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Valentina VS Diego

Devo dire che Valentina Nappi mi ha colpito. E’ una pornostar ormai molto nota, ma non solo e forse non principalmente per le sue prestazioni su schermo. Tiene infatti (o almeno ha tenuto fino a poco tempo fa) una pagina-blog su MicroMega, dove esprime considerazioni tutt’altro che banali su questioni di costume, politica e filosofia, talvolta in modo provocatorio, ma sempre con lucidità e proprietà di linguaggio. Una proprietà tale, che all’inizio pensavo si facesse scrivere gli articoli da qualcun altro, visto che pure io, nonostante gli sforzi, conservo qualche pregiudizio sulla natura delle persone. In effetti alcune parti dei suoi articoli sembrano scopiazzate da testi di importanti autori: corretto sarebbe riportarle come citazioni, però un possibile “plagio” credo faccia parte delle sue provocazioni e, comunque, vuol dire che lei almeno qualche testo buono lo ha letto. In ogni caso sta diventando un personaggio pubblico come altre attrici porno prima di lei, attiviste nel campo della sessualità.

Incuriosito da questa porno-intellettuale, se così si può definire, ho letto con attenzione un suo articolo che ha suscitato le vive polemiche di un altro intellettuale, stavolta non porno, ma comunque giovane e in ascesa: Diego Fusaro. Ricercatore e saggista, è noto soprattutto per la curatela delle nuove edizioni di opere di Karl Marx, con Bompiani, e per il portale “La filosofia e i suoi eroi“, creato a 16 anni per raccogliere appunti di filosofia e oggi uno dei più ricercati. Fusaro ha aspramente criticato la posizione (intellettuale) di Nappi sull’idea attuale di anticapitalismo (secondo lei assimilabile al fascismo), adducendo però argomentazioni che, pur nella loro complessità, sembrano quasi reazionarie. La questione è piuttosto interessate, al di là della polemica generatrice, perché pone in rilievo un problema teorico stringente, cioè la crisi dell’alternativa socialista al capitalismo e l’emergere della destra radicale come forza di contestazione. Prima però di dire la mia, vi consiglio di leggere i due articoli in questione per avere la visione esatta del problema, così come è posto dai duellanti:

– “Oggi il fascismo si chiama anticapitalismo” (V. Nappi)

– “Il Capitale e i suoi utili idioti: la signorina Nappi” (D. Fusaro) Continua a leggere


Una nota sulla questione morale in Marx

 Karl Marx è ritenuto, tra le altre cose, uno dei maggiori critici della morale assieme a Nietzsche, a Freud e a vari altri autori generalmente accomunati nella cosiddetta “scuola del sospetto”. Il socialismo marxiano, infatti, viene definito scientifico per distinguerlo dai socialismi precedenti, detti utopistici: questi ultimi erano, secondo Marx ed Engels, troppo idealistici, fondati su concezioni di società avulse dai rapporti reali; un socialismo scientifico si fonda invece sull’analisi di quei rapporti, della struttura di una società in continua evoluzione. Oltre a questo, lo stesso Marx ha più volte criticato le istanze morali come base della lotta politica, insistendo contro il dualismo “giusto-ingiusto” nella stesura di programmi, indirizzi e piani d’azione dei partiti e delle associazioni a favore dei diritti della classe lavoratrice (in particolare nella Critica al programma di Gotha). L’emancipazione e lo sviluppo pieno della persona umana non sono fonti ideali per metri di giudizio, così come la realtà dello sfruttamento nel modo di produzione capitalista non è dovuto alla “cattiveria” dei padroni nei confronti dei lavoratori, bensì al funzionamento del sistema in sé.

Detto ciò, ho spesso sentito parlare di una contraddizione latente nell’opera di Marx: Continua a leggere


Altri aforismi a buon mercato

5 – Limiti, parte I. La religione non può più basarsi sulla concezione dell’origine del mondo, dell’universo e dell’uomo, poiché le risposte che forniva prima dell’avvento delle scienze naturali non erano soltanto spirituali, ma anche “fisiche”, erano il tentativo umano di spiegarsi l’esistenza delle cose; oggi quella valenza è totalmente scomparsa con le conoscenze scientifiche e tentare di porsi in alternativa è folle e pericoloso, in fin dei conti anche per la stessa religione. Sono infatti i religiosi a sbagliare attendendo dalla scienza le conferme alle sacre scritture (certo una scienza deviata, sottomessa all’ideologia come quella che Ratzinger auspica, o come il “progetto intelligente”), perché quelle conferme non arriveranno mai e anzi è più probabile che arrivino smentite ulteriori. La fede non deve cercare prove e deve ritirarsi nell’interiorità dei singoli come momento di formazione spirituale, come maniera di vedere il mondo.

