I miei dischi dei Sepultura

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Se oggi sono un fan del metal estremo, lo devo a gruppi come i Sepultura e i Pantera. Credo che gran parte dei ragazzi degli anni Novanta, di quelli interessati al metal, debbano proprio a loro l’iniziazione alle forme più dure di un genere già duro di suo. Perché i loro nomi andavano per la maggiore e non si poteva evitare di accostarli ai Metallica, ai Motörhead o agli Slayer. All’epoca, però, io avevo ancora i miei limiti: una musica che sembrava solo fracasso e urla gutturali, come se il cantante avesse problemi di stomaco, beh, non mi pareva allettante. Per nulla.

La prima canzone che ascoltai dei Sepultura fu Ratamahatta, grazie al video che girava sui canali musicali dell’epoca (in particolare TMC2, chi se lo ricorda?), e non era certo una loro canzone tipica; in effetti fu proprio la particolarità di questo brano a farmi interessare, perché non era “inascoltabile”.

Comprai il disco, e il mix di suoni estremi ed elementi tribali fu così interessante che continuai con Chaos A.D., ancora meglio, e poi Arise. Questo invece fu troppo per me. Lo accantonai, eppure… Eppure, in seguito, fu proprio la title track a tornarmi in mente più spesso. Così continuai. Insomma, con i Sepultura ho fatto quasi un lavoro archeologico, andando a ritroso nella loro storia dagli album più orecchiabili a quelli più estremi. Perciò posso ben dire che mi abbiano condotto loro verso generi che prima snobbavo. (Con i Pantera, di cui parlerò in futuro, è avvenuta una cosa simile e contraria: volendo cose estreme, li ho conosciuti con The Great Southern Trendkill, per poi andare a ritroso e arrivare ai loro album meno estremi).

Bene, come procedere? In ordine cronologico o in ordine archeologico? Beh, in questo caso dire che va bene il secondo, per seguire lo stesso percorso che feci allora. Vamos detonar essa porra!

Il primo album che comprai fu Roots, o per meglio dire, The Roots of Sepultura (1996), che era una versione su doppio cd: il primo contenente l’album originale, il secondo una gran quantità di materiale inedito e raro (poi inserito nei remaster del ’97 dei vari album vecchi). La cosa, al primo ascolto, mi generò una confusione totale: gli intelligentoni del packaging non misero sul retro la lista delle canzoni di Roots, ma solo la lista del cd 2, e nel libretto misero una selezione di testi anziché tutti; il risultato fu che non ci capii una mazza, attribuendo alle canzoni del cd 1 i titoli sbagliati, senza trovare ciò che cercavo e credendo, per esempio, che la cover di Orgasmatron fosse assurdamente differente dall’originale (in realtà si trattava di Cut-Throat). Chiaro che ero inesperto e sciocco io per primo, non essendomi accorto che sul retro c’era scritto in realtàdisc one: Roots; disc two: The Roots of Sepultura” e lista a seguire. Ma ok, poco dopo riuscii a schiarirmi le idee e tutto tornò a posto. Al di là di questa confusione, il primo impatto fu molto positivo: Roots Bloody Roots e Attitude sono canzoni fantastiche, oltre alla citata Ratamahatta (in una versione leggermente diversa da quella del video) e altre più sperimentali come Itsári, realizzata con gli indios (appunto, le “radici” di cui parlano), e la strumentale Jasco.

Come dicevo, avendo apprezzato quello che all’epoca era l’ultimo album appena sfornato, proseguii con Chaos A.D. (1993), un disco che ora posso definire molto originale e di cambiamento, più orecchiabile (non posso dire “melodico” perché sarebbe troppo) e certamente più politico nei temi, come dimostrano Refuse/Resist, Territory e Slave New World. Interessante la strumentale Kaiowas, che anticipa le sonorità di Roots. Altre da segnalare sicuramente sono Biotech is Godzilla, con i suoi cori; We Who Are Not As Others, con un testo di un solo verso; la tosta Manifest e la melodica (questa sì, molto) The Hunt. Da notare che all’epoca si potevano ritrovare nei videogiochi molti richiami al metal, e nel trailer di Duke Nukem: Time to Kill (presente nel gioco Rogue Trip) si poteva ascoltare una cover strumentale proprio di Refuse/Resist. Due mondi che si incontravano, due mondi che io abitavo.

