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A sinistra di che?

Di recente, la rediviva Unità ha ospitato un dibattito sul mantenimento del nome di Gramsci nella testata. Qualcuno ha proposto di eliminarlo, ma stranamente non si tratta di una fazione di moderati poco inclini a tenersi Gramsci come riferimento culturale: al contrario, sono stati alcuni comunisti a sottolineare la distanza politica enorme tra il PD, di cui l’Unità è ora l’organo, e il pensiero di Antonio Gramsci, fondatore insieme a Togliatti e altri del Partito Comunista Italiano (di cui il Partito Democratico è solo in parte, e sempre meno, erede). Tutto sembra essere partito da un tweet di Fassina, contro un titolo del giornale dal sapore renziano. Chi non è d’accordo con questa proposta, sostiene che Gramsci, in quanto intellettuale italiano, appartiene a tutti, e anche al di là del fatto incontestabile che il giornale fu da lui fondato nel 1924, è giusto e persino necessario che il suo nome figuri sulla testata, perché il suo pensiero non è di proprietà esclusiva di una parte politica. In pratica, Gramsci appartiene a tutta la sinistra, anche a quella moderata, anzi alla cultura italiana in generale. I detrattori però sottolineano che probabilmente il compagno Gramsci si dissocerebbe dal PD e quindi dalla linea assunta dal suo organo di stampa; Gramsci fu sempre “partigiano”, politicamente intransigente, avverso all’indifferenza e autore di acutissime analisi storiche e sociali da un punto di vista di classe. Continua a leggere


Conan il Cimmero

Uno dei film che mi hanno sempre accompagnato sin da bambino, cui sono legato perché lo vidi insieme a mio padre la prima volta, è Conan il Barbaro (J. Milius, 1982). Mi affascina tutte le volte che lo vedo. Magia, passione, mistero, violenza, coraggio, vendetta, si mescolano in un vortice dal sapore nietzscheiano. Il fantasy è da allora diventato uno dei miei generi preferiti. Ho ritrovato questo articolo che scrissi 9 anni fa per un forum di cinefili sul rapporto tra il personaggio letterario e la sua versione cinematografica, e voglio riproporlo con qualche aggiunta.

Da anni sto andando avanti, pur con lunghe pause, con i racconti di R.E. Howard (ripubblicati da Mondadori in quattro volumi) e devo dire che lo spirito di fondo è stato molto ben reso da quell’altro pazzo di John Milius; dico “quell’altro” perché lo stesso creatore di Conan non doveva essere molto giusto di testa. A dire il vero, su Howard ho sentito versioni contrastanti: da un lato era un introverso, completamente succube di una madre castrante, dal temperamento abbastanza quieto, amante dello sport e, come si evince da ciò che scriveva, un intellettuale; dall’altro era un paranoico che la sera si chiudeva in casa sbarrando porte e finestre, caricando tutte le armi che aveva perché convinto che i suoi concittadini aspettassero l’occasione d’ammazzarlo. E quando scriveva, entrava in un mondo esclusivamente suo dove i suoi personaggi e le loro avventure erano reali come egli stesso.

Proprio Milius, in un’intervista per i contenuti speciali del dvd, racconta suggestivamente la nascita di Conan nella mente di Howard: una sera, chiuso in casa per la pioggia, Howard non sa cosa scrivere e indugia pigramente davanti alla scrivania, quando un tuono improvviso riempie l’aria di un’atmosfera elettrica. Howard sente dietro di sé una presenza imponente, i cui muscoli si contraggono mentre stringe un’enorme ascia… e una voce imperiosa gli parla: “Io sono Conan il Cimmero e se non scrivi esattamente tutto quello che ti dico, ti spacco in due con la mia ascia”. Così Howard comincia a scrivere nervosamente, in preda al panico, senza fermarsi fino al mattino, quando nella luce dell’alba riesce a riprendere il controllo di sé. Ma subito riprende il lavoro, perché sa che quando si farà di nuovo buio Conan tornerà, con la sua ascia.

