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Ricordare Sacco e Vanzetti

La vicenda di Sacco e Vanzetti, oltre all’infame ingiustizia perpetrata, fu la prima storia che mi fece riflettere seriamente sulla pena di morte.

Sono stati uccisi legalmente per fornire all’opinione pubblica un capro espiatorio, sangue per lavare i peccati di qualcun’altro, sangue trovato tra gli ultimi, tra gli “inferiori”, tra i reietti, immigrati mal visti e mal tollerati, buoni solo come manovalanza a basso costo e, con loro due, come olocausti, offerte sacrificali.

Ma se nel loro caso fu una barbarie perpetrata da un sistema gretto e spietato, si potrebbe obiettare che in altri casi la pena di morte era giusta perché comminata a gente realmente colpevole che meritava di morire; un assassino stupratore di bambini merita di essere giustiziato, un serial killer, un terrorista che compie massacri, meritano la pena di morte

Ed è qui che Sacco e Vanzetti mi hanno fatto riflettere: il problema non è meritare o meno la morte, bensì il fatto stesso di dare allo Stato la possibilità di uccidere la gente. Perché la morte di un innocente è un rischio inaccettabile, la morte per un errore giudiziario, o peggio, per un calcolo politico (“governatore, le elezioni sono vicine“, tanto per dire), è un crimine insopportabile e non può, non deve, essere reso neanche lontanamente possibile.

Perché è uno sbaglio cui non si può rimediare.

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