Poi, da bravo collezionista compulsivo, comprai Arise (1991). Come ho detto, d’impatto non mi piacque. Troppo rumoroso, troppo confuso (almeno mi pareva esserlo), troppo estremo, con quella specie di TRR-TRR-TRR-TRR in cui quasi non riuscivo nemmeno a distinguere la chitarra dalla batteria. Pensai di aver sprecato soldi e, mentre non avessi trovato qualcuno cui rivenderlo, sarebbe rimasto a prender polvere. Ora, io non so esattamente spiegare come e perché, ma la traccia omonima ricominciò a girarmi in testa poco tempo dopo, con una certa insistenza, e invece di essere l’ennesimo fastidio della canzone brutta che ti si appiccica al cervello, diventò qualcosa di gustoso, gradevole e “adatto”. Rispolverai l’album e gli diedi una seconda chance; incredibile! Ora sentivo la melodia e l’energia, con capolavori come Dead Embryonic Cells e Desperate Cry, creando dei muri di suono dalla quarta traccia in poi. Un’anticipazione delle sonorità di Chaos A.D. c’è in Altered State e, direi, in Under Siege (Regnum Irae). I temi principali sono disperazione e morte, ma i contenuti politici sono già rintracciabili. Azzardo una “migliore qualità di produzione”, ma di questi aspetti non ne capisco nulla, quindi…

Da qui, non si trattò più di compulsione, volevo coscientemente tutto dei Sepultura. Beneath the Remains (1989) è il predecessore di Arise e i due album potrebbero anche essere venduti insieme: un sound che più classico non si può, quello che li ha resi famosi, con temi esistenziali tendenti al politico, riff complessi e lunghe introduzioni. La traccia omonima e Inner Self sono due canzoni imprescindibili, ancora oggi suonate dal vivo; ma vanno ricordate anche Stronger Than Hate e Mass Hypnosis come momenti in cui non si cede di un passo (a proposito di muri di suono). Segnalo anche A Hora e a Vez do Cabelo Nascer, una cover (personalizzata, è chiaro) del gruppo Os Mutantes. Senza nulla togliere al resto della produzione tra gli anni Ottanta e Novanta, mi sento di dire che questi due album sono il picco della loro discografia.

Scavando e tornando indietro nel tempo, diventa evidente la regressione verso forme sempre più brutali. Schizophrenia (1987) è meno maturo, ma rappresenta il primo lavoro davvero personale del gruppo, il primo in cui il loro death metal si fa strutturalmente più complesso ed elaborato, dove diventa cioè evidente lo sforzo di creare un proprio stile. Citando Psycho nella Intro, si inizia con From the Past Comes the Storm, e si prosegue senza un attimo di respiro con To the Wall e Escape to the Void, per arrivare al brano magnifico e sontuoso, Inquisition Symphony, un “pezzone” che è stato pure splendidamente risuonato dagli Apocalyptica. Per il resto è tutto ottimo, ma non voglio piazzare l’intera track list, quindi  mi limito a segnalare Septic Schizo, che mi ricorda la colonna sonora del videogioco Doom (il primo, non l’attuale), e la seconda versione (migliorata) di Troops of Doom, che appartiene al loro esordio.