Ora, Milius non è poi tanto lontano da Howard; è un appassionato d’armi (fa parte dell’associazione pro-armi di cui è presidente Charlton Eston, la NRA), un “machista” che crede nei saldi legami maschili di uomini forti e coraggiosi, forse anche un po’ frustrato per sogni infranti che si riversano nei suoi lavori, in cui visioni pessimistiche si incrociano con lo spirito indomito di combattenti della vita. Stando a Wikipedia si autodefinisce un “anarchico zen”, più volte accusato di essere reazionario, eppure mai definitivamente etichettato come tale. Chi meglio di lui, guerriero della macchina da presa, poteva girare un film su Conan? E infatti il suo barbaro è quanto di più vicino al superuomo di Howard, rozzo e violento, ma anche sincero e leale, mito umano di un mondo leggendario, quello hyboriano, di poco successivo alla caduta di Atlantide.

Nel film è riassunta una parte della sua storia, con molti riferimenti a svariati racconti, e inventando di sana pianta tutto il resto. La differenza più grande, a livello narrativo, è la presenza nettamente minore di elementi fantastici rispetto ai racconti, in cui le assurdità della magia sono all’ordine del giorno; e tuttavia questa scelta mette in risalto l’irrompere nel mondo hyboriano di stregoni, mostri e demoni (chi non è rimasto colpito dalla scena in cui gli spiriti dei morti tentano di prendere Conan, o dalla trasformazione di Thulsa Doom?). Ma più di tutto è lo spirito di fondo che ne esce rappresentato in maniera eccellente: quel che Howard ha creato è una moderna saga nordica, in cui il super-barbaro rappresenta ciò che in fondo è una parte di noi stessi in quanto uomini, selvaggi, primordiali, protesi alla lotta per la sopravvivenza, con le nostre terribili paure, ma anche con la forza di superarle, di rialzarci dopo le inevitabili cadute.

E il coraggio della sincerità nei rapporti col prossimo. Un punto ricorrente nell’opera di Howard è la critica alla civilizzazione: quanto più l’uomo si innalza dal suo stato bestiale, tanto più degenera nella meschinità e nella codardia, protetto da una società ipocrita che ha il suo credo in falsi valori che nascondono miserevoli tornaconti personali. La barbarie diventa sinonimo di libertà, di sincerità, di ricerca di quella forza per combattere sempre, incessantemente, che al vero Howard, nella bigotta e limitante cittadina del Texas in cui era nato e cresciuto, mancava. R.E. Howard, infatti, si suiciderà dopo la perdita della madre, all’età di 30 anni.

“Gli uomini civili sono più villani dei selvaggi perché sanno di poter essere maleducati senza che qualcuno, per questo, gli spacchi la testa. Almeno, come regola generale.”
Da La Torre dell’Elefante, 1933

Conan è un antieroe e Milius lo ha reso per ciò che era: “un guerriero, un assassino, un ladro e un predone, dagli infiniti silenzi e dagli incontenibili scoppi d’allegria, destinato a rovesciare i troni del mondo sotto un piede calzato di sandali”. Milius ricostruisce il mito, fa rivivere l’eroismo non solo di Conan, ma della mitologia nordica stessa, attraverso scene dal forte impatto visivo, scenografie e costumi estremamente curati e una splendida colonna sonora dallo stile wagneriano di Basil Poledouris. Ciò che in letteratura è definito “fantasy eroico”, nel cinema è vera mitologia.

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Nuovi aforismi a buon mercato

Dopo oltre un anno dall’ultima infornata, ritornano le perle di saggezza che sparo in giro (e che forse era meglio dimenticare). Di solito sono commenti estemporanei, slegati tra loro, che potrei sviluppare ma anche no.

