Appunti teorici su Toni Negri

Antonio Negri è probabilmente il più lucido e fecondo autore di stampo marxista nel panorama degli intellettuali italiani contemporanei. La linea di produzione teorica da lui sviluppata negli ultimi anni insieme a Michael Hardt, a partire da Impero – influenzata dagli studi su Spinoza e Nietzsche, pregna di suggestioni derivate da Deleuze e Guattari – tenta di trasportare il comunismo nell’era globalizzata rinnovandone il significato, in senso letterale. Ora l’alternativa sociale è il comune, ossia l’insieme complesso dei bisogni, delle capacità, della produzione biopolitica degli individui; pertanto, essere oggi “comunista” non si risolve più nell’adesione a un partito specifico, o a una ideologia più o meno ortodossa, bensì nel lavorare al raggiungimento della vita in comune, al di là del pubblico e del privato.

Secondo Negri, la differenza tra il socialismo del XX secolo e le nuove direzioni dei movimenti odierni consiste proprio nel rapporto politico con quelle due sfere: nell’esperienza novecentesca si è confuso il comunismo con il pubblico, sostituendo la proprietà privata con quella statale. In questo modo si è costruito un capitalismo di stato (il socialismo reale), oppure si è favorita la nascita di gestioni statali del welfare, delle pensioni ecc., arrivando a stringere alleanze con imprese e compagnie assicurative. Uscire da questo equivoco e superare il binomio pubblico-privato significa ridare senso e priorità politica a ciò che è comune, ai beni comuni, agli spazi comuni, come progetto e prospettiva di fronte al modello economico unico globale e alla crisi profonda della sinistra istituzionale. L’alternativa ai tentativi liberal-socialisti di quest’ultima è il movimento senza partiti, un comunismo come corrente di pensiero e progetto immediato, anziché come apparato politico organizzato.

Ciò che concerne il comune, inteso come categoria, e l’idea di alternativa politica a esso riferita, va iscritto nel rapporto tra impero e moltitudine. Per quanto riguarda il primo concetto, è bene tener presente che per Negri (e Hardt) non si tratta di un sinonimo di imperialismo, con una nazione a capo di una sfera d’influenza geopolitica: l’impero indica il mondo globalizzato, l’insieme dei rapporti economici e quindi politici nel cui ambito avvengono i fatti storici e quotidiani; è lo status quo, un dato di fatto, multicentrico e senza confini delineati perché, mi viene da dire, è a suo modo preterintenzionale. Nel suo ambito, e potenzialmente contro di esso, si muove la moltitudine, altra categoria un po’ difficile da delineare, se non partendo dalla distinzione che Negri fa tra questa e la massa: quest’ultima è una informe, indistinta adunata di persone schiacciate e private della propria individualità, prese come numero e non come singole realtà aggregate. La massa è reazionaria, funzionale al dominio politico ed economico del capitale.

Una tale visione rispecchia, a mio parere, la natura della società di massa, fondamentalmente unidimensionale, in cui si contrappongono libertà individuale e tendenza all’omologazione. Ciò crea un paradosso: la tanto esaltata specificità individuale, formalmente garantita e incoraggiata, in realtà viene umiliata in maniera costante dalla propaganda di modelli da seguire, cui conformarsi per soddisfare le proprie carenze (talvolta persino indotte).

La moltitudine, al contrario della massa, è l’insieme delle singolarità, non schiacciate né omologate, libere ed espressive nella loro produzione di idee, di modi di comunicare, di risoluzione dei problemi, ecc.. L’individuo, così recuperato nella sua dimensione sociale, è un soggetto la cui vita è pervasa e afflitta dal biopotere,cioè dal carico di pressione concreta esercitata dal potere economico e istituzionale sulla vita quotidiana, pratica, intellettuale e sentimentale. Nella moltitudine ogni individuo è tale, in quanto porta la sua produzione di vita a contatto con quelle altrui, in un vortice comunicativo interrelazionale che apre alle forme del comune. In questo mi sembra di ritrovare, in versione radicale, alcune idee liberali di John Dewey, sebbene questi si muovesse nell’orizzonte della democrazia rappresentativa vista da una posizione liberal-socialista, mentre Negri rifiuta la mediazione istituzionale tra interesse pubblico e interessi privati. D’altra parte, le contraddizioni sociali da cui era sorto il modello redistributivo socialista del secolo scorso sono in gran parte scomparse: fine della classe operaia, fine della fabbrica fordista, fine di quella specifica forma di lotta di classe; l’apparato di rapporti sociali che costituiva la ragion d’essere del comunismo novecentesco è stato smontato e sostituito dai meccanismi della globalizzazione. Le conclusioni di Negri si possono condividere o meno, possono essere tacciate di essere una forma di anarchismo, o di accettare le premesse della globalizzazione giustificandole in vista della loro critica politica, ma la crisi dei modelli rappresentativi legati a quel contesto scomparso è evidente e inevitabile.

***

A seguito dell’articolo sul pensiero unico, credo di dover aggiungere ancora una cosa. Questi appunti teorici risalgono a qualche anno fa. L’incontro con le idee di Negri e Hardt è avvenuta in un periodo in cui nutrivo molti dubbi in merito alla relazione tra individuo e collettività. Tentativi filosofici piuttosto goffi li avevo fatti nella conciliazione di Marx con Nietzsche, “dioscuri” della modernità, aggiungendo in seguito Dewey come una sorta di mediatore; mi ero già liberato dell’entusiasmo adolescenziale (pseudo-nostalgico?) per l’esperienza comunista del secolo scorso, principalmente sovietica, senza però trovare un modo efficace, dal punto di vista teorico, di conciliare la mia esigenza di libertà individuale con la necessità della vita collettiva. Tutto sembrava ridursi a un aut-aut e, in forme diverse, l’articolo che precede questo è una riproposizione di quei dubbi sull’impossibilità di attuare un comunismo che fosse liberatore attraverso l’uguaglianza. L’unico vero antidoto alla crisi di idee (e forse di valori) è lo studio: Marx, Gramsci, Negri, la Scuola di Francoforte, Zizek e molti altri, sono il crogiolo in cui forgiare gli attrezzi che servono a liberare la mente. E’ vero, come diceva Marx, che l’arma della critica non può battere la critica delle armi (ossia la teoria pura non raggiunge i risultati dell’azione concreta), ma di questi tempi è necessario fare un passo indietro e ricostituire un orizzonte teorico che incanali le azioni, e non è impresa da poco, perché nella società dell’informazione e della conoscenza l’unica cosa cui non si dà valore è il pensiero critico.

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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