battute poco simpatiche, e poi Han gli spara a tradimento da sotto il tavolo, uccidendolo. Nella versione modificata, è l’alieno a sparare per primo, con un orrido effetto grafico che fa spostare la testa di Han dalla traiettoria del laser. Questa modifica è sostanziale, perché fa apparire la sparatoria come autodifesa di Han, come se fosse stato costretto. Ma non è così: Han spara per primo perché è un individuo pericoloso, pronto a far del male, e non potrebbe essere altrimenti, visto il mondo criminale in cui vive. Lucas ha preferito edulcorare la scena per i bambini? Forse. Ma non mi pare che nessuno sia rimasto traumatizzato dall’originale.

Io, che adoro quella saga meravigliosa, ho da dire un paio di cose. Continua a leggere


Ember of Rage


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