17 – Imperfezione di fabbrica. Ho cambiato un po’ il sottotitolo del blog, da “Produzione Strutturale di Pensiero” (scelto per motivi estetico-concettuali abbastanza evidenti) a “produzione strutturale di pensieri imperfetti”. Via le maiuscole, che non servivano se non a dare l’impressione che mi prendessi troppo sul serio; e dentro il plurale e l’imperfezione, perché il mio non è un pensiero necessariamente strutturato, nel senso che non è sistematico, non è un piano generale di interpretazione che fa combaciare ogni aspetto della realtà. E se anche lo fosse, non è esposto in questo blog. Qui “produco” una serie di pensieri, che solo in ultima istanza formano una struttura, nel senso che sono connessi in una visione, una concezione del mondo. Pensieri imperfetti, però, perché c’è sempre qualcosa che manca, o che non funziona a dovere, come tutto nella vita, tra errori, dubbi, ripensamenti, ignoranze, timori e furori. Per citare la presentazione del blog: “la perfezione è una forzatura verso una completezza illusoria, racchiusa in un obiettivo finale che non lascia spazio a dubbi ed errori, cosa del tutto contraria al divenire costante della realtà. Imperfetto è mutevole, cangiante, aperto, vivo”.

18 – Il compagno Nietzsche. Io credo che molte persone non si rendano davvero conto che Nietzsche era sostanzialmente un reazionario. Intendiamoci: il più intelligente dei reazionari, il più acuto, profondo e colto, fascinoso nello scrivere e gradevole da leggere. Ma pur sempre un reazionario. Si batte, è vero, contro la morale, contro il cristianesimo, contro lo Stato, la Chiesa e i concetti idealistici, però da un punto di vista reazionario, non rivoluzionario. Poi, senza dubbio, sul nazismo ci avrebbe pisciato sopra come su qualunque altra forma di decadenza moderna, ma ciò non toglie che bisogna pur prenderlo per quel che era, e che scriveva con chiarezza. Può essere l’amico di destra, non il compagno di viaggio di Marx. Anche se alla fine le sue martellate filosofiche giovano un po’ a tutti, lui non ha mai inteso la liberazione come qualcosa per tutti. Il superuomo, o oltreuomo che dir si voglia, non è l’evoluzione dell’uomo in quanto tale. Se lo fosse, sarebbe troppo emersoniano, radicalmente democratico. No, l’individuo superiore, l’individuo che va oltre la sua condizione di uomo, è parte di un gruppo ristretto. Eppure, badate bene: l’individuo, non una razza, non un popolo, non una nazione.

19 – Umanismo e Tecnica. E’ davvero possibile essere umanisti oggi? La tecnica, come forma mentale, è ormai l’essenza del mondo moderno e non c’è romanticismo che tenga, siamo persone immerse nel vivere tecnologico, espressione della tecnica intesa come uso strumentale delle forze e delle energie improntato all’efficienza e alla velocità. Il vero nichilismo, la vera distruzione di ogni teoria dei valori è questa, non la psicanalisi o il marxismo, e nemmeno il “niccianesimo”, è l’eclissi della cultura umanista, del pensiero incentrato sui bisogni dell’essere umano, in favore della ricerca dell’innovazione e della realizzazione di tutto ciò che è possibile in quanto possibile. Non dico affatto, come invece i postmodernisti, che “tutto va verso il nulla”, anzi, tutto va verso il Tutto, la totalità della tecnicizzazione della vita, che non può più tornare indietro. Non voglio fare un discorso alla Heidegger, il problema non è criticare la tecnica in sé, o pensare a impossibili e antistorici ritorni a qualcosa che è passato. Piuttosto, trovare il modo di adattarci a ciò che noi stessi abbiamo creato. In questo senso è giusto essere umanisti, perché adattarsi non vuol dire perdere di vista la persona umana. Ma è possibile? Possiamo scavare un posto per l’umanità in un mondo che sembra andare avanti senza di essa? Possiamo ancora dare valore e utilità alla filosofia?

