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Fondazione della Repubblica Popolare Cinese

1 ottobre 1949: Mao Tse-Tung proclama la Repubblica Popolare Cinese, dopo la guerra civile contro il Kuomintang, partito nazionalista di Chang Kai-Shek, col quale il PCC fu comunque alleato durante la guerra contro il Giappone. Da allora sono esistite due “Cine”, quella continentale e quella di Taiwan. Per diversi anni, solo la seconda è stata riconosciuta al livello diplomatico internazionale; oggi, la prima è la nuova potenza economica in grado di influenzare gli equilibri mondiali. Il discorso su come un arretrato paese agricolo sia divenuto uno dei carri trainanti dell’economia globale è articolato e complesso; tuttavia si può affermare che la caratteristica fondamentale della Repubblica Popolare Cinese sia la sua capacità di adattamento: un imprenditore cinese, scherzando ma non troppo, diceva che mentre negli USA si può cambiare partito, ma non si possono cambiare le politiche (l’essenza di fondo della politica americana resta tutto sommato la stessa sia con i democratici che con i repubblicani), in Cina si possono cambiare le politiche, ma non il Partito. Infatti la legittimità del sistema cinese continentale si basa interamente sull’autorità del Partito Comunista Cinese, che possiede la maggioranza assoluta di seggi in un parlamento dove gli altri partiti sono sostanzialmente suoi gregari. Questo implica che ogni decisione non viene presa attraverso un dibattito democratico nel senso occidentale del termine, bensì attraverso una serie di verifiche e sperimentazioni che seguono una pianificazione flessibile a medio e lungo termine. E sì, per chi se lo stesse aspettando, c’è pure l’uso della forza, della repressione e della censura. Ma la cosa interessante resta la possibilità, per un sistema fortemente autoritario, che pure aveva guardato all’URSS staliniana come un modello di sviluppo, di adattarsi ai cambiamenti senza perdere il controllo, di evolversi, di cambiare strategie quando queste non danno risultati ottimali (e le politiche di Mao in qualità di presidente, per esempio, furono un disastro, nonostante egli fosse stato in grado di organizzare il Partito nel modo più adatto ed efficiente prima della conquista del potere). Tale flessibilità è frutto, sopratutto, del pragmatismo di Deng Xiaoping e della sua fazione politica che, nel liquidare il maoismo nella pratica, ne ha mantenuto l’identità ideale e la continuità storica, da cui trarre legittimazione nonostante i cambiamenti anche estremi rispetto all’epoca del Grande Timoniere.

Per questo credo sia ancora attuale l’inno Senza il Partito Comunista non ci sarebbe la nuova Cina, che risale al 1943, come risposta allo slogan Senza il Kuomintang non ci sarebbe la nuova Cina. Attuale, perché sebbene la grandezza economica della Cina moderna sia dovuta a un cambio di rotta importante nella gestione dell’economia (ripeto, in forte contrasto con il maoismo precedente), è pur vero che quel mix così particolare di socialismo e tecnocrazia a cui il paese asiatico deve una crescita costante da quarant’anni, è frutto proprio della capacità del PCC di amministrare con razionalità e pragmatismo un sistema-paese enorme e complesso. Oggi può sembrare assurdo presentare Mao come ispiratore della potenza moderna, ma rifarsi alla sua figura mantiene legittimità e continuità politica per il Gongchandang, che in realtà è oggi figlio di Deng.

In fondo, la Cina è senza dubbio entrata in una nuova fase storica grazie alla vittoria dei comunisti, laddove il Kuomintang, giunto al potere negli anni Venti, non fece molto altro che ricreare lo schema post-coloniale di concentrazione della ricchezza in poche grandi famiglie e un sistema corrotto di scambi e favori con le potenze occidentali. Ma la questione è complessa e non ne parlerò qui. Mi sento piuttosto di consigliarvi una lettura che compendia molto bene la storia della Cina moderna, sebbene sia piuttosto datata e credo anche difficile da trovare: N. Colajanni, La Cina contemporanea, 1949-1994, Newton&Compton 1995. Basti dire che già all’epoca l’autore aveva ipotizzato il 2005 come anno dell’ascesa internazionale della Repubblica Popolare Cinese, previsione rivelatasi corretta.

P.S. –  E questo è il 200° articolo del blog!


Referendum: vale la pena parlarne?

Avevo programmato una serie di articoli in cui mi proponevo di esaminare nella maniera più compiuta il significato della riforma costituzionale, in vista del referendum di ottobre (fortunatamente spostato a dicembre). Il mio scopo era arrivare al voto con piena coscienza di cosa significhi modificare la Costituzione e quali conseguenze può avere questa particolare serie di modifiche.

Volevo, e certo voglio ancora, evitare di votare “per partito preso”, a favore o contro i promotori per questioni ideologiche, di simpatia/antipatia, di sensazione “a pelle” rispetto all’idea di toccare quello che dovrebbe essere il testo sacro della nostra società civile. Perché votando per partito preso avrei dovuto considerare i 56 (!) costituzionalisti che si dicono contrari, tra cui Zagrebelsky, e in più Rodotà (quindi sono 57?); avrei dovuto accettare il fatto che, forse immaturamente, trovo piuttosto antipatico Renzi e il suo stuolo di gggiovani entusiasti; e che l’idea di modificare la Costituzione nata dall’antifascismo non è affatto allettante.

