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Postdemocrazia e ‘Modello Singapore’

[Alcune note da uno studio che sto facendo]

Il concetto di Colin Crouch della postdemocrazia si riferisce al declino della democrazia liberale in favore di nuove forme di democrazia autoritaria, in cui esiste ancora il “guscio” formale delle istituzioni democratiche, ma i contenuti sono reindirizzati ai rapporti tra élites politiche ed economiche, piuttosto che tra soggetti e classi sociali. Secondo Crouch, la democrazia liberale era già un modello in cui la promozione della rappresentanza politica aveva travolto la partecipazione politica; l’ascesa dei paesi asiatici sullo scacchiere globale, dopo decenni di regimi non democratici gestiti da partiti politici o militari, ha implementato un tipo di democrazia che si rivela autoritaria fin dall’inizio.

Probabilmente, l’apparente successo di questo tipo di governance, come il gigantesco sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese o la ricostruzione del potere geopolitico della Federazione Russa, influenza e accelera il declino della democrazia nei paesi occidentali, dando credibilità alle oligarchie e, d’altra parte, a movimenti populisti. Questi ultimi tendono ad esprimere leader autoritari, più preoccupati delle soluzioni rapide (piegando la legge ai loro progetti), dell’uso della forza (nonostante i diritti civili) e della comunicazione diretta con i loro seguaci attraverso i social network (evitando la stampa “ostile”), piuttosto che discutere, dibattere per trovare soluzioni condivise ai problemi pubblici.

Per quanto riguarda le oligarchie, è possibile avere diversi esempi di amministrazione tecnocratica nei paesi asiatici con il più alto tasso di sviluppo. Ossia, il grande avanzamento tecnologico che sta modernizzando l’Asia non va di pari passo con le possibilità di inclusione dei cittadini, nel senso democratico occidentale. Ciò costituisce una apparente contraddizione con le promesse di integrazione sociale delle nuove tecnologie. Nel momento in cui l’accesso alle informazioni e alla comunicazione acquista una libertà mai raggiunta prima, la politica si ritira dalla sfera pubblica e diventa amministrazione direzionata all’efficienza, mentre oligarchie tecnocratiche si sostituiscono ai tradizionali apparati partecipativi (come i partiti politici).

La Repubblica Popolare Cinese, per quanto non abbia mai sperimentato metodi di democrazia occidentale, ne è l’esempio più evidente: lo Stato, a partire dalle riforme degli anni Ottanta, usa il libero mercato e le dinamiche dell’economia capitalista come strumenti per la modernizzazione, mantenendo uno stretto controllo sulla macroeconomia. L’innovazione tecnologica ha ormai raggiunto livelli competitivi anche per le economie occidentali e lo sviluppo dell’intero sistema segue un’unità di intenti che garantisce stabilità politica. Eppure, la Cina popolare non è il primo e neppure il più influente modello di società autoritaria. Il primato va alla città-stato di Singapore, che ha costruito la sua fortuna su un inquadramento socio-economico di democrazia autoritaria sin dagli anni Sessanta.

Singapore è una delle capitali mondiali dell’informatica, con la più alta conoscenza elettronica tra i cittadini; già negli anni Novanta aveva il più alto numero di robot operanti nei servizi, in rapporto alla popolazione. A ciò si aggiungono un’economia di libero mercato quasi priva di ingerenze governative e un bassissimo grado di corruzione. L’amministrazione statale mantiene un’alta efficienza nel controllo del traffico, dell’ordine pubblico, della gestione dei rifiuti, nella pianificazione urbana, nell’estetica dei luoghi pubblici, grazie all’automazione della sorveglianza, all’integrazione dei sistemi digitali e a una educazione sotto stretto controllo. Vengono lanciate spesso “campagne sociali” al fine di raggiungere determinati obiettivi, come il miglioramento della salute attraverso la pratica dell’esercizio fisico, la diffusione di modi di fare cortesi verso i turisti o la raccolta dei rifiuti nei parchi pubblici. In ogni luogo si possono trovare cartelli che invitano a fare attenzione, o a non creare problemi con comportamenti inopportuni, o annunciano nuove iniziative collettive.

Sul fronte dell’educazione formale, il mantenimento di un alto livello di conoscenza tecnologica si riflette nel controllo delle università, perché diano spazio agli studi tecnico-scientifici e, al tempo stesso, scoraggino contestazioni studentesche e formazioni giovanili di tipo politico; il pensiero calcolante è produttivo, mentre il pensiero critico è considerato potenzialmente destabilizzante. I cittadini vengono educati al pieno autocontrollo nella vita pubblica e in quella privata, ottenendo così un grande successo nel lavoro e, al contempo, un alto grado di conformismo, di repressione della diversità e del possibile dissenso, funzionale alla democrazia autoritaria. Lo Stato è, in sostanza, un “computer” che regola la società, seguendo una logica binaria: a ogni problema, corrisponde una soluzione; se, per esempio, le statistiche indicano un problema di denatalità, viene lanciata una campagna per incoraggiare il matrimonio e la procreazione.

Il benessere e la ricchezza generate giustificano la riduzione della democrazia, formalmente istituzionalizzata, a un esercizio di retorica.

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Un anno terribile

Io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

— Tiziano Terzani

Per la FranciaIl 2015 è iniziato con la strage della redazione di Charlie Hebdo, è andato avanti con l’avanzata galoppante dell’ISIS in medioriente, tra omicidi, violenze di ogni genere, distruzione di arte e storia, e attentati dinamitardi (come quello in Turchia, fra i molti). Ora si sta chiudendo con un assalto che è in pratica un’azione di guerra, di nuovo a Parigi, di nuovo attraverso un orrore scioccante, e l’inizio di una nuova serie di operazioni militari secondo i modi della guerra contemporanea (per una volta mi pare più efficace dirlo in inglese, modern warfare). Credo sia l’anno peggiore dalla morte di Osama Bin Laden, quando un certo ottimismo si era diffuso rispetto al terrorismo internazionale. Anzi, non poteva andare peggio. Come dissi per Charlie Hebdo, “quanto accaduto in Francia è qualcosa di mostruoso (…) è un regalo ai guerrafondai, ai neofascisti, ai reazionari intolleranti che non vedono l’ora di blindare tutto e fare muro contro muro. Una guerra tra fondamentalisti che si alimenta del sangue di chi crede nella libertà di espressione”, e stavolta è ancor più mostruoso, per quanto incredibile, e ancor più pericoloso. Continua a leggere