20 – L’autocritica fa bene a tutti. Ricordo che una volta, una mia collega di università commentò così la nostra situazione di studenti di filosofia: “siamo astratti, troppo lontani dalla dimensione dialogica e, lasciamelo dire, anche presuntuosi”. Col tempo, ho imparato quanto fosse vero. E non credevo si potesse davvero esserlo, data la natura critica di quegli studi. E’ come una sindrome da torre d’avorio, da casta platonica, a fronte della produzione di interpretazioni cui è la realtà a doversi adattare. Ho sempre pensato che la bontà di studiare, per esempio, Hegel, risiedesse nell’ampliamento della creatività dell’intelletto, nell’acquisire una visione organica della realtà, senza per questo dover essere hegeliani, idealisti, convinti che lo spirito produca la realtà come una fiamma che produca il fiammifero. Ma capisco anche cosa intendesse Popper, pur nella sua presunzione di aver capito e risolto tutti i maggori problemi filosofici. Sarà vero che esistono filosofi “oracolari” contrapposti a filosofi “sentinella”? I primi, autoreferenziali, oscuri e magari imbroglioni; i secondi, attenti e pronti a smascherare, lanciare allerte e risolvere problemi veri. Forse no, forse è una demarcazione troppo netta, però mi fa pensare anche alla definizione di Feuerbach data da quella mia stessa collega: “non un filosofo, ma un uomo in perenne ricerca”. Io credevo che la filosofia fosse perenne ricerca, ma da quel che vedo molti la intendono come un punto di arrivo, l’empireo del pensiero da cui dominare le miserevoli umane vicende, con quello sguardo di sufficiente compatimento di chi ha già capito tutto. “Uomini di mondo” che del mondo non sanno nulla. Teorici senza prassi, pericolosi quanto gli idolatri della prassi priva di teorie, aperti e disponibili all’ideologia intesa come falsa coscienza. E’ quanto meno triste.

21 – Il buon consumatore anarchico. Tutta una rete di tabù autoimposti condiziona la vita delle persone idealiste, le quali si trovano spesso a dover rinunciare a innumerevoli cose per non contraddire la propria posizione morale. Le multinazionali, per esempio, sono mostruosità che perpetrano crimini contro l’umanità, quindi vanno evitate come la peste. Al loro posto si sceglie il locale, il biologico, il fai-da-te ecc., con il risultato di spendere tempo e risorse nella ricerca di ciò che serve, nella pia speranza di non dover comprare elementi prodotti da compagnie di cui si possa un giorno scoprire l’affiliazione a grandi gruppi d’interesse, da cui l’imbarazzo e l’aumento delle difficoltà per rimediare. Senza contare il senso di colpa che deriva dalla fruizione una tantum dei prodotti di quelle multinazionali, o le frecciatine da chi se ne accorge. Alla fine, il consumatore alternativo si libera dalla schiavitù delle multinazionali per rifugiarsi nella schiavitù della coerenza a tutti i costi. Ma non sarà l’atteggiamento verso quel panino standardizzato da fast-food a cambiare le cose, né sarà quel tablet costoso a definire sul serio la personalità del possessore. Alla fine si dà valore a cose che non ne hanno, una facciata per ribadire (forse innanzitutto a se stessi) la propria scelta. Problema: se non si adottassero certi atteggiamenti, la propria gamma di principi ne risentirebbe? E in questo caso, quanto sono forti quei principi, se hanno bisogno di “mode” alternative da seguire per ritenersi validi? Monito di Emerson: “una stupida coerenza è lo spauracchio delle piccole menti”. Bisogna essere anarchici anche verso se stessi.

22 – Polemica di campagna. Bisognerebbe eliminare le campagne elettorali. Sul serio, a che servono? I programmi, se uno vuole conoscerli (e a molta gente non interessa perché vota per partito preso) se li va a leggere su internet o in qualche sezione di partito. Per i candidati, idem. Far conoscere nuovi movimenti e partiti è prassi quotidiana, non un’esclusiva del periodo elettorale. Parlare e discutere in campagna elettorale è impossibile, si pensa solo a litigare e insultarsi. Allora, che senso ha? Ogni volta le stesse cazzate, sembra di seguire un copione prestabilito. A me è passata la voglia, questa non è politica, non è democrazia, non è partecipazione, è uno spreco di tempo e di risorse. La politica si vive tutti i giorni, la partecipazione e la democrazia sono elementi esistenziali, altro che “santini” e promesse iperboliche. Perciò diventiamo un po’ più seri, facciamo un salto di qualità e aboliamo quest’umiliazione dello spirito pubblico.