No, io voglio capire. Perché invece la riforma potrebbe anche andarmi bene. E se invece non mi va, è perché so che è sbagliata, almeno per me. Allora prendo i vecchi testi di diritto, seguo i dibattiti, leggo le analisi e, ovvio, i documenti, a partire dalla tavola sinottica che, a una prima occhiata, promette bene.

Ma proprio il dibattito, nelle forme più generali, si rivela uno schifo. La solita partita “scapoli contro ammogliati” che si gioca ormai da anni nel nostro paese, e forse si è sempre giocata. Volevo provare ad andare oltre quell’errore fatale che Renzi per primo ha commesso, la personalizzazione del quesito, il voto come plebiscito su un governo che rimane pur sempre tecnico. La riforma è buona per il paese o no? Cosa cambia nelle nostre vite? Il pericolo di una minore rappresentanza, di una minore democraticità delle decisioni, è reale? O è meglio “modernizzare”, se è questo che succede, per uscire dal pantano?

Eh, boh. Dipende: te sei contro Renzi o no? (detto con accento toscano)

Avevo pure pensato di partecipare al dibattito su qualche giornale; un mio amico avvocato (che le idee chiare su come votare le ha) mi ha sconsigliato di prendere posizione, anche solo di espormi con qualche riflessione, perché “sennò ti etichettano”. Etichettarmi? Io voglio parlare del merito e valutare i pro e i contro. “No, no, tutto si è ridotto a dire da che parte stai. Se ti dichiari contrario, sei antirenziano e stai in compagnia di Berlusconi; favorevole, sei renziano e vai a braccetto con la Merkel. Tipo. Meglio se ti informi da solo e voti in silenzio”.

Trovo tutto ciò squallido. E ancora non sono sicuro su come votare. Ci sono validi argomenti per entrambe le decisioni, ma sono seppelliti da una valanga di minchiate che distraggono, come sempre, dal punto fondamentale, il cuore della questione. Illusioni, allarmismi, ricatti morali e la solita rabbia a malapena repressa della maggioranza “silenziosa” (che straparla quando dovrebbe ascoltare e si ammutolisce quando dovrebbe gridare). Deprimente, tutto ciò è deprimente, ancora una volta. Persino peggio del referendum sulle trivelle, che era ridicolo ma almeno non riguardava l’identità istituzionale del paese. Dico, identità istituzionale del paese. Roba che a pensarci dovrebbe far scorre almeno un brivido lungo la schiena. Questo sulla Costituzione doveva essere una cosa seria… tsé, mi viene da ridere a scriverlo.

Dunque, vale la pena parlarne? Per me stesso, direi di sì. Forse farò comunque lo sforzo di continuare la serie. In fin dei conti, una idea ce l’avrei e potrei almeno argomentare quella, visto che propendo per il…

Ops. Quasi.


Note sulla riforma costituzionale

Ritengo importante iniziare adesso un percorso di studio delle proposte di riforma costituzionale, per come si sono sviluppate nel corso degli anni, in modo da arrivare al referendum di ottobre con la migliore preparazione possibile. Voglio partire dal contesto storico, dai dibattiti che hanno caratterizzato le varie Commissioni bicamerali, e comprendere quanto serve a votare con coscienza, cioè il senso delle riforme, dei cambiamenti, delle ragioni dietro al testo costituzionale e cosa comporta mutarlo. Per fare questo, mi avvarrò di un libro uscito all’epoca della Commissione D’Alema (1997), che spiega il quadro generale; del mio vecchio manuale di diritto pubblico, scritto da G.U. Rescigno, e dei testi di diritto costituzionale, tutti risalenti all’università; di tutti gli articoli che stanno uscendo in questo periodo su quotidiani e riviste; della consulenza di avvocati e giuristi amici miei; e ovviamente della Costituzione stessa.

Intanto consiglio di tenere a mente cosa prevede la riforma costituzionale Boschi, che è stata approvata e per la quale il referendum sarà confermativo.

Per cominciare questa serie di ricerche, partirò dalle basi, perciò perdonate il tono “manualistico” di questo articolo (e probabilmente anche dei prossimi).

Nel corso della storia repubblicana, l’esigenza di dare attuazione alla Costituzione e adeguarla ai mutamenti sociali ed economici è passata per varie fasi, sin dagli anni Settanta. La riforma costituzionale, e quindi la riforma di tutte le istituzioni, è stata tentata in varie occasioni, con la formazione di tre Commissioni bicamerali nel corso degli anni, il cui compito era di stendere un progetto e sottoporlo al Parlamento. In nessuna di queste occasioni si è raggiunto un tipo di riforma soddisfacente o completo.

Le Commissioni bicamerali sono state:

  • Commissione Bozzi, del 1983;
  • Commissione DeMita-Iotti, del 1993;
  • Commissione D’Alema, del 1997.

