Sulla ‘mascolinità tossica’

kothoga statua 3

Ieri ho visto un episodio di Law and Order – Special Victims Unit, in cui un ragazzo quindicenne viene violentato dal padre come “punizione” per non essere riuscito a sparare a un coniglio, durante una battuta di caccia organizzata come rito di passaggio. L’episodio, in due parti, cerca ci sottolineare la differenza tra un’educazione volta a rafforzare il carattere, e la forzatura per costringere ad assumere atteggiamenti da “vero uomo”, che si riassumono in modi di comportamento prevaricatori, aggressivi e spietati. Il fulcro è l’idea di mascolinità propagandato da una concezione dell’uomo come guerriero, pistolero, spadaccino, cacciatore, che beve whisky al bar con gli altri uomini, vantandosi delle sue conquiste sessuali e di come ha vinto in una rissa. Perché se si stende un altro uomo per una parola storta, si hanno “le palle”; se si importuna una donna con fischi o pacche sul culo, si è macho. Tutto ruota su questa idea distorta, per cui essere un “vero uomo” vuol dire prevaricare, primeggiare sconfiggendo tutti gli altri; e se qualcuno non ci riesce qualunque ne sia il motivo, se non spara al coniglio/alce/orso, se non si porta a letto tutte le donne che conosce o che gli capitano a tiro, se non distrugge chiunque gli sbarri la strada – allora è una femminuccia, un fallito senza coglioni, un frocetto (da qui, nell’episodio citato, lo stupro punitivo del figlio non conforme, fottuto come una femmina, ridotta a simbolo di inferiorità e debolezza).

Io ho sempre pensato che essere uomo è molto più che essere semplicemente maschio, inteso nel senso animalesco del termine. Per me, essere uomini ha a che vedere con la responsabilità, il lavoro, il coraggio e la forza caratteriale per affrontare la vita, per elaborare le emozioni e per reagire nel modo più razionale e giusto. Per me è questo il senso della virilità. Ma questa mascolinità tossica, che si basa sull’aggressione e l’umiliazione, alla fine riduce gli uomini a sagome ritagliate meccanicamente, il cui scopo principale è di ostentare la propria mascolinità stereotipata, secondo i canoni decisi da una maggioranza amorfa di altri uomini. Tale ostentazione è obbligatoria e deve essere costante, pena l’etichetta di pappamolle e la conseguente esclusione dal gruppo; così come è necessario il rito di passaggio per entrarvi, diviene necessaria la punizione umiliante per esserne espulsi.

Tempo fa ho letto un articolo di Henry Rollins, una recensione a un libro di un uomo che è stato allevato secondo questa immagine folle del maschio “alpha” (che tra l’altro è una cretinata integrale, derivata da osservazioni etologiche sul comportamento dei lupi, poi smentite e riviste dallo stesso etologo che le aveva inizialmente realizzate); Rollins dice che il modello impone agli uomini di essere tipi “forti e silenziosi”, senza dover mai esprimere le proprie emozioni, anzi reprimendole, a eccezione della rabbia che, confusa con la forza, diventa un uragano autodistruttivo, portando gli uomini al collasso psicologico. E questo, detto da un uomo mascolino e aggressivo come Rollins, fa una certa impressione.

La cosa sta diventando nota anche da noi, ma ritengo che il contesto europeo sia, mutatis mutandis, meno “spietato” di quello americano, in quanto negli USA tutta la cultura e la sfera sociale sembrano stimolare proprio questo modello maschile tossico: la competizione in tutti i campi, l’individualismo rampante, il mito della frontiera (far west, lottare contro le avversità, difendersi da soli ecc.) e altre questioni come – ebbene sì – il capitalismo predatorio e la diffidenza verso forme di solidarietà sociale più organizzate della pura filantropia. Tutto sembra dare spago all’idea di un mondo così duro e crudele e difficile, che mastica e sputa le persone senza pietà né remore; per cui non puoi permetterti di essere debole, devi combattere come nello stato di natura, devi conquistare, uccidere, distruggere, prevaricare, sottomettere, dominare (e fregare), altrimenti farai la stessa fine. Il conservatorismo morale si salda con l’ideologia neoliberista.

In Europa ci sono idee simili e il conservatorismo è a tratti persino più retrogrado, le caratteristiche del maschilismo sono essenzialmente le stesse, ma ancora esiste un sostrato di mutuo soccorso, almeno al livello morale, che si esprime genericamente nei rapporti familiari e nella (residua) assistenza sociale. Questo rende il problema relativo più alla violenza di genere che alla psicologia maschile, nel senso che la mascolinità tossica sembra esprimersi più nella difesa, anche violenta e irrazionale, di ruoli di genere ormai superati, ovvero nella strenua difesa di ciò che viene messo in dubbio nei rapporti, piuttosto che ella formazione di “guerrieri” pronti a tutto pur di vincere. Non credo di riuscire a esprimermi meglio, è una questione di qualità della tossicità, non della quantità di problemi che crea. Quest’ultima, purtroppo, è la medesima.

