Archivi tag: sfruttamento

Una nota sulla questione morale in Marx

 Karl Marx è ritenuto, tra le altre cose, uno dei maggiori critici della morale assieme a Nietzsche, a Freud e a vari altri autori generalmente accomunati nella cosiddetta “scuola del sospetto”. Il socialismo marxiano, infatti, viene definito scientifico per distinguerlo dai socialismi precedenti, detti utopistici: questi ultimi erano, secondo Marx ed Engels, troppo idealistici, fondati su concezioni di società avulse dai rapporti reali; un socialismo scientifico si fonda invece sull’analisi di quei rapporti, della struttura di una società in continua evoluzione. Oltre a questo, lo stesso Marx ha più volte criticato le istanze morali come base della lotta politica, insistendo contro il dualismo “giusto-ingiusto” nella stesura di programmi, indirizzi e piani d’azione dei partiti e delle associazioni a favore dei diritti della classe lavoratrice (in particolare nella Critica al programma di Gotha). L’emancipazione e lo sviluppo pieno della persona umana non sono fonti ideali per metri di giudizio, così come la realtà dello sfruttamento nel modo di produzione capitalista non è dovuto alla “cattiveria” dei padroni nei confronti dei lavoratori, bensì al funzionamento del sistema in sé.

Detto ciò, ho spesso sentito parlare di una contraddizione latente nell’opera di Marx: Continua a leggere

Annunci

Sul Drago Rampante

Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà.
– Napoleone Bonaparte

Il mercato delle auto sta per essere invaso dalle macchine cinesi, su cui saranno montati tutti gli optional possibili e avranno prezzi economici, competitivi per chiunque. Inoltre stanno sorgendo marche di qualità e persino di lusso, con la scritta “Made and created in China“, a rivendicare l’originalità del prodotto cinese. La crescita del colosso asiatico non solo è inarrestabile da parte dei concorrenti, ma per la stessa Cina: il ritmo di crescita costringe l’economia cinese a mantenere un livello di produzione altissimo, perché cadute percentuali minime implicano la disoccupazione per centinaia di migliaia di persone. Addirittura costruiscono città intere per il mercato immobiliare, anche se poi gli appartamenti restano invenduti e i centri commerciali vuoti.

Il “capitalismo rosso” (nostra espressione giornalistica per indicare il Socialismo con caratteristiche cinesi) è un capitalismo di stato, dove è appunto lo stato a essere il principale investitore e gestore sul libero mercato; chiunque va lì per fare affari viene valutato dal governo e se non può rispettare determinati standard non ottiene il permesso di entrare nell’economia del Paese. All’estero, il rapporto con i paesi del Terzo Mondo non si basa unicamente sull’acquisto di risorse in cambio di dollari, ma sullo scambio: risorse energetiche in cambio di infrastrutture, petrolio e gas naturale in cambio di ospedali e fabbriche.

A tutto ciò si aggiunge una mentalità collettivistica per noi inconcepibile e un disprezzo dei diritti dei lavoratori per noi anche comprensibile (e per alcuni desiderabile), ma inaccettabile dopo decenni di lotte sindacali (tra l’altro gettate al vento dai vari Marchionne e da lavoratori senza più potere di contrattazione).

Di fronte a notizie del genere è comprensibile preoccuparsi, ma in fondo non è questo il culmine trionfale dell’unico sistema economico sopravvissuto, l’unico insieme di valori e pratiche che sia uscito apparentemente indenne dai tumulti dell’era moderna? Continua a leggere