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A sinistra di che?

Di recente, la rediviva Unità ha ospitato un dibattito sul mantenimento del nome di Gramsci nella testata. Qualcuno ha proposto di eliminarlo, ma stranamente non si tratta di una fazione di moderati poco inclini a tenersi Gramsci come riferimento culturale: al contrario, sono stati alcuni comunisti a sottolineare la distanza politica enorme tra il PD, di cui l’Unità è ora l’organo, e il pensiero di Antonio Gramsci, fondatore insieme a Togliatti e altri del Partito Comunista Italiano (di cui il Partito Democratico è solo in parte, e sempre meno, erede). Tutto sembra essere partito da un tweet di Fassina, contro un titolo del giornale dal sapore renziano. Chi non è d’accordo con questa proposta, sostiene che Gramsci, in quanto intellettuale italiano, appartiene a tutti, e anche al di là del fatto incontestabile che il giornale fu da lui fondato nel 1924, è giusto e persino necessario che il suo nome figuri sulla testata, perché il suo pensiero non è di proprietà esclusiva di una parte politica. In pratica, Gramsci appartiene a tutta la sinistra, anche a quella moderata, anzi alla cultura italiana in generale. I detrattori però sottolineano che probabilmente il compagno Gramsci si dissocerebbe dal PD e quindi dalla linea assunta dal suo organo di stampa; Gramsci fu sempre “partigiano”, politicamente intransigente, avverso all’indifferenza e autore di acutissime analisi storiche e sociali da un punto di vista di classe. Continua a leggere

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I quaderni nazisti di Heidegger

L’uscita di questo articolo sta suscitando, tra gli studiosi di Heidegger, non poche perplessità. A me invece sta solo confermando quello di cui ero già convinto: che il caro Martin, per quanto a modo suo, avesse aderito in maniera del tutto convinta al regime nazista.

Heidegger è un pensatore ormai molto influente negli àmbiti accademici, tanto che non si può fare a meno di citarlo o di vederselo citare in risposta a interventi, articoli, saggi ecc.; quanto meno, non è possibile evitare di confrontarsi con il suo pensiero, o parte di esso, poiché le sue critiche esistenzialiste all’era moderna trovano vasta eco nei problemi peculiari della globalizzazione: dall’annullamento dell’individuo nei numeri statistici, alla soverchiante potenza della tecnica non solo in ambito pratico, ma soprattutto in ambito culturale ed etico. Io, a causa dell’antipatia che questo filosofo mi suscita, non ho mai approfondito granché il suo pensiero, e devo dire che spesso sento di dover colmare questa lacuna, per poter affrontare al meglio certi temi. Le critiche da lui portate alla modernità, certo valide e profonde, ma di stampo regressivo, vengono ormai preferite a quelle dei principali esponenti della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse ecc.), indebitamente ritenute “sorpassate” perché legate alla cultura marxista e all’epoca in cui furono sviluppate. Il problema è che l’epoca fu grosso modo la stessa di Heidegger, dagli anni Trenta ai Sessanta, con la visione di grandi contrapposizioni tra regimi totalitari e democrazie capitalistiche, la nascita e lo sviluppo sempre più veloce della società di massa e dei suoi elementi massificanti. La differenza, per quanto mi è dato comprendere al momento, sta nella diversa prospettiva intellettuale: esistenzialista nel caso di Heidegger, quindi concentrata sulla vita dell’uomo, sul suo esserci e sull’essere in generale; marxiana nel caso della Scuola, cioé non prettamente politica (ossia marxista), ma incentrata sull’analisi materialistica dei rapporti sociali, politici e culturali che condizionano gli individui, anche sul piano psicologico. Se la Scuola di Francoforte è perciò legata all’analisi di una configurazione sociale che oggi, per molti versi, è mutata, la critica heideggeriana assume una connotazione atemporale, valida al di là delle epoche contingenti, perché fa riferimento alla natura umana in modo “diretto”.

Cosa vuol dire tutto ciò? Che Heidegger, dapprima relegato ai margini del mondo accademico in quanto compromesso con il regime nazista, è diventato di fatto l’autore più studiato della filosofia contemporanea. Continua a leggere


Inizia l’avventura!

Bene, sono ufficialmente disoccupato. Tutto a un tratto la realtà mi arriva in faccia come una secchiata d’acqua gelida. Non ho mezzi di sostentamento. Non ho prospettive di lavoro a breve termine. Il conto si sta prosciugando non proprio lentamente, mentre i debiti sono lì che aspettano d’esser saldati. Il periodo è “difficile”, non tanto perché nessuno vuole pagarti (chi mai vuole farlo?), quanto perché in questo momento sembrano essere chiusi i bandi, scaduti i termini, ecc..

Ora mi trovo anch’io nel mondo reale, quello fatto di sacrifici e rinunce. Quello degli adulti, dei veri uomini e delle vere donne, dove ogni cosa va conquistata. E’ un po’ quella storia del “quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino, ma quando sono diventato uomo, anche i miei pensieri sono cresciuti e ho smesso quelle cose tipiche dei bambini” – che dovrebbe essere una frase di San Paolo, ma da intendere più come un dovere, una necessità di rimboccarsi le maniche e cominciare a farsi il mazzo.

Io ho scelto di tentare una carriera infausta, di questi tempi: l’università. Ho finito quel fatidico dottorato e con esso sono finiti i dindini alla fine di ogni mese. Ciò vuol dire che ora mi barcamenerò tra assegni di ricerca (seeeee, come no, crescono sugli alberi), pubblicazioni per partecipare ai concorsi (ovviamente a spese mie, vi pare?) e qualche lavoretto nel frattempo, come mendicare supplenze nelle scuole o dare ripetizioni a giovini svogliati (già vedo il mio annuncio in mezzo ad altri diecimila, col numero di telefono su una frangia). Ma con tutto quel che ho da pagare, sono costretto a fare quello che mi “umilia” di più. Tornare a carico di mamma e papà, per un po’ di tempo. Loro possono, non sarà un peso. Io invece sento ormai di non riuscire più ad accettarlo. Purtroppo devo.

P.S.: Questo è uno dei rari racconti di vita privata che volevo evitare in questo blog…


Un bacio dalla Dialettica

La Dialettica hegeliana mi ha baciato perché ho compreso le ragioni degli avversari, un aspetto dialettico cui accennò anche Gramsci. Non posso dire di non averci mai provato, ma finora era più una disposizione diplomatica, non una presa di coscienza, non una sperimentazione in prima persona. Ho compreso a cosa si riferiscono coloro che avversano la filosofia, il suo sembrare campata in aria, il suo essere astratta, teorica e talvolta irrealistica.

Sarà che in questo periodo sono stranamente suscettibile e nervoso; sarà che se fossi meno dispersivo e confusionario, potrei definirmi eclettico; sarà che capisco di cosa parlano i giuristi, sarà chissà cos’altro, fattostà che ho partecipato a una riunione di universitari per discutere sui diritti umani con una professoressa di diritto esperta in materia e, per la prima volta in vita mia, ho disprezzato i filosofi per gli stessi motivi per cui vengono disprezzati dai giuristi.

Mi sfogo qui perché ormai partecipo così poco a cose del genere che ho perso la capacità di argomentare senza aver tempo di riflettere prima, sono unicamente ricettivo, assorbo e solo in seguito rielaboro, ma non posso rispondere perché è tutto già finito. In effetti dovrei ingoiare e zitto, sto scrivendo inutilmente. Ma tant’è, sopportatemi o chiudete subito la pagina… 😛

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