Forse è il caso di rileggersi un paio di libri ormai famosi sulla questione emozionale, ossia Intelligenza emotiva, di Daniel Goleman (scritta in un periodo in cui quella repressione emozionale americana stava producendo ancor più depressione e violenza, non solo tra gli uomini ma in generale); e il più leggero Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, di John Gray, sui rapporti di coppia (che mette sul piatto della bilancia i differenti approcci di uomini e donne alle relazioni affettive e quotidiane – i cui meccanismi si ripropongono, mi pare di poter dire, in ogni tipo di coppia). Due libri secondo me interessanti, che ho solo sfiorato negli anni, ma vorrei ora approfondire, perché penso che gran parte dei problemi di identità, ruoli e violenza di genere siano dovuti alla pervicace mancanza di educazione sessuale, sentimentale ed emozionale nella nostra cultura, specie in Italia, che è al primo posto per turismo sessuale e sfruttamento della prostituzione (e non venite a dirmi che questo non è un chiaro sintomo di disadattamento).

L’ultima considerazione che mi viene in mente ora, è che la mia idea di virilità è in effetti coincidente con l’adultità (sì, la parola esiste, anche se poco usata) e può essere estesa all’essere umano in generale, quale ne sia il sesso o la tendenza, che spesso resta immaturo, eterno adolescente irresponsabile e incapace di affrontare il mondo.

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basti sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

6 responses to “Sulla ‘mascolinità tossica’

  • Diana

    Non so se ti è capitato di leggere in questi giorni, i commenti di Achille Lauro a proposito della famosa tutina e tutto il resto.
    A prescindere dal gusto personale, sia musicale che estetico, le parole di Lauro, sono passate in modo sbagliato. Lui dice una cosa davvero potente, peccato che lo faccia da Sanremo (che non seguo ma leggo i giornali).

    Dice:

    “Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. Anche gli ambienti trap mi suscitano un certo disagio: l’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto.
    Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza.
    Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo che sono diventato una signorina.”
    (Achille Lauro)

    Torno a sottolineare: a dispetto dei gusti personali, ha centrato perfettamente il punto. Il maschio alfa (e qui vien di sputare), è distruttivo comunque lo si veda, per quanto riguarda l’educazione. Può essere vincente in altro, ma per quanto riguarda i sentimenti, è paragonabile solo al narcisista patologico.

    • GoatWolf

      Non avevo letto la sua dichiarazione, ma concordo con te, ha centrato il punto. Mi è capitato di essere considerato io stesso qualcosa a metà tra un bamboccio e una femminuccia, solo per avere modi gentili e non infilare una parolaccia in ogni frase. Ancor di più per non usare i gay come termine insultante (su questo ci ho dovuto lavorare, perché sono cresciuto in un ambiente dove i “ricchioni” erano roba di cui ridere – non da odiare né pestare, ma da sbeffeggiare sì). Eppure ho sempre avuto la sensazione che chi mi esortava a essere più scurrile e scorretto, in qualche modo stesse esortando se stesso. Proprio come dici tu, questa storia va al di là dei gusti personali: a me può sembrare brutto lo stile di Lauro, ma se lui si sente bene così, se si sente realizzato e felice, saranno affari suoi? Perché dovrebbe importarmene? Che razza di minaccia sarebbe mai, alla mia mascolinità, la tolleranza della sua tutina? Ma vado oltre: la descrizione che fa degli uomini, che poi è purtroppo l’uomo medio, è la stessa che farei io. Bestie, non uomini, gentaglia che segue solo la punta del proprio cazzo.

  • Diana

    Io sono veneta, e da noi si usa “hoy ghey” come appellativo tra il divertito e la presa per i fondelli. E “reciòn” è ancora usato per offendere. Se ci aggiungi che sono l’unica donna in un ambiente maschile e testosteronico, il gioco è fatto.
    Quando ho iniziato il progetto di scrittura del libro che tento di scrivere, il mio personaggio, inutile dirlo, ero io. E appunto racconta di questo mondo maschile ma è più corretto definirlo maschilista e ignorante, con la quale vado in contatto.
    Ma per me è facile. Sono una donna, mediamente intelligente (ci vuol poco dunque a batterli) e istruita. Sono di parte appunto.
    Interessante invece è il tuo punto di vista perchè è quello di un uomo tra maschi che giocano a chi ce l’ha più lungo.
    Io sono una partita persa, ma tu no. Hai un mezzo potente per spiegare perchè gli uomini sono meglio dei maschi.
    In quanto alle donne, prima comprendono che gli altri, uomini etero e omosessuali, sono i nostri necessari alleati, prima riusciranno a vincere la guerra di genere. Ma finchè non sono le prime a educare i figli alla gentilezza, alla parità, e in definitiva al femminismo (ovviamente quello colto ed evoluto), accettando anche la controparte femminile (dunque sensibile, emotiva, gentile e profonda) di un uomo (sia esso etero o gay o fluido), niente cambierà. O forse per tornare sempre al mio amato Gattopardo, perchè niente cambi, deve cambiare tutto.