Esordio caratterizzato dalla stretta aderenza ai modelli che li spinsero a tentare la via della musica: Morbid Visions e l’EP Bestial Devastation, entrambi del 1985, che io trovai in un unico cd, sono materiale grezzo, brutale, da garage. Una musica primitiva che mescola death e black metal, a cominciare dai temi per finire ai suoni e al modo di cantare (che tra l’altro vedeva cimentarsi un altro cantante, Wagner Lamounier, prima del famoso Max Cavalera). Soprattutto in MV, le canzoni si somigliano un po’ tutte, iniziano diversamente ma poi arrivano alla stessa sezione, con lo stesso ritmo ecc.: oltre all’omonima, una classicissima black/death, segnalo Crucifixion e Funeral Rites. E come anticipato, anche la prima versione di Troops of Doom (io preferisco la seconda). Già le tracce di BD sembrano più complesse, pur rimanendo sullo stesso genere; cambiano di più, come si nota subito in Necromancer e Antichrist [quest’ultima diventerà negli anni ’90 Anticop, come protesta del gruppo per la violenza usata dalla polizia].

*

Ora, io non avrei finito, in verità; con la scelta dello “scavo archeologico”, per parlare dei pochi dischi che ho in più devo aggiungere una postilla. Devo completare il discorso anche perché in un altro articolo vorrei parlare dei dischi che ho sentito ma non possiedo.

Innanzitutto, ho la raccolta di materiale raro e dal vivo Blood-Rooted (1997), che fa il paio con il secondo cd di TRoS e assicura una collezione più che completa degli anni ’80-’90. Questo, nonostante il fatto che parecchio del materiale raccolto in questi cd sia stato poi inserito nelle versioni rimasterizzate degli album corrispondenti. E perciò rendendoli un po’ inutili, ma vabbe’.

Ho poi due dischi con il cantante attuale Derrick Green. Against (1998) lo ho apprezzato moltissimo, era l’esordio dopo la rottura e non mi fece rimpiangere il passato (non troppo). La title track già apre bene il disco, ma è Choke a mettere in moto il nuovo corso, che segue lo sperimentalismo di Roots e cerca nuove strade per un nuovo millennio. Per esempio la successiva Rumors mi fa pensare a tanta musica dei primi anni Duemila; così come Kamaitachi, che forse (dato anche l’artwork del disco) vuole rendere omaggio ai discendenti dei giapponesi in Brasile; o Reza, una delle rare volte in cui i Sepultura cantano nella loro lingua madre. Mi piace poi moltissimo la strumentale e melodica T3rcemillennium in chiusura, totalmente diversa dal resto, in cui si sentono parti di berimbau, bongo e violoncello.

Nation (2001) invece mi è sembrato piuttosto fiacco, anche se più elaborato; lo avevo comprato “a scatola chiusa” anche perché l’artwork era decisamente comunistoide, e io come un fesso abboccai, mentre la musica mi risultò noiosa – dopodiché, smisi di seguire i Sepultura. Si apre con Sepulnation, che non è male; e la brevissima Revolt sembra promettere bene, ma il resto del disco sembra seguire più che altro lo stile di Border Wars, che pure non è male, ma diciamoci la verità, dopo un po’ rompe i cosiddetti. Segnalo comunque The Ways of Faith, un brano molto lento, perché si può apprezzare il canto “normale” di Green: penso che lui non abbia una buona voce per il genere urlato, mentre va bene quando usa la sua voce normale (altro esempio, ma più “recitato”, è Politricks). I temi comunque sono molto impegnati e, con l’animo giusto, risollevano un po’ il disco.

Per quanto concerne la separazione e ciò che è avvenuto dopo, penso che Max Cavalera abbia fatto un ottimo lavoro col primo disco dei Soulfly, la sua prima nuova band, ma che poi sia diventato ripetitivo (sebbene la sua recente riunificazione col fratello Igor nei Cavalera Conspiracy non sia niente male). Certo, la rottura dopo Roots fu traumatica per la scena e per gli artisti stessi, sommandosi ad altre “delusioni”; comunque quel patrimonio di musica estrema resta intatto ed è una bella eredità.

Under a Pale Grey Sky, We Shall Arise!

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basti sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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