6 – Limiti, parte II. Religione, filosofia, scienza e altri campi d’indagine non sono mai sufficienti a spiegare il Tutto; non lo sono perché ogni persona ha esigenze diverse che la fanno tendere verso l’una o l’altra cosa. Se una di quelle discipline fosse sufficiente di per sé, allora arriverebbe a soddisfare tutti e soppianterebbe le altre; ma così non è, può essere sufficiente solo per determinati individui che hanno loro propensioni.
Per me la filosofia e almeno una parte della scienza sono sufficienti per non credere nella religione; altre persone trovano insufficienti gli stessi campi e hanno soddisfazione in forme religiose e rituali. Si può sempre cambiare idea, ma penso che ognuno tenda verso ciò che gli è più congeniale; in particolare non credo sia possibile realmente “convertire” qualcuno all’ateismo, quanto piuttosto indurlo a comprendere che quella sia (o non sia) la sua via spirituale. Le prove e le dimostrazioni servono a chi ne ha bisogno.

7 – Lettera al padre dei tomisti. Caro Tommaso d’Aquino,
a volte penso alle tue dimostrazioni dell’esistenza di Dio e, pur rifiutandole, devo riconoscere che in fondo tu hai colto un elemento proprio della fede in sé: chiamiamo “Dio” ciò che non si conosce. E’ paradossale, visto che tu parli proprio della conoscenza di Dio raggiungibile razionalmente; ma risalire di causa in causa porta sempre ad un punto in cui tutto diventa teorico, ipotetico, come una porta dietro una porta dietro un’altra porta che è seguita da altre porte… non sappiamo se le porte siano infinite, se e quando apriremo l’ultima porta cosa troveremo dietro, ma ad un punto in cui non riusciamo più ad andare avanti possiamo riposarci l’intelletto postulando quella causa prima, fonte di tutti i sistemi esistenti e giustificazione (più che mai) razionale di un mondo troppo più grande di noi.
Arrivederci e grazie, GoatWolf

8 – Chiodo di garofano. “Socialismo scientifico” oggi sembra non solo una parolaccia, ma anche una idea fondamentalmente sbagliata, perché non avrebbe nulla di scientifico, ma solo di dottrinario. Beh, è falso. La scienza è metodo, essa non appartiene solo alle scienze esatte, e comunque i risultati non devono per forza essere incontrovertibili; scientifico non è dogmatico, come dimostra il continuo lavoro di Marx nel corso degli anni. Altri, dopo di lui, e non solo epigoni come pure detrattori, hanno dogmatizzato e dunque privato di scientificità il suo socialismo.
Oggi, liberi dall’ideologia, dai partiti soverchianti, dalle gabbie retoriche e politiche, possiamo ritrovare il vero senso del marxismo ed essere pensatori nuovi, ricercatori nuovi, rivoluzionari nuovi, mai moderati, estremisti senza dogmi, massimalisti di un ritrovato umanesimo radicale.

9 – Utopia e duro lavoro. Non credo che le utopie siano realmente tali, cioè che siano ideali irrealizzabili e perciò fallimentari in se stessi. Se andiamo all’orgine del termine, “utopia” indica qualcosa che non sta in nessun luogo, quindi è irraggiungibile perché inesistente; ma da questo punto di vista qualsiasi idea, anche la più pragmatica, è un’utopia. Le idee non esistono nella realtà, non hanno forza concreta, non agiscono e non possono agire finché qualcuno non prova a metterle in pratica, dunque è la pratica, più che le idee, a dover essere presa in considerazione. Allora se un’utopia viene messa in pratica, diventa esperimento e pertanto ha effetti concreti, influenze reali sulla vita delle persone: la discrepanza esistente tra l’ideale utopico e i suoi tentativi di realizzazione fa parte della prassi, della normale amministrazione e organizzazione del lavoro in vista della riuscita dell’esperimento, che deve necessariamente fare i conti con il complesso di condizioni e variabili possibili della pratica e dei rapporti reali. Ciò vuol dire che un’utopia, un “sogno di una cosa”, non è irrealizzabile in sé, quanto piuttosto è un obiettivo, una guida o, se mi permettete la metafora, fari di luce che indicano vie verso mete cui approssimarsi sempre più, con un viaggio fatto di impegno individuale e collettivo. Ossia, molto, se non tutto, si può realizzare se ai sospiri della fantasia si sostituisce il duro lavoro per il conseguitmento di risultati quanto più possibile tendenti all’obiettivo ideale. Senza però pretendere che ideale e reale debbano essere assolutamente combacianti: per tornare all’inizio, ciò che è ideale non esiste concretamente in nessun luogo, per questo è apparentemente perfetto e auspicabile, mentre ciò che è reale esiste nei rapporti e nelle relazioni, nella vita e nel quotidiano, immerso e in effetti costituito da una rete di problemi, costanti, variabili e imprecisioni che influenzano il lavoro e allontanano dalla perfezione dell’ideale, inevitabilmente.