    • GoatWolf

      Sai, è la prima volta che capisco davvero questo discorso. Intendo dire che è la prima volta che colgo la portata della questione, diversamente dalle centinaia di appelli e inviti rivolti agli uomini ad assumere il punto di vista femminista. E non parlo di quello colto ed evoluto, ma quello militante da manifestazione di piazza, che di solito ottiene il risultato contrario.
      Ti devo dire che tra i molti progetti di libri mai scritti (ossia tutti quelli che ho ideato), ne avevo uno riguardo proprio all’essere uomini, a cosa significa diventarlo, costruirsi un carattere e una ragione realmente “forti”, a sufficienza da sapere come comportarsi, invece di essere talmente in balia degli eventi da non trovare altra strada che fare a pugni. O adeguarsi alle stronzate delle riviste maschili (tutte auto-palestra-donne). Forse dovrei riprenderlo, pensare a ciò che è valido e ciò che non lo è nelle teorie dell’adultità, dell’etica, della coscienza di sé ecc., in rapporto alla costruzione della propria identità psico-fisica. Di genere, certo, ma come accennavo, applicabile in realtà a chiunque.
      Perché un’altra cosa che penso è che bisogna prepararsi a vivere in un mondo effettivamente ostile; qualunque cosa si voglia essere, si senta di essere, bisogna lavorare duro per esserlo, e resistere agli attacchi. A un ipotetico figlio o figlia (soprattutto a questa), direi, per esempio: “sei omosessuale? Allora non permettere mai a nessuno di dirti che sei sbagliata, impara a mantenere fede a te stessa, e impara il karate per difenderti”. Non importa cosa si è, ma come si è. Lauro, ripeto, ha tutto il mio rispetto per la resistenza all’ostilità che subisce. Questo mi pare da uomini, adulti e responsabili.
      L’eterno adolescente di cui parlavo è invece la norma, perché solo un adolescente immaturo può essere così insicuro da ostentare ciò che non ha, sembrare ciò che non è e reagire male se qualcuno lo mette in discussione. I “cinquantenni disgustosi” sono quelli che non sono mai usciti dagli schemi giovanili (ma direi proprio infantili) di maschi-contro-femmine, gnè-gnè-gnè, dammela-e-non-rompere-i-coglioni.
      Solo che per far breccia, eh, bisogna usare un linguaggio “da maschi”; se si comincia col patriarcato e i sentimenti, ciao. Questo, le mie amiche femministe non lo capiscono.

      P.S. – Mi ha fatto tornare in mente una barzelletta raccontatami da una conoscente veneta, o giù di lì; vado a memoria perciò perdona l’assassinio del tuo dialetto. Un ragazzo va dal padre e gli dice “papà, devo confessarti una cosa: sono gay”; il padre lo guarda stranito per un momento, poi gli chiede “gheto uno yacht?”, “no”, “gheto un reoplano?”, “no, papà”, “gheto tanti schei?”, “ma no, papà!”, “e allora, figlio mio, tu non sei gay. Te si cula!”.

      • Diana

        C’è su FB un mio concittadino che posta video esilaranti sulla venezianità.
        In uno in particolare si rivolge ai genitori di un ragazzo dicendo:
        Vostro figlio, ieri sera mi ha confessato, mentre bevevamo uno spritz, che aveva paura di dirvi che è gay, che temeva che non l’avreste capito. Ma signori… non preoccupatevi, è gay non astemio!
        Te l’ho scritta in italiano, ma fa ridere lo stesso.
        In questa italietta bigotta, ogni scardinamento delle regole dettate dall’oscurantismo intellettuale, meritano un sonoro calcio in culo.

        Il femminismo ha bisogno di un ricalcolo, di ritrovare fondamenta, fondamenti e cultura. Evolversi, imparare ad essere nuovamente arma. E finchè il femminismo rimane retaggio di una delle tante gabbie politiche, non smette di essere politico e diventa attivo, libero per liberare, rimarrà una delle tante bandierine isolate, guardato con la tenerezza con cui si guarda la vecchia bandiera del partico comunista o la maglietta del Che.

      • GoatWolf

        Hai ragione; ricordo un annetto fa il servizio al telegiornale su una grossa manifestazione femminista, e una intervistata (giovane, tra l’altro) se n’è uscita con un linguaggio da sociologa degli anni Settanta che, seppur condivisibile nel contenuto, faceva un effetto stranissimo e sembrava fuori dalla realtà. D’altro canto, la radicalità attuale è di per sé “intersezionale”: in effetti, la sensazione che ho riguardo al femminismo è che si sia installato in una serie di lotte e di rivendicazioni mai considerate prima. In parte è giusto: una donna nera e omosessuale può soffrire una triplice discriminazione. Ma insistere su questa intersezionalità come qualcosa di predominante “relega” il femminismo a componente della sinistra radicale. Il che sortisce persino effetti indesiderati: le donne recentemente arrivate in posti di potere nell’Unione Europea non sono state considerate una vittoria perché sono conservatrici.

        Per l’umorismo dialettale, ci sono cose insuperabili 😀

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