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Questioni di genere, in genere

220px-womanpower_logoI recenti scandali di Cosby e Weinstein, con la campagna “quellavoltache” e l’esternazione di storie terribili di molestie riversate sui social, mi spingono a rispolverare alcune considerazioni su temi di genere che mi sono ronzate in testa negli ultimi anni. Con una piccola premessa – quando un uomo prova a parlare di questioni di genere, campo spinoso per ovvi motivi, rischia spesso di passare per maschilista o addirittura reazionario. Io davvero non vorrei essere frainteso, ma se quel che scriverò di seguito darà l’impressione di essere in qualche modo sessista… beh, pazienza, non era mia intenzione. Sono solo considerazioni buttate un po’ lì, prendetele dunque alla leggera.

 

Femminicidio: preambolo non tanto sul concetto, quanto sulla parola

Io non ho intenzione di usarla, perché la trovo una parola orrenda. C’è chi la ritiene un’invenzione delle femministe, ma è inesatto. Non è nemmeno un neologismo, se le prime origini sono state rintracciate nell’inglese femicide, in uso dal XIX secolo. Il concetto indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo, con motivazione basilarmente sessista: uccisa in quanto donna. In questo senso, pur non rappresentando una fattispecie giuridica (ossia, è un omicidio, come gli altri), si tratta di un tipo di delitto specifico come l’uxoricidio, il matricidio o l’infanticidio; la differenza è che questi ultimi sono riconosciuti come aggravanti nel nostro diritto penale, dovute alla particolare ripugnanza sociale suscitata da queste forme di morte violenta. La proposta di inserire nel codice penale il reato di femminicidio prende le mosse anche da questo punto. Perché l’uccisione di una donna in quanto tale debba configurarsi come ulteriore aggravante è oggetto di discussione, un punto fondamentale del “dibattito” (se così si può definire il mare di ciance in merito) degli ultimi anni, quindi è una questione culturale. Utile sarebbe provare a cominciare dalle origini effettive del dominio maschile nelle società lungo il corso della storia, per esempio con l’interessante libricino di Pierre Bordieu Il dominio maschile. Restando però sull’uso di tale parola, ribadisco che per me è un termine cacofonico, brutto da pronunciare, da sentire e da scrivere. Non la ho mai usata, né la userò mai in questo blog. Come sarà più chiaro in seguito, oltretutto, io preferisco parlare sempre e comunque di omicidio, un termine generico più che sufficiente a esprimere la violenza della soppressione della vita di una persona.

 

Quote rosa. Umilianti o necessarie?

La cosa ha vari aspetti da considerare.

Da un lato c’è l’ideale degradazione della donna a “specie protetta”, che non può farcela da sola nella conquista dei suoi spazi e deve essere aiutata dall’uomo. Cioè, finisce con l’essere una sottile discriminazione che, assicurando un posto alle donne nella vita politica, ne ammette implicitamente le minori capacità di lavoro. Ma questo è un aspetto in fondo secondario e forse moralistico. Continua a leggere

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Donna-oggetto cercasi per spot pubblicitario

[Questo articolo lo avevo scritto un paio d’anni fa in un altro luogo, ma da quel che ho visto in giro negli ultimi giorni risulta talmente attuale che vale la pena riproporlo qui]

Ogni volta che si parla dello sfruttamento del corpo femminile in ambito pubblicitario, a me torna in mente la pubblicità di qualche anno fa della Tre: era semplicemente il logo aziendale affiancato da una tettona dal tipico sguardo freddamente sessuale oggi tanto diffuso. Al massimo c’era una didascalia tipo “con la forza della passione” o simile. Ho sempre giudicato questo spot il massimo dello sfruttamento, tra i tanti che si vedono ovunque per pubblicizzare qualsiasi genere di prodotto o evento; ma ho scoperto di essere rimasto indietro, a un passo dalla volgarità becera, nonostante fosse volgare già lo spot Tre.

L’Unità ha chiesto ai lettori di segnalare tutte le pubblicità offensive per le donne, dopo il caso a Milazzo dello slogan “Montami a costo zero”; ebbene, anche su facebook se ne stanno raccogliendo da tutte le città, con tanto di foto probanti: il Vecchio Amaro del Capo che sfoggia una segretaria sotto lo slogan “Fatti il capo”, un negozio di ottica con una ragazza amiccante e la frase “FIDATI, TE LA DO GRATIS, la montatura”, e altre amenità come “Degusta la passera”, “Estate figa”, “Tira fuori la bestia” (quest’ultima corredata da due che si ingroppano regolarmente) ecc. ecc.

Ora, non si tratta di essere bacchettoni. Si tratta di avere rispetto e gusto. Ormai hanno sdoganato le parolacce nei titoli dei libri, entri in un negozio o anche in un supermercato ed è tutto un fiorire di “stronzi”, “palle”, “culi”, “merde”… comincia uno e tutti gli vanno appresso, se ha successo. Ma la volgarità non si normalizza, resta volgarità anche se permessa e peggiora quando non ha neppure quel giusto senso che può avere. Mi spiego: un programma come South Park è concepito per fare satira feroce e disturbante, chi lo segue è perfettamente consapevole di cosa si ritroverà difronte ed è libero di scegliere se assistere o meno; inoltre alcune puntate affrontano temi importanti nella loro ottica dissacrante e, se si sopportano gli eccessi, fa persino riflettere.

Questo tipo di pubblicità che invece tratta le donne come puttane, il sesso come esca e punta solo a scioccare per attirare gli sguardi, è soltanto cattivo gusto di infimo livello, sessismo puro e semplice, tanto nei confronti della donna, ridotta a “sistema di deambulazione di una figa” (non ricordo dove lo dicevano, un film credo), tanto degli uomini, visti come stupidi animali arrapati. Involgarirsi così serve solo a lasciarsi sempre più sprofondare e a non dare più valore neanche al sesso.