23 – Polemica da guardaroba. Ho sentito in TV una donna lamentarsi di una pacca sul sedere al primo appuntamento con un tizio che, come molti uomini, credeva di potersi prendere certe libertà solo perché lei si veste in maniera “provocante”. Lo so che commentare cose del genere è rischioso, ma sinceramente c’è un limite a tutto, anche alla pretesa di essere rispettati senza se e senza ma. Nessuno può mettere in dubbio che il rispetto sia un diritto e un dovere, però è naturale che in una società basata sull’apparenza il modo di vestirsi sia anche un modo di comunicare: se un uomo di mezza età si vestisse da adolescente, per sentirsi bene con se stesso, dovrebbe accettare anche il rischio di essere considerato ridicolo, o di essere compatito. Se una donna si veste in maniera provocante (e questa in TV sembrava una mangiatrice di uomini), sa di rischiare di essere considerata una donna facile, perché altrimenti che senso ha mettersi in mostra? E con questo non voglio fare il solito, stupido discorso del “se l’è cercata”, non è questo il punto. E’ chiaro che guardare e toccare sono due cose diverse, c’è una questione di spazi personali e di educazione. Il punto non è morale, è pratico: possiamo davvero contare sull’educazione e il rispetto degli altri? Possiamo sinceramente credere che il solo fatto di avere il diritto di essere rispettati ci protegga e ci difenda da chiunque incrociamo sulla strada? Dovrebbe essere così, ma non lo è. A quella donna vorrei dire: se ti piace essere provocante, cerca di esserlo solo nelle occasioni adatte; non sperare sempre nella buona educazione degli altri, perché purtroppo il nostro modo si basa sull’immagine e gli altri interagiscono con te sulla base di quel che vuoi mostrare. Moda e stile funzionano così. Quando io mi feci la cresta punk, sapevo che avrebbe mandato fuori dai gangheri un sacco di gente; eppure mi dava fastidio se qualcuno commentava. Ma davvero potevo pretendere che gli altri si comportassero normalmente di fronte a quel taglio di capelli? POTEVO? No. Si paga sempre un prezzo, anche ingiusto, per ogni scelta che facciamo. Dobbiamo esserne coscienti e chiederci fin dove siamo disposti a sopportare.


Una nota sulla questione morale in Marx

 Karl Marx è ritenuto, tra le altre cose, uno dei maggiori critici della morale assieme a Nietzsche, a Freud e a vari altri autori generalmente accomunati nella cosiddetta “scuola del sospetto”. Il socialismo marxiano, infatti, viene definito scientifico per distinguerlo dai socialismi precedenti, detti utopistici: questi ultimi erano, secondo Marx ed Engels, troppo idealistici, fondati su concezioni di società avulse dai rapporti reali; un socialismo scientifico si fonda invece sull’analisi di quei rapporti, della struttura di una società in continua evoluzione. Oltre a questo, lo stesso Marx ha più volte criticato le istanze morali come base della lotta politica, insistendo contro il dualismo “giusto-ingiusto” nella stesura di programmi, indirizzi e piani d’azione dei partiti e delle associazioni a favore dei diritti della classe lavoratrice (in particolare nella Critica al programma di Gotha). L’emancipazione e lo sviluppo pieno della persona umana non sono fonti ideali per metri di giudizio, così come la realtà dello sfruttamento nel modo di produzione capitalista non è dovuto alla “cattiveria” dei padroni nei confronti dei lavoratori, bensì al funzionamento del sistema in sé.

Detto ciò, ho spesso sentito parlare di una contraddizione latente nell’opera di Marx: Continua a leggere