Funzionamento della Bicamerale – Formata da rappresentanti di entrambe le Camere, la Commissione nomina un comitato interno cui spetta la stesura di un progetto di riforma. Se il progetto è approvato, deputati e senatori propongono emendamenti da sottoporre all’esame della Commissione. Raggiunto l’accordo sul testo, il progetto definito viene proposto dalla Commissione al Parlamento. Se il progetto è approvato da entrambe le Camere, si passa al processo legislativo vero e proprio, di cui fa parte obbligatoriamente il referendum.

Punti salienti delle riforme istituzionali, sempre al centro dei lavori bicamerali:

  • Revisione della forma di Stato. La tendenza è sempre stata improntata al federalismo, cioè alla ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, con la motivazione di accrescere l’efficienza dell’apparato statale e renderlo più vicino ai cittadini, alle realtà locali (principio di sussidiarietà). Le questioni principali sono la riforma del Senato (punto “dolente” su cui oggi si concentrano gran parte delle polemiche per la riforma Boschi), che verte sulla sua trasformazione da Camera elettiva su base regionale a Camera delle Regioni vera e propria, per aumentarne la rappresentatività; l’attribuzione delle competenze residue agli Enti locali, mediante la specificazione nel testo costituzionale delle competenze principali spettanti allo Stato (“inversione” dell’art. 117, già attuata); il federalismo fiscale, ossia l’autonomia delle Regioni in materia di tassazione; ridefinizione territoriale delle Regioni in base a criteri di funzionalità economico-finanziaria.
  • Revisione della forma di governo. Il rafforzamento dell’esecutivo è motivato dall’esigenza di una maggiore capacità e prontezza d’intervento, da cui deriverebbe inoltre una maggiore stabilità contro le continue crisi istituzionali. Vari i modelli cui i progetti di riforma si sono ispirati: il semi-presidenzialismo alla francese, in cui il Presidente, capo dello Stato, gode di ampi poteri (come la nomina e la revoca del Primo Ministro). Nel sistema francese, se il Presidente ha la maggioranza dell’Assemblea Nazionale, esercita nella pratica anche il potere esecutivo; se non ce l’ha, nomina il Primo Ministro, capo del governo, proposto dalla maggioranza avversa, il quale esercita qindi il potere esecutivo al posto del Presidente. Il cancellierato tedesco, in cui il Cancelliere (ossia il Presidente del Consiglio) ha un ruolo di preminenza per assicurare la stabilità dell’esecutivo. Viene indicato indirettamente dal popolo essendo il capo della coalizione vincente, stabilisce la politica di governo, nomina e revoca i ministri, può chiedere al Presidente federale lo scioglimento del Bundestag se non ottiene la fiducia, ma lui stesso non può venir sfiduciato se non viene prima designato il nuovo cancelliere; il rapporto tra cancelliere e Assemblea è preminente rispetto a quello tra Gabinetto e Assemblea. Infine, almeno dai testi che sto consultando ora, si è discusso di una forma particolare di elezione diretta del premier, in cui il Presidente del Consiglio verrebbe eletto con lo stesso metodo dei sindaci e dei Consigli comunali, con elezione del candidato più votato o secondo turno di ballottaggio; finora, un sistema simile è rinvenibile in Israele.
  • Revisione del modo di formazione del Parlamento. Cioè, la riforma del sistema elettorale. Su questo punto se ne sono viste tante, di cotte e di crude. In generale, è abbastanza evidente che il sistema di formazione degli organi istituzionali influenza le funzioni e le prerogative degli organi stessi. Il modello italiano “classico” è stato, dal 1946 al 1993, il proporzionale. I tentativi di riforma hanno sempre spinto verso un sistema maggioritario con quota proporzionale; negli anni il dibattito principale si è dato tra chi voleva rafforzare la quota e chi voleva abolirla o ridimensionarla, oscillando tra un maggioritario a turno unico e uno a doppio turno. Le tre leggi elettorali che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni, lungi dal prendere una strada così netta, sono state la Legge Mattarella (soprannominata “Minotauro” e “Mattarellum”) del 1993, che ha introdotto il maggioritario con varie specificazioni; la Legge Calderoli (soprannominata “Porcellum”), dichiarata incostituzionale,  del 2005; la Legge elettorale italiana del 2015 (soprannominata “Italicum”), in vigore dal prossimo 1° luglio 2016 per la sola Camera dei Deputati.
  • Revisione del sistema delle garanzie. La giustizia ordinaria, amministrativa e costituzionale è caratterizzata da procedimenti e discipline volti a garantire i diritti dei soggetti e i loro legittimi interessi. Si è discusso della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, per migliorarne il ruolo di garante dell’indipendenza della Magistratura. Della separazione delle carriere tra giudice e Pubblico Ministero, per garantire una maggiore imparzialità nell’esercizio del potere e una specializzazione nel ruolo. Di azioni disciplinari contro i magistrati che abusano dei loro poteri. Dell’allargamento dell’accesso alla Corte costituzionale ai soggetti “deboli” come minoranze parlamentari e altri.

Per concludere questo primo articolo, lascio il parere negativo di Zagrebelsky sulla riforma Boschi.